Progresso (filosofia)

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Il termine progresso (dal latino progredior, andare avanti) indica genericamente lo sviluppo dell'uomo nella sua storia concepita come un lineare procedere, dove i miglioramenti, presupposti come prevalenti rispetto alle interruzioni e agli arretramenti, si accumulano per determinare condizioni positivamente avanzate, materiali e spirituali, della vita umana. Questa concezione è antiteticamente mutata nel corso del XX secolo.

Pensiero arcaico ed antico[modifica | modifica sorgente]

Una rappresentazione dell'Uroboro (dal greco ουροβóρος dove "ourá" sta per "coda") simbolo arcaico della storia ciclica

Nel pensiero antico l'idea di progresso era assente per la prevalenza di una concezione della storia umana vista come un allontanamento da una mitica "età dell'oro" e dopo di questa si pensava piuttosto ad un regresso, dovuto alle manchevolezze della natura umana, allontanatasi sempre più dall'originale, ingenua bontà dell'uomo primigenio.

Così compare per la prima volta in Esiodo (metà del VIII secolo a.C.) la nostalgia, rispetto al suo infelice tempo presente, per quell'età di

« un'aurea stirpe di uomini mortali [che] crearono nei primissimi tempi gli immortali che hanno la dimora sull'Olimpo. Essi vissero ai tempi di Crono, quando regnava nel cielo; come dèi passavan la vita con l'animo sgombro da angosce, lontani, fuori dalle fatiche e dalla miseria; né la misera vecchiaia incombeva su loro [...] tutte le cose belle essi avevano.[1] »

Ancora nell'antichità greca e romana sopravviveva il rammarico per la perduta originaria felicità dell'uomo nell'opera di Platone e del poeta romano Publio Ovidio Nasone. Quest'ultimo scriveva nelle sue Metamorfosi:

(LA)
« Aurea prima sata est aetas, quae vindice nullo, sponte sua, sine lege fidem rectumque colebat. »
(IT)
« Fiorì per prima l'età dell'oro; spontaneamente, senza bisogno di giustizieri, senza bisogno di leggi, si onoravano la lealtà e la rettitudine.[2] »

La negazione di ogni progresso era ancora nell'antica concezione, di origine orientale, di una storia vista come una via circolare percorsa dall'uomo che, in un apparente progresso, tornava invece sempre su i suoi passi iniziali, in un sussegursi di avvenimenti sempre uguali, così come accadeva nel naturale corso del ciclo delle stagioni.[3]

Fiducia nel progresso futuro è espressa da Seneca: egli è consapevole che più grande di quello posseduto in passato è il sapere posseduto nella sua epoca che è destinato a sua volta ad essere superato dal sapere delle generazioni successive:

« Verrà un giorno in cui il passare del tempo e l'esplorazione assidua di lunghi secoli porterà alla luce ciò che ora ci sfugge. [...] Verrà il giorno in cui i nostri posteri si meraviglieranno che noi ignorassimo cose tanto evidenti. [4] »

Pensiero cristiano[modifica | modifica sorgente]

L'idea del progresso nasce con la concezione cristiana, ereditata dalla cultura ebraica, della storia intesa come un susseguirsi di avvenimenti che procedono, come i punti di una retta che dall'inizio finito va all'infinito, verso il meglio che non si limita al tempo umano ma prosegue escatologicamente verso l'infinito trascendente con la salvezza come ultima meta.[5] Accenni alla stessa idea di progresso, caratteristica di una concezione della storia rettilinea, con una iniziale creazione divina e una terminale apocalisse di un Dio fuori dal tempo, sono in Agostino d'Ippona [6] e nel Medioevo cristiano in Bernardo di Chartres con la sua rappresentazione fantastica degli uomini a lui contemporanei come dei nani che però poggiati sulle spalle degli antichi giganti del passato possono vedere meglio il futuro che li attende:

« Siamo come nani sulle spalle di giganti, così che possiamo vedere più cose di loro e più lontane, non certo per l'altezza del nostro corpo, ma perché siamo sollevati e portati in alto dalla statura dei giganti.[7] »

Rinascimento[modifica | modifica sorgente]

Mentre nell'Umanesimo il concetto di progresso stenta ancora a definirsi negli autori che guardano ancora alla classicità passata come modello insuperabile, la consapevolezza della modernità rispetto agli antichi comincia a farsi strada in autori come Giordano Bruno [8]. Le scoperte geografiche, le innovazioni tecniche e scientifiche del XV e XVI secolo fanno pensare a filosofi come Bacone, Cartesio, Pascal, Leibniz che, pur nella diversità delle loro dottrine, concordano sull'idea che essi hanno progredito rispetto agli antichi perché avendo dietro le spalle un più lungo tratto di storia sono più "vecchi" e quindi più saggi di coloro che li hanno preceduti.

XVII secolo[modifica | modifica sorgente]

Sul finire del XVII secolo l'idea di progresso si chiarisce definitivamente attraverso la disputa letteraria della Querelle des Anciens et des Modernes (Digressione degli antichi e moderni) (1688) dove Bernard Le Bovier de Fontenelle afferma la superiorità rispetto agli antichi dei moderni che si servono delle scoperte già realizzate in passato per fondarvi un progresso che «non avrà mai fine».[9] La natura umana infatti non muta nel tempo: le diversità si devono attribuire solo al trascorrere delle generazioni che aumentano il loro sapere; poiché il genere umano non subisce mutamenti come l'individuo a causa della vecchiaia, esso progredirà per sempre.

L'abate di Saint Pierre amplia l'idea di progresso estendendola dal campo della conoscenza a quello della vita sociale [10] : per primo inventa la metafora della raffigurazione delle età dell'individuo assimilandole alle varie fasi della storia universale che però non si corrompe e decade come nel singolo ma progredisce ininterrotta nel tempo.[11]

Illuminismo[modifica | modifica sorgente]

Nell'Illuminismo compaiono numerose opere di filosofia della storia incentrate sull'idea di progresso: unica eccezione Rousseau che auspica invece come miglioramento il ritorno alla natura dell'uomo che ha la capacità della perfectibilité ("perfettibilità"), termine che durante tutto il XVIII secolo fu usato come sinonimo di progresso.

Nella Filosofia della storia di Voltaire (1765) si riafferma l'idea del progresso dell'umanità dalla barbarie alla civiltà come segno del prevalere della ragione sull'irrazionalità che però può interrompere questo sviluppo facendo tornare l'uomo, con le guerre, con il fanatismo religioso, ad un'età di decadenza quale è stata quella del Medioevo.

Il concetto di progresso degli illuministi è caratterizzato, come in Voltaire, da una concezione laica della storia, dalla convinzione che le arti possano portare a un miglioramento dell'uomo [12], dalla curiosità per i nuovi popoli selvaggi che, così com'è accaduto allo stesso modo nelle società europee, attraversano una condizione primitiva che è la prima fase di un successivo progresso, .

La scuola illuminista della fisiocrazia associerà le varie fasi della economia (caccia e pesca, pastorizia, agricoltura) a quelle che segnano il progresso delle società. Turgot amplierà questa concezione con la teoria delle due leggi: la prima che sancisce come ad ogni miglioramento compiuto corrisponda un'accelerazione del progresso e la seconda che stabilisce che ad ogni stadio del progresso si associ quello della evoluzione dello spirito umano: la fase sovrannaturale a cui segue quella filosofica ed infine, l'ultima, quella scientifica.[13]

Condorcet condivide l'idea che il progresso acceleri il suo percorso favorito dalla diffusione pubblica delle conoscenze e elabora un quadro del progresso universale che è il più esauriente del suo tempo.[14] Egli è convinto che il miglioramento progressivo dell'umanità, pur con qualche rallentamento, sia inarrestabile: i popoli e le classi sociali ancora ai margini della civiltà potranno entrare nel progresso se ci si impegnerà per il superamento delle loro diseguaglianze.[15]

XIX secolo[modifica | modifica sorgente]

Secondo gli storici della filosofia nell'analisi dell'idea di progresso nella storia del pensiero non andrebbero considerate quelle filosofie della storia proprie del periodo illuminista e di quello idealista tedeschi [16] perché la complessità dell'elaborazione di quelle speculazioni è tale che le allontanano da una condivisione allargata ed è così ampia la trattazione che nel suo ambito si sperde la definizione del tema centrale.[17] In base a questa considerazione si sostiene che convenga piuttosto esaminare il concetto di progresso nel pensiero francese ed inglese del XIX secolo che ne danno una definizione più incisiva considerandolo non più una "possibilità" di miglioramento delle condizioni umane ma come una sicura, "necessaria" legge della storia dell'uomo.

È dunque solo in questo periodo che il concetto di progresso esce dall'indeterminatezza degli autori precedenti e diviene il tema centrale e ben definito dello sviluppo del genere umano da dove vengono esclusi ogni possibilità di arresto o regresso delle sorti dell'umanità di modo che anche il medioevo, giudicato negativamente dall'illuminismo, viene ora rivalutato come una fase progressiva.

Esponenti di questo nuovo punto di vista sono Saint-Simon e Auguste Comte. Saint-Simon concepisce la storia umana come uno sviluppo da una fase iniziale guerriera basata sul conflitto armato a uno stadio finale dove prevale la produzione industriale [18]

Comte avanza una "legge dei tre stadi", che riguardano sia lo sviluppo dell'individuo che quello dell'umanità intera, mettendo a punto una teoria sull'evoluzione della società nella storia, che è anche evoluzione del pensiero, delle facoltà dell'uomo e della sua organizzazione di vita: con la sua legge egli prefigura l'avvento dell'era positiva in cui la scienza avrebbe avuto un posto centrale nella vita degli uomini. Anche la scienza attraversa tre fasi di sviluppo in base alla sua complessità sino a giungere allo stato positivo. Tale meta viene raggiunta seguendo un criterio preciso: la semplicità o altrimenti detta generalità. Comte vuol dimostrare con questa classificazione che il pensiero positivo, che si è sviluppato dapprima nelle materie semplici, prima o poi dovrà necessariamente estendersi ad altre materie quali la politica, giungendo così alla nascita di una scienza positiva della società, la sociologia.

Al concetto di progresso viene ora affiancata sempre più spesso la teoria darwiniana della evoluzione che viene applicata alla storia umana considerata come completamento della evoluzione biologica.

L'autore che rappresenta meglio questa concezione è Herbert Spencer che vede la storia umana come una continua progressiva evoluzione delle fasi che attraversa, anche di quelle fallite, momentaneamente negative, ma inevitabilmente superate verso il raggiungimento della piena felicità [19]

In questo stesso periodo si affianca all'idea di un trionfante progresso dell'umanita la critica nascente del pessimismo schopenhaueriano che svela l'illusorietà dell'uomo di condurre la propria vita al meglio quando invece è egli stesso vittima inconsapevole di una irrazionale forza che lo abbatte sotto il peso di enormi catastrofi. Un'eco di questa visione tragica è anche nella contemporanea poesia La ginestra (1836) di Giacomo Leopardi che assume a simbolo della precarietà umana di fronte alla sua presunzione di un progresso inarrestabile.[20]

XX secolo[modifica | modifica sorgente]

Dopo il crollo del mito della belle epoque e l'esperienza della prima guerra mondiale, la speculazione filosofica, da Hermann Keyserling [21] a Oswald Spengler [22], assume le connotazioni di un disperato scetticismo sulle sorti dell'umanità. Anche la letteratura esprime pessimisticamente la sua sfiducia nel progresso considerando come l'avanzamento delle scienze e della tecnica, la Zivilisation, non garantisca un automatico miglioramento dei valori culturali e spirituali di un popolo, la Kultur [23].

L'accentazione critica di Friedrich Nietzsche che spazza via ogni illusoria convinzione illuministica e positivistica sul progresso umano,[24] influenza profondamente, dopo i massacri della seconda guerra mondiale, la Scuola di Francoforte [25] e la filosofia di Martin Heidegger.

Il tema del progresso in filosofia diviene oggetto anche degli studi antropologici, sociologici ed etnografici che delineano come si debba abbandonare l'ottimistica visione di progresso basata su una concezione evoluzionistica e come non si possa credere ad un'unica direzione assunta dall'evoluzione umana e soprattutto come non si possano applicare alle civiltà passate e alle diverse culture contemporanee gli stessi discutibili elementi valutativi della società industriale europea.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Esiodo, Le opere e i giorni, versi 109 e sgg
  2. ^ Ovidio, Metamorfosi, I 89-90
  3. ^ Ubaldo Nicola, Atlante illustrato di filosofia, Giunti Editore Firenze, 2000 p.173
  4. ^ Seneca, Naturales Quaestiones VII 25, 4-5 (trad. di P.Parroni)
  5. ^ Ubaldo Nicola, Op. cit. ibidem
  6. ^ Giuseppe Brescia, Sant'Agostino e l'ermeneutica del tempo: analisi e trasposizioni, Edizioni Spes p.209
  7. ^ George Steiner, Una certa idea di Europa (The idea of Europe), X Nexus Lecture, traduzione di Oliviero Ponte di Pino, prefazione di Mario Vargas Llosa, prologo di Rob Riemen, Garzanti, Milano, 2006 p. 23
  8. ^ G. Bruno, La cena delle ceneri
  9. ^ Maurizio Pancaldi, Mario Trombino, Maurizio Villani, Atlante della filosofia: gli autori e le scuole, le parole, le opere, Hoepli Editore, 2006 p.204
  10. ^ Abate di Saint Pierre, Osservazioni sul continuo progresso della ragione universale, 1737
  11. ^ Il Progresso delle scienze, delle lettere e delle arti, Volumi 4-6, Tipografia Flautina, 1833 p.213
  12. ^ Vedi Discorso preliminare della Encyclopédie
  13. ^ J. Turgot, Discorsi, (1756)
  14. ^ Condorcet, Abbozzo di un quadro storico dei progressi dello spirito umano (1792)
  15. ^ Alberto Cento, Condorcet e l'idea di progresso, ed.Parenti, 1956
  16. ^ Vedi: Lessing, Educazione del genere umano, (1780); Herder, Idee per una filosofia della storia dell'umanità (1784); Kant, Idea di una storia universale dal punto di vista cosmopolitico, (1784); Fichte, Tratti fondamentali dell'epoca presente, (1806); Hegel, Lezioni sulla filosofia della storia, (1837)
  17. ^ Maria Moneti, Enciclopedia Garzanti di Filosofia, 1981 p.732
  18. ^ Saint-Simon, L'industria (1818), Catechismo degli industriali (1824)
  19. ^ Spencer, Primi principi, (1862)
  20. ^ Sotto il titolo della poesia l'autore ha collocato una citazione («Καὶ ἠγάπησαν οἱ ἂνθρωποι μᾶλλον τὸ σχότος ἢ τὸ φῶς. - E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce») tratta dal Vangelo di Giovanni (III, 19) che, come commenta Carlo Salinari «ha valore ironico contro lo spiritualismo e il vacuo ottimismo». (Storia della letteratura italiana, Laterza ed., 1991, pag. 759) Così recita la poesia: «[...] A queste piagge/Venga colui che d’esaltar con lode/Il nostro stato ha in uso, e vegga quanto/È il gener nostro in cura/All’amante natura. E la possanza/Qui con giusta misura/Anco estimar potrà dell’uman seme,/Cui la dura nutrice, ov’ei men teme,/Con lieve moto in un momento annulla/In parte, e può con moti/Poco men lievi ancor subitamente/Annichilare in tutto./Dipinte in queste rive/Son dell’umana gente Le magnifiche sorti e progressive» (G.Leopardi, - Canti - XXXIV - La ginestra, o il fiore del deserto)
  21. ^ H. Keyserling, Giornale di viaggio di un filosofo (1919)
  22. ^ O. Splenger , Il declino dell'occidente (1918-1922)
  23. ^ Thomas Mann, Considerazioni di un impolitico, (1918)
  24. ^ F. Nietzsche, Sull'utilità e il danno della storia per la vita (1874)
  25. ^ M. Horkheimer e Th. Adorno, Dialettica dell'illuminismo (1947)

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • N. Abbagnano, Dizionario di filosofia, UTET, Torino 1971 (seconda edizione).
  • Centro Studi Filosofici di Gallarate, Dizionario delle idee, Sansoni, Firenze 1976.
  • Enciclopedia Garzanti di Filosofia, Garzanti, Milano 1981.
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