San Sossio Baronia

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San Sossio Baronia
comune
San Sossio Baronia – Stemma
Localizzazione
Stato Italia Italia
Regione Regione-Campania-Stemma.svg Campania
Provincia Provincia di Avellino-Stemma.png Avellino
Amministrazione
Sindaco Francesco Saverio Garofalo (PdL) dall'8-6-2009
Territorio
Coordinate 41°04′00″N 15°12′00″E / 41.066667°N 15.2°E41.066667; 15.2 (San Sossio Baronia)Coordinate: 41°04′00″N 15°12′00″E / 41.066667°N 15.2°E41.066667; 15.2 (San Sossio Baronia)
Altitudine 650 m s.l.m.
Superficie 19 km²
Abitanti 1 724[1] (30-6-2011)
Densità 90,74 ab./km²
Frazioni Civita, Molara, Montuccio, Montemauro, Costa del Vallone, Santa Lucia, Turro
Comuni confinanti Anzano di Puglia (FG), Flumeri, Monteleone di Puglia (FG), San Nicola Baronia, Trevico, Vallesaccarda, Zungoli
Altre informazioni
Cod. postale 83050
Prefisso 0827
Fuso orario UTC+1
Codice ISTAT 064087
Cod. catastale I163
Targa AV
Cl. sismica zona 1 (sismicità alta)
Nome abitanti Sossiani
Patrono San Sossio Levita e Martire
Cartografia
Mappa di localizzazione: Italia
San Sossio Baronia
Sito istituzionale

San Sossio Baronia è un comune italiano di 1 724[1] abitanti della provincia di Avellino in Campania.

Geografia fisica[modifica | modifica sorgente]

Adagiato alle falde di un'altura digradante verso il fondo di una valle circondata da colline e da contrafforti che gli chiudono l'orizzonte, il paese si difende egregiamente, con queste fortezze naturali, dal rigore dei freddi invernali.

Così, quella che a prima vista sembra una posizione di poco prestigio, torna a vantaggio del paese nel corso dell'anno.

Infatti sebbene l'altitudine (650 m) sia superiore a quella di molti paesi circostanti, il centro abitato è sufficientemente riparato dai venti e dal nevischio che, frenati nella loro corsa, non spazzano le strade in lungo ed in largo, come avviene nelle zone contermini. Inoltre, la presenza di boschi periferici dona ampia frescura alla zona e attenua notevolmente la calura intensa dei mesi estivi, apportando alla località vantaggi climatici ragguardevoli, tanto da creare un netto contrasto con il clima appenninico-continentale che caratterizza l'Irpinia in generale.

Ultimo lembo dell'Irpinia, ai confini con la Puglia, San Sossio Baronia è centro agricolo-commerciale dell'Appennino Sannita, situato sul fianco settentrionale della dorsale che divide la Valle dell'Ufita da quella del suo affluente Fiumarella, nell'alto Bacino del Calore.

Storia[modifica | modifica sorgente]

L'acqua sorgiva, che scaturisce in abbondanza dalle colline circostanti, sta alla base dell'origine stessa del paese. Infatti, San Sossio Baronia era nell'Alto Medioevo la zona delle sorgenti comprese nei possedimenti dei Signori di Trevico.

I pastori con gli armenti scendevano per abbeverarli in quella zona dove attualmente esistono tre grotte scavate nell'argilla, di cui una al centro più piccola, e che per la forma di presepe propria dell'insieme, rispettivamente rappresentano le grotte di S. Giuseppe, della Madonna e del Bambino, zona comunemente detta Acqua della Madonna.

L'origine del paese è riferita al XIII secolo e, secondo la tradizione intorno ad una sorgente presso la chiesa parrocchiale. Questa, distrutta dal terremoto del 1930, era stata costruita nel 1754. L'antica parrocchiale era la chiesetta, ora in rovina, dell'Annunziata, la quale, anche se sul fonte dell'acqua benedetta era incisa la data 1589, risale al XIII secolo.

La datazione di origine del paese riferita al secolo XIII è convalidata da un rescritto di Carlo D'Angiò del 1299 che parla di Vico (Trevico) con i Casali (San Sossio Baronia, San Nicola Baronia, Castel Baronia, Carife etc.), e maggiormente dalle "Rationes Decimarum Italiae" nei secoli XIII e XIV nella parte relativa alla Campania, ove risulta che i "Clerici S. Sossi" per gli anni 1308-1314 dovevano pagare la tassa annuale di "tari uno e grana 121" al Vescovo di Trevico.

Quest'ultima fonte in particolare induce a ritenere che tale comunità alla data del 1308 aveva già una sua piena e completa organizzazione, tanto da essere chiamata a versare un tributo, per cui la sua origine si può far risalire quanto meno alla prima metà del Duecento.

Il nome San Sossio dato all'antico casale di Trevico, trova nella leggenda la sua giustificazione. Infatti, si narra che un asino, sul quale venivano trasportate le reliquie di San Sossio martire (Diacono di Miseno martirizzato con San Gennaro, Vescovo di Benevento, a Pozzuoli al tempo dell'Imperatore Diocleziano) destinate ad un paese vicino, giunto in località ora detta Sella Coppola (incrocio della SS. 91 con le Provinciali per S. Sossio e Trevico), infilò la strada che conduceva alle poche case esistenti in fondo alla valle e non ci fu verso di fargli cambiare direzione. Si gridò al miracolo: le reliquie rimasero nella chiesetta dell'Annunziata e fu dato il nome di San Sossio al paese.

San Sossio Baronia, seguì sempre le vicende di Trevico, con cui condivise il giogo feudale dei Consalvo nel secolo XV e dei Loffredo fino al 1806.

I Sossiani durante il feudalesimo godettero sempre di una certa autonomia per il loro straordinario spirito di indipendenza e libertà. A tal riguardo si racconta di una vecchietta la quale, intorno al 1500, al feudatario che, dopo essersi dissetato ed aver decantato la freschezza della limpida fonte, voleva gravarla di una tassa, rispose: «l'acqua è fresca, Eccellenza, ma le nostre teste sono calde» ed il signorotto si guardò bene dall'applicare la tassa. Avrà forse avuto origine da questo lo stemma del Comune: tre getti d'acqua che scaturiscono dalla cima di una collina sormontata da tre stelle a cinque punte.

Nel 1612, grazie a Ferdinando Loffredo, alla sorgente più feconda fu dato un aspetto più dignitoso nella fontana che ora appare maestosa nella sua semplicità architettonica e nel bassorilievo con lo stemma del nobile casato dei Loffredo e con l'immagine del Santo Patrono. Ne dà ampia testimonianza l'iscrizione della lapide seicentesca:

Soxius huc populu custodit ab aetere, Martir, hoc loffreda domus; stabit in orbe pius, A.D. 1612, praetereundo cave sitiens properare, viator, fistula dulce fluit cogiaciatis aquae

(II Martire Sossio protegge questo popolo dal cielo. In paese don Loffredo sarà ricordato come Pio nell'anno del Signore 1612. O viandante assetato guardati dall'affrettarti nell'andar via! Un condotto di acqua ghiacciata scorre dolcemente).

Il paese inoltre partecipò attivamente ai moti rivoluzionari; saputo che Garibaldi marciava verso Napoli, dopo aver sgominato in Sicilia l'esercito borbonico, il popolo sossiano assalì il Municipio e ridusse in frantumi il busto di Ferdinando II. Caduta Gaeta il 29 febbraio 1861, Francesco II si rifugiò prima a Roma poi ad Albano agevolando così il sorgere di bande armate costituite dai suoi partigiani.

Questo movimento legittimista ben presto degenerò in brigantaggio. Le bande furono ingrossate da delinquenti della peggiore specie, che scorrazzavano nelle contrade, devastando e commettendo ogni sorta di delitti, protetti dalle fitte boscaglie. In questo territorio imperava la banda del brigante Giuseppe Schiavone, luogotenente di Carmine Crocco di Rionero in Vulture, assieme all'inseparabile compagna, Filomena Pennacchio, nata a San Sossio il 6 novembre 1841, che in una incursione sull'abitato recise le quattro teste di angeli scolpiti in altorilievo agli angoli del basamento di una croce di pietra del 1611.

Tale croce recentemente restaurata è il vanto del paese e fa da sfondo ad una delle vie più importanti.

Origini. Tra ipotesi e leggenda[modifica | modifica sorgente]

Se tali sono le origini risultanti da fonti storicamente accertate, non è da dimenticare che la presenza di ruderi e di caratteristiche topografiche fa ritenere che la zona sia stata importante centro anche al tempo dei romani. Sta di fatto che l'attuale Autostrada Napoli-Bari, nel tratto relativo al territorio di San Sossio Baronia segue il tracciato della famosa via Appia adiacente al corso del torrente Fiumarella, come risulta dai resti di un ponte romano in località Turro, centro pittoresco frequentato soprattutto dagli appassionati di pesca.

Anche Orazio afferma nella quinta satira del primo libro di aver percorso tale via, sostando in una "Villa vicina Trivici". Se l'origine del nome Trevico è dovuta alla fusione di tre villaggi, tres vici, è opportuno risalire ad un unico centro dalle caratteristiche ben definite.

Storicamente non è accertato che l'attuale Trevico sia la risultante di tre villaggi, pertanto, si possono avanzare ulteriori ipotesi. Certamente una strada, partendo dal ponte romano collegava in dolce pendio la via Appia con la civitas di contrada Civita Alta. Qui si resta colpiti notando la presenza di un'altura alla cui base affiorano dal terreno incolto enormi pietre rotolate in seguito a frane e che senz'altro fanno parte della cinta muraria di un'antica città.

Inoltre procedendo in linea retta si riscontrano, ad intervallo di circa 30 metri, dei pozzi che, scavati con particolare perizia, penetrano con i rispettivi canali nell'altura e certamente in passato erano utilizzati per l'irrigazione dei campi e per l'abbeveraggio di carovane.

Sia i pozzi che gli enormi massi si ritrovano sistematicamente intorno all'altura, a spiovente per tre lati, ciascuno lungo circa 400 metri.

Il quarto lato in parte presenta tracce della cinta muraria in posizione sopraelevata rispetto ai campi circostanti ed in parte è degradante verso gli stessi campi.

Questa caratteristica già di per sé stessa potrebbe essere addotta a prova che ci troviamo di fronte all'ingresso di un'antica città; ma l'elemento determinante che prova tale teoria è una strada poco distante, con lastricato tipicamente romano, in ottimo stato di conservazione per una ventina di metri. Inoltre sono reperibili tracce di strade secondarie che conducono al medesimo ingresso.

Risalendo l'altura da questo punto si notano altri pozzi e già dal terreno arato affiorano cocci di vasellame di varia grandezza e di diversa lavorazione che diventano più numerosi man mano che si procede.

Reperti archeologici di notevole importanza, quali monete, pesi romani, armi e suppellettile varia, reperiti in questa civitas si trovano presso il Museo Irpino di Avellino. Si arriva infine ad un altopiano dove è possibile verificare con uno sguardo la quadratura della città e la posizione predominante rispetto alle località circostanti, ai confini con la Puglia. Potrebbe essere stat una città distrutta dai Romani nel III secolo a.C. in seguito alle guerre sannitiche. Oppure una città alleata di Annibale distrutta dai Romani dopo la II guerra punica. Non si può escludere nemmeno l'ipotesi che sia addirittura la Trivicum di cui parla Orazio, come risultante della fusione di tre villaggi, per motivi di difesa.

Segni inconfutabili della presenza di altri villaggi infatti sono riscontrabili sulle colline dei dintorni per la presenza di suppellettile varia affiorante dal terreno arato. Doveva trattarsi di una grande città, centro di scambio tra il Sannio e le Puglie e come tale idonea ai rifornimenti e alle soste di apposite carovane.

Monumenti e luoghi di interesse[modifica | modifica sorgente]

Unico centro di interesse che trova le sue origini nel 1929 è stato fino ad ora il Santuario di S. Michele (Contrada Montemauro), già meta di pellegrinaggio da parte dei fedeli di quasi tutta la provincia in occasione dei festeggiamenti ricorrenti il 29 settembre e 1'8 maggio. L'afflusso di popolazione è dovuto sia al profondo senso tradizionale della religione e sia al senso mondano di trascorrere delle ore liete in aperta campagna.

Storia del Santuario di San Michele[2][modifica | modifica sorgente]

Nei racconti dei vecchi le notizie riguardanti la fondazione del Santuario di S. Michele sono velate da un senso di venerazione misto a sacro terrore, anche perché si riferiscono ad un passato piuttosto recente. Infatti nei primi decenni del Novecento, Montemauro presentava un paesaggio uniforme, spoglio e desolato in una sinistra atmosfera di superstizione magica. Tutti i contadini della zona, con la tenacia tipica della gente irpina, dissodavano quel terreno avaro di messi, ma pur sempre ricco di conchiglie fossili, evitando accuratamente di avvicinarsi ad un'enorme pietra detta "macigno del diavolo". Tale denominazione era derivata dalla presenza sul masso delle impronte di un pugno, di una mano e di un cranio che i contadini attribuivano al diavolo, in quanto, nelle notti di luna piena, spesso avevano visto aggirarsi e soffermarsi in quel luogo strane ed avanescenti figure che avevano messo in fuga persino i cani. Attualmente su quell'enorme pietra parzialmente interrata sono visibili piccole croci e strani simboli non bene identificati. In questa contrada viveva con la sua famiglia Zitola Francesco che conduceva la sua vita lavorando i campi, nel pieno vigore della sua integrità fisica. Ma un mattino del 1927 Zitola Francesco non si svegliò nel proprio letto, bensì in un prato non molto distante dalla sua abitazione. Il contadino rimase perplesso per un po', poi ritornò al lavoro senza dare alcuna importanza al fatto. A sera stanco per il duro lavoro della giornata andò a dormire prima del solito, ma il risveglio avvenne di nuovo su quel prato e sulla via del ritorno, per tutto il percorso notò sull'erba i segni di un corpo trascinato. Incominciò a sospettare qualcosa che divenne certezza, quando ritrovandosi il mattino seguente per la terza volta nello stesso luogo, rinvenne escoriazioni e lividure sulle braccia e sul volto nonché macchie d'erba sugli indumenti.

Per tutta la giornata restò in casa stremato nel fisico, per le notti trascorse all'aperto e per il terrore di doverne trascorrere altre, sia pur dormendo, trascinato per i campi da esseri infernali.

Era ormai sera inoltrata ed il contadino tormentato da paurosi pensieri guardava dal suo letto, con occhi stralunati i riflessi della luna piena che si stagliava alta nel cielo, con un triste presentimento nel cuore. Si addormentò molto tardi, ma subito si svegliò tra grida agghiaccianti, mentre veniva trascinato per i piedi nei campi da un essere demoniaco. Invano invocò aiuto, poi svenne e fu trovato sanguinante dalla moglie sull'uscio di casa.

La terribile esperienza ridusse in fin di vita il poveretto, che con gli occhi lucidi e febbricitanti implorava aiuto rivolto ad un'immagine di San Michele che aveva sulla parete di fronte al letto. All'improvviso l'immagine s'ingrandì e San Michele apparve al contadino in tutto il suo splendore, promettendogli una pronta guarigione e la fine di tutti i suoi tormenti, se gli avesse eretto una cappella. All'alba il contadino notò che le ferite del suo corpo si erano rimarginate e che era ritornato sano nel corpo e sereno nello spirito. Ben presto si recò in paese dall'Abate Procaccini, per raccontargli i prodigi cui era stato sottoposto, ma l'Abate, attribuendo i fatti ad una forma di sonnambulismo o all'abuso di bevande alcooliche, congedò il contadino che invano mostrava le ferite cicatrizzate e gli indumenti macchiati di verde. A tarda notte, mentre il contadino dormiva tranquillo nel suo letto, l'Abate vegliava per un'improvvisa inquietudine e per la continuità sconcertante di strani rumori che provenivano dalla finestra della sua stanza, tanto che la spalancò e in piena notte gli apparve Montemauro illuminato a giorno da fasci di luce smagliante. Tale visione durò qualche minuto, ma bastò all'Abate per convincersi sull'attendibilità del racconto del contadino, che ottenne l'approvazione delle autorità ecclesiastiche, per iniziare la costruzione della cappella in onore di S. Michele nel suo podere alle pendici di Montemauro. Il contadino iniziò l'opera utilizzando le pietre del torrente Fiumarella e per diversi giorni il muro di pietre e malta che riusciva ad innalzare durante il giorno veniva sistematicamente ridotto in polvere durante la notte, finché gli apparve in sogno S. Michele che espresse il desiderio di avere la cappella sulla sommità della collina, dove fu subito eretta dal contadino che comperò anche una statua per il culto dei devoti. La cappella in seguito fu ampliata per interessamento di tutti i cittadini sossiani che trasportarono le pietre dai sottostanti torrenti. Si racconta che la statua del Santo, ogni qual volta veniva portata in processione, era accompagnata dallo scatenarsi degli elementi della natura, per cui si dovette utilizzare una seconda statua per le processioni. Al culto di San Michele era legata anche la Scala Santa, tipica costruzione in pietra contigua all'antica cappella di recente restaurata.

Società[modifica | modifica sorgente]

Evoluzione demografica[modifica | modifica sorgente]

Abitanti censiti[3]

Economia[modifica | modifica sorgente]

Turismo[modifica | modifica sorgente]

Il paesaggio suggestivo e stimolante di una città sepolta è facile richiamo per l'appassionato di storia antica. Ma chi cerca nella natura un rifugio tranquillo può trascorrere ore indimenticabili nella pineta di contrada Molara, (metri 1000 m s.l.m.) lontano dalle attività quotidiane e dallo stress della società attuale.

A poca distanza un laghetto dalle acque pescose rompe la monotonia del paesaggio, offrendo la possibilità di trascorrere, a contatto diretto della natura, una vacanza che può sollecitare i vari interessi del turista.

Amministrazione[modifica | modifica sorgente]

Altre informazioni amministrative[modifica | modifica sorgente]

Il comune fa parte della Comunità montana dell'Ufita.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b ISTAT - Bilancio demografico mensile al 30-6-2011.
  2. ^ brano tratto dal sito dell'associazione Soxius (http://www.soxius.hirp.it)
  3. ^ Statistiche I.Stat - ISTAT;  URL consultato in data 28-12-2012.

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

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