Cleto (Italia)

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Cleto
comune
Cleto – Stemma Cleto – Bandiera
Cleto – Veduta
Localizzazione
Stato Italia Italia
Regione Coat of arms of Calabria.svg Calabria
Provincia Provincia di Cosenza-Stemma.png Cosenza
Amministrazione
Sindaco Giuseppe Longo (Stella del Sud) dal 15/05/2011
Territorio
Coordinate 39°05′00″N 16°10′00″E / 39.083333°N 16.166667°E39.083333; 16.166667 (Cleto)Coordinate: 39°05′00″N 16°10′00″E / 39.083333°N 16.166667°E39.083333; 16.166667 (Cleto)
Altitudine 250 m s.l.m.
Superficie 18 km²
Abitanti 1 348[1] (31-12-2010)
Densità 74,89 ab./km²
Frazioni Contrada Gioiosa, Contrada Passamorrone, Contrada Pianta, Contrada Vespano, Marina di Savuto, Savuto
Comuni confinanti Aiello Calabro, Amantea, Martirano Lombardo (CZ), Nocera Terinese (CZ), San Mango d'Aquino (CZ), Serra d'Aiello
Altre informazioni
Cod. postale 87030
Prefisso 0982
Fuso orario UTC+1
Codice ISTAT 078042
Cod. catastale C795
Targa CS
Cl. sismica zona 1 (sismicità alta)
Nome abitanti cletesi
Patrono sant'Antonio da Padova
Giorno festivo 13 giugno
Cartografia
Mappa di localizzazione: Italia
Cleto
Posizione del comune di Cleto all'interno della provincia di Cosenza
Posizione del comune di Cleto all'interno della provincia di Cosenza
Sito istituzionale

Cleto (Petramala in dialetto locale) è un comune italiano di 1 345 abitanti[2] della provincia di Cosenza in Calabria. Posto sulle colline di fronte alle Isole Eolie, il fiume Savuto e la presila cosentina.

Storia[modifica | modifica sorgente]

Origini (X secolo a.C.)[modifica | modifica sorgente]

Il castello di Cleto

Nel periodo della guerra di Troia, X secolo a.C., la regina delle amazzoni Pentasilea "rimase uccisa in battaglia da Achille, Cleta sua nutrice, che l'amava con tenerezza, nell'udire la triste notizia, posta su una nave e accompagnata da molta gente, partì col pensiero di poterle dare onorata sepoltura". Così, Cleta, ancella di Enea "come fu nei nostri mari scese a terra e o perché trovò impossibile compiere il pietoso ufficio o forse perché le piacesse l'amenità del sito decise di non passare più oltre, vi si fermò ed edificò la città che dal suo nome si chiamò Cleto" realizzando così la profezia di Cassandra. "La città crebbe di popolo e di forze", tanto che all'epoca dello splendore della Magna Grecia entrò in guerra con Crotone (anno 16 a.C.). I Crotoniati, con un esercito, uccisero la regina, la quale, prima di morire, ebbe ad esprimere il desiderio che tutte le regine che avrebbero regnato dopo di lei portassero il suo nome; così "tutte le regine della città furono dette Cleta". Nell'Alessandra di Licofrone si assume che Caulone, figlio dell'amazzone Cleta, sia il fondatore della città di Caulonia.

Come Terina e come Temesa, Cleta fu colonia di Crotone; e come Temesa si affrancò dalla città di Pitagora e divenne libera. Distrutta nel 16 a.C. dall'esercito di Crotone, Cleta conosce un periodo di decadenza che si trascina fino all'anno Mille, quando la Calabria è costituita da una moltitudine di villaggi montani, isolati e autosufficienti, che fanno da corona ad una campagna abbandonata ed alle coste in preda alla malaria.

L'antica Cleto, durante la dominazione normanna mutò il suo nome in Pietramala e il nome rimase tale fino al 1862 quando divenne Cleto. Anche sul nome Pietramala le congetture sono molteplici, oltre che alla possibilità che il nome derivi dalla famiglia feudataria, si pensa che abbia qualche legame con la posizione: Pietramala nel senso di "pietra dura", cattiva, come scrive Vincenzo Padula: «Pietra grande, pietra inaccessibile a guisa di Piramide, (…) le sole formiche possono salire in Pietramala». C'è ancora un'altra versione che i nativi sono soliti raccontare e che il Padula riporta nei suoi scritti: «Un vescovo essendovi rotta una gamba, volle che si chiamasse Pietramala». Nei Registri Angioini che misurano la popolazione calabrese del 1276, Pietramala è presente con 214 abitanti. Le vicissitudini del maniero e del feudo a cui Cleto apparteneva non possono che identificarsi con quelle dei feudatari che lo ebbero in possesso nel corso dei secoli, i quali costituiscono le uniche fonti attendibili per ricostruirne la storia. Impresa di certo non semplice, considerato il numero dei feudatari che si sono succeduti, dei quali non si hanno documenti cospicui, se non riferiti all'ultimo periodo di possedimento signorile.

Si può ipotizzare la presenza di un abitato fortificato già in periodo altomedievale, poiché sono attestate nel periodo normanno notizie riguardanti il feudo di Pietramala, legate alla Badia dell'ordine Florense di Fontelaurato. Divenuta estremamente importante e influente, l'abbazia ebbe il governo di vasti possedimenti e tenute, oltre che a Fiumefreddo Bruzio, anche a Pietramala, Savuto e Nocera Terinese, nel cui territorio vantava il possesso delle coltivazioni del “turbolo”, con case e vigneti aggregati. Questi possedimenti, che si spinsero nell'attuale territorio di San Mango d'Aquino, furono confermati all'abbazia da Papa Clemente IV nel 1267, verso Sud fin oltre il fiume Savuto e a nord fino a Fuscaldo. Contemporaneamente alla crescita dell'Abbazia assurgeva a sempre più importanti posizioni la città di Aiello Calabro, destinato a diventare il centro di uno Stato feudale. La Baronia di Petramala seguì con alterne vicende la storia della Contea di Aiello, della quale era parte integrante insieme con altri castelli e casali e dalla quale riuscirà a ottenere una certa autonomia politica nel corso dei secoli. Le prime intestazioni feudali risalgono al periodo svevo, quando il castello risulta essere appartenuto prima a Jacobus de Petramala, e poi a Goffredo di Petramala.

Periodo Angioino (1266-1442)[modifica | modifica sorgente]

Cleto panoramica.JPG

Nel periodo angioino Petramala, risulta essere casale dello Stato di Ajello insieme ad altri feudi e castelli. La Calabria sotto gli Angioini conobbe un periodo di decadenza, la crescita economica si arrestò, dilagò il latifondo e quando Carlo I D'Angiò distribuì i feudi confiscati ai sostenitori della casa di Svevia tenne da parte i baroni calabresi e favorì i nobili della Provenza che erano venuti in Italia al suo seguito. La rivolta contro il dominio angioino, scoppiata all'arrivo in Italia di Corradino di Svevia (1268), figlio di Federico II, vide la resistenza di Ajello e di Amantea contro Pietro Ruffo. Ma il Giustiziere di Aiello Giovanni Brayda e l'Arcivescovo di Cosenza Tommaso da Lentini assoldarono un gran numero di armati e riconquistarono le città, assieme a quella di Arena, infierendo sui "traditori". I documenti dell'epoca (1269) riportano i nomi, la loro prigionia nel castello di Ajello, le feroci torture: "....extrahi ambos oculos... a radicibus... jumenti trahi et suspendi...". Nel 1269, dunque, Goffredo di Petramala si vide confiscato il feudo e venne bandito dal regno come traditore, per essere rimasto fedele alla Casa Sveva, dalla quale la sua famiglia aveva ricevuto tanti benefici e il feudo passò a Guglielmo de Forest e successivamente a Pietro Barbaro di Napoli.

Mentre Aiello era difesa da un imponente castello (di origine normanna) amministrato da capitani direttamente nominati dal re, Petramala costituiva una fortificazione isolata a difesa del borgo sottostante. Nel 1270 il re Carlo I d'Angiò consegnava il Castello e la Baronia di Petramala al francese Ugo de Foret. Nel 1273-77 risulta feudatario Guglielmo de Foret, un congiunto di Ugo, il quale veniva molestato nei suoi vassalli da Ludovico de Royre, signore di Aiello, tanto che dovette intervenire lo stesso re ad ammonire Ludovico. Nel 1276, Petramala figura fra i nuclei urbani censiti dal catasto angioino con 1271 abitanti, insieme a Nocera Terinese (1325), Martirano (1816) e Nicastro (3637), mentre Ajello, che contava meno di 1000 abitanti, doveva pagare enormi tasse per il mantenimento delle milizie.

Interno del castello di Cleto

Nel 1278-79, fu feudatario di Petramala Giovanni Burbuno, milite e familiare di re Carlo I d'Angiò. Nello stesso tempo il re restituiva il feudo alla regia Curia in cambio di tutti i beni che la stessa possedeva nel casale Limate e consegnava il castello di Petramala a Giacomo di Roma, figlio di Federico, (a sua volta originato da un altro Giacomo, conte di Andria). Nel 1282, in conseguenza dello scoppio della guerra del Vespro, le represse ma non spente forze antiangioine si destarono anche in Calabria e presero a parteggiare per re Pietro d'Aragona, che si considerava erede della corona sveva. La regione visse in quei secoli un periodo difficile, contrassegnato da rivolte contro le angherie francesi, e da guerre di questi contro gli Aragonesi. Carlo I d'Angiò fece costruire in questo periodo, a breve distanza dal castello di Petramala, un ben munito e forte castello sulla sponda settentrionale del fiume Savuto, per poter tenere sotto controllo l'ampia vallata, fino al mare, da dove era persistente il pericolo di sbarco delle navi siculo-aragonesi. Nel 1285, scomparso tale pericolo, i due castelli, quello di Petramala e quello di Savuto, col relativo territorio, furono dati in feudo alla famiglia dei Sersale e ad essi restarono fino al 1452.

Secondo l'Adilardi, che fa riferimento ad un “Regest.1314 c. fol. 240”, Petramala nel 1314 sarebbe stata feudo dei Guinsac, ma su questo casato tale autore non fornisce ulteriore dettagli. Sotto il pontificato di Papa Giovanni XXII (1305-1314), in una nota dei Regesti Vaticani, risulta che Petremala fa parte dei Comuni della Diocesi di Tropea insieme ad Amantea, Nuceria, Augelli, Fluminis Frigidis. Nel 1323 lo spodestato Goffredo di Petramala, che in quegli anni si era rifugiato in Sicilia, tornò furtivamente in Calabria con l'incarico ricevuto dallo stesso re Pietro d'Aragona di sollevare le popolazioni della riviera tirrenica, ma non riuscì mai più a riavere il suo feudo. Insediatisi stabilmente gli Angiò nel Regno di Napoli, Aiello venne incorporata nei beni della corona e da allora dipese direttamente da quei monarchi, che l'amministravano mediante Castellani o Capitani. Nel 1327 Re Roberto confermava nell'incarico di amministratore dei feudi di Aiello, Petramala, Lago, Fagnano, Savutello, Cropani e Zagarise il sorrentino Antonio da Sersale, la cui famiglia già da diversi anni conduceva tali feudi. I primi feudatari del periodo angioino avrebbero avuto Aiello e casali in feudo vita natural durante o per brevi periodi per la mancata continuità dei vari casati. I re angioini, quasi sempre sprovvisti di denaro a motivo delle continue guerre sostenute, avevano maggiore interesse ad alienare spesso e per breve tempo i feudi, che servivano loro anche come premi da conferire ai più meritevoli tra i loro seguaci.

Nel XIV secolo, sembrerebbe attestata la presenza di un casato di Signori di Marano o Marani. Si tratterebbe di una famiglia estinta nel giro di poche generazioni, su cui non mancano riscontri nelle fonti del tempo. Si parla di un Raone investito del castello di Marano e di altri feudi dal re Roberto, nel 1337. Nel 1360 si fanno i nomi di Gilberto, Filippo e Ruggieri, confermati nei loro titoli. Successivamente un Francesco figura come signore di Marano e titolare dei feudi nella valle del Savuto, un Mazzeo ottiene il titolo di capitano della cavalleria e risulta strettamente legato alla potente famiglia Sanseverino.

Nel 1421 Luigi III d'Angiò nomina capitano e castellano di Aiello “Giovanni” conferendogli in feudo le dipendenze di Pietramala, Lago e Savutello. Le terre, passate in proprietà di Andrea, nobile di Sorrento, ed ereditate dalla figlia Antonia e dal marito Artusio Pappacoda, furono vendute nel 1425 a Giovanni Sersale di Sorrento, con l'assenso di Luigi III tramite il suo giudice e consigliere Antonio Telesi.

Periodo Aragonese (1442-1503)[modifica | modifica sorgente]

Savuto di Cleto

Nel periodo aragonese il feudo di Petramala, insieme a Lago e Savuto, è ancora alle dipendenze dello Stato di Aiello. Nell'investitura del feudo di Ajello si succedono due importanti famiglie: i Sersale di Sorrento, casato nel quale si distinse il noto Sansonetto, e la famiglia spagnola dei Siscar, cavalieri premiati dai sovrani per la loro costante fedeltà.

Nel 1442 Alfonso I, detto il Magnanimo, primo re aragonese di Napoli, conferì ai suoi seguaci nell'impresa della riconquista del Regno, privilegi e investiture di feudi. Con un documento datato 24 luglio 1442, fu concessa la castellania e capitania di Agello “pro se et suis heredibus” al nobile Antonio Sersale di Sorrento, signore di Savutello, Petramala e Lago. Il documento indica anche i compensi che avrebbero dovuto formare lo stipendio dei Sersale. Nel 1445 il sovrano gli assegnava uno stipendio annuo di 40 once (240 ducati) per la capitania e castellania della città. In data 26 maggio 1452, con tre lettere indirizzate da Pozzuoli al Commissario del Re nel Ducato calabrese Antonio de Traiecto, all'Università ed uomini di Aiello ed al suo Viceré e Luogotenente Francesco Siscar, il re Aragonese ordinava ai suoi amministrati di voler accogliere benevolmente nelle terre il nobile Sansonetto Sersale, Capitano e Castellano di “Ajello, Petra mala, Sabucto et lo Laco cum tucti loro raduni et pertinencii”.

Nella lettera inviata agli Aiellesi si legge:”Fideles nostri dilecti. Comandamove espressamente de certa nostra scientia per quanto avete cara la gratia nostra che debiate obbedire lo magnifico et fidele nostro Sansonecto Sersaro come Castellano et Capitaneo de questa terra, cussì como avete obbedito so patre per lo passato fini ad altro nostro comandamento in contrario, significandone che sopra questo ia scriviamo al nostro Vice Re di questa provincia et ad Misser Antoni dello Jecto nostro commissario”.

Ma nel 1452 e nel 1453 il re dovette intervenire a favore del Sersale, chiedendo aiuto anche al Viceré di Calabria, il suo devoto Francisco (de) Siscar di Valencia. Sansonetto si era reso in realtà protagonista di diverse angherie a danno della popolazione, e forse, rientrava tra quei feudatari il cui arrogante strapotere dava fastidio al governo centrale. Ma soprattutto aveva favorito gli Angioni nei loro tentativi di riconquista del regno: Giovanni d'Angiò era infatti sbarcato nel novembre del 1459, ed aveva nominato "il Mag.co" Giovanni Bertone castellano di Ajello. Le uniche informazioni pervenute dalla raccolta delle fonti archivistiche aragonesi per questo periodo, riguardano le tassazioni relative al sale ed al “focatico”, imposizioni fiscali correnti. Per Petra Mala si hanno diverse consegne di denaro “per lo sale de septembre”. Petramala il 22 settembre consegnava ad Andrea de Ponte, luogotenente di Renzo de Aflicto, regio tesoriere del Ducato di Calabria, tramite Giovanni de Lalina, la somma di 16 ducati, e 7 e ½ grana.

Arco - Cleto

Nello stesso mese, il 28 settembre si versavano 11 ducati, 2 tarì e 15 e ½ grana “in alfosini chinque e lo resto moneta”. “Lo foculeri de Natale” veniva consegnato a Francesco de Alexandro tramite Frantolino de Lioni. Inoltre vennero introdotte le tasse per le concubine dei chierici. Da un documento conservato nell'Archivio di Stato in Napoli si apprende che nel 1457 Don Francesco de Marano, signore di Lago e Laghitello, “venne a convenzione” con Sansonetto di Sorrento e permutò “la mettà di Laco”, che era di suo possesso, con la terra di Petramala. Successivamente però il Marano, assieme a Geronimo Quattromano e a Sione Scaglione, nel 1462 si ribellarono a re Ferrante e questi privò allora il Marano del feudo di Petramala che concesse a Luca Sanseverino “Duca di Santo Marco”.

Nel 1461 lo spagnolo Francesco Siscar fu nominato dal re Ferrante “Generale Locotenente della Provincia di Calabria Citra” (1463-1480) dopo aver sostenuto un assedio di ben sette mesi nel castello di Cosenza a seguito della sollevazione dei baroni in favore di Giovanni d’Angiò. Alla definitiva sconfitta degli angioini (1462) seguì la destituzione, con un regolare processo (1463), del Sersale.

Il 27 aprile 1463 Ferdinando I d'Aragona concesse in feudo al Viceré Francesco Siscar la contea di Ajello con tutte le terre Pietramala, Lago, Laghitello, Serra, Motta di Savutello, per la sua fedeltà e i suoi meriti nel sedare le rivolte di Cosenza (1441) e del Centelles (1444). La dinastia dei Siscar sarà feudataria della Contea di Ajello per oltre un secolo, dal 1463 al 1567. Francesco Siscar rimase alla guida dello Stato di Aiello fino al 1480, ed alla sua morte gli successe il figlio Paolo, il quale durante l'ennesima guerra tra francesi e Aragonesi subì un lungo assedio nel castello di Cosenza dove si era asserragliato per difendere la città dai luogotenenti di Carlo VIII, sceso in Italia per strappare il Regno di Napoli alla corona d'Aragona. Ma la città di Cosenza, nel 1495 cadde in mano ai francesi e Paolo Siscar fedele al suo sovrano si ritirò nel castello di Aiello, concedendo ospitalità a tutti gli esuli. Sconfitti definitivamente i francesi da Consalvo di Cordova, Paolo Siscar fu nominato Viceré di Calabria e da quel momento le fortune di Paolo cominciarono a crescere.

Per potenziare le difese contro i francesi, nel 1472 il Duca di Calabria Alfonso Il aveva visitato, assieme all'architetto militare Antonio Marchesi, i principali castelli calabresi, tra cui quello di Ajello. Ma l'importanza strategica delle fortificazioni andava diminuendo, sia militarmente e sia per la non convenienza politica del potere centrale alla conservazione di tali strutture, se feudali e non demaniali.

Periodo Viceregnale (1503-1706)[modifica | modifica sorgente]

Scalinata verso il castello

Nel 1524, secondo un documento del 1698, godeva del privilegio comitale aiellese D. Alfonso Siscar, figlio di Antonio, cui a primo settembre dello stesso anno veniva spedita la significatoria, tassa consistente in circa 1154 ducati, da pagarsi per il Relevio dovuto per la morte del genitore a proposito del feudo di Petramala “et diverse annue entrate”. Alfonso Siscar morì nel novembre 1528 e gli subentrò il figlio Antonio, cui il 5 ottobre veniva spedita significatoria per ducati 854.2.16 a motivo del Relevio dovuto in seguito al decesso del padre ed in merito alla Contea di Aiello ed altre varie entrate.

Nel 1544 Antonio II espose l'intenzione di vendere per 900 ducati a Gio. Tomaso Brancaleone la terra di Pietramala “cum eius Castro ecc.”;in seguito egli però vendette Petramala con “altre su Terre e Feudi” a D. Geronimo Gesualdo, cui addì 22 marzo 1548 era spedita la significatoria. Successivamente nello stesso anno 1548 il predetto conte venne a patti con Francesca de Vayso, sua ava, alla quale cedette il feudo di Pietramala in cambio di “tutti li suoi beni feudali e Burgensatici sistentino Regno di Sicilia”. Cedendo alla congiunta la giurisdizione civile e criminale, Antonio riservò al Viceconte il privilegio di intervenire nelle composizioni delle cause e fissò nel limite di dieci scudi la tassa relativa.

Nel 1549 il conte di Aiello, con documento scritto, cedeva a D.Giulia Carafa di Napoli, vedova di D.Girolamo Gesualdo, il diritto di ricomprare dal di lui fratello Vincenzo la terra di Petramala, ovvero la cessione dei diritti di ricompera, e dalla zia Francesca Siscar quella di Savuto. Petramala costava a quel tempo ben 5370 ducati e 4600 Savuto. L'acquisto dei due feudi comprendeva le terre con “suo castello, seu fortelleze, homini vaxalli, et redditi de vaxalli, stimo da Iurisdizione civile, criminale, et mixte, mero, mistoque Imperio, benj, membri feudi, bagliva, officio de mastro d'atti, ragionj, Iurisditionj, actionj et pertinentie qualsivogliano et Integro suo stato ecc.”. Il documento, una richiesta di regio assenso,è datato 15 settembre 1549.

Il castello visto dal basso

Nell'anno 1552 risultava pagatore dei Relevi relativamente ad Ajello,Petramala e Savuto, D.Alfonso Siscar, figlio di D.Antonio. Intorno al 1555, Petramala venne conquistata dai turchi e come riferisce il Martire, “essendo detta terra saccheggiata da' turchi né secoli passati, il buon Marco(Mazza), sacerdote, per voler conservare la sacra pisside coll'ostie sacre venne da loro ucciso in odio della fede, come si ha per tradizione, riportato da Gualtieri nel suo Martirologio”. Un documento datato 1565 scritto da Giacobo Antonio Barbaro, inviato del Consiglio Reale, contiene una descrizione di Ajello, dal quale si ricava che Petramala e Savuto non facevano più parte dello “Stato”. Il passaggio dei poteri dagli ultimi Siscar ai successivi signori si presenta nello Stato di Aiello sia nei documenti che nelle memorie a stampa, abbastanza nebuloso, per cui risulta assai difficile delinearne un'esatta cronologia. Tale inconveniente è dovuto al fatto che a quei tempi le vendite e le ricompere dei feudi si susseguivano in maniera vorticosa.

Nel 1567 si ha lo smembramento dello Stato di Aiello. Nel 1569 Pietramala passò a Paolo Cavalcante, nobile di Amantea mentre nel 1574 la contea di Aiello fu comprata, dopo qualche passaggio di breve durata, dai Cybo-Malaspina, principi di Massa, per 38 mila ducati. L'avvento di questa famiglia, oriunda diGenova, in un feudo del Regno di Napoli, va visto nel contesto di quel grosso movimento di mercanti e nobili genovesi, i quali, avendo anticipato rilevanti somme ai monarchi spagnoli impelagatisi in continue guerre, si contentarono, pur di non perdere quanto avevano imprestato, di acquistare i feudi per incamerarne le pingui entrate. In quegli anni, familiari abitanti di Petramala schiavi dei turchi versavano in Cosenza ingenti somme di denaro per la liberazione dei loro congiunti. Nel 1574 il castello di Petramala pervenne a D. Francesco Murano e da questi a Giovan Tommaso Cavalcante. Nel 1577 la terra di Pietramala venne venduta all'asta ad istanza dei creditori del conte Alfonso Siscar e per ordine della Real Corte, rimanendo aggiudicata a Gio. Tommaso Cavalcante “con le giurisdizioni di Baglive, officio di Mastro d'atti; Banco della Giustizia, e Cognizione delle Cause Civili, Criminali, e miste mero imperio”.

Veduta di Cleto

Morto Gio. Tomaso il 15 luglio 1562, ebbe il privilegio il di lui figlio Pietro Paolo, cui il primo ottobre si spediva la significatoria. Nel 1577 si prestava Regio Assenso alla vendita di Pietramala fatta dal secondo Cavalcante “in beneficio del Dr. Francesco Cavallo (seu Scipione) della Città di Amantea”, che risulta tassato per “detta terra” nel “Cedulario dell'anno 1579". A tale vendita si oppose però l'Università, che presentò un “memoriale all'Illustre Viceré di quel tempo supplicando esser ammessa al R. Demanio” e offrendo di pagare quanto richiesto dal Cavalcante, La Regia Camera, interessata della cosa, approvava in data 7 maggio 1580 e il 26 agosto dello stesso anno spediva il “Regal Privilegio”. Ma da una lettera che “El Rey” di Spagna spediva al “Visorey Lungarteniente Y Capitan General” in data 4 novembre 1580,dobbiamo rilevare che in tale tempo “Scipion Cavallo” risultava “Baron de Petramala”, come pure nel 1582. Non sappiamo quanto tempo il Cavallo sia rimasto titolare del feudo di Pietramala (dal Cedolario 75 sembra fino al 1583), ma certo un tal barone non dovette riuscire ben accetto ai suoi sottoposti se nel 1579 l'Università, che lo considerava sempre “pretenso barone” veniva a denunziarlo per usurpazioni e malversazioni.

Nel 1577 il feudo di Petramala fu acquistato da Scipione Cavallo, patrizio d'Amantea, che ancor prima dell'acquisto aveva commesso varie usurpazioni e soprusi ai danni degli abitanti del luogo, come si ricava da una denuncia sporta alla Regia Corte dall'Università di Petramala contro di lui considerato non legittimo signore ma “pretenso barone”. Nel 1583 gli abitanti si rivolsero alla Regia Corte denunciando il Barone per usurpazioni e maltrattamenti e dopo una lunga lite furono dichiarati liberi da vincoli feudali. Ma non potendo far fronte ai numerosi impegni finanziari ai quali era soggetta, l'Università di Pietramala fu costretta a vendersi, ed il 1603 fu riconosciuto Signore di Pietramala Carlo d'Aquino, il quale ottenne dalla regia Camera il possesso della città per 26.000 ducati. Nel 1601 un D.Carlo Siscara concorse inutilmente all'acquisto del feudo di Pietramala. Nel 1601 l'Università di Pietramala, che frattanto si era affrancata, non riuscendo più a soddisfare i creditori e non trovando rimedio alcuno per sanare i propri mali, dovuti alle tasse ed ai vari esosi Commissari, decise di chiedere alla Real Corte il permesso di uscire dal Demanio e vendersi al miglior offerente. Sempre nel Cedolario si dice che se non si fosse provveduto alla vendita richiesta, Petramala “in breve tempo si saria disabitata non solo con ruina de loro Cittadini, ma anco con danno della Regia Corte”.

Castello di Cleto - veduta

Nell'occasione spuntò ancora Scipione Cavallo, che pretese, come ex-feudatario, di essere considerato il preferito, ma la Regia Camera decise altrimenti e provvide a bandire regolare asta. Tra le tante offerte, pervenne quella di D. Carlo Siscara, a mezzo del procuratore Gio. Domenico Tasone, ma prevalse, addì 1º luglio 1603, quella del Dr. Pietro Alesio Boiano, che offrì per Petramala 22.500 ducati. L'8 luglio successivo però D. Carlo D'Aquino principe di Castiglione depositava nel banco genovese degli “Spinola, Ravaschiero e Lumellino” 26.000 ducati e faceva istanza alla R:Camera d'acquistare lui la Terra di Pietramala. La Regia Camera rispondeva positivamente e l'11 luglio ordinava ala capitano della Terra di Motta S.Lucia d'immettere in possesso del privilegio il d'Aquino, e, per esso, il procuratore Ambrosio Fido. Nei primi anni del XVII secolo e probabilmente nel 1605, anno in cui Filippo III elevò il marchesato di Aiello in ducato, i Cybo-Malaspina, successori di Alberico, comprarono dai d'Aquino il castello ed il feudo di Petramala. Il 1º luglio 1606 Carlo d'Aquino, Principe di Castiglione e Conte di Martirano, acquistò all'asta, a danno di Francesco Scipione Cavallo e per il prezzo di 26.000 ducati il casale di Pietramala col dipendente feudo di Turboli.

Nel 1616 Petramala veniva ad appartenere, come per assenso regio del 2 gennaio, al Dott. Ercole Iannuccio o Giannuzzi. Morto il Dr. Ercole il 26 gennaio 1637, il feudo pervenne al figlio Odoardo, cui nel 1640 era spedita la significatoria e che avrà il feudo fino al 1652. Costui avrebbe accomodato e fortificato il castello modificandolo (nel periodo compreso fra i due terremoti!!!) I Cybo-Malaspina di Aiello mantennero il feudo di Petramala fino al 1629, anno in cui D. Carlo Cybo lo vendette per 30.000 ducati al barone Odoardo Giannuzzi-Savelli. Nel 1616 la Città di Ajello deve ricorrere a prestiti con il barone di Pietramala Ercole Giannuzzi, come documentano atti notarili del 1622 e 1628, e si dice che il duca Carlo Cybo (figlio di Alberico morto il 1623) abbia allora venduto Petramala ai Giannuzzi, tramite il suo agente Sertorio Stefanizzi: in realtà il Principe Cesare D'Aquino, cedente, ne era già titolare dal 1615, e nel 1592 Savuto era passato al conte Carlo D'Aquino. La famiglia Giannuzzi Savelli, avrebbe avuto origine da un Giovannuzzo Savello, figlio di un Dottor Antonio Savello, patrizio romano giunto in Aiello assieme al figlio nel 1421 per sottrarsi a delle persecuzioni politiche.

Sotto i Giannuzzi-Savelli Petramala ebbe un notevole incremento demografico passando dagli 825 abitanti del 1644 ai 1556 abitanti del 1798, e divenne una baronia indipendente, con vita autonoma; tale rimase, per più di un secolo, sotto la stessa signoria, fino all'abolizione della feudalìtà. Il primo barone di Petramala fu Odoardo Giannuzzi-Savelli, a cui successe Giovan Battista Giannuzzi-Savelli che restaurò il castello dandogli miglior forma e fortificandolo. Gli ultimi feudatari furono Emilio e Domenico Giannuzzi-Savelli. Bernardino Giannuzzi-Savelli, figlio di Domenico, divenne Ministro di grazia e giustizia e dei culti (25 maggio 1883-30 marzo 1884) del Regno d'Italia e nominato Senatore il 12 giugno 1881.

Bernardino Giannuzzi-Savelli, Senatore e Ministro di Grazia e Giustizia del Regno d'Italia, 1883 - Sullo sfondo Cleto

- 1630 peste

- 27 marzo 1638 terremoto: a Pietramala 53 morti. Il terribile sisma del 1638 causò in Calabria migliaia di vittime: esse furono molte in Ajello, dove "ruinarono magior parte delle case", ed il castello venne gravemente danneggiato. La città, così come la terra di Pietramala, si vide costretta a rinnovare la richiesta di sgravi fiscali già avanzata a seguito della crisi. I morti furono 53.

Nel 1648 l'Università di Pietramala è terra e titolare di tutte le entrate feudali.

Nel 1656 peste, crisi economica, malaria, incursioni dei pirati turchi, emigrazione. - Austriaci (1707 – 1734); - Borboni (1734 – 1806); - Francesi (1806 – 1815). La popolazione accolse di nuovo con entusiasmo gli spagnoli, con il re Carlo III di Borbone che attuò una politica liberale, diminuendo i privilegi dei nobili e del clero, realizzando il censimento catastale (1741), incentivando l'economia ed il progresso sociale. Poca importanza ha, con il generale abbandono delle fortificazioni, che il castello fosse ormai distrutto, come attesta un atto notarile del l789, in cui vediamo un esponente della famiglia Giannuzzi, Scipione, rappresentare il Di Tocco. Nel 1799, il cardinale Ruffo, a causa dello schieramento di Ajello in favore della repubblica partenopea, sequestra il feudo ai Cybo-Di Tocco, nominando amministratore il barone Lelio de Dominicis sino al 1801. Quindi il feudo fu perso definitivamente a causa delle leggi sull'eversione della feudalità (1806 – 1808).

Nel decennio francese la cittadina passa nella giurisdizione del cantone di Belmonte, quindi nel governo di Rogliano, sino al 1811, anno in cui diventa capoluogo di Circondario (comprendente Terrati, Serra, Lago, Laghitello, Pietramala e Savuto).

Risorgimento e 900[modifica | modifica sorgente]

Pietramala partecipa al movimento risorgimentale contro il governo borbonico con Nicola Pagliaro, accusato nel 1847 di cospirare contro la sicurezza dello Stato, e con Federico Spanò e Luigi Scorza, accusati di complicità in un mancato regicidio. Al momento dell'Unità d'Italia, Pietramala, che aggrega pure la frazione di Savuto, arriva a contare complessivamente 1.515 abitanti e nel 1863 il paese cambia la denominazione in Cleto. Nel 1928 la cittadina viene retrocessa a frazione ed aggregata ad Aiello, ma nel 1934 Cleto ottiene di nuovo l'autonomia amministrativa e torna ad essere un Comune.

Nel 1946 la Repubblica vince il referendum: 881 voti contro i 543 dati al sistema monarchico. Nel 1961 Cleto conta 2.492 abitanti, e c'è più gente nella frazione di Savuto (1.180) che nel capoluogo (1.109); il resto vive nella frazione di Torbido (203). Quarant'anni dopo, i dati Istat assegnano a Cleto 1.373 abitanti, con 847 abitazioni a fronte di 486 famiglie.

Patrimonio artistico[modifica | modifica sorgente]

La Chiesa del SS Rosario

Si accede al centro storico mediante quattro porte: Porta Pirillo a sud, Porta Forgia ad ovest, Porta Cafarone ad est e Porta Timpone a nord-ovest Alla sera le porte venivano chiuse e sorvegliate e il paese s'isolava così dal resto del territorio. Porta Pirillo così chiamata perché la piazzetta antistante aveva ed ha la forma di una pera; Porta Forgia antistante un'altra piazzetta ove i "forgiari" lavoravano il ferro per costruire le armi; Porta Cafarone chiamata così dal nome della persona addetta alla sorveglianza della gente che ne usciva o ne rientrava; Porta Timpone perché vicino ad un dirupo dal quale era impossibile avventurarsi.

Il Castello di Cleto[modifica | modifica sorgente]

Castello Cleto2.jpg

Le origini del Castello di Cleto sono da far risalire ai Normanni che si stabilirono sulle pendici del monte Sant'Angelo, dove in cima al monte costruirono il castello. Attualmente sono ancora visibili e in perfette condizioni le due torri. All'interno del castello un'ampia cisterna raccoglieva l'acqua piovana.

Chiesa della Consolazione[modifica | modifica sorgente]

Eretta nel 1600 (e restaurata nell'Ottocento), ha un campanile a cuspide ricurva con manto di maiolica policroma (XVII secolo) di chiaro stile Bizantino, affreschi ottocenteschi di R. Aloisio da Aiello e un dipinto ad olio su tela, con la Madonna della Consolazione, purtroppo trafugato. Su tutto il pavimento della Chiesa è raffigurato a mosaico e in diverse dimensioni il Fiore della vita.

Chiesa di Santa Maria Assunta[modifica | modifica sorgente]

La Chiesa Matrice risale al 1500. Ha una struttura a 3 navate, senza transetto con un'abside semicircolare collocato ad est. Analizzando la struttura, è ben evidente nella parte del prospetto sud, un arco in pietra tamponato, testimonianza di un antico impianto, forse modificato o ricostruito a causa dei vari terremoti che hanno interessato la zona in passato. Sono presenti due portali: uno nella facciata principale di fattura seicentesca; il secondo sul lato nord, una semplice arcata a tutto sesto, che poggia su degli elementi in pietra. Il campanile ha forma quadrata e s'innalza a tre livelli scanditi da cornici modanate. Ha una copertura conoidale, rivestita d'intonaco, su un tamburo ottagonale. La struttura è costruita completamente in muratura portante con la pietra locale. Si notano diversi interventi quali il tamponamento da alcune finestre originali in pietra, la trasformazione delle esistenti e uso di materiali moderni. Internamente si possono ammirare una serie d'elaborati stucchi che ricoprono tutte le navate, realizzati da anonimi maestri artigiani, completamente di color bianco (voluto o causa dei lavori non terminati) particolare nel suo genere.

Chiesa del Santissimo Rosario[modifica | modifica sorgente]

Detta anche Chiesa Castellense, è ubicata in cima al centro storico alla porte del castello.

Il Castello di Savuto[modifica | modifica sorgente]

Situato nella vicina frazione di Savuto si conosce ben poco sia riguardo ai castellani che si susseguirono al potere, sia riguardo ai rimaneggiamenti che subì nel corso dei secoli. Del castello oggi esistono solo i ruderi dei muri perimetrali ed il portale di epoca rinascimentale. Su uno di questi ruderi si nota un'iscrizione dedicata a Eliodora Sabbasia, moglie del Regio Thesoriere di Calabria Citra, risalente al XVI sec. mentre adiacente al castello si riscontrano i ruderi dell'oratorio medioevale.

Fontana Cece[modifica | modifica sorgente]

L'area di Cece, località Pantano, è di eccezionale rilevanza archeologica. In essa recenti scavi hanno portato alla luce una tomba a grotticella intatta e risalente al XIV secolo a.C. i cui reperti si trovano presso l'Università degli Studi di Perugia. In precedenza (primo Novecento) l'Archeologo Paolo Orsi ha rinvenuto due asce di rame datate alla fine dell'Eneolitico e altri reperti in bronzo ora conservati al Museo Archeologico di Reggio Calabria.

Percorsi naturalistici[modifica | modifica sorgente]

Comprende la zona panoramica monte Sant'Angelo (zona castello da cui si domina con stupore il litorale tirrenico fino alle Isole Eolie), la contrada Santa Barbara in una fitta pineta e l'area Difesa-Illjzzi, a 5 km dal centro, adibita a pic-nic. Di particolare suggestione è il percorso nel Vallone San Giovanni ricco di acqua, cascatelle e di scorci sul Castello di Cleto.

Posizione geografica e clima[modifica | modifica sorgente]

Il paese è posto ad una altitudine di circa 200 metri s.l.m. ai piedi del monte S.Angelo. Distante dal Mar Tirreno pochi chilometri. La posizione collinare fa sì che si abbia un clima molto secco, con estati caldissime ed inverni miti. La vegtazione è quella tipica della macchia mediterranea, il territorio è coperto interamente da ulivi e nella zona del fiume Savuto di arance e limoni. La produzione dell'olio è una delle basi dell'economia locale, oltre al turismo e l'agricoltura in generale. Molti sono anche i piatti e i prodotti tipici. Di grande interesse è la fauna del luogo della quale fanno parte varie specie di uccelli rapaci, volpi, cinghiali e nella zona montana anche lupi.

Iniziative[modifica | modifica sorgente]

Dal 2005 ogni estate si svolge l'evento Cletarte con mostre d'arte moderna a tema, che vedono la partecipazione di artisti di varia provenienza.

Da agosto 2011, anno in cui si è tenuta la prima edizione, va avanti l'evento Cleto Festival, rassegna culturale che si è articolata su 3 giorni di concerti, mostre e convegni e che ha riscosso un grande successo popolare per la sua "Essenza", tema su cui si è svolta la kermesse dove tra gli altri artisti che vi hanno partecipato era presente Baba Sissoko, noto musicista etnico. Nell'edizione 2012 sono stati ospiti i Taranta Terapy mentre nel 2013 hanno partecipato artisti legati al progetto Musica contro le mafie che ha visto la partecipazione della Spasulati Band e Federico Cimini. Visti i risultati ottenuti, l'associazione La Piazza organizzatrice del festival ha avviato una serie di eventi sparsi nel resto dell'anno che puntano a rivitalizzare il centro storico che si riveste delle tradizioni e dei sapori di altri tempi.

Come arrivare[modifica | modifica sorgente]

In auto[modifica | modifica sorgente]

Cleto è facilmente raggiungibile dall'autostrada Salerno-Reggio Calabria uscendo all'uscita Falerna, proseguendo poi direzione nord verso Campora San Giovanni, da qui si sale verso la collina per 10 km.

In aereo[modifica | modifica sorgente]

Distante solo 28 km dall'Aeroporto di Lamezia Terme, si può prendere l'autobus di linea a Campora San Giovanni, Cleto, Aiello Calabro

In treno[modifica | modifica sorgente]

Fermata Amantea, la stazione dista 16 km da Cleto.

Persone legate alla città[modifica | modifica sorgente]

Evoluzione demografica[modifica | modifica sorgente]

Abitanti censiti[3]

Amministrazione[modifica | modifica sorgente]

Gemellaggi[modifica | modifica sorgente]

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Carlo Zupi - Cosenza Città e Provincia - Cosenza 1902
  • Vincenzo PadulaProtogea ossia l'Europa preistorica Napoli 1871
  • Autori vari - Calabria Prima e dopo l'Unità Universale LaTerza
  • Vito Teti Il senso dei luoghi, Donzelli Editore, Roma 2004
  • Franco Pedatella, Il Castello di Cleto
  • Stefania Aiello - "Il Castello di Petramala-le ragioni di un restauro strutturale", Calabria Letteraria Editrice-2010
  • Lorenzo Guzzardi - atti convegno "A Sud di Velia" Istituto per la Storia e l'Archeologia della Magna Grecia-Taranto-1990

Videografia[modifica | modifica sorgente]

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Dato Istat - Popolazione residente al 31 dicembre 2010.
  2. ^ Dato Istat al 30/11/2010
  3. ^ Statistiche I.Stat - ISTAT;  URL consultato in data 28-12-2012.
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