Castello di Torrechiara
| Castello di Torrechiara | |
|---|---|
| Ubicazione | |
| Stato attuale | |
| Regione | Emilia-Romagna |
| Città | Torrechiara, frazione di Langhirano |
| Indirizzo | Strada Al Castello 1, 43013 Langhirano |
| Coordinate | 44°39′19.33″N 10°16′25.36″E |
| Informazioni generali | |
| Tipo | castello |
| Costruzione | 1446-1460 |
| Materiale | pietra e laterizio |
| Primo proprietario | Pier Maria II de' Rossi |
| Condizione attuale | ristrutturato |
| Proprietario attuale | Demanio |
| Visitabile | sì |
| Sito web | sito ufficiale |
| Informazioni militari | |
| Funzione strategica | difensiva abitativa |
| [1] | |
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Il castello di Torrechiara è un maniero quattrocentesco dai tratti contemporaneamente medievali e rinascimentali.[2] Collocato sulla cima di un colle roccioso panoramico alle porte della Val Parma, è affiancato dal piccolo borgo medievale di Torrechiara, frazione di Langhirano, in provincia di Parma.[3]
Voluto dal conte Pier Maria II de' Rossi quale possente struttura difensiva ed elegante nido d'amore per sé e l'amante Bianca Pellegrini,[4] è considerato uno dei più notevoli,[3] scenografici[5] e meglio conservati castelli d'Italia,[2] nonché uno dei "più begli esempi di architettura castellana quattrocentesca" del Paese.[6] Dal 1911 monumento nazionale italiano,[5] è inserito nel circuito dell'Associazione dei Castelli del Ducato di Parma, Piacenza e Pontremoli.[7]
Dal 1º giugno 2024 afferisce al Complesso monumentale della Pilotta di Parma.[8]
Storia
[modifica | modifica wikitesto]Il castello originario
[modifica | modifica wikitesto]L'originario fortilizio di Torchiara fu costruito in epoca medievale; la prima testimonianza della sua esistenza risale al 1259, quando il podestà di Parma ne deliberò l'abbattimento, in quanto più volte utilizzato dai ribelli come rifugio e base d'attacco alla città.[9][10][11] Nel 1267 il Comune di Parma stabilì di non ricostruire più alcuna fortificazione in zona.[12][13]
Ciò nonostante, pochi anni dopo la famiglia Scorza edificò sulle rovine una casaforte, che nel 1293 fu attaccata e distrutta per volere del podestà Marco Giustiniani, come reazione a un'ingiuria fatta da Egidiolo Scorza nei confronti del figlio di un certo Carretto.[12][13][14][15] Nel 1297 il Comune di Parma decretò che non potesse esservi più ricostruita nessuna struttura difensiva.[12][16][17]
Fu disatteso anche questo divieto e nel 1308 Gilio Scorza accolse a Torrechiara per la famiglia Lupi i marchesi Bonifacio, Rolando e Lupo e per la famiglia Rossi i fratelli Ugolino e Guglielmo, tutti cacciati da Parma per volere di Giberto III da Correggio.[12][14][18][19] Dopo aver ricostruito il maniero, i ribelli ne fecero la loro base per la conquista della fortificazione di Giarola, appartenente al monastero di San Paolo. Giberto reagì immediatamente: dapprima attaccò e distrusse il castello di Giarola, poi mosse contro la casaforte di Torrechiara, che pose sotto assedio, raggiungendo dopo lungo tempo un accordo con Rolandino Scorza, figlio di Gilio.[20][21] Nel 1313 Cabrietto Scorza, fratello di Rolandino, e Guglielmo de' Rossi si allearono e attaccarono Giberto su vari fronti;[22] nel corso degli scontri la fortezza di Torrechiara fu presa d'assalto e distrutta.[12][23]
Il castello dei Rossi
[modifica | modifica wikitesto]Tra il XIV e gli inizi del XV secolo i conti Rossi estesero notevolmente i propri domini in buona parte del Parmense, fino a controllare quasi interamente il territorio compreso tra le valli dei torrenti Parma e Baganza.[24]
Nel maggio del 1448, senza alcuna opposizione da parte del Comune di Parma, Pier Maria II de' Rossi diede avvio al cantiere di costruzione di un grande castello[18][25][26][27][28] sulle rovine dell'antico fortilizio di Torrechiara,[18][29] intervenendo personalmente nel disegno delle strutture difensive.[4][25][28][30] Per consentire di ampliare la superficie di appoggio dell'edificio, il Conte fece realizzare un'ampia piattaforma sulla cima del colle, retta sull'intero perimetro da massicce murature rinforzate da contrafforti.[31] Grazie alla sua posizione di eccezionale visibilità in tutta la vallata, la nuova possente fortezza, rientrante nell'ambizioso progetto di ristrutturazione territoriale dei domini rossiani, estesi su circa un quinto del Parmense, doveva dimostrare il ruolo di primo piano della famiglia nella zona.[32] Lo scenografico maniero, dal carattere fortemente difensivo grazie alla tripla cerchia muraria e ai quattro massicci torrioni angolari,[7] nasceva anche quale elegante dimora isolata ove il conte potesse incontrare l'amante Bianca Pellegrini di Arluno;[4] per questo Pier Maria si rivolse ai più importanti artisti della zona per decorare le sale interne e in particolare la Camera d'Oro, che fu affrescata in stile gotico da un artista ignoto, sul cui nome gli studiosi si dividono: molti storici propendono per Benedetto Bembo, alcuni critici per Francesco Tacconi e altri ancora per Bonifacio o Girolamo Bembo.[28][33][34][35][36] I lavori di costruzione furono completati nel 1460.[18][25][27][28][37]
Nel 1464 il Conte assegnò nel testamento il castello a Ottaviano,[38] che, pur risultando formalmente figlio di Bianca e del marito Melchiorre Arluno, in realtà era molto più probabilmente figlio naturale dello stesso Pier Maria.[39] Tuttavia, Ottaviano premorì al Conte, perciò i beni a lui destinati furono assegnati all'erede principale Guido.[38]
Probabilmente verso il 1475 fu edificata la galleria coperta di collegamento tra il maniero e il borgo; l'ingresso principale all'epoca era collocato all'interno di un rivellino affacciato sul lato opposto, verso il rio delle Favole.[10][28]

In seguito all'assassinio di Galeazzo Maria Sforza nel 1476, la situazione per Pier Maria, suo fedele alleato, subì un profondo cambiamento, che si accentuò soprattutto dopo l'ascesa al potere di Ludovico il Moro: quest'ultimo fin da subito si affiancò come consigliere Pallavicino Pallavicini e iniziò a favorire la sua famiglia, mentre allo stesso tempo rivolte onerose richieste al Rossi, che rifiutò di accettarle. Il Conte, ormai isolato, cercò l'appoggio da parte dei veneziani, in vista degli ormai inevitabili scontri. Nel febbraio del 1482 scoppiò infatti la disastrosa guerra dei Rossi,[40] che Pier Maria non riuscì a portare a termine: il Conte morì nel maniero di Torrechiara il 1º settembre di quello stesso anno[41][42] e, secondo la leggenda, fu esposto per alcuni giorni seduto in trono nella Camera d'Oro, per poi essere tumulato nell'oratorio di San Nicomede.[33][34][41] In seguito alla spartizione dell'eredità, la fortezza passò a Guido, ma il suo possesso durò soltanto pochi mesi:[33][34] dopo il castello di Felino, anche quello di Torrechiara, posto sotto assedio da Gian Giacomo Trivulzio nel maggio del 1483, il mese seguente si arrese alle truppe milanesi non appena giunse la notizia della fuga del Rossi dapprima a Genova[43][44] e successivamente a Venezia. Le principali rocche rossiane di Felino, Torrechiara e San Secondo furono assegnate a Leone Sforza, figlio minore di Ludovico il Moro, che ne divenne amministratore.[45] Alla morte del giovane, avvenuta nel 1496, i tre feudi passarono, per qualche tempo, alla duchessa Beatrice d'Este, sempre per donazione del marito Ludovico.[46]
In seguito alla conquista del ducato di Milano da parte dei francesi nel 1499, il castello di Torrechiara cambiò proprietario più volte. Il re Luigi XII investì dei manieri di San Secondo, Felino e Torrechiara Troilo I de' Rossi, figlio di Giovanni il "Diseredato", ma il conte poté prendere possesso solo del primo; il cugino Filippo Maria de' Rossi, figlio di Guido, poteva infatti contare sull'appoggio di alcuni abitanti dei due feudi, che si opposero all'ingresso di Troilo; per questo nel mese di settembre Gian Giacomo Trivulzio si recò a Felino e Torrechiara in veste di luogotenente regio intimando ai castellani di consegnare le rocche al legittimo proprietario. Tuttavia, in ottobre, nonostante le proteste di Troilo, il re assegnò Torrechiara e Felino al maresciallo Pietro di Rohan, signore di Giè.[6][47] L'anno seguente Filippo Maria, alleato dei veneziani e di Ludovico il Moro, quando quest'ultimo si rimpossessò di Milano, occupò con facilità i due manieri,[6][48] approfittando dell'assenza del maresciallo.[49] Il successivo ritorno dei francesi spinse Filippo Maria a fuggire a Mantova; Luigi XII riassegnò i castelli di Felino e Torrechiara a Pietro di Rohan,[6][50] che nel 1502 li alienò per 15 000 scudi al marchese Galeazzo I Pallavicino di Busseto.[6][51]
Nel 1512 Filippo Maria pianificò di riconquistare i manieri di Felino, Torrechiara e Basilicanova, ma fu costretto a desistere[52] e nel 1522 rinunciò definitivamente a ogni pretesa.[53]
Dagli Sforza di Santa Fiora al Demanio
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I castelli di Felino e Torrechiara, unitamente ad altri, passarono per divisione ereditaria a Pallavicino II Pallavicini, che, alla sua morte nel 1522, li lasciò all'unica figlia Luisa. Quest'ultima nel 1545 sposò in seconde nozze il conte Sforza I Sforza, figlio di Costanza Farnese, portandogli in dote le sue proprietà.[6][54][55][56]
Nel 1551, durante la guerra di Parma che oppose il duca di Parma Ottavio Farnese, appoggiato dal re di Francia Enrico II, e il papa Giulio III, aizzato dal governatore di Milano Ferrante I Gonzaga, alleato dell'imperatore del Sacro Romano Impero Carlo V d'Asburgo, il Gonzaga conquistò i due manieri sforzeschi[57] e pose l'accampamento nei pressi della badia di Santa Maria della Neve; poco tempo dopo le truppe ducali di Ottavio, cugino di Sforza, contrattaccarono vittoriosamente il castello di Torrechiara, occupato dal capitano imperiale Ascanio Comneno.[54]
Negli anni seguenti, Sforza I Sforza di Santa Fiora, con l'intento di accentuare la funzione residenziale della fortezza, apportò alcune modifiche alle strutture: fece costruire sulle due grandi torri angolari della seconda cerchia muraria due ampie logge panoramiche affacciate sulla Val Parma, fece allargare numerose porte e finestre, fece abbassare le mura di cinta del borgo e fece demolire parte della terza cerchia della fortezza, trasformando gli spalti in frutteti e giardini pensili.[28][34][58] Il Conte e soprattutto suo figlio Francesco incaricarono inoltre alcuni importanti artisti, tra i quali Cesare Baglione, della decorazione ad affresco delle sale interne.[58][59][60]
Nel 1707 ereditò il titolo di conte di Santa Fiora il cugino Federico III Sforza, duca di Onano, che dal 1673 aveva aggiunto al proprio il cognome della moglie Livia, dando origine alla famiglia Sforza Cesarini.[6][61]
Nel 1821 il duca Marino Torlonia sposò Anna Sforza Cesarini,[62] che portò in dote il castello di Torrechiara.[63]

Nel 1909 i duchi alienarono il maniero a Pietro Cacciaguerra, che iniziò subito a rivendere tutti gli arredi.[6][59][59][64] Nel 1910, in previsione delle celebrazioni del cinquantenario dell'Unità d'Italia, fu avviata la realizzazione di una replica esatta della Camera d'Oro, su progetto dell'architetto Lamberto Cusani, che si avvalse della partecipazione di numerosi artisti, tra i quali i pittori Amedeo Bocchi e Daniele de Strobel, gli scultori Renato Brozzi ed Emilio Trombara e l'ebanista Ferdinando Dall'Argine. L'anno seguente l'opera fu esposta a Roma presso la mostra etnografica delle regioni, ove vinse il primo premio,[65][66] contribuendo in modo decisivo alla notorietà del castello, che fu dichiarato monumento nazionale per interrompere le spoliazioni.[3][67][68] Nel 1912 il Demanio comprò il maniero ormai vuoto e lo aprì al pubblico,[6][33][59][64]

Il 23 dicembre 2008 un forte terremoto causò numerosi danni al maniero, in particolare alle mura esterne della torre di San Nicomede e alla merlatura di coronamento; alcuni ambienti furono immediatamente chiusi e nel 2009 furono effettuati i lavori di consolidamento strutturale dell'edificio. Fu successivamente ristrutturato l'oratorio di San Nicomede al livello terreno, ove fu ricostruito il solaio di copertura crollato agli inizi del XIX secolo; al piano nobile fu così ricreata e restaurata l'originaria sala della Sera, posta al termine dell'infilata delle sale dell'Aurora, del Meriggio e del Vespro; gli ambienti furono riaperti al pubblico nel 2014.[69]
Dal dicembre 2014 l'edificio fu gestito per dieci anni dal Ministero per i beni e le attività culturali tramite il Polo museale dell'Emilia-Romagna, nel dicembre 2019 divenuto Direzione regionale Musei.[70] All'inizio del 2024 furono eseguiti alcuni lavori di restauro del loggiato orientale della Corte d'Onore,[71] mentre il 1º giugno dello stesso anno, su decisione del ministro Gennaro Sangiuliano, il castello fu accorpato al Complesso monumentale della Pilotta di Parma, insieme all'Antica spezieria di San Giovanni e al parco archeologico di Veleia.[8]
Descrizione
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Il castello si erge alla quota di 278 m s.l.m. sulla cima di una collina terrazzata, i cui fianchi orientale e meridionale furono sopraelevati all'epoca della costruzione del maniero per consentire la realizzazione delle strutture difensive.[3] Tra le altezze della collina, della fortificazione e di tutte le sue parti esistono precise proporzioni geometriche, forse appositamente studiate dal progettista sulla base dei primi influssi del Rinascimento.[72]
La possente fortificazione si sviluppa su una pianta pressoché rettangolare attorno alla Corte d'Onore centrale, con quattro torrioni quadrangolari posti alle estremità. Era originariamente circondata da una tripla cerchia muraria in pietra, modificata alla fine del XVI secolo: la più esterna, demolita, attorniava la collina; quella intermedia, abbassata, cinge il borgo esteso a nord del castello; la più interna, in parte sopraelevata, contorna il maniero.[73]
L'edificio era inoltre perimetrato da un doppio fossato:[3] il più esterno, successivamente scomparso, si sviluppava attorno al borgo, mentre il più interno circonda la cerchia muraria più prossima al castello. Entrambi i fossati furono progettati asciutti da Pier Maria II de' Rossi stesso, che in tal modo voleva evitare che chi intendesse tentare la scalata al castello avesse la possibilità di nascondersi nell'acqua.[74]
Il maniero, rivestito in pietra oltre che in mattoni sulla sommità delle torri, si innalza su alte scarpate, appositamente realizzate per motivi strutturali e soprattutto bellici. Oltre alle tre cerchie di mura, ai due fossati, ai doppi ponti levatoi e ai due rivellini, sono numerosi gli accorgimenti difensivi presenti originariamente nella fortezza, dei quali si scorgono ancora le tracce: il doppio articolato percorso di accesso esposto al tiro degli arcieri; le ventiere in legno di chiusura degli spazi tra i merli ghibellini, in seguito coperti da tetti; i camminamenti di ronda compartimentabili; i lunghi beccatelli con caditoie che corrono sui perimetri delle torri e delle facciate esterne di tutti gli edifici;[74] il massiccio mastio sormontato da dongione.[73]
Il prospetto orientale si distingue dagli altri per la presenza dei due avancorpi aggettanti dai torrioni, realizzati alla fine del XVI secolo sopraelevando i bastioni della cerchia muraria più interna; in sommità vi si trovano due grandi loggiati panoramici, affacciati sulla Val Parma e sulla pianura.[28][73]
Ingresso
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In origine erano due gli accessi al castello. Quello principale era collocato a nord-ovest, verso il rio delle Favole: accanto a un baluardo di cui rimangono alcuni resti, si valicava il fossato esterno con un ponte levatoio, che conduceva a un rivellino affiancato da un edificio con un loggiato; da qui un secondo ponte, affiancato da una piccola torre, terminava di fronte alla torre del Leone; di tutte queste costruzioni non si conservano tracce. L'altro ingresso, divenuto in seguito l'unico, è posto a est, verso la Val Parma: un doppio ponte levatoio, successivamente interrato, conduceva al massiccio torrione del rivellino esterno; da qui, un portale si apre su una lunga rampa anticamente scoperta, che giunge di fronte alla torre del Leone, congiungendosi col primo percorso. Da questo punto, un ponte in pietra, anticamente levatoio, valica il fossato asciutto interno, per collegarsi con la torre del Rivellino.[73][75]
Il massiccio torrione del rivellino esterno, interamente realizzato in pietra e addossato alla seconda cerchia muraria, presenta verso l'esterno due diversi portali: quello più piccolo, ad arco a tutto sesto, era in origine destinato ai pedoni; quello più ampio, ad arco ogivale, serviva al passaggio dei carri e dei cavalli. Dei due distinti ponti levatoi si conservano solo le tre alte fessure che ne ospitavano i bolzoni. In sommità sono poste perimetralmente le aperture ad arco ribassato tra gli antichi merli a coda di rondine, coperti dal tetto.[74]
Sul lato ovest del piccolo spiazzo su cui si affaccia la chiesa di San Lorenzo, si innalza la porta di nord-est, che attraverso una ripida rampa coperta, accessibile attraverso un portale ad arco a tutto sesto, conduce al primo cortile; il lungo edificio, originariamente scoperto, è caratterizzato dalla presenza di una fila di beccatelli nella stretta facciata d'ingresso, modificata in sommità, ove si distinguono all'interno del paramento murario gli antichi merli ghibellini.[73][75]
Torri
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Il castello è dotato di cinque massicce torri quadrate, quattro delle quali poste alle estremità del Cortile d'Onore; le strutture sono tutte caratterizzate dalla presenza, in sommità, della fascia di alti beccatelli con caditoie, a sostegno dei camminamenti chiusi perimetralmente da merli ghibellini coperti da tetti.[73][76][77]
Torre del Rivellino
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La torre del Rivellino, che funge da ingresso alla cerchia muraria interna, è raggiungibile dal primo cortile attraversando un ponte in pietra, che sostituisce l'antico doppio ponte levatoio di cui si conservano le tre alte fessure che ne ospitavano i bolzoni; vi si aprono due distinti portali d'accesso, analoghi a quelli del torrione esterno.[54]
In facciata, tra i bolzoni chiusi è collocata un'edicola delimitata da una cornice in arenaria, a sostegno del frontone triangolare; al suo interno si trovava in origine una statua in marmo di Carrara raffigurante Pier Maria II de' Rossi, che probabilmente cadde già nel XVI secolo durante i lavori di restauro del maniero; vi si legge ancora l'iscrizione dettata dal Conte: "Invocato il nome dela redemptrice / Di cuy pronome porto io pietro rosso / Fonday sta rocha altiera et felice / M. de magio quarantaocto era il corso C.C.C.C. / Et cum divino aiuto fu perfecta / Avanti chel sexanta fusse scorso."[25][28][54][78]
All'interno si accede direttamente alla biglietteria, da cui si sviluppa una ripida rampa lastricata in sassi che,[54] attraversando un'ampia arcata cinquescentesca a tutto sesto delimitata da lesene,[28] sale verso il pianoro del castello, affiancandone l'intero prospetto ovest, ove è collocato anche un secondo ingresso alla corte, raggiungibile attraverso una scala in pietra anticamente sorvegliata da un ballatoio coperto.[79]
Al piano superiore della torre del Rivellino si trovano alcuni ambienti spogli dotati di camino, originariamente destinati alle truppe di sentinella; in sommità si affacciano i camminamenti di ronda, nei cui pavimenti si aprono le caditoie chiuse da griglie in ferro.[77]
Torre del Leone
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La torre del Leone, la più alta dell'intero maniero, nacque con funzioni di mastio, nelle immediate vicinanze della torre del Rivellino; si erge infatti sull'estremità nord-ovest del Cortile d'Onore, verso il rio delle Favole, originario accesso del castello.[73]
Sulla struttura di 40 m, uguale alle altre tre torri, si eleva di ulteriori 6 m il dongione merlato, anch'esso coperto da tetto.[73]
La torre deve il suo nome alla presenza dello stemma dei Rossi, raffigurante un leone rampante.[73][77][79]
Torre del Giglio
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La torre del Giglio, posta all'estremità sud-ovest del maniero, si affaccia verso la vallata del rio delle Favole.[77]
Deve il suo nome alla presenza di uno stemma raffigurante un giglio, in onore di Bianca Pellegrini.[77][79]
Torre di San Nicomede
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La torre, posta all'estremità sud-est del castello, si affaccia verso l'alta Val Parma.[77]
Deve il suo nome all'oratorio omonimo collocato alla sua base.[77][79]
Torre della Camera d'Oro
[modifica | modifica wikitesto]La torre, posta all'estremità nord-est, si affaccia verso la Val Parma e la pianura.[77]
Deve il suo nome alla presenza della famosa sala affrescata omonima, collocata al primo piano della struttura.[73][77]
Corte d'Onore
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Il pianoro a sud dà accesso, attraverso un portale ad arco a tutto sesto posto al centro della facciata meridionale del castello, alla Corte d'Onore.[54]
Lo spazio, esteso su una pianta rettangolare di 470 m², è dominato dalle torri angolari; al centro è collocato il pozzo in mattoni,[54][80] profondo 66 m.[78] Al livello terreno dei lati ovest ed est si aprono due diversi porticati.[54]
Il grande porticato occidentale, ad arcate a tutto sesto di ampiezza variabile, è retto da massicce colonne in laterizio coronate da capitelli a cubo scantonato; al suo interno si trova un secondo pozzo, vicino al quale si innesta lo scalone;[54] lo spazio, decorato con la sinopia di un affresco decentrato raffigurante la Vergine in trono col Bambino tra i santi Rocco e Sebastiano, attribuito a Jacopo Loschi, è coperto da ampie volte a crociera.[28][81]
Il porticato orientale, ad arcate a tutto sesto di ampiezza costante, è sostenuto da sottili colonne in mattoni, coronate da capitelli in arenaria scolpiti con disegni differenti, tra cui le iniziali intrecciate di Bianca Pellegrini e Pier Maria II de' Rossi; lo spazio è coperto da una serie di volte a crociera. Sul margine sud si trova una scala che conduce al loggiato del primo piano, che si affaccia sulla Corte d'Onore attraverso arcate analoghe a quelle del livello inferiore.[28][54][82]
Il lato nord, di fronte all'ingresso ad arco ogivale, è caratterizzato dalla presenza al primo piano di tre finestroni rettangolari delimitati da ampie cornici in cotto ad arco a sesto acuto, caratterizzate dalla presenza sul contorno di decorazioni ad archetti intrecciati.[54]
Oratorio di San Nicomede
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L'oratorio, intitolato a san Nicomede, si sviluppa su una pianta quadrata, con ingresso sul margine sud del porticato orientale, ai piedi dell'omonima torre.[28][83]
L'ambiente è accessibile attraverso un portale ad arco a tutto sesto, chiuso dal massiccio portone ligneo originario, caratterizzato dalla presenza degli antichi chiodi decorati con le iniziali intrecciate dei due amanti, che secondo la tradizione furono sepolti sotto il pavimento della cappella.[28][83]
L'oratorio dal 2014 è chiuso superiormente da un solaio piano bianco con travi a orditura bidirezionale, che simula la copertura crollata agli inizi del XIX secolo.[69]
La spoglia sala contiene solo l'altare in muratura, accanto al quale si apre una nicchia gotica ad arco ogivale, delimitata da una cornice in mattoni riccamente decorata. Originariamente vi si trovavano anche altri arredi, alienati agli inizi del XX secolo. Dietro all'altare si stagliava un grande polittico dipinto nel 1462 da Benedetto Bembo, raffigurante al centro la Madonna in trono col Bambino circondati dagli angeli e ai lati i santi Antonio Abate, Nicomede, Caterina e Pietro Martire.[83][84] Sulla sinistra, con accesso dall'adiacente sala di Giove, era collocata una tribunetta lignea realizzata verso il 1475 probabilmente da Arduino da Baiso, costituita da due pareti di pannelli decorati con formelle simili a quelle della Camera d'Oro; ricostruita forse nel corso del XIX secolo, la struttura aveva la funzione di consentire ai castellani di partecipare alle celebrazioni liturgiche senza mescolarsi con gli altri fedeli. Le due opere, rimaste invendute a un'asta del 1914, furono inizialmente collocate per alcuni anni a Firenze nel palazzo Davanzati e successivamente, dopo alcuni passaggi di proprietà, furono acquistate dal Comune di Milano per essere infine esposte nella Pinacoteca del Castello Sforzesco.[64][80][84]
Sale del piano terreno
[modifica | modifica wikitesto]Sala di Giove
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Accanto all'oratorio di San Nicomede si affacciano sul porticato est le tre "sale a giorno", destinate alle dame di corte per la lettura, il ricamo e la musica; gli ambienti traggono il loro nome dai soggetti degli affreschi a grottesche che ne ornano le volte,[85] realizzati da Cesare Baglione e aiuti intorno al 1584, unitamente alle altre stanze del piano terreno a eccezione della sala del Velario dipinta nel 1575.[83][86]
La prima sala, comunicante a sud con la cappella, a sud-est con le prigioni e a nord con la sala del Pergolato,[85] è coperta da una volta a botte, al cui centro campeggia un ovale con cornice mistilinea, contenente, accanto a un'aquila, Giove su una nuvola intento a scagliare un fulmine.[86][87][88]
Il resto della copertura e le ampie lunette da essa sottese sono riccamente decorati con simmetrici affreschi a grottesche realizzati da Cesare Baglione e Innocenzo Martini,[88] raffiguranti con colori accesi su uno sfondo bianco alti templi contenenti bracieri, bucrani, sfingi, ninfe, vasi, uccelli, cornucopie, edicole, intrecci di rami, arabeschi, nastri, animali fantastici e varie figure femminili. Si distingue la parete orientale, ornata con un dipinto rappresentante un'articolata intelaiatura vegetale a sfondo celeste, che funge da appoggio per numerose specie di uccelli.[86][87][88]
Sala del Pergolato
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La seconda sala, collocata al centro dell'ala est, è coperta da una volta a botte, quasi interamente decorata con un affresco a trompe-l'œil raffigurante un pergolato, che interrompe irregolarmente le grottesche rappresentate sul contorno; i dipinti proseguono anche sulle grandi lunette sottese sulle due pareti.[89][90]
Sulle fitte maglie quadrate della pergola lignea, retta da pilastri, si intrecciano i tralci di vite, mentre sullo sfondo celeste, tra i grappoli d'uva, si trovano qua e là uccelli appartenenti a diverse specie, alcune delle quali non autoctone. Sul bordo le grottesche a sfondo bianco, spezzate dal trompe-l'œil, raffigurano sfingi, vasi e figure femminili e mitologiche, tra cui Marte e Venere.[87][89][90][91][92]
Sulle pareti sono inoltre rappresentati finti paesaggi con rovine, piante e muri sbrecciati, simulando con maggior intensità l'effetto dello squarcio dei muri della sala.[87][89]
Sala dei Paesaggi
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La terza sala dell'ala est è coperta da una volta a botte, al cui centro campeggia una cornice rettangolare contenente, tra le nuvole, un grande amorino recante nelle mani fiori di campo; intorno si stagliano quattro ovali, al cui interno sono raffigurate le rovine di edifici sullo sfondo di paesaggi immaginari.[87][93][94]
I simmetrici affreschi a grottesche, estesi sulla copertura e sulle pareti, rappresentano con colori accesi su uno sfondo bianco arabeschi, animali fantastici, figure femminili e, all'interno di cammei di forma rettangolare, lotte tra guerrieri e personaggi mitologici.[94]
Sala della Vittoria
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L'importante stanza, posta al piano terreno della torre della Camera d'Oro, nacque probabilmente quale sala da pranzo, in quanto comunica con i due ambienti di servizio che conducono alla cucina del castello.[87][95]
La sala è chiusa superiormente da un'ampia volta a botte, riccamente docorata, in continuità con le pareti, con affreschi a grottesche dal tono trionfale. Al centro della copertura campeggia un grande ovale con cornice doppia, al cui interno, oltre una finta balaustra retta da colonne, si staglia la Vittoria in volo tra le nuvole, portando tra le mani una corona d'alloro e un ramo di ulivo, rispettivamente allegorici della gloria in terra e della pace con Dio, rese possibili grazie alla tutela garantita dall'imperatore del Sacro Romano Impero e dal papa.[87][95][96]
Intorno, parallelamente all'asse longitudinale della volta si allungano quattro grandi festoni con frutta e fiori, che attirano alcuni uccelli.[95] Alle quattro estremità dell'ovale centrale sono raffigurate altrettante ampie cornici mistilinee, ognuna delle quali racchiude un putto in volo tra le nubi, portando rispettivamente tra le mani una mazza, uno scudo, una spada e un elmo.[97] Ai lati sono inoltre collocati in alternanza due leoni e due sfingi, mentre il resto dello spazio è arricchito da numerosi animali fantastici e figure mitologiche.[95]
Sulla parete che confina con la sala dei Paesaggi si staglia, all'interno dell'ampia lunetta sottesa dalla volta, l'allegoria della Fama, che, seduta su una conchiglia tra alcuni turchi in catene, suona una tromba sottile annunciando a tutti la vittoria, in riferimento alla battaglia di Lepanto.[95][97][98]
Ai lati della finestra posta sulla parete di fronte sono rappresentati i due grandi stemmi dell'imperatore Rodolfo II d'Asburgo e del papa Gregorio XIII, simboleggianti rispettivamente il potere temporale e quello spirituale.[87][95][99]
Altri affreschi a grottesche si trovano sul resto delle pareti, oltre alle raffigurazioni di alcuni paesaggi, una delle quali ricopre la cappa di un grande camino cinquecentesco posto sul lato ovest dell'ambiente.[100]
Sala degli Angeli
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La sala della Vittoria si apre sulle due stanze di servizio, collocate al livello terreno dell'avancorpo aggettante dalla torre della Camera d'Oro; gli ambienti, comunicanti il primo con lo spalto orientale, un tempo coltivato a orto, e il secondo con la cucina, benché destinati alla preparazione di cibi e bevande,[101] furono riccamente decorati con affreschi celebrativi della famiglia Sforza di Santa Fiora da pittori ignoti, rispettivamente nei primi anni del XVII secolo e nel 1575.[97][101][102][103]
La prima sala è coperta da una volta a crociera, ornata con dipinti raffiguranti, uno per spicchio, quattro putti, impropriamente definiti angeli benché privi di ali; le figure, appoggiate su balaustre, recano tra le mani rispettivamente un anello con diamante, una corona da conte e due rami di melo cotogno.[97][101][103]
Le vele sono separate da larghe cornici riccamente decorate, che convergono in chiave di volta in un cartiglio circondato dalla scritta FRAGRANTIA DURANT HERCULEA COLLECTA MANU, riferita alla prolungata fama delle gesta valorose degli Sforza. Nel mezzo si staglia un altro ramo di melo cotogno, simbolo, insieme al leone, degli Sforza di Santa Fiora.[97][101][103]
Ognuna delle lunette sottese sulle pareti è ornata con un affresco raffigurante prospetticamente una balaustra marmorea, tripartita da due pilastri di sostegno riccamente decorati; su di essa poggiano nel mezzo un cartiglio contenente lo stemma degli Sforza o di una famiglia imparentata e ai lati due uccelli esotici.[101][103]
Sala del Velario
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La sala del Velario, decorata nel 1575 per volontà di Sforza Sforza di Santa Fiora e della moglie Caterina de' Nobili,[104] come testimoniato dalla lacunosa iscrizione che corre sotto la balaustra nella parete verso la cucina SF-SF-ET-CATHE-NOBILIS-UX-MDLXXV,[103] è coperta da una volta a crociera ornata con affreschi raffiguranti in chiave di volta un velario dipinto a cerchi concentrici.[97][103][105] Negli spicchi laterali, separati da esili rami intrecciati, si stagliano nel mezzo, tra piccoli uccelli in volo, quattro cartigli, affiancati da figure mitologiche.[105]
Ognuna delle lunette sottese sulle pareti è ornata con un affresco raffigurante prospetticamente una balaustra marmorea, tripartita da due pilastri di sostegno riccamente decorati; su di essa poggia nel mezzo un grande vaso decorato rispettivamente con lo stemma degli Sforza di Santa Fiora o delle famiglie imparentate dei de Nobili di Montepulciano, dei Pallavicino o dei Farnese.[97][103]
Cucina
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La cucina, collocata al piano terreno dello spigolo nord-est, è collegata con la sala del Velario a sud, con le dispense a nord, con lo spalto settentrionale a ovest, adibito originariamente a frutteto, e, attraverso una scala a est, con una seconda cucina al livello inferiore e con gli alloggi della servitù a quello superiore.[106][107]
L'ambiente rustico conserva un grande camino in pietra, un focolare coi fornelli, uno scaldavivande e un lavello realizzato in muratura, con il ripiano inclinato per consentire lo scorrimento dell'acqua.[106][107][108]
Salone degli Stemmi
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Il grande salone si allunga nell'ala nord, collegando il livello terreno della torre della Camera d'Oro a nord-est e della torre del Leone a nord-ovest; l'ambiente, nato quale sala di rappresentanza, si affaccia con un portale centrale sulla Corte d'Onore e con tre simmetriche portefinestre sullo spalto settentrionale.[109]
La stanza è chiusa superiormente da una volta a botte lunettata in corrispondenza delle tre aperture; le pareti e la copertura sono interamente ornate con affreschi realizzati probabilmente da Giovanni Antonio Paganino, più volte collaboratore di Cesare Baglione, autore invece dei dipinti sui muri alle estremità.[102][106][110]
Il soffitto presenta quattro grandi riquadri con cornice mistilinea, retti da finte architetture con colonnati raffigurati prospetticamente a trompe-l'œil; al centro di ognuno è riappresentato tra le nubi, dietro a una balaustra perimetrale, un putto alato recante un'arma e uno scudo.[106][109][110]
Sul contorno, tra le vele della volta, si stagliano otto grandi stemmi. Nella metà a nord si trovano gli emblemi degli Sforza di Santa Fiora: il primo, ricchissimo di insegne delle famiglie loro collegate con legami di parentela, è cinto dal Toson d'oro; il secondo è riferito al cardinale Guido Ascanio Sforza di Santa Fiora, mentre il terzo a un altro importante prelato della famiglia; il quarto, profondamente danneggiato, non risulta più distinguibile. Nella metà a sud si trovano invece gli emblemi di quattro papi significativi per la casata: Gregorio XIII Boncompagni, suocero di Costanza, sorella del committente Francesco, nominato cardinale proprio da Gregorio; Paolo III Farnese, bisnonno di Francesco; Pio IV Medici, imparentato con gli Sforza tramite Caterina, moglie di Giovanni de' Medici; Giulio III del Monte, fratello della bisnonna di Francesco.[106][109][110]
Le lunette della volta e delle pareti sono decorate a grottesche; tra le numerose rappresentazioni, si distinguono alcune scene dai tratti fortemente ironici, come un ragazzo a cavallo di un ariete e un piccolo teatro in cui si esibiscono un guitto suonatore, una figura femminile alata e un nano.[106][110]
Ai fianchi del portale della parete sud sono raffigurate, al centro di ampi riquadri incorniciati, due grandi carte geografiche di regioni italiane.[106][110][111]
Sala didattica
[modifica | modifica wikitesto]La stanza è collocata alla base della torre del Leone. Nell'ambiente sono esposte a scopo didattico numerose illustrazioni informative della storia del castello e delle sue opere d'arte.[81]
Scuderie
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Le scuderie, accessibili dal porticato occidentale, sono collocate alla base della torre del Giglio.[112]
Il vasto ambiente, destinato a ospitare fino a 10 cavalli, è pavimentato in ciottoli di fiume; vi si trovano, addossati alle pareti, le antiche mangiatoie e gli abbeveratoi in legno.[81][112]
Sale del piano nobile
[modifica | modifica wikitesto]Sala della Sera
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Il loggiato al primo piano del lato orientale della Corte d'Onore dà accesso a quattro ambienti denominati "sale della caccia e della pesca", per via degli affreschi che ne ricoprono le volte e le pareti, realizzati da Cesare Baglione;[81][113] i dipinti, molto simili tra loro, si differenziano per le diverse colorazioni del cielo, riferite a quattro diverse fasce orarie della giornata.[114]
Il percorso completo, creato appositamente alla fine del XVI secolo, in occasione della decorazione delle sale, dividendo in due piani l'alto oratorio di San Nicomede posto all'interno dell'omonima torre, fu interrotto agli inizi del XIX secolo dal crollo del solaio cinquecentesco; per circa due secoli l'infilata di stanze rimase priva della conclusiva sala della Sera, mentre la cappella, a doppia altezza, rimase coperta dagli affreschi a soggetto non religioso. In occasione del restauro del 2014, i due ambienti furono nuovamente separati, ricostruendo il solaio intermedio e ripristinando le aperture cinquecentesche.[69][115]
La sala della Sera, primo ambiente che si affaccia sul loggiato a partire dalla scala del porticato orientale, è chiusa superiormente da una volta a crociera con costoloni, che convergono in chiave di volta in un medaglione raffigurante l'Agnus Dei, unico simbolo religioso sopravvissuto fin dalle origini, quando il soffitto copriva l'oratorio sottostante.[115]
La volta è interamente ornata con affreschi rappresentanti un cielo blu scuro solcato da fitte nubi bianche e numerosi uccelli in volo.[115]
I dipinti che ricoprono le grandi lunette parietali raffigurano, in perfetta continuità col soffitto, paesaggi fantastici, con scene di caccia, che si svolgono tra rovine di castelli, ponti e monumenti; sullo sfondo, si elevano alti e ripidi monti.[83]
La sala si apre sull'ambiente intermedio di comunicazione col loggiato esterno di sud-est attraverso una finestra, ripristinata durante i restauri, decorata con affreschi in continuità con i muri circostanti. Nella stanza è inoltre presente sulla parete nord un camino, chiuso agli inizi del XIX secolo e ricostruito nel 2014.[69]
Sala del Vespro
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La seconda sala da sud si apre, oltre che sulla sala della Sera e sulla sala del Meriggio, sull'ambiente intermedio di comunicazione col loggiato esterno di sud-est, che si affaccia a 270° su tutta l'alta Val Parma.[81]
L'ambiente è coperto da una volta a crociera con costoloni, decorata con un affresco raffigurante in chiave di volta il sole, circondato concentricamente da tutte le sfumature del tramonto, partendo dal giallo, passando per l'arancione, il rosso e il violetto e culminando nel viola scuro sui bordi; sul cielo si stagliano numerosi uccelli in volo tra le nuvole.[116]
I dipinti che ricoprono le ampie lunette parietali raffigurano, in perfetta continuità con la volta,[116] paesaggi immaginari con scene di caccia ad alcuni animali esotici e autoctoni, tra cui cinghiali e cervi, che si svolgono davanti a grandi castelli e rovine; sullo sfondo, si elevano alte colline boscose e monti con cime aguzze.[81][113]
Sala del Meriggio
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La terza sala da sud comunica con la sala del Vespro e con la sala dell'Aurora.[117]
L'ambiente è coperto da una volta a crociera con costoloni, che convergono in chiave di volta in un medaglione decorato con un leone, stemma dei Rossi, sopravvissuto alle modifiche cinquecentesche; il soffitto è ornato con un affresco raffigurante un cielo azzurro attraversato da grandi nuvole bianche, su cui stagliano alcuni cormorani, aironi, falchi e pavoni in volo; le nubi presentano alcune sfumature rosate, mentre il sole, prossimo a tramontare, è rappresentato sullo sfondo della lunetta occidentale.[117]
I dipinti che ricoprono le ampie lunette parietali raffigurano, in perfetta continuità con la volta,[117] paesaggi immaginari con scene di pesca nei fiumi, nei laghi e nel mare, che si svolgono davanti a rovine e grandi castelli; sullo sfondo, si elevano massicci monti con cime aguzze.[81][113]
Sala dell'Aurora
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La quarta e ultima sala da sud comunica con la sala del Meriggio e con la Camera d'Oro.[114]
L'ambiente è coperto da una volta a crociera con costoloni, decorata con un affresco raffigurante in chiave di volta il sole, circondato da un alone giallo-rosato e da una serie di nubi concentriche, dipinte nelle colorazioni rosa, azzurro, blu e viola, tipiche dell'alba. Tra esse si stagliano numerosi uccelli notturni in volo, che si allontanano mentre iniziano a sopraggiungere quelli diurni.[114]
I dipinti che ricoprono le ampie lunette parietali, parzialmente lacunosi, raffigurano, in perfetta continuità con la volta,[114] paesaggi immaginari con scene di caccia agli uccelli, che si svolgono tra le nebbie mattutine davanti a rovine; sullo sfondo, si elevano monti con cime aguzze.[81][113]
Camera d'Oro
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La Camera d'Oro, collocata al primo piano della torre omonima, comunica con la sala dell'Aurora a sud e col salone dei Giocolieri a ovest.[118]
L'ambiente, nato probabilmente quale camera da letto e studiolo privato di Pier Maria II de' Rossi, è conosciuto per il ciclo di affreschi dipinti secondo la maggior parte degli storici da Benedetto Bembo nel 1462, anche se non esistono fonti certe né sulla data di esecuzione né sull'autore, che alcuni studiosi individuano in Francesco Tacconi, altri in Bonifacio Bembo, fratello di Benedetto, altri ancora in Girolamo Bembo, fratello dei precedenti.[3][36][102][119] Le opere costituiscono l'unico esempio in tutta Italia di un ciclo di dipinti rinascimentali incentrati sulla glorificazione dell'amor cortese tra due personaggi realmente esistiti.[120]
Le pareti della sala sono rivestite, fino al piano di imposta della volta a crociera, con formelle di terracotta ornate con altorilievi e coperte originariamente da pitture e da una decorazione in foglia d'oro, asportata entro gli inizi del XIX secolo.[118][119] Le lunette e il soffitto sono dipinti con affreschi fortemente simbolici, celebrativi sia dell'amore tra Pier Maria II de' Rossi e l'amante Bianca Pellegrini, rappresentati nelle varie scene, sia del grande potere del Conte, sottolineato dalla realistica raffigurazione dei suoi numerosi castelli sparsi nel Parmense.[119][120]
Dello studiolo che sorgeva in un angolo della stanza, disperso con gli altri arredi nel 1910, si conserva la finestrella aperta verso la loggia, decorata con affreschi in monocromo, raffiguranti Virgilio e Terenzio e Sansone ed Ercole, simboli rispettivamente di forza intellettuale e fisica.[102][121][122]
La portafinestra della parete orientale si apre con una scala di alcuni gradini sulla loggia di nord-est,[123] simmetrica rispetto alla loggia aggettante dalla torre di San Nicomede. L'ampia terrazza tardo-cinquecentesca, coperta dal tetto sostenuto da una serie di pilastri perimetrali in mattoni, si affaccia a 270° sulla Val Parma e sulla pianura a nord.[124]
Salone dei Giocolieri
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Il grande ambiente, noto come salone dei Giocolieri[81] o degli Acrobati,[102][125] è accessibile direttamente dal loggiato orientale e si allunga nell'ala nord tra la torre della Camera d'Oro e la torre del Leone, sopra al salone degli Stemmi;[125][126] la stanza si affaccia con tre finestre verso la Corte d'Onore a sud e con due verso lo spalto a nord.[81]
L'ambiente, nato come sala di rappresentanza destinata a stupire gli ospiti,[126] è coperto da un soffitto piano, che sostituisce quello originario a cassettoni lignei, fortemente deterioratosi nel tempo.[102] Le pareti sono invece interamente decorate con affreschi realizzati in un breve periodo di tempo da Cesare Baglione, Giovanni Antonio Paganino e probabilmente Innocenzo Martini, che si occuparono ciascuno di un differente ambito di lavoro. Mentre sulla fascia perimetrale superiore corre un ricco fregio composto da venti scene scandite da cariatidi, il resto dei muri è coperto con dipinti a grottesche.[102][127][128]
Gli affreschi, a differenza di quelli del salone degli Stemmi, celebrativi della casata, furono eseguiti con l'intento di glorificare il committente Francesco Sforza di Santa Fiora e i suoi cugini Farnese, duchi di Parma.[81][125]
Ognuna delle pareti corte è caratterizzata dalla presenza di un grande stemma che campeggia in sommità tra le grottesche; a est è raffigurato l'emblema del duca Alessandro Farnese, cinto dal Toson d'oro, mentre a ovest si trova quello di suo figlio Ranuccio I Farnese, reggente al posto del padre fino al 1592 e in seguito suo successore sul trono.[81][128]


Altri quattro stemmi si stagliano sui muri lunghi, accanto alle finestre. Sulla parete sud, lo stemma partito sulla sinistra, cinto dal Toson d'oro, apparteneva probabilmente in origine a Sforza I Sforza di Santa Fiora; vi sono raffigurati un leone rampante, blasone degli Sforza di Santa Fiora, e una colonna, emblema dei principi Cesarini, aggiunta oltre un secolo dopo. Lo stemma partito sulla destra, probabilmente appartenente a Francesco Sforza di Santa Fiora, contiene i blasoni degli Sforza di Santa Fiora e dei de Nobili di Montepulciano, nonni materni del committente. Sulla parete nord, lo stemma cardinalizio sulla sinistra apparteneva a Ferdinando Farnese e quello a destra a Francesco Sforza di Santa Fiora.[81]
Le ricchissime grottesche, dipinte a colori accesi su sfondo bianco, rappresentano templi, uccelli, sfingi, ninfe, vasi, edicole, arabeschi, nastri, animali fantastici e varie figure femminili. La scena più significativa, da cui deriva il nome del salone, è riprodotta al centro della parete nord, sopra al camino: un'ampia cornice mistilinea racchiude un gruppo di equilibristi e giocolieri, che, in bilico su quattro leoni, si esibiscono in una scenografica piramide umana.[125][126][127]
Le pareti corte sono inoltre decorate con due finte porte, aggiunte per simmetria con quelle reali; per aumentare il realismo, vi sono raffigurate due persone di servizio, occupate a trasportare degli oggetti in mano: sulla parete est una serva con un recipiente e su quella ovest un paggio con un vassoio di arrosto.[127]
Il fregio perimetrale in sommità è composto dalla successione di venti scene, realizzate in gran parte dal Baglione, a eccezione delle due centrali dei lati lunghi, eseguite dal Martini o dal Paganino, autore forse anche delle quattro Scene di battaglia. I temi delle raffigurazioni, delimitate da cornici sul contorno e scandite tra loro da cariatidi dorate, si ripetono secondo un preciso schema su ciascuna parete. Sui muri corti le immagini centrali riproducono dei Paesaggi, mentre le due laterali altrettante Figure allegoriche. Sui muri lunghi le scene nel mezzo rappresentano due allegoriche Figure di Vittoria e prigionieri, finalizzate a magnificare la casata degli Sforza di Santa Fiora; ai lati di ciascuna di esse sono rappresentati due Paesaggi, affiancati a loro volta da due Scene di battaglia e alle estremità da due Figure allegoriche.[127]
Sala della torre del Leone
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La sala posta al primo piano della torre del Leone, comunicante col salone dei Giocolieri e con lo scalone del porticato ovest, contenne tra il 1986 e il 2008 la ricostruzione della Camera d'Oro realizzata nel 1911 per l'esposizione etnografica di Roma, rimossa dopo il terremoto per consentire il restauro della stanza, successivamente lasciata sgombra.[3][67]
Percorso di visita
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Il castello è aperto al pubblico dagli inizi del XX secolo e fa parte del circuito dei castelli dell'Associazione dei Castelli del Ducato di Parma, Piacenza e Pontremoli.[7]
Risultano visitabili, oltre agli spalti e alla Corte d'Onore, l'oratorio di San Nicomede, le tre sale a giorno, la sala della Vittoria, le due sale di servizio, la cucina, il salone degli Stemmi, la sala didattica, le scuderie, il loggiato est, le quattro sale della caccia e della pesca, la Camera d'Oro, le due logge esterne, il salone dei Giocolieri, la sala della torre del Leone e la torre del Rivellino.[82]
Il presunto fantasma
[modifica | modifica wikitesto]Come molti castelli, anche quello di Torrechiara secondo la leggenda ospiterebbe un'oscura presenza. Da tradizione, nei pressi del rio delle Favole, originaria via di accesso al castello, lo spettro di Pier Maria II de' Rossi si aggirerebbe nelle notti di plenilunio alla ricerca dell'amata Bianca Pellegrini, ripetendo il motto Nunc et semper.[129] Secondo un'altra versione, sarebbe invece il fantasma di una duchessa, murata viva nel maniero in epoca imprecisata, a vagare nelle vicinanze dell'edificio.[130]
Il castello nei media
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Il castello fu utilizzato nel XX e XXI secolo come set di alcune scene di vari film e programmi televisivi, tra cui:
- nel 1937 il film Condottieri, diretto da Luis Trenker;[13][131]
- nel 1954 il film Donne e soldati, diretto da Luigi Malerba e Antonio Marchi;[13]
- nel 1981 il film La tragedia di un uomo ridicolo, diretto da Bernardo Bertolucci;[132]
- nel 1985 il film Ladyhawke, diretto da Richard Donner;[131][133][134]
- nel 1995 il videoclip del brano Riguarda noi, della cantautrice Giorgia;[135]
- nel 2012 il videoclip del brano Se tu non fossi qui, del cantautore Umberto Tozzi;[136]
- nel 2012 la miniserie televisiva La Certosa di Parma, diretta da Cinzia TH Torrini;[137]
- nel 2014 la serie televisiva francese I Borgia, creata da Tom Fontana;[138]
- nel 2017 la puntata intitolata Castelli nel tempo del programma televisivo Ulisse - Il piacere della scoperta, ideato e condotto da Alberto Angela.[139]
Eventi
[modifica | modifica wikitesto]Dal 1996 al 2024, nei mesi di luglio e agosto, la Corte d'Onore del castello fu sede della rassegna a carattere musicale, nota come Festival di Torrechiara "Renata Tebaldi",[140] che richiamava annualmente artisti italiani e stranieri.[141]
Altre iniziative hanno avuto sede negli anni nel maniero. Tra queste, le visite guidate domenicali in abiti medievali "Bianca e la Corona sospesa",[142] le visite guidate animate "Bianca Raccontami",[143] le ricostruzioni medievali "Giorno di Festa a Corte"[144] e gli appuntamenti "Due cuori e un castello" in prossimità del giorno di San Valentino.[145]
Note
[modifica | modifica wikitesto]- ↑ Castello Torrechiara, su geo.regione.emilia-romagna.it. URL consultato il 28 marzo 2017 (archiviato dall'url originale il 29 marzo 2017).
- 1 2 Il castello di Torrechiara, su madeinparma.com. URL consultato il 28 marzo 2017.
- 1 2 3 4 5 6 7 Chiara Burgio, Castello di Torrechiara, su polomusealeemiliaromagna.beniculturali.it. URL consultato il 26 maggio 2018 (archiviato dall'url originale il 26 maggio 2018).
- 1 2 3 Mendogni, p. 1.
- 1 2 Apertura straordinaria 1 maggio 2014, su beniculturali.it. URL consultato il 28 marzo 2017 (archiviato dall'url originale il 29 marzo 2017).
- 1 2 3 4 5 6 7 8 9 Capacchi, p. 198.
- 1 2 3 Castello di Torrechiara, su castellidelducato.it. URL consultato il 28 marzo 2017.
- 1 2 Il Castello di Torrechiara accorpato alla Pilotta. Soddisfatto il Comune di Langhirano: "Opportunità di valorizzazione", in parma.repubblica.it, 3 marzo 2024. URL consultato l'8 dicembre 2025.
- ↑ Mordacci, p. 18.
- 1 2 Capacchi, p. 185.
- ↑ Affò, 1793, p. 276.
- 1 2 3 4 5 Mordacci, p. 21.
- 1 2 3 4 Dall'Aglio, p. 1030.
- 1 2 Capacchi, p. 186.
- ↑ Affò, 1795, p. 87.
- ↑ Affò, 1795, pp. 111-112.
- ↑ Capacchi, pp. 185-186.
- 1 2 3 4 Dall'Aglio, p. 1031.
- ↑ Affò, 1795, pp. 162-163.
- ↑ Capacchi, pp. 186-187.
- ↑ Affò, 1795, p. 163.
- ↑ Capacchi, p. 187.
- ↑ Castello Torrechiara, su geo.regione.emilia-romagna.it. URL consultato il 28 marzo 2017 (archiviato dall'url originale il 29 marzo 2017).
- ↑ Mordacci, p. 23.
- 1 2 3 4 Capacchi, p. 190.
- ↑ Pezzana, 1842, pp. 638-639.
- 1 2 Mordacci, p. 31.
- 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 Cirillo, Godi, p. 262.
- ↑ Mendogni, pp. 1-2.
- ↑ Arcangeli, Gentile, p. 194.
- ↑ Mordacci, p. 5.
- ↑ Arcangeli, Gentile, pp. 67-68.
- 1 2 3 4 Dall'Aglio, p. 1033.
- 1 2 3 4 Mordacci, p. 34.
- ↑ Pezzana, 1837, p. 72.
- 1 2 Mendogni, pp. 15-16.
- ↑ Pezzana, 1847, p. 207.
- 1 2 Pezzana, 1852, p. 311.
- ↑ Pezzana, 1852, pp. 308-309.
- ↑ Capacchi, pp. 190-191.
- 1 2 Capacchi, p. 192.
- ↑ Pezzana, 1852, p. 300.
- ↑ Pezzana, 1852, pp. 355-358.
- ↑ Capacchi, p. 197.
- ↑ Arcangeli, Gentile, p. 253.
- ↑ Malaguzzi Valeri, p. 381.
- ↑ Arcangeli, Gentile, pp. 267-269.
- ↑ Pezzana, 1859, p. 414.
- ↑ Arcangeli, Gentile, p. 270.
- ↑ Pezzana, 1859, p. 415.
- ↑ Angeli, p. 471.
- ↑ Arcangeli, Gentile, p. 291.
- ↑ Arcangeli, Gentile, p. 282.
- 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 Mendogni, p. 3.
- ↑ Castello Torrechiara, su geo.regione.emilia-romagna.it. URL consultato il 30 marzo 2017 (archiviato dall'url originale il 31 marzo 2017).
- ↑ Castello Felino, su geo.regione.emilia-romagna.it. URL consultato il 30 marzo 2017 (archiviato dall'url originale il 31 marzo 2017).
- ↑ Angeli, p. 577.
- 1 2 Mendogni, p. 4.
- 1 2 3 4 Mordacci, p. 37.
- ↑ Sforza di Santa Fiora Francesco, su parmaelasuastoria.it. URL consultato l'8 dicembre 2025 (archiviato dall'url originale il 12 agosto 2025).
- ↑ Famiglia Sforza-Cesarini, su comune.genzanodiroma.roma.it. URL consultato il 30 marzo 2017 (archiviato dall'url originale il 31 marzo 2017).
- ↑ Fondazione Camillo Caetani, p. 134.
- ↑ Molossi, p. 552.
- 1 2 3 Coretto di Torchiara, su culturaitalia.it. URL consultato il 30 marzo 2017 (archiviato dall'url originale il 6 aprile 2017).
- ↑ Castello di Torrechiara - Camera/ d'Oro tratta da fotografia della ricostruzione/ quale fu esposta nel 1911 a Roma, su catalogo.beniculturali.it. URL consultato il 18 dicembre 2025.
- ↑ Mordacci, pp. 82-83.
- 1 2 Mordacci, p. 83.
- ↑ Apertura straordinaria 1 maggio 2014, su beniculturali.it. URL consultato il 5 aprile 2017 (archiviato dall'url originale il 29 marzo 2017).
- 1 2 3 4 Giulia Coruzzi, Torrechiara, ecco il «nuovo» castello dopo i restauri, in www.gazzettadiparma.it, 23 luglio 2014. URL consultato il 30 marzo 2017 (archiviato dall'url originale il 31 marzo 2017).
- ↑ Organizzazione e funzionamento dei musei statali (PDF), su aedon.mulino.it. URL consultato il 21 luglio 2020.
- ↑ Castello di Torrechiara (PR): terminati i lavori di pulitura e consolidamento delle superfici decorate del loggiato della Camera d'Oro e di messa in sicurezza delle colonne del Cortile d'Onore, su musei.emiliaromagna.beniculturali.it. URL consultato il 18 dicembre 2025.
- ↑ Mordacci, pp. 4-9.
- 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 Mendogni, p. 2.
- 1 2 3 Castello di Torrechiara, su bluedragon.it. URL consultato il 31 marzo 2017.
- 1 2 Capacchi, pp. 204-209.
- ↑ Capacchi, pp. 209-212.
- 1 2 3 4 5 6 7 8 9 La torre del Rivellino, su torrechiara.altervista.org. URL consultato il 31 marzo 2017 (archiviato dall'url originale il 1º aprile 2017).
- 1 2 Molossi, p. 549.
- 1 2 3 4 Capacchi, p. 209.
- 1 2 Capacchi, p. 212.
- 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 Mendogni, p. 9.
- 1 2 Mordacci, p. 45.
- 1 2 3 4 5 Mendogni, p. 5.
- 1 2 Mordacci, p. 49.
- 1 2 La Sala di Giove, su torrechiara.altervista.org. URL consultato il 1º aprile 2017 (archiviato dall'url originale il 2 aprile 2017).
- 1 2 3 Mordacci, p. 51.
- 1 2 3 4 5 6 7 8 Mendogni, p. 6.
- 1 2 3 Sala di Giove, su voltecupolesoffitti.it. URL consultato il 1º aprile 2017 (archiviato dall'url originale il 2 aprile 2017).
- 1 2 3 Mordacci, p. 54.
- 1 2 Sala del Pergolato, su voltecupolesoffitti.it. URL consultato il 1º aprile 2017 (archiviato dall'url originale il 2 aprile 2017).
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Bibliografia
[modifica | modifica wikitesto]- Ireneo Affò, Storia della città di Parma, Tomo terzo, Parma, Stamperia Carmignani, 1793.
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- Angelo Pezzana, Storia della città di Parma continuata, Tomo primo, Parma, Ducale Tipografia, 1837.
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- Angelo Pezzana, Storia della città di Parma continuata, Tomo terzo, Parma, Ducale Tipografia, 1847.
- Angelo Pezzana, Storia della città di Parma continuata, Tomo quarto, Parma, Reale Tipografia, 1852.
- Angelo Pezzana, Storia della città di Parma continuata, Tomo quinto, Parma, Reale Tipografia, 1859.
Voci correlate
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Collegamenti esterni
[modifica | modifica wikitesto]- Sito ufficiale, su musei.emiliaromagna.beniculturali.it.
- Castello di Torrechiara, su archINFORM.
- Castello di Torrechiara, su PatER - Catalogo del Patrimonio culturale dell’Emilia-Romagna, Regione Emilia-Romagna.
- Castello di Torrechiara, su TourER - portale del patrimonio culturale dell'Emilia-Romagna, Segretariato regionale del Ministero della cultura per l'Emilia-Romagna.
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