Tomaso Monicelli

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Tomaso Monicelli (Ostiglia, 10 febbraio 1883Roma, 25 maggio 1946) è stato un giornalista e drammaturgo italiano, padre del regista Mario Monicelli e dello scrittore Furio Monicelli.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Di modeste origini familiari, lasciò gli studi preferendo aderire al movimento operaio, dapprima da socialista rivoluzionario, poi come sindacalista rivoluzionario. Parallelamente avviò un'intensa attività pubblicistica e giornalistica. Dal 1903 al 1907 collaborò all'Avanti! con articoli di critica letteraria e teatrale, rimanendovi anche dopo la rottura dei sindacalisti con la direzione del giornale nel 1905. Fu direttore a Milano nel 1904 della "Gioventù socialista", organo della Federazione giovanile socialista. Fu assiduo collaboratore della stampa sindacalista rivoluzionaria, in particolare della milanese "Avanguardia socialista".

In quegli anni fu pure autore delle opere di stampo socialista che compongono la cosiddetta trilogia drammatica (Il Viandante - 1907 -, Esodo - 1908 -, La terra promessa)[1]. Progressivamente, Monicelli si allontanò dal sindacalismo. Nel 1909 e 1910 fondò e diresse a Milano "Il Viandante", settimanale politico-culturale pluralista che invitava ad un riaccostamento dei sindacalisti con i socialisti, ma non alieno da tematiche nazionaliste.

Assieme all'amico sindacalista Roberto Forges Davanzati, Monicelli approdò a concezioni nazionaliste e antigiolittiane, partecipando nel 1910 alla fondazione dell'Associazione Nazionalista Italiana. Conobbe Arnoldo Mondadori nel 1912, ad Ostiglia, ed insieme crearono quella che poi divenne la grande casa editrice. La sorella, Andreina, si sposò con lo stesso Mondadori nel 1913. Nel 1913 sposò Maria Carreri, dalla quale ebbe quattro figli, tra i quali Mario, futuro regista cinematografico. Nello stesso anno si trasferì a Bologna, dove collaborò con Il Resto del Carlino, il principale quotidiano della città.

Fu interventista sia nella Guerra di Libia sia nella Prima guerra mondiale. Allo scoppio della Grande guerra si trasferì a Roma, dove collaborò a «L'idea Nazionale», quotidiano vicino al movimento nazionalista. Nel 1916 si arruolò volontario; combatté sul fronte del Carso con il grado di sottotenente nell'81º Reggimento dei Granatieri. Nel 1917 fondò «Penombra», la prima rivista italiana di cinema[2]. Dopo la fine della guerra fu richiamato a Roma, dove diresse «L'idea Nazionale» (1918-1920), poi il "Giornale di Roma" (1921-1922, insieme con Giuseppe Bottai), "Il Tempo" (1922).

Terminata l'esperienza romana (a causa della chiusura de Il Tempo) Monicelli ritornò a Bologna, dove fu direttore del Resto del Carlino (agosto 1923). Acceso nazionalista, Monicelli fu inizialmente uno strenuo sostenitore del movimento fascista. Nel 1924, però, il delitto Matteotti segnò un netto cambiamento d'opinione. Monicelli iniziò a criticare il regime. Fu costretto dopo poco tempo a lasciare la direzione del quotidiano felsineo (febbraio 1925). Nel 1926 fu nominato consigliere d'amministrazione della Società Italiana Autori Editori (SIAE).

Ma l'incarico finì l'anno dopo. Negli anni seguenti Monicelli avvertì che il regime lo aveva isolato ed incontrò serie difficoltà economiche. Fu grazie alla benevolenza di Giuseppe Bottai, il quale gli garantì un impiego presso la casa editrice Rizzoli, che poté sopravvivere dignitosamente: perso successivamente tale posto di lavoro, decise di togliersi la vita con un colpo di rivoltella. Oltre che drammaturgo, fu scrittore, traduttore, direttore dell'Istituto per i drammi di D'Annunzio. Fra i suoi libri, pubblicò Aia Madama e Nullino e Stellina. Tradusse vari titoli, tra cui Il Viaggio di Ulisse.

Il suicidio[modifica | modifica wikitesto]

In un'intervista pubblicata nel numero di Vanity Fair del 7 giugno 2007 (pagina 146), il figlio Mario Monicelli parla del suicidio del padre avvenuto nell'immediato dopoguerra:

« Ho capito il suo gesto. Era stato tagliato fuori ingiustamente dal suo lavoro, anche a guerra finita, e sentiva di non avere più niente da fare qua. La vita non è sempre degna di essere vissuta; se smette di essere vera e dignitosa non ne vale la pena. Il cadavere di mio padre l'ho trovato io. Verso le sei del mattino ho sentito un colpo di rivoltella, mi sono alzato e ho forzato la porta del bagno. Tra l'altro un bagno molto modesto »

Anche Mario Monicelli morirà suicida, il 29 novembre del 2010.

Eredi[modifica | modifica wikitesto]

Ebbe quattro figli che portarono avanti l'eredità letteraria e artistica del padre: Mario, famoso regista e padre della commedia all'italiana, Giorgio, traduttore ed editore anche per conto della stessa Mondadori, Mino, giornalista e inviato speciale, Furio, scrittore e insegnante al Conservatorio di Milano[3].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ In quel periodo si svilupparono nell'ambiente drammaturgo e teatrale italiano un certo numero di adesioni al sindacalismo rivoluzionario - si pensi in particolare a Guido Marangoni e Walter Mocchi.
  2. ^ Tomaso Monicelli. URL consultato il 04-01-2012.
  3. ^ Giulio Nascimbeni, Monicelli, l' iniziazione imperfetta, "Corriere della Sera", 21 gennaio 1999

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Enciclopedia dello spettacolo, Roma, 1975-1978, vol. VI.
  • Willy Gianinazzi, Intellettuali in bilico. 'Pagine libere' e i sindacalisti rivoluzionari prima del fascismo, Milano, Unicopli, 1996.
  • Andrea Ungari, Tomaso Monicelli e la Grande Guerra, in «Nuova Rivista Storica», XCIV (2010).
Predecessore Direttore de il Resto del Carlino Successore
Nello Quilici 5 agosto 1923 - 20 febbraio 1925 Widar Cesarini Sforza