Santo Stefano del Sole

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Santo Stefano del Sole
comune
Santo Stefano del Sole – Stemma
Localizzazione
Stato Italia Italia
Regione Regione-Campania-Stemma.svg Campania
Provincia Provincia di Avellino-Stemma.png Avellino
Amministrazione
Sindaco Carmine Ragano (lista civica) dal 29/05/2007
Territorio
Coordinate 40°54′00″N 14°52′00″E / 40.9°N 14.866667°E40.9; 14.866667 (Santo Stefano del Sole)Coordinate: 40°54′00″N 14°52′00″E / 40.9°N 14.866667°E40.9; 14.866667 (Santo Stefano del Sole)
Altitudine 547 m s.l.m.
Superficie 10,78 km²
Abitanti 2 218[1] (31-12-2010)
Densità 205,75 ab./km²
Frazioni Boschi, Toppolo, Macchie, Sozze di Sopra, Sozze di Sotto, San Pietro
Comuni confinanti Cesinali, San Michele di Serino, Santa Lucia di Serino, Sorbo Serpico, Volturara Irpina
Altre informazioni
Cod. postale 83050
Prefisso 0825
Fuso orario UTC+1
Codice ISTAT 064095
Cod. catastale I357
Targa AV
Cl. sismica zona 2 (sismicità media)
Nome abitanti Santostefanesi
Patrono san Vito - Santo Stefano Protomartire
Giorno festivo 15 giugno - ultima domenica di agosto (S. Vito), 3 agosto (S. Stefano)
Cartografia
Mappa di localizzazione: Italia
Santo Stefano del Sole
Sito istituzionale

Santo Stefano del Sole è un comune italiano di 2.238 abitanti della provincia di Avellino in Campania.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Il paese di Santo Stefano del Sole ebbe origine dalla scissione dal borgo di Castel Serpico. Riguardo l'origine di Castel Serpico vi sono varie tesi.[2] L'origine del primo agglomerato rurale di S. Stefano del Sole è attestata intorno all'anno 1000, quando i Serpiceti, una popolazione che viveva esclusivamente di pastorizia e agricoltura, si recavano quotidianamente a lavorare la terra nei territori di Castel Serpico, bagnati da corsi d'acqua come il torrente Tufo (che scorre per il centro del paese, proprio sotto la piazza Oscar Brini) ed il fiume Sabato. Quindi, dovendo poi percorrere a ritroso svariati chilometri per poter rientrare a Serpico, pensarono di costruire delle case più vicine, appunto sul sito attuale del comune. Dal momento che si stava oggettivamente formando un insediamento urbano, anche il feudatario, decise di costruirvi il palazzo che ospitasse la sua corte[3], poco al di sotto della chiesetta dell'Annunziata, insieme alla chiesa di Santa Maria delle Cristarelle, di cui ricordiamo solo il nome. Nell'anno 1045 troviamo già presente il nome di Santo Stefano del Sole in un diploma esistente nell'archivio della chiesa di Santa Sofia in Benevento. Sull'origine del nome non abbiamo attestazione al riguardo, ma solo supposizioni. Sappiamo che Serpico venne disabitato nel 1469 a causa della pestilenza che colpì l'intera Europa, e i cittadini superstiti in parte si stabilirono a valle, formando il nuovo centro di Sorbo Serpico, in parte a S. Stefano del Sole, incrementando il livello demografico del paese[4]. Dall'anno 1525 il paese di S. Stefano del Sole, che fino ad allora era stato sempre unito a quello di Sorbo Serpico, si scisse e venne amministrato da un sindaco autonomo, sotto la giurisdizione del feudatario locale[5]. Del tutto irrilevanti ai fini della determinazione di una storia di S.stefano del Sole sono gli eventi storici succedutisi al 1525, eccetto il grave dramma che lo colpì nel XVIII secolo con il brigante Lorenzo de Feo. (A.M.)[iniziali di chi?]

Edifici di interesse pubblico e religioso[modifica | modifica wikitesto]

Chiesa madre[modifica | modifica wikitesto]

È sita in Piazza del Sole. La costruzione della navata della chiesa madre avvenne tra il 1600 e il 1605, ed era composta da una sola e grande navata. La crociera venne costruita circa un secolo dopo, nell'anno 1716[6]. Il terreno apparteneva al marchese, che lo donò al comune. Esso fu spianato con un ingente lavoro. Il terreno recuperato venne gettato davanti alla chiesa, formando così la piazza chiamata appunto "tarreno" o "multarreno o murtarreno"[7] e in esso vennero piantati 4 tigli, di cui oggi se ne vedono 3. La crociera è in stile barocco leggero con finte colonne corinzie, ma all'epoca in cui fu costruita (1716 - 1718) era senza cupola. Nel 1758 fu edificato il muro di contenimento a ridosso della chiesa madre e nel 1760 la chiesa fu dotata di un suo organo, in seguito sostituito. Intorno a quell'anno fu anche completata la cupola, esternamente formata da un muro circolare che poggia su 4 archi, nel quale si aprono 4 finestre a forma ovale. Internamente è decorata con bellissime sculture in stucco eseguite da Gaetano Amoroso, uno scultore napoletano. Sui 4 pilastri troviamo i 4 evangelisti, ovvero (partendo dal crocifisso in ordine antiorario) San Matteo, San Marco, San Luca e San Giovanni. Gli angeli rappresentati simboleggiano la fede (a destra), la speranza (a sinistra). Scempio per questa meravigliosa chiesa è stato la rimozione dei preziosi e suggestivi altari laterali esistenti sotto ogni tela o statua della navata, rendendola priva e spoglia di codeste opere d'arte. Il campanile si trova a sinistra della chiesa madre, di forma rettangolare, con 8 finestre ad arco, e ha 2 campane[8]. La Chiesa Madre ospita le spoglie di San Vito, il martire siciliano che subì il martirio il 15 giugno 303. Egli viene festeggiato il 15 giugno e l'ultima domenica di agosto, in quanto le sacre spoglie furono trasportate da Roma in S.Stefano del Sole l'ultima domenica di agosto dell'anno 1814, ad opera del Dott. Angelo De Feo. (A.M.)[iniziali di chi?]

La chiesa del SS. Sacramento[modifica | modifica wikitesto]

È adiacente alla Chiesa Madre e fu costruita nel 1836, a seguito del crollo dell'antichissima chiesa di Santa Maria delle Cristarelle, per ospitare la congrega che era stata fondata in essa. La cappella era formata da una sola navata e un'abside semicircolare in cui erano incavate 8 nicchie che ospitavano i mezzi-busti di vari santi. Da essa si può scendere nella cripta della chiesa madre mediante una scala. Ospitava numerose statue e tele di gran pregio e valore: attualmente la sua struttura è stata pesantemente modificata con la chiusura dell'abside semicircolare (e la chiusura delle nicchie) al fine di crearne un locale predisposto allo svolgimento di attività ricreative varie (A.M.)[iniziali di chi?]

Chiesa di San Giovanni Battista[modifica | modifica wikitesto]

La sua fondazione risale all'anno 1590. Vi è un unico altare, e un gigantesco quadro eseguito con la tecnica dell'affresco. La luce entra attraverso 3 finestre, 2 laterali e una centrale, situata sopra il portone d'ingresso. Nelle due nicchie, a destra e a sinistra dell'altare, troviamo rispettivamente la statua dell'Addolorata e del Sacro Cuore. In essa fu istituita la Confraternita del Nome di Gesù e Immacolata Concessione. Attualmente la Chiesa funge da deposito di panche e altre pertinenze e suppellettili della Chiesa Madre (A.M.)[iniziali di chi?]

Cappella dell'Annunziata[modifica | modifica wikitesto]

Fu edificata nel 1698 a cura del marchese di S. Stefano e ha una forma di parallelogramma e il soffitto a volta. Presenta 2 tribune laterali, usate dai marchesi per assistere alle funzioni religiose quindi era, in origine, una cappella privata. Era affrescata con pregevoli dipinti ora cancellati dall'incuria e dal tempo. Nella cappella sono presenti le statue dell'Annunziata e del Arcangelo Gabriele. (A.M.)[iniziali di chi?]

Chiesa dell'Angelo[modifica | modifica wikitesto]

È la chiesa più antica esistente a S. Stefano del Sole; infatti su una lapide che era situata a sinistra della chiesa era scritto: D.O.M. (che vale a dire: a Dio Ottimo Massimo, sintomatico di uno dei fondamenti pagani della religione cristiana) DIE XXV IUNII MARIA ERROGUS XEONA EREXIT SANCTI ANGELI HOC SACELLUM MCXIX, che tradotto in italiano vuol dire: nel giorno 25° di giugno Maria Errogus[9] eresse a Sant'Angelo (Michele ovviamente) questo tempio nel 1119, quindi 25 giugno 1119. Gli altari presenti nella Chiesa furono rimossi, così come è stata abbattuta la struttura adiacente, quest'ultima ad opera del reverendo Marcantonio de Feo, in quanto sospettò che venisse utilizzata quel luogo d'appuntamenti per bizzarre sette sataniche[10]. Tuttavia, le rovine del luogo hanno un suggestivo aspetto di vetusta antichità. La Chiesa, in piena decadenza, è stata restaurata nel 2000 ad opera dell’Associazione Devoti della Madonna di Lourdes, cui si deve la costruzione della Grotta della Madonna di Lourdes, che si colloca nel meraviglioso parco alle spalle della Chiesa. L'Associazione ogni anno, a maggio, organizza un raduno per gli ammalati, cui partecipano ONLUS provenienti da tutta la regione, che trovano conforto nella fede e nella solidarietà umana. La struttura della Chiesa è costituita da un'unica navata; in essa sono presenti statue e quadri di San Michele Arcangelo, ed un quadro della Madonna di Montevergine[11]. (A.M.)[iniziali di chi?].

Palazzo baronale[modifica | modifica wikitesto]

È sito nel mezzo del paese, e nel 1905 è stato comprato e restaurato dal Comune per essere adibito a sede del municipio. È composto da 2 piani. Il portone d'ingresso è raggiungibile da una lunga scalinata centrale in pietra e in mattoni. Appartenne prima alla famiglia Lombardo, successivamente ai marchesi Gesualdo ed infine fu acquistato nel 1770 circa dal barone Sabino Zamagna, nobile di Dubrovnik. (A.M.)[iniziali di chi?]

Edifici non più esistenti[modifica | modifica wikitesto]

Anticamente a S. Stefano del Sole vi erano 2 monasteri, ora scomparsi[12], uno dedicato a S. Andrea Apostolo[13], e uno dedicato a San Pietro, in località San Pietro ad Oglio[14], una chiesa distrutta, Santa Maria delle Cristarelle[15], ed un'altra a Sozze, ovvero la chiesa di San Giuseppe, antistante a quella nuova, di cui si vedono perfettamente le rovine, ormai completamente coperta dai rovi che la sovrastano. Sul pavimento vi è una lapide su cui vi sono scritte le seguenti frasi in latino:
«Quanti œtates nobis vivendœ restiterimus?
solum pulva et umbra sumus,
nihil humanus [...]»
che significa: Quanto ci resta ancora da vivere? Siamo solo polvere ed ombre, niente di umano...[16] (A.M.)[iniziali di chi?]

Lorenzo De Feo[modifica | modifica wikitesto]

Lorenzo De Feo, detto Laurenziello, fu un temuto brigante del Sud Italia. Nacque il 25 giugno 1777 a Santo Stefano del Sole da Giuseppe De Feo e Maria Romano. In balia della più totale povertà[17], venne assoldato tra i bravi del Marchese di Santa Lucia di Serino, compiendo soprusi e omicidi in suo nome. Dopo aver avuto una discussione violenta con un certo Saverio de Feo, capo della Guardia Urbana di S.Stefano, pensò di "darsi alla macchia"[18]. In breve tempo mise insieme era un banda di oltre 60 briganti[19], e spostandosi in tutta l'Irpinia compì ogni sorta di delitto, compiendo stragi nei paesi vicini, anche in pieno giorno. Rilevanti per la storia di Santo Stefano del Sole sono due delitti compiuti dal brigante. Il 30 marzo 1809 sulla strada che porta da Cesinali a Serra fece uccidere dal brigante Mafone l'Arciprete di S.Stefano del Sole Marco de Feo (8 settembre 1775 - 3 agosto 1809), accompagnato da un garzone Gaetano Feola, e colpevole di aver scomunicato lui e la sua banda. Ovviamente il sacerdote di Cesinali, Pasquale Cocchia, che compose la storia di Laurinziello in versi, scrisse:


Ma più di tutti il perfido Mafone
aveva di stragi una crescente sete,
siccome apparirà dal mio sermone:
di Santo Stefano uccise l'Arciprete,
mentre andava a cavallo in Avellino
non sospettando il suo crudel destino.

Non ebbe manco il tempo il poveretto
di fare alla Madonna una preghiera
che due palle gli trasse in mezzo al petto.
Facendogli veder l'ultima sera:
indi spirar voleva senza ragione
al cavallo ed al piccolo garzone.

Ricercato dalle truppe di Gioacchino Murat, dovette fuggire in Puglia. Dopo alcuni mesi ritornò a Santo Stefano insieme alla banda per terrorizzare i Santostefanesi. Il 3 agosto 1809 mentre il popolo di Santo Stefano, all'uscita della S.Messa era intento ad ascoltare la musica, improvvisamente si udirono dalle parti del Vicolo Costa alcuni colpi di carabina. Parte del popolo riuscì a barricarsi nella Chiesa Madre insieme all'Arciprete Vito De Feo, che fece sbarrare le porte, mentre il resto del popolo tentò di fuggire per i vicoletti. Dirigendosi verso Capocasale entrò nella casa di Antonio Pisapia, caporale, uccise la moglie, Gaetana Feola, con il neonato che stringeva in braccio. Il sindaco di S.Stefano, Ciriaco de Feo, fu colpito da vari colpi di pistola e poi finito dai mastini di Laurinziello. Altre vittime furono Nicoletta de Mattia, Gaetano Capozzi, Alessandro Tedesco e Stefano Romano, sacerdote di Aiello del Sabato. I morti furono più di 30, i feriti molti di più. Ogni famiglia di Santo Stefano ebbe delle vittime[20].

Il sacerdote Pasquale Cocchia, a proposito di quel evento nefando, prosegue nel suo libro:

Un giorno ch'era festa al suo paese,
con tripudio di suoni e lieti canti,
dalla montagna rapido discese,
Laurenziello con tutti i suoi briganti
e, pervenuto dentro al villaggio
opera egli fece di barbaro selvaggio!
Dei cittadini la devota festa
in lutto convertì lo scellerato,
chè di colpi mortali una tempesta
incominciò per tutto l’abitato.
Ritrarre in carta ed adeguar parlando
chi può quello spettacolo nefando?
San Stefano di stragi era già pieno,
vedevansi in mucchi tanti corpi avvolti,
là feriti sui morti, e qui giaceano
sotto morti insepolti egri sepolti...
Cessato pascia il miserando scempio,
sazio sul monte ritornò quell’empio.

Nei giorni seguenti la strage, alcuni dei suoi briganti furono uccisi a seguito di incontri-scontri con le regie truppe. Lo stesso Laurenziello fu costretto a fuggire, ma fu catturato e processato, insieme a suo fratello ed altri tre briganti. Il 6 maggio 1812 avvenne l’esecuzione in Piazza Libertà ad Avellino[21]. I presenti all'esecuzione narrano che Lorenzo chiese da bere ma non fu ascoltato, allora emise un forte grido di rabbia, che fece fuggire via la folla impaurita. Data la confusione, si credette che il brigante fosse stato liberato, quindi all'esercito che presiedeva l'esecuzione fu dato immediatamente l'ordine di sparare sulla folla, così causando circa quattro morti e decine di feriti, molti dei quali furono calpestati dagli zoccoli dei cavalli[22] Il suo corpo venne lasciato in piazza per dodici ore, quindi gli fu reciso il capo che fu poi chiuso in una gabbia ed esposto in cima ad un lungo palo a Porta di Puglia.[23]. Un mulattiere, che era stato molte volte vittima del brigante, si avvicinò al palo e scuotendolo disse:“Oh Laurenziello! Laurenziello! Quante me n’hai fatte passare!“ La gabbia si staccò cadendo sulla testa del mulattiere che morì per la frattura. Questo fatto, sebbene accidentale, accrebbe la triste fama di Laurenziello, per cui è rimasto il detto: «Laurenziello pure ‘roppo muorto facivo ‘natu ‘micirio» il che significa: «Laurenziello anche dopo essere morto compì un altro omicidio». (A.M.)[iniziali di chi?]

Tradizioni e folklore[modifica | modifica wikitesto]

Rosamarina[modifica | modifica wikitesto]

Nel giorno di Pasqua, vari gruppi di persone divisi per quartieri, percorrono le contrade di Santo Stefano del Sole, portando, casa per casa, gli auguri di buona Pasqua ed intonando un canto tradizionale: la “Rosamarina”. Tale canto è accompagnato da strumenti musicali quali tammorre, triccheballacche, organetto ecc. Ogni capofamiglia ricambierà tale gentilezza donando qualche bene pecuniario o in natura. La sera stessa, i vari gruppi si riuniscono e mettono all'asta ("abbannisceno i taralli") ciò che è stato donato loro, e il ricavato sarà affidato al Comitato di San Vito Martire, che lo userà per organizzare la festa del santo Patrono. Il canto ha il nome di "Rosa marina, poiché il Comitato usava regalare ad ogni capofamiglia, il sabato santo, un ramoscello di rosmarino con cui avrebbe aromatizzato l’agnello pasquale. Col passare degli anni il rosmarino è stato cambiato con un ramo di abete ("frasca"), cui sono legati due arance e un limone. Tale ramo di abete viene solitamente legato al balcone della propria casa (A.M.)[iniziali di chi?].

Persone legate a Santo Stefano del Sole[modifica | modifica wikitesto]

Evoluzione demografica[modifica | modifica wikitesto]

Abitanti censiti[24]

Cittadini stranieri[modifica | modifica wikitesto]

Al 31 dicembre 2009 nel territorio di Santo Stefano del Sole risultano residenti 92 cittadini stranieri. I gruppi più numerosi sono quelli di:

fonte Istat

Amministrazione[modifica | modifica wikitesto]

Altre informazioni amministrative[modifica | modifica wikitesto]

Il comune fa parte della Comunità montana Terminio Cervialto.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Dato Istat - Popolazione residente al 31 dicembre 2010.
  2. ^ Dubbia è la tesi di G. Colacurcio che ritiene che Castel Serpico nacque in epoca addirittura pre-romana dalla fuga delle locali popolazioni irpine dopo la distruzione delle loro città da parte dei Romani, a causa delle guerre sociali del 91-88 a.C. (in Notizie storiche del comune di S.Stefano del Sole, G. Colacurcio, Napoli 1914). Se si accoglie l'ulteriore tesi del Colacurcio che vede la parola Serpico discendere etimologicamente dalla presenza in loco di un templio dedicato al Dio egizio Serapis(-idis), allora è fortemente presumibile l'esistenza del borgo in epoca romana (almeno dal I secolo a.C. in poi) in quanto, esattamente intorno al I secolo a.C., in Campania si era affermato il culto del Dio egizio Serapis. Sembra pari meriti fondata la tesi che vedrebbe collegato il paese alle vicende seguite alla distruzione di Abellinum ad opera dai Longobardi nel 571 (e la successiva presenza dei Longobardi in Irpinia spiegherebbe anche la presenza della Chiesa di San Michele - vedi note 9 e 11); scrive Francesco Scandone, alle pagine 10 e seguenti della sua Abellinum longobardicum, Casa Editrice Libraria Humus, Napoli 1948: "Si può solo congetturare che la città [Abellinum], confinante con quella di Benevento, ne abbia, a poca distanza di tempo, seguita la sorte [distruzione da parte dei Longobardi; ndr]. [...]In quanto al modo, con cui l'invasione fu compiuta, i cronisti ce ne tramandano delle notizie, abbastanza per se stesse eloquenti. [...] Pertanto è da ritenersi che ad Abellinum sia stata riservata la sorte della maggior parte delle città sorelle.[...] i cittadini rimasti indifesi, doverono o salvarsi con la fuga, fuori dal territorio della colonia [Abellinum], o riparare nei vici e nei pagi. Così, anche se si volesse escludere una violenta distruzione degli edifici della città, questi sarebbero crollati dopo alcuni anni, specialmente per l'abbandono degli abitanti, ricchi di censo. [...] Poiché ai barbari piacevano i beni fondiari, i «primarii» o «curiales», venivano soppressi, o costretti a mettersi in salvo altrove". Ciò spiegherebbe anche la presenza delle effigi romane a Manocalzati, Santostefano del Sole e Avellino (vedi nota sub 9): in sintesi, quindi, stando alla tesi dello Scandone, Abellinum si sarebbe svuotata ed avrebbe visto gli Abellinates in parte uccisi ed in parte dispersi dai Longobardi. A sostegno di tale ricostruzione, lo Scandone riporta, alla pagina 12, diverse argomentazioni, che tuttavia non riguardano la Storia di Santo Stefano del Sole, ma quella di Avellino. Altra tesi, che non esclude quella deducibile dagli scritti dello Scandone, anzi, la integra, è quella che deriva dagli scritti dello storico bizantino Procopius, che nel suo "Bellum gothicum" narra della distruzione delle fortificazioni di Abellinum a seguito della guerra Gotico-Bizantina. Secondo questa tesi, la quasi trentennale lotta tra Goti e Bizantini (525-555), la pestilenza del 565 d.C., le ripetute carestie, la decadenza delle strutture civili ereditate dai Romani comportarono una fuga dei cittadini da Abellinum, ma non un abbandono totale, in quanto in Abellinum si rinvengono ancora fonti archeologiche (lapidi) datate 543, che attestano la presenza della popolazione in essa". Perché è interessante tutto ciò? Perché nel 539 agli Ostrogoti subentrarono i Bizantini, che occuparono tutta l'Italia peninsulare, compresa Abellinum. Ed a questo periodo che risale l'epigrafe che fa riferimento alla morte di Iohanni, risalente al 541 e che si trova sulla parete interna del Campanile della Chiesa di S. Maria della Neve, la Chiesa Parrocchiale di Aiello del Sabato. Si tratta di Iohanni(cius), che Francesco Scandone ritenne Vescovo di Avellino dal 520 al 541. Ciò vuol dire che già nel 541 abitanti di Abellinum si erano trasferiti altrove. Ciò, unitariamente alla presenza nel paese di Sorbo Serpico di una Chiesa intitolata a Santa Maria della Neve della stessa epoca (V secolo d.C. ), conferma, o almeno offre argomenti a favore del fatto che, almeno fino al VI secolo d.C. le storie di Castel Serpico ed Abellinum siano in qualche modo intrecciate tra loro.
  3. ^ Il palazzo feudale, a quanto scrive il dott. Giuseppe Colacurcio, era sito nel giardino di proprietà di un tale Raffaele de Feo fu Francesco, e di Angelo Romano.
  4. ^ Le famiglie più facoltose all'epoca erano quelle dei Niger o Nigro, quelli dei Iob o Ciob, quella dei Petrella, poi Petretta, di cui ricordiamo i nomi insiti in alcuni dei suoi rioni (casa Cioppa, casa Nigro, casa Petretta.
  5. ^ Ovvio che questa è il riconoscimento a S. Stefano del Sole dello status comunale, ovvero la sua elevazione a comune, vale a dire che dal 1525 S.Stefano del Sole è diventato comune.
  6. ^ sotto la reggenza dell'arciprete Domenico de Feo e il sindaco Donato Luciano.
  7. ^ Sull'etimologia: forse da latino multus e terrenus e quindi molto terreno, oppure mortuus e terrenus, e quindi terreno morto perché adibito a piazza del paese, e quindi non coltivabile
  8. ^ Di esso si ignora la data di costruzione.
  9. ^ l'identità di tale Maria Errogus ci è ignota: è molto dubbio che fosse feudatario di Serpico, in quanto il Catalogus Baronum del 1146 ne attribuisce il possesso ad un certo Guido de Serpico, feudatario e figlio di Trogisio de Crypta, e l'epigrafe dedicatoria posta sulla parete della Chiesa riporta la data del 1119. La figura di tale Trogisio è molto interessante in quanto permette di dimostrare vari collegamenti che diremo tra poco. Nel Catalogus Baronum (dei feudi e dei feudatari del Regno Normanno) è scritto che Guido, figlio di Trogisio di Scapito, disse che tiene, dello stesso Trogisio, Serpico che è, come disse, feudo di due militi, e con l’aumento concesse militi quattro; Guglielmo, figlio di Tristano, tiene dello stesso Trogisio di Grottaminarda la metà di Atripalda..., feudo di un milite, elevati a due per effetto dell’aumento concesso; Ruggero, figlio di Ludovico, tiene, dello stesso Trogisio di Grottaminarda, Villamaina e la metà di Atripalda... e, con il feudo di San Barbato, metteva a disposizione sei militi; Candida è feudo di due militi, Lapio ed Arianello feudo di due militi, e con l’aumento si concessero militi otto ed otto inservienti. Questi feudi appartengono a Guido di Serpico ed a Ruggero suo fratello...; Dionisio tiene Monte Aperto... con due militi; Ruggero di Castelvetere tiene, dello stesso Trogisio, Taurasi che, come disse, è feudo di tre militi, e Rocca San Felice, che è feudo di un milite..., elevati ad otto militi e dieci inservienti; Benedetto di Forgia, come dichiarò Alfano Camerario, tiene Luogosano ed Atripalda, feudo di due militi, e tiene Melito, che è feudo di un milite..., aumentati a sei militi e sette inservienti; la moglie di Bartolomeo figlio di Ruggero... disponeva di un feudo non specificato per cui aveva l’obbligo di fornire quattro militi ed altrettanti inservienti; Petrus de Serra... aveva un feudo per cui si impegnava a concedere sei militi e pari numero di inservienti; Guarnerio Saraceno disse che tiene, del predetto Trogisio, Torella, feudo di due militi, e Castello la Pietra, che è feudo di un milite, e con l’aumento concesse sei militi e dieci inservienti. Quindi feudatario di Candida e Lapio con Arianiello era Alduino de Candida figlio di Ruggero figlio di Oldoino delle genti "Lortomanne" (cioè Normanne). A causa di un duro scontro con il cancelliere, Alduino perse i feudi che furono incamerati nel demanio; nel 1186 Guido de Serpico ebbe in concessione il feudo di Lapio e Arianiello, mentre il castello di Candida fu venduto a Rogerio, fratello di Guido e figli di Trogisio de Scapito, feudatario di Trogisio de Cripta di Serpico. L'importanza di questo documento è dovuta al fatto che la famiglia dei Candia o Candida era una famiglia di origine Longobarda imparentata con la famiglia Normanna degli Altavilla. Tornando a Trogisio de Cripta, è ipotesi plausibile che sia lui o comunque un membro della sua famiglia, il soggetto raffigurato nell'altorilievo su pietra di età tardo-romana, in quanto simili ritratti sono stati rinvenuti anche ad Avellino e Candida
  10. ^ Notizie Storiche del Comune di S.Stefano del Sole - G. Colacurcio - Napoli 1914
  11. ^ Ritengo degna di nota e fondata su solide argomentazioni, un'interessante teoria che ricollega la costruzione del Santuario alla Via Francigena oggi chiamata “Via Sacra Langobardorum” che partiva da Mont Saint-Michel in Francia, passava per Benevento e giungeva al Santuario di San Michele Arcangelo di Monte Sant'Angelo, in provincia di Foggia, per poi partire per la Terrasanta. D'altra parte, nel 650, su parte dei territori meridionali venne costituito il Ducato di Benevento, che faceva parte dei domini longobardi. Questo popolo germanico nutriva una particolare venerazione per l'arcangelo Michele, nel quale ritrovavano le virtù guerriere un tempo adorate nel dio germanico Odino. Imparentati con Longobardi, nonché Longobardi, furono anche i feudatari di Serpico(vedi sub 9)
  12. ^ distrutti con ogni probabilità dalla banda del brigante Pasquale Ursillo che nel 1374 distrusse anche varie Chiese di Avellino e provincia, nonché rase al suolo il castello cittadino (da G. Zingarelli, Storia della Cattedra di Avellino, Vol. I)
  13. ^ in località Starze dei Preti, nominata precedentemente Starza di Sant'Andrea, località così menzionata in un atto testamentario da un tale Virgilio Petretta che possedeva dei fondi nel luogo ove sorgeva il monastero
  14. ^ L'esistenza del monastero di San Pietro ad Oglio è certificata da un atto dell'anno 650 d.C., in cui Teodorada, ascendende del duca di Benevento, dona il monastero di San Pietro al fiume Sabato a Paldo, Taso e Tato, nobili beneventani che avevano costruito anche un altro monastero sul Volturno (da A. De Meo, Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli, vol. II). Nell'anno 742 Papa Stefano II, con una Bolla, conferma all'Abate del Monastero del Volturo, il possesso del monastero di San Pietro al fiume sabato.
  15. ^ Tale Chiesa è menzionata in una bolla del Vescovo di Avellino datata 23 aprile 1535, con la quale il Vescovo Silvio Messalia assegna ad uno dei cinque canonici di Candida la cura delle anime di "Santa Maria delle Cristarelle del Casale di Santo Stefano" (G. Zingarelli, Soria della Cattedra di Avellino Vol. I, pag. 221
  16. ^ Il resto della frase è stato reso inintelligibile dalla corrosione della lapide ad opera del tempo
  17. ^ Il loro gregge di pecore morì di malattia e per sopravvivere intraprese l'attività di taglialegna.
  18. ^ affermando testualmente "Se mi do alla campagna, devo far piangere i figli dal corpo delle madri"
  19. ^ Luigi de Feo - il fratello- Pietro Magliaro, Sabino di Cola, Francesco de Feo,Alessandro di Pasqualone, Angelo Monnariello, Stefano Petretta detto Taba, Pasquale de Blasi detto Mafone, Cucuzzo da Volturara, Secchiariello, Modestino Mutascio,Sebastiano Pelosi, Michele Fucillo di Chiusano, Marzullo, Mattia Giovi, Gioivanni Calderone di Montella, o Monaciello, Savera Magliaro,Anna di Cola detta Volante, Caterina di Cognitto,Brigida Tedeschi, Lisabetta da Serino...
  20. ^ Le testimonianze furono raccolte tra i sopravvissuti
  21. ^ Laurenziello fu l’ultimo ad essere impiccato, dopo Luigi De Feo, fratello del brigante, Biagio Frasca, Vincenzo Venezia ed Antonio de Angelis, compagni del capo brigante. Il boia si chiamava Gennaro Serena, di Principato Ulteriore.
  22. ^ infatti nel registro dei morti nello stesso giorno sono riportati quattro decessi avvenuti nella stessa Piazza e nei paraggi: Angelo della Pietra di cinquant'anni, da S. Martino; Felice Preziosi di anni 60, cardalana, di Tavernola; Marianna dei Gesi, di anni 40, di Atripalda; Nicoletta del Gaizo, di anni 67, morta nel Vico Secondo Casale Nuovo.
  23. ^ Ecco le disposizioni impartite dall’intendente di Avellino dopo l’impiccagione di Laurenziello e di quattro suoi compagni, il 6 maggio 1812: «Le cinque teste dei briganti devono essere recise e collocate nel modo appresso, cioè: quella del capobrigante Laurenziello al bivio della via che conduce in Atripalda, situata in cima di un lungo trave; l'altra di Luigi De Feo all’ingresso del comune di S. Stefano [...], le rimanenti tre di Terra di Lavoro si spediscano [...] al sottointendente di Nola, per collocarsi ov’egli lo crederà più opportuno» - F. BARRA, Cronache del brigantaggio meridionale. 1806-1815, Salerno-Catanzaro 1981, p. 359.
  24. ^ Statistiche I.Stat - ISTAT;  URL consultato in data 28-12-2012.
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