Castello di Pietracervara

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Jump to navigation Jump to search
Castello di Pietracervara
Ubicazione
Stato attualeItalia Italia
RegioneEmilia-Romagna Emilia-Romagna
CittàGrezzo, frazione di Bardi
Coordinate44°37′27.6″N 9°41′17.1″E / 44.624333°N 9.688083°E44.624333; 9.688083Coordinate: 44°37′27.6″N 9°41′17.1″E / 44.624333°N 9.688083°E44.624333; 9.688083
Mappa di localizzazione: Nord Italia
Castello di Pietracervara
Informazioni generali
Tipocastello
Inizio costruzioneentro il XIII secolo
Materialepietra
Condizione attualepochi ruderi
Visitabileno
Informazioni militari
Funzione strategicadifesa della val Ceno
[1]
voci di architetture militari presenti su Wikipedia

Il castello di Pietracervara, noto anche come castello di Grezzo e castello di Pancerveria,[2] era un maniero medievale, i cui ruderi sorgono su un blocco ferroso a picco sul torrente Ceno nella piccola località di Pietracervara di Grezzo, frazione di Bardi, in provincia di Parma.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

In epoca medievale a Grecio fu edificata una corte, che nel 1140 i piacentini cedettero a Gherardo da Cornazzano in cambio del vicino castello di Pietragemella.[3]

Nel 1216 Lanfranco da Cornazzano alienò tutti i diritti su Grezzo al marchese Guglielmo Pallavicino,[4] che li rivendette nello stesso anno al conte Alberico Landi.[5]

Nel 1268 i castelli di Bardi, Grezzo, Compiano, Montarsiccio, Pietracravina, Seno, Gravago e Zavattarello, tutti appartenenti a Ubertino Landi, furono utilizzati dal Conte, con l'aiuto di altri fuoriusciti piacentini, come basi d'attacco contro la città.[3]

Nel 1297 il Comune di Parma decretò che il maniero, in rovina in seguito agli scontri che opposero la città a Bologna, Ferrara e Reggio Emilia, non potesse più essere ricostruito.[6]

Nel 1335 la rocca fu citata tra i possedimenti dei Granelli e dei Lusardi, alleati dei Visconti; nei decenni seguenti fu acquisita nuovamente dai conti Landi[4] e nel 1412 Manfredo Landi ricevette conferma dell'investitura.[7]

Nella prima metà del XVI secolo il maniero, ormai abbandonato, fu abbattuto e nel 1525 il conte Agostino Landi donò alla mistica Margherita Antoniazzi parte delle pietre e del legname recuperati dalle rovine per la costruzione dell'oratorio della Santissima Annunziata di Caberra di Costageminiana.[8][2]

In seguito i ruderi delle fondazioni del castello, ancora ben visibili nella loro imponenza nel 1832, degradarono e furono pian piano completamente nascosti dalla vegetazione.[4]

Descrizione[modifica | modifica wikitesto]

Dell'antico castello, collocato sulla cima di un massiccio blocco ferroso a picco sul torrente Ceno, sopravvivono soltanto i ruderi di una parte delle monumentali fondamenta, celati dalla vegetazione circostante.[4]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Grezzo, su geo.regione.emilia-romagna.it. URL consultato il 22 gennaio 2019 (archiviato dall'url originale il 31 gennaio 2019).
  2. ^ a b Il castello di Grezzo o Pietracervara o Pancerveria (Bardi), su www.castellidellavalceno.it. URL consultato il 19 gennaio 2019.
  3. ^ a b Poggiali, p. 316.
  4. ^ a b c d Romagnoli, p. 386.
  5. ^ La Famiglia Landi, su www.castellodirivalta.it. URL consultato il 23 gennaio 2019.
  6. ^ Affò, p. 111.
  7. ^ Cengarle, p. 136.
  8. ^ Venerabile Margherita Antoniazzi la 'Devota', su www.santiebeati.it. URL consultato il 22 gennaio 2019.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Ireneo Affò, Storia della città di Parma, Tomo quarto, Parma, Stamperia Carmignani, 1795.
  • Federica Cengarle, Immagine di potere e prassi di governo, Roma, Viella, 2006, ISBN 9788883341991.
  • Cristoforo Poggiali, Memorie storiche della città di Piacenza compilate dal proposto Cristoforo Poggiali, Tomo V, Piacenza, per Filippo G. Giacopazzi, 1758.
  • Daniela Romagnoli, I castelli e la vita cortese, in Storia di Parma, Volume III Tomo 2 Parma medievale Economia, società, memoria, Parma, Monte Università Parma Editore, 2011, ISBN 978-88-7847-390-4.
  • Luciano Scarabelli, Istoria Civile dei Ducati di Parma Piacenza e Guastalla, Volume I, 1846.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]