Cosimo de' Medici

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
bussola Disambiguazione – Se stai cercando altri omonimi, vedi Cosimo de' Medici (disambigua).
Cosimo de' Medici
Cosimo il Vecchio sulla mula bruna, dettaglio degli affreschi di Benozzo Gozzoli nella Cappella dei Magi, Palazzo Medici Riccardi, Firenze
Cosimo il Vecchio sulla mula bruna, dettaglio degli affreschi di Benozzo Gozzoli nella Cappella dei Magi, Palazzo Medici Riccardi, Firenze
Signore di Firenze
In carica 1434-1464
Predecessore Nessuno
Successore Piero il Gottoso
Nome completo Cosimo di Giovanni de' Medici
Altri titoli Il Vecchio
Nascita Firenze, 27 settembre 1389
Morte Careggi, 1º agosto 1464
Luogo di sepoltura Basilica di San Lorenzo (Firenze)
Casa reale De' Medici
Padre Giovanni di Bicci de' Medici
Madre Piccarda Bueri
Consorte Contessina de' Bardi
Figli Piero il Gottoso
Giovanni
Carlo
Religione Cattolica

Cosimo di Giovanni de' Medici detto il Vecchio o pater patriae (Firenze, 27 settembre 1389Careggi, 1º agosto 1464) è stato un politico e banchiere italiano, primo signore de facto di Firenze e primo uomo di Stato di rilievo della famiglia Medici. Pur non avendo mai ricoperto alcuna carica di rilievo nella città (che si mantenne sempre istituzionalmente una Repubblica), egli si poté considerare il massimo uomo di Firenze all'indomani della morte del padre Giovanni (dal quale raccolse l'eredità economica), e in particolare con il ritorno glorioso dall'esilio nel 1434. Capo del partito mediceo, fautore della fortuna della famiglia e del banco fiorentino, pose le basi per l'installazione successiva dei Medici, sessant'anni dopo, quali duchi della città.

La lenta scalata verso il potere[modifica | modifica sorgente]

Origini famigliari e formazione (1389-1410)[modifica | modifica sorgente]

Figlio di Giovanni di Bicci e di Piccarda Bueri, fu educato da Niccolò di Pietro e Roberto de' Rossi. Sin dalla prima gioventù entrò nel Banco Medici a fianco del padre, dove ebbe una solida preparazione come banchiere.

Signoria di Firenze
De' Medici
Coat of arms of the House of Medici.svg

Cosimo il Vecchio
Piero il Gottoso
Lorenzo il Magnifico
Piero il Fatuo
Giovanni, papa Leone X
Giuliano, duca di Nemours
Figli
Lorenzo, duca di Urbino
Figli
Giulio, papa Clemente VII
Ippolito
Figli
Alessandro, duca di Firenze
Modifica

Giovanni de' Medici e la Curia Pontificia (1410-1420): l'apogeo economico[modifica | modifica sorgente]

Nel 1415 accompagnò l'Antipapa Giovanni XXIII (al secolo Baldassarre Cossa, esponente della fazione "pisana durante il Grande scisma d'Occidente) al Concilio di Costanza. Probabilmente Cosimo si trovò in compagnia dei due umanisti toscani Poggio Bracciolini e Leonardo Bruni, all'epoca al servizio di Giovanni presso la curia pontificia. Nel 1418, dopo che il pontefice fu sequestrato, un agente del padre di Cosimo si occupò della sua liberazione, pagandone il riscatto e ottenendone il rilascio l'anno dopo. Con la morte dell'antipapa, Cosimo e il padre furono nominati esecutori delle volontà testamentarie, curando la realizzazione del sepolcro del papa deposto nel battistero di Firenze.[1] Nonostante l'amicizia che legava Giovanni con il Cossa, i Medici non persero il favore del nuovo pontefice, Martino V (Oddone Colonna). Questi, per la restaurazione del dominio temporale pontificio, aveva bisogno di un grande prestito finanziario per assoldare un esercito. Pertanto si rivolse anche lui ai Medici, i cui interessi economici a Roma si consolidarono. Con la nomina nel 1420 di Bartolomeo de' Bardi, socio di Giovanni, come gestore degli affari e dei conti della Curia i Medici posero le basi per l'espansione delle attività del banco nei successivi due decenni in cui detennero il ruolo di depositari del papa.[1]

Direttore del Banco Medici e prime mosse politiche (1420-1430)[modifica | modifica sorgente]

Nel 1420 Giovanni de'Medici si ritirò dalla vita economica attiva, lasciando in mano dei figli Lorenzo e Cosimo la gestione del Banco Medici[2]. Il vero artefice dell'ulteriore espansione della rete finanziaria medicea fu però Cosimo. Questi aprì filiali a Bruges, Parigi, Londra e nel resto delle principali città d'Europa, permettendo di acquisire un patrimonio talmente enorme da poter manipolare, nel silenzio, la vita politica della sua città. Si manifestò, infatti, fin dai primi incarichi politici la proverbiale prudenza di Cosimo, che troverà piena realizzazione nel suo governo trentennale. Nonostante ciò, anche in questo decennio, Cosimo mostrò notevole tatto politico, cercando di non far pesare eccessivamente la sua ricchezza economica e accontentandosi di poche cariche. In questo periodo entrò a far parte dei Dieci di balia e degli Ufficiali del banco, incaricati della gestione del finanziamento delle guerre della Repubblica fiorentina.[1] Per il resto, Cosimo fondò la propria influenza grazie ad una costante opera di egemonizzazione delle cariche pubbliche, attraverso il ricorso spregiudicato a pratiche clientelari e corruzione. I candidati vicini alla famiglia, pur dovendo trovare una legittimazione nel sistema elettorale cittadino, raggiungevano le rispettive cariche pubbliche, all'apice della fazione mediceo (a partire dagli anni trenta del XV secolo), rigorosamente attraverso l'appoggio diretto di Cosimo o dei suoi fidati.[1]

Esilio e trionfo (1433-1434): scontro con gli oligarchi[modifica | modifica sorgente]

La statua di Cosimo de' Medici nel cortile degli Uffizi a Firenze

Così, mentre numerose famiglie entravano nel partito mediceo, altre iniziarono a vedere in lui una minaccia e tra sottomettersi a Cosimo o sfidarlo apertamente scelsero la seconda strada. In particolare le antiche e ricchissime famiglie degli Albizzi e degli Strozzi furono a capo della fazione anti-medicea. Queste erano riuscite a prendere il potere a Firenze dal 1382, con la fine dell'esperimento del governo del popolo minuto insediatosi in seguito alla Rivolta dei Ciompi. Per quasi cinquant'anni, le famiglie aristocratiche furono guidate con autorità da Maso degli Albizzi, il quale rafforzò la sua dittatura interna con la conquista di Pisa del 1406 e la vittoria sulle truppe di Giangaleazzo Visconti. A Maso succedette il figlio Rinaldo, che condivise il potere con altri due grandi magnati: Niccolò da Uzzano e Palla Strozzi. All'alba del 1430, Rinaldo e Palla Strozzi si accorsero della grave minaccia che costituiva Cosimo per il loro dominio e cercarono di intervenire esiliando con qualche pretesto il ricco banchiere, conati falliti a causa dell'opposizione dell'Uzzano[3]. Quando però questi morì nel 1432, l'opposizione all'arresto di Cosimo venne meno e l'Abizzi e lo Strozzi procedettero all'incarcerazione presso il Palazzo dei Priori il 5 settembre 1433[2], incolpandolo di aspirare alla dittatura[4]. In questo frangente di pericolo per la famiglia Medici, si temette per la vita di Cosimo, tanto che il fratello Lorenzo lo credette ucciso in occasione della cattura.[1]

Incarcerato su ordine del Gonfaloniere Guadagni[4], Cosimo si rifiutò di mangiare il cibo passatogli dagli aguzzini, in quanto temeva di essere avvelenato. Riuscito ad ottenere che gli fosse portato il cibo da casa, Cosimo riuscì poi a corrompere con una grossa cifra di denaro il suo guardiano, Federico Malavolti, ottenendo di avere delle comunicazioni con l'esterno e favorire una sollevazione filo-medicea presso la popolazione. Il governo oligarchico, temendo il peggio, decise di commutare la pena dalla carcerazione all'esilio.[5]

Scrive il Machiavelli nelle Istorie fiorentine:

« Rimasa Firenze vedova d'uno tanto cittadino e tanto universalmente amato, era ciascuno sbigottito; e parimente quelli che avevano vinto e quelli che erano vinti temevano. »
(Istorie fiorentine IV, 30)
Cosimo il Vecchio sulla mula bruna, dettaglio degli affreschi di Benozzo Gozzoli nella Cappella dei Magi, Palazzo Medici Riccardi, Firenze (al suo fianco il figlio Piero il Gottoso)

Cosimo si trasferì prima a Padova e poi a Venezia (dove lasciò al monastero benedettino di San Giorgio una collezione libraria e i disegni di Michelozzo per una nuova biblioteca e inoltre fu accolto dal doge Francesco Foscari, suo amico), dove si trovava una importante filiale del banco mediceo. Ivi trascorse un esilio dorato come un monarca in visita ufficiale, e grazie alle sue potenti amicizie e alle buone riserve di capitali, poté oliare certi ingranaggi della Signoria per preparare il suo rientro: le istituzioni repubblicane, nel loro frenetico alternarsi, cambiarono nuovamente e questa volta Cosimo riuscì a riprendere le redini del potere facendo eleggere una balìa interamente filo-medicea, che lo richiamò appena un anno dopo la sua partenza esiliando i suoi oppositori. Cosimo non volle rientrare con la forza, ma aspettò sempre un richiamo ufficiale delle autorità cittadine.[1] Paradossalmente il bando dei Medici da Firenze finì per consolidare il potere di Cosimo. Molte corti europee (tra cui quella di Francia, di Inghilterra e quella imperiale) disapprovarono, invece che salutare, l'azione repressiva della città. L'assenza di Cosimo (e del suo patrimonio) rivelò la necessità della presenza della famiglia a Firenze, nonché come si ponesse la questione di consolidare il potere e di dare un fondamento politico all'ormai raggiunta egemonia della parte medicea. L'entrata trionfale di Cosimo nel 1434, acclamato dal popolo, che preferiva i tolleranti Medici agli oligarchici e aristocratici Albizzi, segnò il primo trionfo della casata.

La signoria de facto (1434-1464)[modifica | modifica sorgente]

Politica Interna[modifica | modifica sorgente]

La criptosignoria medicea[modifica | modifica sorgente]

Avevamo già accennato precedentemente al metodo di governo di Cosimo. Fu però dopo la vittoria sugli Albizzi che egli esercitò quel metodo di governo che lo rese il padrone incontrastato della città di Firenze. Dopo aver spedito gli avversari a loro volta in esilio[6], si affermò come arbitro assoluto della politica fiorentina, pur senza coprire direttamente cariche (fu solamente due volte gonfaloniere di giustizia[7]). Attraverso il controllo delle elezioni, del sistema tributario e la creazione di nuove magistrature (come il Consiglio dei Cento) assegnate a uomini di stretta fiducia, pose le solide basi del potere della famiglia dei Medici, rimanendo comunque formalmente rispettoso delle libertà repubblicane. Molti lo hanno definito un criptosignore, che teneva le redini dello stato dal suo Palazzo in Via Larga, dove ormai si recavano gli ambasciatori in visita per trattare degli affari che contavano, dopo un fugace saluto di circostanza ai priori di Palazzo della Signoria che, come avveniva per le altre cariche dello stato, erano scelti fra i suoi. Si comportò con generosità e moderazione ma, ravvisandone la necessità, seppe anche essere spietato. Quando Bernardo d'Anghiari, accusato di un complotto, fu, per ordine dei priori, precipitato da una torre, Cosimo commentò: «Un nemico precipitato giù da una torre non giova a granché, ma neppure può far male». Aggiungendo: «Gli stati non si governano coi paternostri»[8][9]. Nessuna vera e propria contestazione si ebbe più della sua influenza, esercitata con saggezza attraverso famiglie come i Pitti o i Soderini.

Il Concilio di Firenze (1439-1440)[modifica | modifica sorgente]

Nel 1439, grazie a cospicue elargizioni in denaro, riuscì a convincere Papa Eugenio IV a spostare il concilio di Ferrara a Firenze, nel quale si stava discutendo l'unione tra chiesa latina e chiesa bizantina, anche a causa della peste che minacciava Ferrara. L'arrivo dei delegati bizantini a Firenze, del papa, dell'Imperatore Giovanni VIII Paleologo, con tutta una corte di colorati e bizzarri personaggi dall'Oriente, stimolò incredibilmente la fantasia della gente comune e ancora di più degli artisti fiorentini, tanto che da allora si iniziò a parlare di Firenze come della "nuova Roma". A questa pletora di letterati e prelati orientali, detentori di brandelli dell'antica cultura ellenica, corrispose una straordinaria fioritura di studi greci, con una costante presenza da allora di maestri di greco e di codici antichi nel Palazzo Medici. Di quel periodo abbiamo una vivace raffigurazione negli affreschi della Cappella dei Magi di Benozzo Gozzoli, terminati all'epoca del figlio di Cosimo, Piero il Gottoso.

La lastra tombale di Cosimo, chiesa di San Lorenzo

Politica estera[modifica | modifica sorgente]

1434-1447: la politica antiviscontea e la battaglia di Anghiari[modifica | modifica sorgente]

In politica estera, Cosimo continuò la tradizionale politica d'alleanza con Venezia contro Milano, governata dai Visconti. In quel momento era duca il cinico Filippo Maria Visconti il quale, spinto sia dalle ambizioni di ricostruire il vasto dominio del padre Giangaleazzo, ma anche dalle insistenze degli esuli fiorentini ostili a Cosimo,[10] rinnovò la guerra contro Firenze. Il Duca, nel 1435, mandò l'esercito guidato da Niccolò Piccinino in soccorso di Lucca, all'epoca nemica di Firenze. Firenze era minacciata direttamente e la Repubblica non aveva le forze sufficienti per contrastare l'attacco dei meneghini. La Repubblica fu salvata grazie all'intervento di Francesco Sforza (all'epoca al soldo dei Veneziani) nella battaglia di Barga (1437).[11] Tra il 1437 e il 1440 gli scontri tra i due schieramenti divennero sempre più altalenanti, tra vittorie e sconfitte del Piccinino e dello Sforza (che nel frattempo aveva ottenuto alcuni benefici dal Visconti, promettendogli la mano della figlia Bianca Maria, donna che sposerà poi nel 1441). Fu però nel 1440 che si arrivò allo scontro decisivo: l'esercito milanese, guidato dal Piccinino, fu però battuto nella Battaglia di Anghiari (29 giugno 1440) dal cugino di Cosimo, Bernadetto de' Medici, dal filo-mediceo Neri Capponi[2] e da Micheletto Attendolo.

I sette anni successivi videro un progressivo avanzamento della lega veneto-fiorentina: l'indebolimento del Visconti (favorito dall'atteggiamento caparbio di Piccinino) permise a Venezia di assoggettare Ravenna (1441), mentre i Fiorentini ottennero la dedizione della città di Sansepolcro.[12]

1447-1464: il rovesciamento delle alleanze e la Pace di Lodi[modifica | modifica sorgente]

La morte di Filippo Maria nel 1447 e la successiva conquista del Ducato da parte di Francesco Sforza nel 1450, che ottenne i mezzi necessari grazie ai prestiti del Banco Mediceo, allontanò Firenze dall'alleanza con Venezia, in quanto il Medici ne temeva un'ulteriore rafforzamento a discapito dell'indebolito Ducato di Milano[13]. Cosimo dovette lottare per far accettare questo cambio di fronte e legittimare agli occhi dei fiorentini il condottiero fattosi duca, che fu suo amico e sostenitore, fornendogli appoggio politico e militare. Questo rovesciamento di alleanze sarà tuttavia foriero di una nuova stagione di conflitti che ebbero fine solo con la pace di Lodi tra Firenze, Venezia, Milano, Napoli e il Papato (1454).[14]

Ultimi anni[modifica | modifica sorgente]

Negli ultimi anni si ritirava sempre più spesso in vita privata alla villa di Careggi. Fino alla fine continuò a seguire gli affari della famiglia, pur avendo lasciato la direzione del banco ai figli nel 1453, tanto che Piero lo descriveva ancora pochi mesi prima di morire come un "bene avventurato mercatante".[15][1] Nonostante ciò, la sua attività politica si fece sempre meno sentire, lasciando in mano di Luca Pitti la direzione del governo della città per conto della sua famiglia, governo che si dimostrò però estremamente impopolare.[13] Tra le ultime iniziative politiche compiute da Cosimo fu la nomina di Poggio Bracciolini a Cancelliere della Repubblica (1454-1459), dopoché l'umanista fu costretto ad allontanarsi da Roma in seguito agli screzi con Lorenzo Valla.

Sul lato strettamente privato, un fatto dolorosissimo colse Cosimo alla vigilia della sua morte: il decesso del secondogentio Lorenzo, nel 1463. Nonostante gli avesse dato parecchio dispiacere per la condotta di vita, Cosimo pianse amaramente il figlio scomparso[16]. Entrato in una fase depressiva, Cosimo preparò la sua successione affiancando al malato figlio Piero alcuni suoi stretti collaboratori, quali Diotisalvi Neroni[17]. Unica gioia negli ultimi anni di vita fu la presenza del giovanissimo nipote Lorenzo, del quale ammirava l'intelligenza e lo spirito.[17] Alla sua morte (1º agosto 1464) la Signoria fece scrivere Pater Patriae sulla lastra della sua tomba (come il titolo concessogli post mortem per decreto cittadino[18]), posta simbolicamente davanti all'altare della chiesa di San Lorenzo, in un luogo che nelle basiliche cristiane era di solito riservato alle reliquie dei santi ai quali era dedicata la chiesa.

Giudizi[modifica | modifica sorgente]

La figura di Cosimo de' Medici fu una delle più celebri che la storia abbia mai avuto. L'elogio non è eccessivo, se si considerano i successi che Cosimo ottenne in ogni campo in cui svolse un'azione diretta, vale a dire la politica, la finanza, la diplomazia e il mecenatismo. Nonostante avesse oppresso de facto ogni iniziativa politica diversa da quella impostata dalla famiglia Medici, Cosimo gettò le basi della fortuna non soltanto della famiglia (continuate poi dal figlio Piero e dal nipote Lorenzo), ma anche di Firenze, concretizzando la sua attenzione attraverso una politica evergetica dal sapore velatamente demagogica. La chiave del successo di Cosimo fu, di fatto, la moderazione: in una città come Firenze, ostile ad ogni tipo di dittatura, egli lasciò una parvenza di libertà, non ergendosi esplicitamente mai al di sopra degli altri uomini politici, ma comportandosi sempre come un modesto cittadino. Unico neo fu nella sua vita privata: la nascita del figlio illegittimo Carlo, avuto da una schiava circassa mentre si trovava in esilio a Venezia.

Francesco Guicciardini, nelle sue Storie Fiorentine[19], tratteggiò così la figura del grande statista:

« Fu tenuto uomo prudentissimo; fu ricchissimo più che alcuno privato, di chi s'avessi notizia in quella età; fu liberalissimo, massime nello edificare non da cittadino, ma da re. Edificò la casa loro di Firenze, San Lorenzo, la Badia di Fiesole, el convento di San Marco, Careggio...; e per lo stato grande, chè fu circa a trenta anni capo della città, per la prudenzia, per la ricchezza e per la magnificenzia ebbe tanta riputazione, che forse dalla declinazione di Roma insino a' tempi sua nessuno cittadino privato n'aveva avuta mai tanta... »
(Francesco Guicciardini, Storie fiorentine)

Niccolò Machiavelli, nelle Istorie Fiorentine[20], fu più esaustivo del suo contemporaneo Guicciardini, elencando tutti i meriti e le opere buone compiute dal Medici. Ecco l'explicit del libro VII:

« Non di meno morì pieno di gloria, e con grandissimo nome nella città e fuori. Tutti i cittadini e tutti i principi cristiani si dolgono con Piero suo figliuolo della sua morte, e fu con pompa grandissima da tutti i cittadini alla sepultura accompagnato, e nel tempio di San Lorenzo sepellito, e per publico decreto sopra la sepultura sua PADRE DELLA PATRIA nominato. Se io, scrivendo le cose fatte da Cosimo, ho imitato quelli che scrivono le vite de’ principi, non quelli che scrivono le universali istorie, non ne prenda alcuno ammirazione, perché, essendo stato uomo raro nella nostra città, io sono stato necessitato con modo estraordinario lodarlo. »

Mecenatismo[modifica | modifica sorgente]

Autoritratto di Benozzo Gozzoli.

Le arti figurative[modifica | modifica sorgente]

Uomo colto e mecenate, Cosimo fu tra i primi signori a esercitare la magnificenza nelle arti e nell'architettura. Cosimo si circondò di letterati e umanisti, raccolse libri rari e fece costruire a Firenze il Palazzo Medici e il Convento di San Marco a Michelozzo (commissionò al conventuale Beato Angelico la decorazione delle celle). Solo per la costruzione del convento domenicano Cosimo mise a disposizione la somma astronomica di 85.000 fiorini d'oro. Qui sistemò una parte della sua collezione di libri rari e la dotò della prima biblioteca pubblica di Firenze. Inoltre portò avanti i lavori a San Lorenzo, iniziati dal padre e progettati da Filippo Brunelleschi.

Subito dopo la morte di Giovanni, nel 1429, assieme al fratello Lorenzo incaricò Donatello del completamento e della decorazione della sagrestia di San Lorenzo, assumendo con la morte di questi l'intero rifacimento della chiesa dedicata al nome del fratello defunto. Anche a Milano fece costruire un palazzo a Michelozzo, con decorazioni di Vincenzo Foppa. Celeberrima è la commissione della decorazione della cappella privata all'interno del Palazzo Medici, opera di Benozzo Gozzoli, con la raffigurazione della processione dei magi, metafora del percorso mondano e spirituale della famiglia all'insegna della devozione.

Anche il mecenatismo fu un'arma nelle mani di Cosimo, intesa come fine investimento propagandistico: con la sua benevolenza a artisti e poeti, obbligava la città a parlare con ammirazione di lui, si creava un sistema di debiti morali e e di riconoscenza, che in politica contavano quanto quelli monetari. La sua straordinaria saggezza fu quella di non far dissociare mai il suo nome da quello di Firenze: così nessuno avrebbe pensato con invidia alla sua ricchezza, ma vista sempre in un'ottica di benevolenza verso il bene comune della città.

Amò la vita di campagna, e in Mugello fece lavorare il suo architetto Michelozzo per ristrutturare le ville di famiglia del Trebbio, di Cafaggiolo, oltre alla chiesa del Bosco ai Frati. A Careggi fece pure costruire la villa dove si svolse gran parte della sua vita familiare. fu anche amico e benefattore di numerosi artisti, tra i quali Beato Angelico, Donatello, Filippo Lippi, Paolo Uccello. Fu molto legato a Marsilio Ficino, figlio del primo medico di famiglia dei Medici, con il quale rifondò l'Accademia neoplatonica, luogo ideale per il ritrovo degli umanisti, che potevano scambiarsi le varie teorie filosofiche. A Ficino arrivò a lasciare una casa a Firenze e una villa nei pressi di Careggi. Vespasiano da Bisticci affermava che Cosimo ebbe una «bonissima peritia delle lettere latine», essendo «molto afectionato agli uomini dotti, et conversava volentieri con tutti, et maxime con frate Ambruoso degli Agnoli, con meser Lionardo d'Arezo, con Nicolaio Nicoli, con meser Carlo d'Arezo, con meser Poggio».[1]

L'umanesimo instrumentum regni[modifica | modifica sorgente]

Se oggi possiamo ammirare i grandi capolavori del Rinascimento, fu grazie sia al rinnovamento culturale perpetrato da Francesco Petrarca e favorito dai regimi rinascimentali poi nel corso del XV secolo. Infatti, l'umanesimo non fu soltanto un importante dal punto di vista strettamente culturale (riscoperta dei classici, sviluppo della scienza filologica, rivoluzione filosofica in base all'antropocentrismo), ma anche sul piano politico-pedagogico: i valori etici dell'antichità e la versatilità dell'ingegno che l'umanesimo favoriva era un ottimo mezzo per la formazione di un'eccellente classe dirigente al servizio dei principi. Inoltre, la promozione delle arti e del pensiero da parte di una determinata dinastia era un potente strumento di promozione della propria immagine. Nessuno dei principi italiani usarono e favorirono questo movimento a fini di promozione della propria immagine quanto i Medici, e Cosimo ne fu il primo e grande patrono.

L'umanesimo: Petrarca e Boccaccio[modifica | modifica sorgente]

L'artefice del rinnovamento fu il letterato Francesco Petrarca. Entusiasta ammiratore della prosa ciceroniana, dello stoicismo e dell'agostinianesimo platoneggiante, Petrarca sparse i frutti della sua rivoluzione culturale in tutte le aree italiane grazie alla fitta rete epistolare che tenne con i vari dotti. Petrarca promuoveva un ritorno all'antichità classica intesa nella sua dimensione originaria, e non più in funzione del cristianesimo: questo progetto di riscoperta culturale però presupponeva la correzione dei testi classici latini dagli errori dei copisti medievali. Quest'opera di emendatio gettò i segni della rinascita della scienza filologica. Il progetto culturale di Petrarca trovò ampio spazio di margine all'interno anche di Firenze, dove un nutrito gruppo di ammiratori (Zanobi da Strada, Lapo da Castiglionchio e altri) cercava di imitare il praeceptor. Il vero grande discipulus del Petrarca fu però Giovanni Boccaccio il quale impiantò i semi del movimento culturale all'interno della realtà fiorentina.

L'umanesimo sotto gli Albizzi (1376-1434)[modifica | modifica sorgente]

La lezione di Boccaccio e degli altri preumanisti fiorentini fu continuata da Coluccio Salutati, cancelliere della Repubblica dal 1376 al 1406, anno della sua morte. Coluccio, vero e proprio anello tra i fondatori dell'umanesimo e la prima grande generazione operante nei primi decenni del XV secolo, trasmise l'amore per i classici ad un gruppo di giovani intellettuali (Niccolò Niccoli, Poggio Bracciolini, Leonardo Bruni, Roberto de'Rossi) nel circolo culturale di Santo Spirito. Convinto assertore dell'importanza del greco, Salutati invitò nel 1397 il nobile bizantino Manuele Crisolora a tenere dei corsi di greco antico presso lo Studium, affinché i suoi giovani allievi potessero apprendere la lingua di Platone e di Plutarco. L'umanesimo fiorentino, però, non era soltanto pura erudizione: esso intendeva formare una classe dirigente formata sull'etica classica, basata sul valore della libertà (la libertas fiorentina, come verrà

Francesco Fileflo

esaltata sia da Salutati che dal Bruni, cancelliere della repubblica dal 1427 al 1444), del rispetto delle leggi e dell'impegno nella vita politica della cittadinanza. Inoltre, nonostante il fervore verso la cultura classica, il mito delle "tre corone" (Dante, Petrarca e Boccaccio), non cessò mai del tutto, tanto che si arrivò (con la figura di Leon Battista Alberti) a celebrare la lingua volgare, mettendola alla pari con quella di Roma e Atene.

Il passaggio tra due visioni dell'umanesimo: gli scontri con Filelfo[modifica | modifica sorgente]

Cosimo, giunto al potere, avversò però l'umanesimo improntato dagli Albizzi: ad un umanesimo di tipo prettamente civile e volgare, si sostituì uno più concentrato sulla dimensione filosofico-esistenziale e sull'esclusività della cultura classica. Benché la mentalità contemporanea non riesca ad afferrare pienamente l'importanza di questo cambio di rotta, l'uomo politico del XV secolo intravedeva un pericolo politico anche nelle differenti forme con cui un intellettuale proponeva il suo pensiero. Se Leonardo Bruni, con abilità politica, riuscì ad accettare il nuovo cambio di regime rimanendo (anche grazie al suo prestigio) nella carica di cancelliere, diversa sorte toccò all'Alberti e all'irrequieto Francesco Filelfo. Il primo si allontanò da Firenze nel 1434, in quanto promotore (nel 1431), del Certamen coronario, cioè di una gara di poesia in volgare; il secondo, invece, osò leggere la Divina commedia nello Studium fiorentino (cioè l'università), suscitando le ire dell'umanista filo-mediceo Carlo Marsuppini. Filelfo, inoltre, era un aperto partigiano del partito degli Albizzi (subì anche un attentato, per alcuni organizzato dallo stesso Cosimo), tanto che aveva spinto questi ultimi ad attuare misure molto violente contro Cosimo e la sua clientela politica.[21]

L'umanesimo mediceo (1434-1464)[modifica | modifica sorgente]

La politica culturale di Cosimo fu improntata, come già ricordato prima, alla promozione dell'immagine della sua casata e di Firenze stessa. Aiutato da intellettuali di primo calibro come il vecchio Niccolò Niccoli, il già citato Marsuppini (che succedette al Bruni come Cancelliere della Repubblica) e da Vespasiano da Bisticci, Cosimo promosse la costituzione della biblioteca di famiglia e l'ulteriore incontro tra civiltà latina e quella greca in occasione del Concilio del 1439. L'incontro con i due dotti neoplatonici greci Pletone e Bessarione diede a Cosimo l'idea di creare un fulcro per la diffusione delle teorie di Platone. L'intellettuale di maggior spicco della sua "corte" che lo aiutò in questo progetto fu Marsilio Ficino, figlio del primo medico di famiglia dei Medici al quale Cosimo rimase legato da profondi vincoli d'amicizia, con il quale rifondò per l'appunto l'Accademia neoplatonica, luogo ideale per il ritrovo degli umanisti, che potevano scambiarsi le varie teorie filosofiche. A favorire la diffusione della filosofia platonica fu però anche la scoperta del Corpus hermeticum ad opera del suo monaco e scrittore, il nobile Leonardo Alberti de Candia. Conosciuto con lo pseudonimo di "Leonardo da Pistoia, il monaco" fu incaricato da Cosimo de' Medici di reperire per suo conto antichi manoscritti in lingua greca e latina per il territorio degli antichi stati Bizantini. Nel 1453 durante un viaggio in Macedonia, il suo scrittore Leonardo da Pistoia scoprì quattordici libri del , un testo greco di Ermete Trismegisto. L'opera scoperta da Leonardo era la copia originale appartenuta a Michele Psello, risalente all'XI secolo. Ritornato a Firenze, il monaco Leonardo da Pistoia consegnò il testo a Cosimo de' Medici che non più tardi del 1463 incaricò Marsilio Ficino di tradurre dal greco al latino. Il Corpus hermeticum, composto da scritti dell'antichità, rappresentò la fonte di ispirazione del pensiero ermetico e neoplatonico rinascimentale.

Marsilio Ficino

La politica culturale di Cosimo non era però dettata soltanto da una politica di marketing. Cosimo, infatti, era anche un fine letterato: Vespasiano da Bisticci affermava che Cosimo ebbe una «bonissima peritia delle lettere latine», essendo  «molto afectionato agli uomini dotti, et conversava volentieri con tutti, et maxime con frate Ambruoso degli Agnoli, con meser Lionardo d'Arezo, con Nicolaio Nicoli, con meser Carlo d'Arezo, con meser Poggio».[2] Inoltre, la sua forte religiosità e l'influsso dell'umanesimo cristiano (che già aveva trovato riscontro a Firenze con l'operato di Ambrogio Traversari e, in parte, di Coluccio Salutati) sono testimoniate anche da delle glosse su alcuni codici trattanti argomenti teologico-monastici.

Attività bancaria[modifica | modifica sorgente]

Mentre diventava uno degli uomini più ricchi d'Europa, sotto la sua direzione il Banco Medici divenne con lui uno dei principali istituti bancari d'Europa e l'arte di Calimala raggiunse la massima estensione, con filiali a Londra, Bruges, Barcellona, Valencia, Ginevra, Avignone, Roma, Venezia e Pisa, e collegamenti a molte altre compagnie subalterne.

Nel suo patrimonio personale figuravano poi numerose botteghe artigiane in città, ereditate dal padre o da lui comprate.

Nonostante l'aver profuso denaro a piene mani, sottraendolo alle proprie finanze per incoraggiare studi e per pagare mirabili opere d'arte, spese che superficialmente si potevano giudicare come improduttive, alla sua morte i suoi averi personali erano praticamente raddoppiati rispetto al 1440.

Matrimonio e discendenza[modifica | modifica sorgente]

Anonimo fiorentino, medaglia di Cosimo de' Medici Pater Patriae (1465-1469)

Cosimo si sposò con Contessina de' Bardi nel 1415[2], figlia di Giovanni Conte di Vernio e di Emilia Pannocchieschi dei Conti di Elci. Il matrimonio non era dettato da particolari interessi, in quanto Contessina proveniva da una famiglia che, all'alba del XV secolo, non aveva più quell'agiatezza economica che la contraddistingueva un tempo. Infatti i Bardi, prima del 1343, erano una delle famiglie di commercianti più ricche d'Europa. Fallirono a causa dell'insolvenza del debito contratto col re inglese Edoardo III, all'epoca impegnato contro la Francia nella guerra dei cent'anni. I Bardi, comunque, mantenevano quel prestigio che serviva a quei "nuovi ricchi" (quali erano i Medici). Il matrimonio risultò felice e Contessina fu ricordata per le sue ottime qualità di madre e di moglie: «Contessina de' Bardi è un'ottima moglie, tutta dedita alla cura della casa e dei due figli»[22]. Inoltre, Contessina doveva avere delle notevoli qualità umane, se accettò di allevare in casa sua il figlio illegittimo di Cosimo, Carlo[23], e se il nipote Lorenzo il Magnifico diede il suo nome ad una delle sue figlie (Contessina dei Medici).

Cosimo, da Contessina, ebbe due figli:

Cosimo ebbe inoltre un figlio naturale da una schiava circassa, Carlo (1428/1430 circa-1492), futuro canonico del Duomo di Prato.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b c d e f g h Dale Kent, Cosimo de' Medici da Dizionario Biografico degli Italiani, vol. LXXIII (2009), Istituto dell'Enciclopedia Italiana Treccani. In questo contesto ebbe un importante ruolo (insieme al cugino Averardo) nella guerra contro Lucca, finanziata largamente dai prestiti dei Medici.
  2. ^ a b c d e Dizionario Biografico Treccani
  3. ^ Cesati Franco, I Medici - storia di una dinastia europea, p. 23
  4. ^ a b Montanelli Indro - Gervaso Roberto, Storia d'Italia - L'Italia dei Secoli d'oro, p. 205
  5. ^ Franco Cesati, I Medici - storia di una dinastia europea, p. 24
  6. ^ Rinaldo morirà ad Ancona nel 1442
  7. ^ Esattamente, come si deduce dalla voce riportata nell'Enciclopedia Treccani online, nel gennaio-febbraio 1435 e nel gennaio-febbraio 1439
  8. ^ Qualche decennio dopo questa frase fu commentata da Girolamo Savonarola in una delle sue prediche: «E se avete udito dire che "gli stati non si governano coi paternostri", rammentatevi che questa è la regola dei tiranni, la regola dei nemici di Dio e del ben comune, la regola per opprimere, e non per sollevare e liberare la città.»
  9. ^ Indro Montanelli & Roberto Gervaso, L'Italia dei Secoli d'oro, p .205
  10. ^ «I suoi nemici furono a loro volta esiliati e i loro reiterati tentativi di ribellarsi con l'aiuto di Milano», da Treccani
  11. ^ Storia Universale, IV. Il Basso Medioevo, pp. 362-363
  12. ^ Storia Universale, IV. Il Basso Medioevo, p. 363
  13. ^ a b Storia Universale, IV. Il Basso Medioevo, p. 364
  14. ^ Paragrafo basato su: Franco Cesati, I Medici - Storia di una dinastia europea, p. 25
  15. ^ Arch. di Stato di Firenze, Mediceo avanti il principato, 163, c. 2r: 26 luglio 1464
  16. ^ Franco Cesati, I Medici - storia di una dinastia europea, p. 27
  17. ^ a b Franco Cesati, I Medici - storia di una dinastia europea, p. 29
  18. ^ Franco Cesati, I Medici - storia di una dinastia europea, p. 28: «Cosmus Medices hic situs est decreto publico pater patriae», cioè "Qui giace Cosimo de' Medici, per pubblico decreto padre della patria".
  19. ^ Francesco Guicciardini, Storie Fiorentine, Rizzoli, 1998, p. 93
  20. ^ Niccolò Machiavelli: Tutte le opere, Sansoni editore, 1971.
  21. ^ Francesco Filelfo, Dizionario Biografico degli Italiani
  22. ^ Franco Cesati, I Medici - storia di una dinastia europea, p. 27
  23. ^ Scheda su Carlo di Cosimo

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • F. Guicciardini, Storie fiorentine, Milano, 1998
  • P. Villari, La storia di Girolamo Savonarola e de' suoi tempi, Firenze, 1930
  • Tim Parks, La fortuna dei Medici, Milano, Mondadori, 2008
  • Franco Cesati, I Medici - storia di una dinastia europea, Mandragora, Firenze, 1999
  • Indro Montanelli - Roberto Gervaso, Storia d'Italia - L'Italia dei Secoli d'oro, Superbur saggi, Milano, 2000
  • Niccolò Machiavelli, Tutte le opere, Sansoni editore, 1971.
  • Cappelli Guido, L'Umanesimo da Petrarca a Valla, Carocci
  • Storia Universale, IV. Il Basso Medioevo, a cura di Alfredo Bosisio, Istituto geografico De Agostini-Novara

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

Predecessore Signore di fatto di Firenze Successore
Nessuno 1434-1464 Piero il Gottoso

Controllo di autorità VIAF: 67260733 LCCN: n50047608