RCS MediaGroup

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Rizzoli-Corriere della Sera
Media Group S.p.A.
Logo
Stato Italia Italia
Tipo Società per azioni
Borse valori
Fondazione 1927 come «A. Rizzoli & Co.»
1952 come «Rizzoli Editore»
1986 come «RCS Editori» (indipendente fino al 1997)
2003 come «RCS MediaGroup» a Milano
Sede principale RCS Headquarters

Via Angelo Rizzoli, 8 - 20132 Milano

Persone chiave
Settore Media
Prodotti quotidiani, libri, periodici; pubblicità
Fatturato 1.597,7 mil euro (2012)
Risultato operativo (524,9) mil euro (2012)
Utile netto (509,3) mil euro (2012)
Dipendenti 5.558 (2012)
Sito web www.rcsmediagroup.it

RCS Media Group (per esteso, Rizzoli-Corriere della Sera Media Group S.p.A.) è uno dei principali gruppi editoriali italiani, attivo a livello nazionale e internazionale nei seguenti mercati: quotidiani, libri, periodici, radio, nella televisione e inoltre sul web e nella raccolta pubblicitaria.

È quotato alla Borsa di Milano.

Storia[modifica | modifica sorgente]

Dalla fondazione al 1974[modifica | modifica sorgente]

Nel gennaio 1911 il ventiduenne Angelo Rizzoli (1889-1970), appreso il mestiere di tipografo in orfanotrofio, acquista una piccola tipografia e costituisce un'azienda individuale, con sede a Milano in via Cerva. Nei primi quindici anni l'azienda svolge le funzioni di una normale tipografia, lavorando per conto terzi. Nel 1927 la ditta acquisisce un impianto per la stampa in rotocalco; assume la ragione sociale “A. Rizzoli & Co.” e si trasferisce in via Broggi, dove comincia l'attività editoriale con la pubblicazione in proprio di riviste. La Rizzoli acquista dalla Arnoldo Mondadori Editore il settimanale Il Secolo Illustrato e il quindicinale Novella (rivista letteraria che aveva pubblicato racconti, tra gli altri, di Gabriele D'Annunzio e Luigi Pirandello). Nel 1929 l'azienda viene trasformata in società di capitali con le denominazione «Rizzoli & C. Anonima per l'arte della stampa». Nello stesso anno avviene un nuovo trasferimento della sede, in piazza Carlo Erba (dove resterà fino al 1960). Rizzoli riceve da Giovanni Treccani la commessa per la stampa dell'Enciclopedia Italiana.

Nel 1930 Novella (oggi Novella 2000) diviene un periodico femminile, raggiungendo in poco tempo la tiratura di 130.000 copie. Nel 1933 Rizzoli pubblica due nuovi periodici femminili: Lei (che nel 1938 diventerà Annabella in seguito alla campagna fascista sull'abolizione della terza persona) e Bella. L'anno seguente entra per la prima volta nel mercato librario: la prima collana pubblicata è denominata I classici (1934). Sul versante dei periodici pubblica il settimanale Omnibus di Leo Longanesi, stampato a rotocalco (1937-39), poi sostituito da Oggi (1939). Nel 1938 rileva la casa editrice romana Novissima ed apre un nuovo stabilimento tipografico nella capitale. Un'ulteriore acquisizione è l'Istituto grafico Bertieri di Milano (1940).

Nel dopoguerra, la società inizia una nuova fase di espansione che la portano a diventa una delle maggiori case editrici d'Italia. Nel 1949 nasce la Biblioteca Universale Rizzoli (Bur), che pubblica a prezzi popolari opere letterarie antiche e moderne. L'iniziativa ottiene un enorme successo e viene presto seguita da altre collane: La Scala, Sidera, Narratori moderni, I classici dell'arte.

Nel 1952 la casa editrice assume la denominazione «Rizzoli Editore S.p.A.» ed apre librerie a Roma, Milano, New York. L'anno seguente acquista, da Gianni Mazzocchi, L'Europeo, settimanale d'informazione leader di mercato. Nel 1958 la Rizzoli entra nel mercato cinematografico con la Cineriz. Il marchio produrrà e distribuirà centinaia di film, tra cui quelli di Federico Fellini. Altre società vengono fondate nei settori alberghiero: Ischia alberghi e Lacco Ameno Terme. Nel 1960 viene inaugurata la nuova sede di via Civitavecchia (oggi via Rizzoli), alla periferia nordest di Milano (quartiere Cimiano). Nel corso degli anni sessanta gli impianti tipografici vengono potenziati e in parte rinnovati, garantendo la richiesta di tirature più elevate. I dipendenti aumentano in dieci anni da 1.000 a 3.600.

Nel 1970 muore il fondatore Angelo Rizzoli. La guida della casa editrice è passata al figlio Andrea. La Rizzoli è il maggiore editore di periodici in Italia.

L'impero mediatico[modifica | modifica sorgente]

L'impero multimediale Rizzoli (1980-81)
Quotidiani
Periodici
Emittenti televisive
Cinema

Nel secondo semestre del 1973 il presidente del Gruppo, Andrea Rizzoli, avviò l'acquisizione della società editrice del «Corriere della Sera», il primo quotidiano italiano. L'«Editoriale Corriere della Sera», vera e propria corazzata editoriale, pubblica anche un quotidiano del pomeriggio, il Corriere d'Informazione e i settimanali Amica, La Domenica del Corriere, Corriere dei Piccoli. Il pacchetto azionario dell'Editoriale Corriere della Sera era ripartito fra tre soggetti: famiglia Crespi (nella persona di Giulia Maria), Angelo Moratti e famiglia Agnelli. Era sufficiente quindi acquisirne due per diventare i nuovi proprietari. L'operazione si concluse il 12 luglio 1974. Andrea Rizzoli non si accontentò del pacchetto di controllo, ma volle per sé il 100% della società editrice. La terza quota, quella degli Agnelli, fu rilevata pattuendo il pagamento differito in tre anni. La società acquirente assorbì la società acquisita: dalla fusione nacque la «Rizzoli-Corriere della Sera» (RCS). Per effettuare l'acquisizione, la Rizzoli dovette chiedere un finanziamento bancario di 25 miliardi di lire.[1]

L'unica a manifestare dissenso sulla complessa operazione fu la sorella di Andrea, Giuseppina, che deteneva il 29% del pacchetto azionario. Anche Alberto, figlio secondogenito di Andrea, fu contrario. Ma il suo parere contava poco poiché non aveva ancora 30 anni. Nicola Carraro, figlio di Giuseppina e direttore amministrativo del gruppo, cercò di mediare per evitare una spaccatura in famiglia. Quando l'acquisto fu perfezionato, in agosto Carraro (promosso amministratore delegato della «Rizzoli-Corriere della Sera») presentò la verifica finanziaria ed economica delle due società riunite. I conti erano in rosso per 15 miliardi. Ne seguì una furibonda lite con il patron Andrea. Alla fine dell'anno i Carraro uscirono definitivamente dal gruppo Rizzoli. Andrea rilevò la loro quota al prezzo di 24 miliardi di lire.

Il 10 ottobre 1975 la Rizzoli comunicò ai sindacati che il deficit patrimoniale ammontava a 20 miliardi di lire. Sui 3.500 dipendenti, 500 erano in esubero. L'editore però rassicurò i sindacati: il gruppo intendeva espandersi e consolidarsi. Infatti nel 1976 la RCS mise a segno due colpi: l'acquisto della rete tv Telemalta e del maggiore quotidiano del sud, Il Mattino. Furono effettuate nuove nomine ai vertici del gruppo: Lorenzo Jorio responsabile del settore quotidiani, Giorgio Trombetta Panigadi ai periodici (fino al 1978, poi sostituito da Giacomo Casarotto), Mario Spagnol ai libri e Bruno Tassan Din responsabile del settore finanziario.
Nel 1977 altre tappe dell'espansione furono l'acquisizione della Gazzetta dello Sport, il primo quotidiano sportivo italiano, e il controllo azionario di due giornali locali, Alto Adige e Il Piccolo di Trieste.

In quello stesso anno giunse a scadenza il pagamento della quota acquisita dalla famiglia Agnelli per rilevare il Corriere. Il suo valore, a causa dell'indicizzazione dei tassi d'interesse, era lievitato a 22,475 miliardi, una somma che la Rizzoli non disponeva. Cercando finanziamenti in tutte le direzioni, finì per accettare l'offerta di Roberto Calvi (presidente del Banco Ambrosiano), pervenutagli tramite la mediazione della loggia massonica P2 di Licio Gelli. In luglio la Rizzoli, finanziata dal Banco, estinse il debito con la Fiat. Cinque giorni dopo il Banco procedette ad un'iniezione di denaro fresco: 20,4 miliardi sotto forma di un aumento di capitale (che passò da 5,1 a 25,5 miliardi)[2]. Roberto Calvi ottenne in pegno da Rizzoli l'80 per cento delle quote del gruppo. L'editore avrebbe potuto riscattare interamente il suo 80% dopo tre anni, ma al valore, maggiorato, di 35 miliardi. Calvi era diventato il vero padrone della Rizzoli. In seguito alla modifica dell'assetto finanziario salì alla cabina di comando Bruno Tassan Din, che divenne il direttore generale[3]. La solidità della RCS dipese ora dalle buone relazioni con la P2 e i partiti politici, commistioni che Andrea Rizzoli aveva sempre accuratamente evitato[4].

Nel 1978 Andrea lasciò al figlio Angelo (chiamato da tutti Angelone) le redini del gruppo. Nel nuovo consiglio di amministrazione entrarono Umberto Ortolani, avvocato, braccio destro di Licio Gelli, e Bruno Tassan Din.
Nel 1979 il gruppo RCS era saldamente il maggiore gruppo editoriale italiano, con una quota di mercato del 25% e un fatturato di 1.000 miliardi di lire, e si posizionava al secondo posto in Europa. Ogni giorno pubblicava 1.380.000 copie di quotidiani e quasi due milioni di copie di periodici. Il fatturato pubblicitario si aggirava sui 60 miliardi di lire annuali, a fronte di 3.500 dipendenti, 700 dei quali giornalisti[5][6].
In quell'anno Rizzoli e Tassan Din acquisirono il quotidiano genovese Il Lavoro e lanciarono una nuova iniziativa che avrebbe dovuto portare buoni frutti: il quotidiano popolare L'Occhio. Diretto da Maurizio Costanzo, noto giornalista televisivo, e venduto a 200 lire (cento in meno degli altri quotidiani), il nuovo giornale, lanciato con una costosa campagna pubblicitaria e con un'elevata tiratura, doveva trovare spazio nel panorama editoriale italiano come "quotidiano popolare". In poco tempo si rivelò un fiasco, facendo perdere alla RCS altri miliardi. Si rese necessaria una nuova ricapitalizzazione. Questa volta Calvi fece pervenire i finanziamenti attraverso l'Istituto per le Opere di Religione (IOR), banca privata con sede nella Città del Vaticano[7].
Nel 1980 giunsero a scadenza per Angelone i tre anni che Roberto Calvi gli aveva concesso per riacquistare l'80% delle azioni RCS. Rizzoli però non disponeva delle risorse per rilevare la quota: il deficit del gruppo aveva raggiunto i 150 miliardi. Il Banco Ambrosiano, la banca presieduta da Calvi, predispose un piano di salvataggio del gruppo. L'operazione divenne in seguito nota come «il pattone». Il piano prevedeva un secondo aumento di capitale, per ripianare l'intero deficit. Angelone Rizzoli, che possedeva il 90,2% delle azioni (l'80% delle quali era da tre anni in pegno al Banco Ambrosiano), rientrava in possesso del 50,2% di azioni; il restante 40% passava definitivamente in mano alla banca di Calvi al prezzo di 150 miliardi. Incassato il denaro, la Rizzoli Editore poteva pagare i 35 miliardi necessari al riscatto del vecchio 80%, mentre il resto sarebbe servito per sottoscrivere l'aumento di capitale pro quota. Il «pattone» venne siglato a Roma all'Hotel Excelsior nel settembre 1980 da Angelone Rizzoli, Bruno Tassan Din, Roberto Calvi, Licio Gelli e Umberto Ortolani[8].
L'operazione venne perfezionata il 29 aprile 1981. Quel giorno una società dell'Ambrosiano (quindi di Calvi), la «Centrale Finanziaria S.p.A.» effettuò l'acquisto del 40% di azioni Rizzoli. L'investimento invece si rivelò un falso. Calvi si era preso gioco di Rizzoli. L'operazione fu comunicata al pubblico e annotata nei conti dell'azienda; in realtà i soldi finirono in conti esteri intestati a Bruno Tassan Din, Licio Gelli e Umberto Ortolani. Calvi, inoltre, nascose alla Rizzoli che oltre all'intervento del Banco c'era anche un conferimento, nascosto, dello IOR, presso il quale erano state depositate le azioni che erano state in possesso di Rizzoli (il suo 80%).

Nel 1981 scoppiò lo scandalo della P2, cui si aggiunse il dissesto del Banco Ambrosiano. Le ripercussioni sulla RCS furono enormi: vennero chiusi L'Occhio (che era sempre stato in perdita), il Corriere d'Informazione, i supplementi settimanali e la rete televisiva. Furono ceduti Il Piccolo (al gruppo Monti), l'Alto Adige e Il Lavoro. Angelone Rizzoli fu ritenuto penalmente responsabile, al pari di Calvi e Tassan Din.

Il crollo e il salvataggio (1983-1984)[modifica | modifica sorgente]

Nel 1982 il gruppo Rizzoli-Corriere della Sera rende noto il nuovo assetto azionario. Il capitale sociale della società ammonta a 24.436.200.000 lire, suddivise in 8.790.000 azioni da 2.780 lire cadauna.

Gruppo

Ripartizione delle azioni[9]:

Tipologia Nome Quote (%) Quote (%)
Persone fisiche o equiparate 72,18%
Angelo Rizzoli 32,18%
La Centrale Finanziaria spa[10] 40,00%
Società di capitali 27,82%
Italtrust spa, società fiduciaria della Fincoriz sas[11] 11,30%
Finriz spa[12] 9,05%
Rothschild Bank AG Zurigo 7,47%

Sommando le azioni possedute come persona fisica e quelle possedute tramite società di capitali (Italtrust e Finriz), Angelo Rizzoli è proprietario del 52,53% del pacchetto azionario. Il presidente del gruppo conserva quindi la maggioranza assoluta.

Società controllate

La Rizzoli è proprietaria al 100% dell'Editoriale Corriere della Sera, società editrice dell'omonimo quotidiano. Il capitale sociale è costituito da 4.500.000 azioni del valore di mille lire ciascuna.

Infine, la Rizzoli è comproprietaria delle quote azionarie di:

  • Nuove Edizioni sportive spa (Milano), società editrice della Gazzetta dello Sport, che controlla al 51%[13];
  • Edizioni Meridionali spa (Napoli), società editrice del Mattino, che controlla al 51%[14].

Il 6 agosto 1982, a pochi mesi di distanza dalla morte di Roberto Calvi, il ministero del Tesoro e la Banca d'Italia mettono in liquidazione il vecchio Banco Ambrosiano. La nuova banca eredita, attraverso la «Centrale Finanziaria», anche il pacchetto del 40% di azioni di Angelone Rizzoli. Questa posta va in attivo. Tra i passivi, figura il debito di 150 miliardi verso la casa editrice e lo stesso Rizzoli (l'aumento di capitale dell'anno prima, mai versato). Angelone Rizzoli decide di chiedere al Tribunale di Milano di porre la propria impresa sotto amministrazione controllata. La procedura gli permetterebbe di ottenere la sospensione generalizzata dei pagamenti per un anno, e di utilizzare quei 12 mesi ai fini del risanamento dell'azienda. Il Tribunale di Milano acconsente e pone la RCS in amministrazione controllata il 21 ottobre 1982. La società ha un anno di tempo per ripianare tutti i debiti. Ma il nuovo presidente del Banco, Giovanni Bazoli, chiede al gruppo l'immediato rientro dei fidi. La Rizzoli passa dalla posizione di creditrice a quella di debitrice insolvente. Nel febbraio seguente Angelone Rizzoli e Bruno Tassan Din sono tratti agli arresti con l'accusa di bancarotta patrimoniale societaria in amministrazione controllata. Finisce in carcere anche Alberto Rizzoli, fratello di Angelone. Il 18 febbraio 1983, giorno dell'arresto, finisce definitivamente l'epopea della dinastia Rizzoli nel mondo dell'editoria. Il successivo 18 agosto il giudice istruttore del tribunale di Milano ordina il sequestro conservativo di tutte le azioni degli imputati Angelo Rizzoli e Bruno Tassan Din.

Dopo l'arresto di Rizzoli, ricopre la carica di presidente del gruppo Carlo Scognamiglio Pasini, 38 anni, docente all'Università Bocconi. Scognamiglio, nominato su proposta di Luigi Guatri, il commissario giudiziale, nonché docente nella stessa università, chiede ed ottiene la proroga di un anno del regime di amministrazione controllata. In maggio viene approvato il bilancio d'esercizio 1982. Alla fine dell'anno Scognamiglio lascia la presidenza del gruppo al suo vice, Roberto Poli.

Il primo patto parasociale (1984-1997)[modifica | modifica sorgente]

L'amministrazione controllata risolleva i conti del gruppo. Le perdite vengono via via ridotte fino ad essere azzerate. Si contano 1200 licenziamenti. Nel 1984 scade il termine dell'amministrazione controllata. Il bilancio è in utile di 7 miliardi.[15] Il gruppo, risanato, può trovare un nuovo acquirente. Il Nuovo Banco Ambrosiano offre inizialmente la Rizzoli alla Fiat; la trattativa prosegue con la regia di Mediobanca. [16]. La Fiat si impegna indirettamente attraverso la società finanziaria Gemina, che forma una cordata di cui è il vertice. L'alleanza di Gemina prevale sulla seconda offerta, presentata da una cordata guidata dal fiscalista Victor Uckmar.
Le quote sono così suddivise:

Nuovi Soci Quote (%)
Gemina[17] 46,28
Iniziativa ME.TA.[18] 23,14
Mittel[19] 11,57
Giovanni Arvedi[20] 11,57
Vecchi soci
Angelone Rizzoli e Centrale F. 3,73
Centrale Finanziaria 2,99
Finriz spa 0,72

Il capitale sociale del gruppo ammonta a lire 66.812.790.000, suddiviso in 96.690.000 azioni. La notizia viene diffusa il 5 ottobre; l'entità dell'offerta non viene resa nota. Anni dopo si verrà a sapere che l'intero gruppo RCS è passato di mano al prezzo di soli 9 miliardi di lire[21]. I nuovi soci nominano Carlo Callieri, manager Fiat, nuovo amministratore delegato. I nuovi azionisti fanno confluire in un sindacato (denominato «sindacato di blocco azioni Rizzoli editore»), il 60% dei loro possessi azionari nella casa editrice.[22] Il patto prevede che le decisioni del sindacato di blocco vengano prese con il voto favorevole di quattro quinti dei membri della direzione. Successivamente si procede ad un aumento di capitale. Dall'acquisizione nasce un gigante editoriale capace di esercitare una posizione dominante nel mercato dei quotidiani in Italia: la Fiat aveva già La Stampa e la Montedison possedeva Il Messaggero. A questi due grandi quotidiani si aggiungono il Corriere della Sera e La Gazzetta dello Sport della Rizzoli. La Fiat supera il tetto del 20% del mercato dei quotidiani e quindi viola la norma sull'editoria (legge 416/81). In novembre un gruppo di privati impugna il passaggio delle azioni di fronte al Tribunale di Milano. La Corte d'appello dà loro torto: rileva infatti che non è la Fiat a possedere delle quote di Gemina, bensì la partecipata Sadip. La questione è anche oggetto di un'interrogazione parlamentare. Nella risposta, resa il 21 gennaio 1985, il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio (all'epoca Giuliano Amato) afferma che la Rizzoli, dopo l'entrata dei nuovi soci, controlla il 19,92% del mercato dei quotidiani e quindi rimane all'interno del tetto del 20% fissato dalla legge. Per fugare ogni dubbio, Carlo Callieri decide di cedere il quotidiano Il Mattino. Nel 1985 la partecipazione di Gemina sale dal 46,28% al 62,5%, raggiungendo la maggioranza assoluta.[23] L'assetto proprietario del gruppo Rizzoli "mutò radicalmente in quanto la società Gemina assunse la fisionomia di azionista di maggioranza con relativo controllo assoluto della politica editoriale del gruppo, mentre la quota intestata a Meta e Montedison venne praticamente neutralizzata".[24]

Nel 1986 il gruppo viene ristrutturato. La nuova struttura societaria è costituita dalla capogruppo, RCS Editori, e da cinque società operative: RCS Libri, RCS Quotidiani, RCS Periodici, RCS Pubblicità e dalla cartiera. Sotto il controllo del nuovo gruppo entrano anche i marchi Bompiani, Fabbri Editori, Sonzogno, Sansoni ed Etas. I giornali del gruppo vendono bene ed anche la pubblicità è aumentata, così la RCS alla fine dell'anno vede passare gli utili da 29 a 55 miliardi di lire[25]. Quell'anno una quota di azioni RCS è ceduta al prezzo di 2.274 lire cadauna (contro le 708 lire della precedente gestione); nel 1987 un'altra parte passa di mano al prezzo di 5.227 lire cadauna. Il valore delle azioni RCS è aumentato di sette volte nel giro di due anni. Di lì a quattro anni il valore aumenta di dieci volte, tant’è vero che il 10% venduto ai francesi di Hachette viene pagato 100 miliardi. Nel 1987 RCS vale 893 miliardi. Nel 1992, dopo alcuni aumenti di capitale, sfiora i 2700. L'azienda è in netta crescita.[26]

Dopo il 1986 la compagine azionaria non subisce particolari modifiche fino al 1995. Quell'anno la RCS Editori incappa in un cattivo affare: l'acquisto per fusione della Fabbri Editori. La Fabbri si rivela, dopo un controllo dei conti, un'azienda decotta. Il capitale della Rizzoli scende a zero. Di conseguenza i soci minori escono dal capitale sociale e il gruppo passa sotto il controllo completo di Gemina.

Il secondo patto di sindacato (1997-2013)[modifica | modifica sorgente]

Nel marzo 1997 Gemina, che attraversa un momento difficile, scorpora le partecipazioni industriali (tra cui la RCS Editori) e le conferisce in una nuova società, denominata «H.d.P.» (Holding di Partecipazioni Industriali). H.d.P. detiene il 100% delle azioni di RCS nonché la maggioranza di GFT NET (moda e abbigliamento) e dell'azienda di abbigliamento e calzature sportive Fila. Viene stipulato un nuovo patto di sindacato di blocco e consultazione, che sostituisce quello in essere dal 1984. Siglato tra 13 dei maggiori azionisti, il patto di sindacato è regolato da norme molto complesse. Per esempio, si dispone che eventuali nuovi azionisti debbano fare richiesta al patto ed essere accettati; dopo 2-3 anni di "anticamera" se la risposta è positiva si viene invitati ad entrare nel patto di sindacato. Il patto parasociale prevede inoltre che le delibere vadano prese «con il voto favorevole della maggioranza assoluta dei membri in carica», qualunque sia la percentuale di azioni dagli stessi rappresentata[27]. Ciò significa che i partecipanti al sindacato devono mettersi d'accordo ogniqualvolta si prende una decisione. All'interno del patto non deve emergere un dominatore.

La famigllia Rotelli è tra i maggiori azionisti di RCS ma non fa parte del patto di sindacato.

Da H.d.P. a RCS MediaGroup[modifica | modifica sorgente]

Dopo una prima fase di gestione come holding diversificata, H.d.P. ha concentrato le proprie risorse nei soli settori dell'editoria e della comunicazione. Dismesse le società GFT NET e Fila, H.d.P. ha posto in essere, con effetto dal 1º gennaio 2003, un piano di integrazione delle proprie attività con quelle di RCS. Dal 1º maggio 2003 H.d.P. cambia il nome in RCS MediaGroup. Il gruppo viene quotato in Borsa.[28]

Nel 2004, in occasione del rinnovo triennale del patto, la Fiat scende nell'azionariato diventando il secondo azionista dopo Mediobanca. L'istituto bancario rileva il pacchetto di Gemina, pari al 2,25%, salendo all'11,61% come partecipazione complessiva e superando il 10,3 della Fiat. Il 18 gennaio 2008 il gruppo Unicredit è uscito dal patto cedendo - all'interno del patto stesso - il 2,02% posseduto da Capitalia Partecipazioni S.p.a. Viene nominato amministratore delegato Vittorio Colao.

Nell'estate del 2005 l'immobiliarista Stefano Ricucci si rende protagonista di un tentativo di scalata alla maggioranza del gruppo, arrivando a possedere circa il 20 per cento delle azioni. La scalata fallisce in seguito alle indagini giudiziarie dell'inchiesta soprannominata bancopoli. Il 12 settembre 2006 Antonello Perricone succede come nuovo amministratore delegato al dimissionario Vittorio Colao.

Al 26 gennaio 2008, il patto di sindacato controllava il 63,527% del capitale ordinario di RCS MediaGroup[29]. Si decide la cessazione della rivista Newton.

Nel 2012 Diego Della Valle esce dal patto dopo nove anni di permanenza, mantenendo comunque le proprie quote. Viene scelto un nuovo amministratore delegato, Pietro Scott Jovane.[30] In carica dal 2 luglio, deve predisporre un nuovo piano industriale per ridurre i debiti di RCS.

RCS è il primo gruppo editoriale per fatturato, se si calcolano tutti i rami d'azienda (quotidiani, periodici, libri, TV, radio, pubblicità, Internet, ecc.) ma il confronto con i concorrenti è reso complesso dal fatto che questi ultimi non coprono la totalità dei settori a cui è interessata RCS (Arnoldo Mondadori Editore ad esempio non ha quotidiani e il Gruppo editoriale L'Espresso non edita libri).

La fine del patto parasociale[modifica | modifica sorgente]

Nel 2013 la società si trova costretta a varare un aumento di capitale per fare fronte ai debiti; si decide per un aumento di capitale fino a 600 milioni di euro.

Alla data dell'11 luglio, dopo la chiusura dell'asta dell'inoptato[31], il capitale RCS è suddiviso presuntivamente nelle seguenti quote:[32]

Nel Patto Quote (%) Fuori Patto Quote (%)
Fiat S.p.A. 20,552 Diego Della Valle 8,995
Mediobanca S.p.A. 9,93 Eredi di Giuseppe Rotelli 3,37
Finsoe S.p.A. 5,651
Pirelli & C S.p.A 5,445 Benetton[33] 1,045
Intesa Sanpaolo 6,54 TOTALE FUORI PATTO 17,585
Efiparind BV della famiglia Pesenti 3,824
Lucchini[34] 1,27 Altre quote
Edison 1,08 Unico acquirente dell'inoptato 11,0
Mittel 1,042 Soci minori 10,8
Generali 0,989
Bertazzoni[35] 0,77
Francesco Merloni 0,52
TOTALE PATTO 60,544 FUORI PATTO E ALTRE QUOTE 39,385

A quella data il patto di sindacato controlla il 60,544% del capitale ordinario. Con una comunicazione pubblicata il 31 ottobre 2013 i componenti del patto di sindacato hanno convenuto che il Patto non venisse ulteriormente rinnovato e che esso cessasse anticipatamente a far tempo dal 30 ottobre 2013.

Presidenti[modifica | modifica sorgente]

Sedi e divisioni operative[modifica | modifica sorgente]

Oggi la sede del gruppo è in via Angelo Rizzoli 8 (corporate, libri, periodici, pubblicità, digitale), a cui si aggiunge la sede di via Solferino 28/via San Marco 21 (quotidiani). La Rizzoli era presente, fino a pochi anni fa, sul territorio nazionale con varie librerie, oggi acquisite dal gruppo Feltrinelli. Resta aperta solamente la storica libreria Rizzoli nella Galleria Vittorio Emanuele II a due passi dal Duomo di Milano; libreria che resta ancora oggi un punto di ritrovo dell'ambiente culturale meneghino.

Divisione Quotidiani[modifica | modifica sorgente]

Divisione Periodici[modifica | modifica sorgente]

RCS Libri[modifica | modifica sorgente]

RCS Pubblicità[modifica | modifica sorgente]

Stazioni radio[modifica | modifica sorgente]

Video[modifica | modifica sorgente]

Reti televisive[modifica | modifica sorgente]

Attività all'estero[modifica | modifica sorgente]

RCS MediaGroup è significativamente presente in particolare in Spagna, Portogallo, Francia, USA e Cina. Controlla tra l'altro il gruppo spagnolo Unidad Editorial (editore dei quotidiani El Mundo, Marca e Expansión e di numerosi periodici, tra cui Telva e Actualidad Económica e ha controllato il gruppo editoriale francese Flammarion (poi ceduto a Gallimard[36]). Negli Stati Uniti controlla la Rizzoli Publications e la Universe Publishing. Ad inizio 2007 RCS ha acquisito - tramite Unidad Editorial - il controllo di Recoletos, uno dei più importanti editori spagnoli per 1,1 miliardi di euro.

Azionariato[modifica | modifica sorgente]

Al 5 giugno 2014 l'azionariato di RCS MediaGroup S.p.A., aggiornato secondo le comunicazioni pervenute alla Consob, è così composto:

  1. Fiat S.p.A. - 20,552%
  2. Mediobanca S.p.A.[37] - 9,93%
  3. Diego Della Valle - 8,995% di cui:
    1. tramite Dorint Holding S.A. - 5,668%
    2. tramite Di.Vi. Finanziaria di Diego Della Valle & C. S.r.l. - 3,307%
  4. Finsoe S.p.A. - 5,651%, di cui:
    1. tramite UnipolSai S.p.A. - 5,547%
    2. tramite Saifin S.p.A. - 0,097%
    3. tramite Siat S.p.A. - 0,007%
  5. Pirelli & C S.p.A. - 5,445%
  6. Intesa Sanpaolo - 5,124%, di cui:
    1. direttamente - 3,713%
    2. tramite Banco di Napoli S.p.A. - 0,001%
    3. tramite Cassa di Risparmio del Veneto S.p.A - 0,001%
    4. tramite Banca IMI S.p.A. - 1,409%
  7. Invesco Ltd 5,026 % (dal 15 aprile 2014)[38]
  8. Urbano Cairo - 3,669%, tramite U.T. Communications S.p.A.
  9. Efiparind BV della famiglia Pesenti - 3,378%, tramite Italmobiliare S.p.A.
  10. Eredi di Giuseppe Rotelli - 3,370%, tramite Pandette S.r.l.

Il flottante ammonta al 30,085%.

Il 30 ottobre 2013 il patto di sindacato non è stato rinnovato. Da novembre 2013, la Società ha quindi un flottante pari a oltre il 25%. [39]

Consiglio di amministrazione[modifica | modifica sorgente]

Principali partecipazioni[modifica | modifica sorgente]

Dati economico-finanziari[modifica | modifica sorgente]

Bilancio 2013[modifica | modifica sorgente]

Il gruppo RCS MediaGroup S.p.A. ha avuto nel 2013 ricavi netti per 1.314,8 milioni di euro, EBITDA pre oneri e proventi non ricorrenti pari a 27,6 milioni, EBITDA post oneri e proventi non ricorrenti pari a (82,9) milioni, EBIT di (200,8) milioni di euro, risultato netto pari a (218,5) milioni di euro, indebitamento finanziario netto di 476 milioni di euro, 3.982 dipendenti (organico puntale al 31.12.2013).

Fonte: Bilancio RCS MediaGroup al 31.12.13 reperibile sul sito della Società

Valore delle azioni[modifica | modifica sorgente]

Il 24 luglio 2012 le azioni hanno raggiunto il minimo storico (0,448 euro per azione). Il 2 agosto 2005 (durante il tentativo di scalata di Ricucci) le azioni raggiunsero il massimo storico di 6,68 euro per azione.

Fonti[modifica | modifica sorgente]

Alberto Mazzuca, La erre verde: ascesa e declino dell'impero Rizzoli, Milano, Longanesi, 1991.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Marco Ventura, La parabola dell'editore ingenuo, una vita di battaglie difficili in Il Messaggero, 13 dicembre 2013.
  2. ^ Gabriele Mastellarini, Assalto alla stampa: controllare i media per governare l'opinione pubblica, edizioni Dedalo, 2004, Prefazione di Nicola Tranfaglia, pp. 8-9.
  3. ^ Bruno Tassan Din era appoggiato dal PCI. Stefano Lorenzetto, Pecorella: "Nello scippo del Corriere Angelo Rizzoli fu vittima sacrificale", 15/5/2010. URL consultato il 7/8/2010.
  4. ^ Stefano Lorenzetto scrive: «Le banche statali (l’Icipu di Franco Piga, l’Imi di Giorgio Cappon e l’Italcasse di Giuseppe Arcaini) gli avevano chiuso i rubinetti per ordine della Democrazia cristiana». Il Giornale, 15 maggio 2010.
  5. ^ Stefano Lorenzetti, Lo scippo del "Corriere" Rizzoli: volevano che morissi, vivo per accusarli, Il Giornale, 21 febbraio 2010. URL consultato il 14/06/2010.
  6. ^ Paolo Morando, Dancing Days, Laterza, 2009, pagg. 33-36.
  7. ^ I rapporti tra i due istituti bancari risalivano al 1946. Fino al 1971 lo IOR era stato il maggior azionista del Banco Ambrosiano.
  8. ^ Sergio Bocconi, Sulla vendita Rizzoli degli anni '80 scontro alla Camera, Corriere della Sera, 28/5/2010. URL consultato il 7/8/2010.
  9. ^ «Prima Comunicazione», 1973-2013-40 anni, novembre 2013, pag. 100.
  10. ^ Società quotata in borsa ed equiparata a persona fisica.
  11. ^ L'intero capitale sociale della Fincoriz è di proprietà di Angelo Rizzoli, unico socio accomandante; socio accomandatario è Bruno Tassan Din.
  12. ^ Angelo Rizzoli 99,58%; Giandomenico Sarti 0,40%; Giuseppe Davola 0,02%.
  13. ^ Il capitale sociale è costituito da 300.000 azioni del valore di mille lire cadauna.
  14. ^ Il capitale sociale è costituito da 500.000 azioni da mille lire ciascuna.
  15. ^ Massimo Mucchetti, Il baco del Corriere, Milano, 2006, pag. 131.
  16. ^ Secondo Massimo Mucchetti, Gianni Agnelli si rivolse allora ad Enrico Cuccia per un consiglio. Il "re" di Mediobanca divenne il regista dell'intera operazione: "Cuccia consigliò di frazionare il rischio mettendo in campo Gemina, dove la Fiat era egemone ma non sola e dove Mediobanca avrebbe garantito per tutti". Poi inserì nella cordata la Montedison, "che aveva in Gemina il socio principale", e infine aggiunse l'industriale cremonese Giovanni Arvedi. Cfr. Massimo Mucchetti, Il baco del Corriere, 2006, pagg. 57-58.
  17. ^ Holding creata nel 1961 dalla Fiat; dal 1981 è quotata in Borsa. Al momento dell'acquisizione delle quote Rizzoli, in Gemina era in corso un aumento di capitale. In novembre, alla conclusione dell'aumento, le azioni ordinarie di Gemina sono di proprietà: il 26,09% alla Sadip (Gruppo Fiat) che, assieme a Invest, SMI, Pirelli e Lucchini controlla il 58,89 per cento; il 12,54% a Mediobanca (più un altro 17,62% controllato in maniera indiretta); il restante 10,95% al mercato.
  18. ^ Società controllata da Montedison, che ne possiede il 72,27%.
  19. ^ Società finanziaria bresciana presieduta da Giovanni Bazoli.
  20. ^ Imprenditore siderurgico, aveva ideato una nuova tecnologia per produrre in automatico tubi senza saldatura.
  21. ^ Nicola Porro, Lo scippo del “Corriere”, ecco perché Rizzoli rivuole il suo giornale, Il Giornale, 7 febbraio 2010. URL consultato il 15/06/2010.
  22. ^ Il patto durerà fino al 1997, anno in cui verrà sostituito da un nuovo accordo che rimarrà in essere fino all'ottobre 2013.
  23. ^ «Prima Comunicazione», 1973-2013-40 anni, novembre 2013, pag. 116.
  24. ^ «Ecco perché è illegale l'intesa Fiat-Rizzoli». URL consultato il 20/12/2013.
  25. ^ La stampa italiana nell'età della tv, a cura di Valerio Castronovo e Nicola Tranfaglia, Laterza, Roma-Bari, 1994, pag. 35.
  26. ^ Massimo Mucchetti, op.cit., pag. 62.
  27. ^ Gianni Dragoni e Giorgio Meletti, La paga dei padroni, Chiarelettere, 2008, pag. 91.
  28. ^ Massimo Mucchetti, op.cit, pagg. 60-61.
  29. ^ Fonte: annuncio pubblicato il 26-01-2008 su Il Corriere della Sera a cura di Rcs Mediagroup
  30. ^ Rcs, Scott Jovane nominato nuovo adElkann: scelto per l'esperienza, non per l'età, «Corriere della Sera», 25 maggio 2012 (modifica il 27 maggio 2012)
  31. ^ Asta sui diritti relativi all'aumento di capitale di RCS rimasti inoptati.
  32. ^ r.dim., Diritti Rcs, assalto della speculazione in Il Messaggero, 12 luglio 2013.
  33. ^ Tramite Edizione.
  34. ^ Tramite Sinpar.
  35. ^ Tramite Erfin.
  36. ^ Vedi nota stampa
  37. ^ Tra gli azionisti di minoranza dell'istituto bancario vi sono la Fininvest e Mediolanum.
  38. ^ Consob: Invesco riduce al 4,515% dal 5,065%, «La Stampa», 15 aprile 2014
  39. ^ L'azionariato aggiornato è riportato sul sito istituzionale di RCS.
  40. ^ a b c d e f g h sezione Corporate Governance del sito RCS MediaGroup
  41. ^ a b c d e f g h sito RCS MediaGroup

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • La Erre verde, Alberto Mazzuca. Milano: Longanesi, 1991.
  • La stampa italiana nell'età della tv, Valerio Castronovo e Nicola Tranfaglia. Roma-Bari: Laterza, 1994.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]