Pontormo
Jacopo Carrucci, conosciuto come Jacopo da Pontormo, o semplicemente come il Pontormo, (Pontorme, 24 maggio 1494 – Firenze, 2 gennaio 1557), è stato un pittore italiano. Avviò una sistematica opera di rinnovamento degli schemi compositivi della tradizione, talvolta spregiudicato, cercando di reagire al classicismo pittorico attraverso un'inesauribile vena sperimentale e anticlassicista. La sua complessa personalità, introversa e tormentata, ne fa il prototipo dell'artista malinconico e solitario.
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[modifica] Biografia
[modifica] Origini
Nato dal fiorentino Bartolomeo di Jacopo di Martino Carrucci e da Alessandra di pasquale di Zanobi[1], il padre di Pontormo era stato pittore a sua volta, nella bottega del Ghirlandaio, ma di lui non si conoscono opere. La nascita del primogenito Jacopo avvenne il 24 o il 25 maggio del 1494, ma qualche anno dopo (nel 1499) il padre morì, seguito dopo pochi anni anche dalla madre, che lo lasciò orfano a soli dieci anni, nel 1504[2].
Jacopo fu affidato alla porta dei Pupilli, la magistratura fiorentina che si occupava dei beni degli orfani, e preso in custodia dalla nonna materna Brigida, che gli fece dare istruzione e a tredici anni lo mandò a Firenze, dove poi visse praticamente tutta la vita[2].
[modifica] Formazione
Secondo Vasari, a Firenze Pontormo frequentò le botteghe dei principali artisti allora attivi, come Piero di Cosimo (verso il 1510), Andrea del Sarto, Mariotto Albertinelli e Fra Bartolomeo, è inoltre instaurò sporadici contatti anche con Leonardo da Vinci. Tali notizie sono confermate da influssi stilistici nelle opere giovanili, che svanirono gradualmente, con l'eccezione di quelli legati ad Andrea del Sarto[1]. Nella bottega di quest'ultimo infatti Pontormo lavorò dal 1512 e realizzò le prime opere indipendenti. Le fonti ricordano una piccola Madonna annunciata e una predella per la pala dell'Annunciazione di San Gallo del Sarto, dipinta in collaborazione col Rosso e andata probabilmente distrutta nell'alluvione del 1557. Ne resta la descrizione vasariana: «un Cristo morto con due Angioletti che gli fanno lume con due torce e lo piangono, e dalle bande in due tondi, due Profeti, i quali furono così praticamente lavorati, che non paiono fatti da giovinetto, ma da un pratico maestro»[2]. Alcuni hanno riferito a Pontormo anche la pittura di alcune figure nella pala, come l'ignudo seduto sui gradini dell'architettura dello sfondo[3].
Il debutto ufficiale fu alla Santissima Annunziata, interessata in quegli anni da un intenso programma di decorazione, di cui resta un'abbondante documentazione[4]. Gli importanti lavori di decorazione legati alla visita di Leone X a Firenze gli procurarono del lavoro. Cosimo di Andrea Feltrini, specialista di grottesche, era stato incaricato di decorare l'arcone d'ingresso dell'Annunziata con varie figure, ma la strettezza dei tempi rese necessario il ricorso ad aiuti, tra cui il diciannovenne Jacopo, che realizzò così le figure della Fede e della Carità, oggi molto danneggiate (gli originali sono al Museo di San Salvi, mentre in loco si conservano copie). L'opera ebbe un notevole successo, scatenando anche qualche invidia del maestro Andrea del Sarto[5].
Fu proprio Andrea che dovette affidare a due dei suoi allievi più promettenti, il Rosso e appunto Pontormo, la realizzazione di due lunette con Storie della Vergine nel Chiostrino dei Voti, ciclo in larga parte realizzato da Andrea del Sarto stesso negli anni precedenti[1]. Pontormo creò così la Visitazione (1512-1513), dal saldo impianto monumentale.
Il rapporto dialettico di emulazione di Andrea del Sarto, in cui il giovane Pontormo vedeva colui che era riuscito in un certo grado ad armonizzare lo sfumato leonardesco, la plasticità michelangiolesca e la classicità di Raffaello, durò circa fino alla fine del secondo decennio del secolo[1].
Al 1515 circa viene ipotizzato un primo soggiorno a Roma, basato solo su dati stilistici nelle sue opere, in cui si leggono riferimenti alla volta della Cappella Sistina di Michelangelo e alle prime due delle Stanze vaticane di Raffaello. Nel frattempo si inizia a notare infatti un crescente astro su Pontormo da parte del Buonarroti, riscontrabile in opere come la Sacra conversazione di San Ruffillo e, soprattutto, la Veronica, in cui trovano espressione stilemi di chiara derivazione michelangiolesca, quali il moto a serpentina, le pose a contrapposto di figure simmetriche, la colorazione accesa e cangiante[6].
[modifica] Creazione di un linguaggio originale
Vasari dà un ritratto entusiasta del giovane Pontormo, che era molto promettente, una specie di bambino prodigio nella pittura; anche i grandi Raffaello e Michelangelo riconoscevano l'eccezionale talento del Pontormo e gli avevano previsto una luminosa carriera artistica. Proprio questa lo avrebbe portato successivamente, secondo Vasari, ad abbandonare i "buoni modelli" della pittura e ad avventurarsi in sperimentazioni e innovazioni che al tempo non vennero comprese e che lo stesso Vasari giudicava bizzarre, smodate, eccessive. Oggi il giudizio di Vasari è ampiamente superato dalla critica, che vede in questi anni la fondamentale elaborazione di uno stile pittorico proprio, autonomo rispetto alla tradizione e decisamente anti-classico[7].
Tra le opere che meglio rappresentano questo passaggio, spiccano sicuramente i quattro pannelli per le Storie di Giuseppe ebreo (1517-1518 circa), parte di una decorazione più ampia destinata alla Camera nuziale Borgherini, assieme ad opere di Andrea del Sarto, di Francesco Granacci e del Bacchiacca. In queste opere si nota un tentativo riuscito di rompere gli schemi tradizionali, con scene più affollate e scandite nello spazio con più complessità. Ispirandosi alle stampe nordiche che proprio allora iniziavano circolare con frequenza anche a Firenze (soprattutto di Luca da Leida e Albrecht Dürer), l'artista ruppe con la tradizione tutta italiana di organizzare l'immagine attorno a un fulcro centrale, spargendo i personaggi ai quattro angoli del dipinto, in gruppi però sempre coordinati con sapienza, in modo da guidare, anche grazie alle particolari pose dei personaggi, l'addentrarsi dell'occhio dello spettatore in profondità. Andò sperimentando inoltre l'uso di colori accesi e brillanti, in mezze tonalità inusuali[7].
[modifica] A Poggio a Caiano
Dal 1519 Pontormo venne arruolato dalla famiglia Medici per prendere parte alla decorazione del salone della villa di Poggio a Caiano. Committente era Ottaviano de' Medici, per conto di Leone X e del cardinale Giulio, futuro Clemente VII. Per celebrare i fasti della casata medicea Paolo Giovio aveva sviluppato un programma di episodi della storia romana, che adombravano glorie e personaggi della famiglia. Lavoravano agli affreschi anche Andrea del Sarto e Franciabigio, autori di una grande scena su una parete ciascuno, ma di lì a poco, nel 1521, la morte del papa sospese tutte le attività[8].
A Pontormo era stata commissionata innanzitutto una lunetta, con un episodio tratto dalle Metamorfosi di Ovidio raffigurante Vertumno e Pomona, un tema quindi più legato all'otium della vita rustica piuttosto che a un episodio storico-celebrativo. Ancora una volta l'artista dimostrò di saper rinnovare gli schemi tradizionali, collocando le due divinità in basso, alle estremità, e popolando la lunetta di personaggi armoniosamente disposti attorno all'oculo[8].
[modifica] Alla Certosa di Firenze
Come appuntò con precisione Vasari, nel 1523 un focolaio di peste fece sì che Pontormo si allontanasse in via precauzionale dalla città, recandosi, accompèagnato dal solo allievo Bronzino, nella Certosa del Galluzzo, dove trovò ospitalità dai monaci e ricevette vari incarichi, a cui attese fino al 1527. In particolare iniziò la decorazione delle lunette del chiostro con Scene della Passione, completandone ciqnue. In queste opere è più che mai evidente l'influenza delle incisioni di Dürer (in particolare la serie della Piccola Passione), che gli cuasò poi la disistima di Vasari stesso, che lo descrisse come notevolmente peggiorato rispetto alla sua gioventù: la maniera tedesca era dopotutto vista con sospetto negli anni della Controriforma in cui scriveva Vasari, facendo sospettare simpatie luterane[9].
In generale tali influenze si manifestano nei profili allungati e negli abbigliamenti dei personaggi, nonché la drammatica pateticità delle espressioni: con tali ricerchel'artista riuscì però a sciogliere tutti i legami con la tradizione fiorentina, arrivando a una nuova e liberissima sintesi formale[9].
Al termine della decorazione ad affresco l'artista realizzò una grande tela con la Cena in Emmaus, destinata al refettorio della foresteria o alla dispensa. In tale opera è rappresnetato l'esatto momento in cui Gesù, nello spezzare il pane, rivela sé stesso ai due discepoli astanti: uno solleva il capo mentre l'idea sta balenando nella sua mente, l'altro versa invece il vino dalla brocca ancora inconscio. La rappresentazione dell'istante, unita a un realismo mai visto prima (nelle suppellettili, nelle reali mani e piedi dei personaggi, negli animali sotto il tavolo) e a un'accentuazioni dei volumi dovuta allo sfondo scuro (ad esempio nelle apparizioni dei monaci certosini dietro Gesù), ne fanno un'opera di straordinaria modernità, anticipatrice delle ricerche di Caravaggio, Velázquez e Zurbarán[10].
[modifica] La Cappella Capponi
La sua carriera come pittore comunque proseguì, sempre a Firenze, e nel 1525 Jacopo venne chiamato a far parte dell'Accademia del Disegno.
Dal 1526 al 1528 le sue ricerche formali raggiunsero il culmine nella decorazione della Cappella Capponi nella chiesa di Santa Felicita. Affrescati i tondi nei pennacchi e il lato est con la collaborazione del giovane Bronzino, dipinse per l'altare maggiore la pala con il Trasporto di Cristo al sepolcro dove, eliminato ogni riferimento spaziale, inserì undici personaggi in uno spazio indistinto, con gesti enfatici e volti dolenti, sottolineati dall'uso di colori puri e da una luce irreale[1].
Nel 1529 fu in grado di comprarsi una casa per abitare e lavorare, iniziando così a operare in una bottega propria. Racconta il Vasari che la sua casa era un rifugio: "alla stanza dove stava a dormire e talvolta a lavorare si saliva per una scala di legno, la quale, entrato che egli era, tirava su con una carrucola acciò che niuno potesse salire da lui senza sua voglia o saputa". Anche per questi suoi atteggiamenti un po' bohémien, il Pontormo incarna un tipo di artista decisamente moderno.
Dal 1536 fu ingaggiato nuovamente da Cosimo I de' Medici per gli affreschi della villa medicea di Castello (opere perdute), e si dice che, per la volontà di finire da solo tutti gli affreschi, Pontormo si sia rinchiuso per cinque anni dietro un tramezzo di legno.
[modifica] Il coro di San Lorenzo
Negli ultimi anni della sua vita il confronto con Michelangelo si fece sempre più serrato, con la ferma volontà di riuscire a superarlo. Lunghi studi preparatori dimostrano la ricerca della perfezione formale, ma poi i risultati finali, in qualche modo, frustravano le sue aspettative[1].
Dal 1546, il Pontormo lavorò per dieci anni - fino alla morte - alla decorazione del coro della chiesa di San Lorenzo, che era la chiesa della famiglia dei Medici[1]. Alla morte del Pontormo, furono portati a termine dal Bronzino, suo allievo di poco più giovane, e suo fedele amico per molti anni. Gli affreschi vennero distrutti nel 1738, in seguito al rimaneggiamento del coro, ma se ne conservano testimonianze scritte, come la stroncatura del Vasari, sia numerosi studi preparatori. L'insolita iconografia cristologica fa riferimento al trattatello cripto-protestante il Beneficio di Cristo, allora tollerato e che faceva capo agli ambienti della Riforma Cattolica: in esso si proclamava la fiducia nella salvezza individuale attraverso la sola fede. Lo stesso testo manoscritto era in possesso del simpatizzante riformista Pierfrancesco Riccio, segretario particolare del duca Cosimo I de' Medici, maggiordomo di corte, cappellano della chiesa di San Lorenzo e delegato ducale alla politica artistica, quindi determinante nell'assegnazione al Pontormo del ciclo.
Gli affreschi degli ultimi vent'anni di vita del Pontormo sono quasi tutti perduti o rovinati, sia quelli nella villa di Castello che quelli nella villa di Careggi.
Negli ultimi due anni di vita (1554-1556), il Pontormo tenne anche un diario, Il Libro mio, molto scarno e pieno di appunti di vita quotidiana, da cui emerge comunque la sua personalità bizzarra e colta al contempo. Venne sepolto il 2 gennaio 1557 nella basilica della Santissima Annunziata, per cui morì probabilmente il 31 dicembre 1556 o il 1 gennaio 1557.
[modifica] Opere
Oltre alle opere qui menzionate, Pontormo ha lasciato circa 400 disegni, da alcuni dei quali si possono ricostruire parzialmente anche le opere perdute. L'abitudine del Pontormo a non datare e spesso a non firmare le proprie opere provoca numerose incertezze sulla loro datazione.
[modifica] Opere giovanili (fino al 1519)
- Leda e il cigno (attribuzione incerta), 1512-1513, olio su tavola, 55×40 cm, Galleria degli Uffizi, Firenze
- Fede e Carità, 1513, affresco staccato, Museo del cenacolo di Andrea del Sarto, Firenze
- Episodio di vita ospedaliera, 1514 circa, affresco staccato, 91×150 cm, Galleria dell'Accademia, Firenze
- Sacra conversazione di San Ruffillo, 1514 circa, affresco, 223×196 cm, basilica della Santissima Annunziata, cappella di San Luca, Firenze
- Visitazione, 1514-1516, affresco, 392×337 cm, Basilica della Santissima Annunziata, chiostrino dei voti, Firenze
- Veronica, 1515, affresco, 307×413 cm, cappella dei Papi, chiesa di Santa Maria Novella, Firenze
- Tondi e riquadri con putti, stemmi medicei, Dio Padre benedicente, 1515, affresco, cappella dei Papi, chiesa di Santa Maria Novella, Firenze
- Dama col cestello di fusi (attribuzione in dubbio con Andrea del Sarto), 1516-1517 circa, olio su tavola, 76×54 cm, Galleria degli Uffizi, Firenze
- Pannelli per la Camera nuziale Borgherini, 1516 circa-1518, olio su tavola, Londra, National Gallery
- Giuseppe venduto a Putifarre, 58x50 cm
- Giuseppe in Egitto, 93x110 cm
- Supplizio del fornaio, 58x50 cm
- Giuseppe riceve richieste d'aiuto dai fratelli, 35x142 cm
- San Quintino, 1517, olio su tavola, 163×103 cm, Sansepolcro, Pinacoteca comunale
- Ritratto di un gioielliere, 1517-1518 circa, olio su tavola, 69×50 cm, Parigi, Museo del Louvre
- Pala Pucci, 1518, olio su cartone, 214×185 cm, Firenze, chiesa di San Michele Visdomini
- Ritratto di un musicista, 1518-1519 circa, olio si tavola, 86×67 cm, Firenze, Galleria degli Uffizi
- Ritratto di Cosimo il Vecchio, 1518-1519 circa, olio si tavola, 86×65 circa, Firenze, Galleria degli Uffizi
- Sant'Antonio abate, 1519 circa, olio su tavola, 78×66 cm, Firenze, Galleria degli Uffizi
- San Giovanni Evangelista e san Michele Arcangelo, 1519 circa, olio su tavola, 173×59 cm ognuno, Empoli, chiesa di San Michele a Pontorme
[modifica] Il periodo dei capolavori (1519-1530)
- Vertumno e Pomona, 1519-1521, affresco, 461×990 cm, Poggio a Caiano, Villa medicea
- Autoritratto, 1520 circa, La Spezia, Museo civico Amedeo Lia
- Tabernacolo di Boldrone, 1521-1522 circa, affreschi staccati, Firenze, Galleria dell'Accademia (depositi)
- San Giuliano, 307x127 cm
- Crocifissione con la Madonna e san Giovanni, 307x175 cm
- Sant'Agostino, 307x127 cm
- Ritratto di due amici, 1522 circa, olio su tavola, 95×97 cm, Venezia, collezione Cini
- Adorazione dei Magi, 1522-1523, olio su tavola, 85x190 cm, Firenze, Galleria Palatina
- Sacra Famiglia con san Giovannino, 1522-1524 circa, olio su tavola, 120×99 cm, San Pietroburgo, Museo dell'Ermitage
- Storie della Passione, 1523-1525, affreschi staccati, Firenze, Certosa del Galluzzo
- Orazione nell'orto, 300×290 cm
- Cristo davanti a Pilato, 300×292 cm
- Andata al Calvario, 300×292 cm
- Deposizione dalla croce, 300×290 cm
- Resurrezione, 232×291 cm
- Cena in Emmaus, 1525, olio su tela, 230×173 cm, Firenze, Galleria degli Uffizi
- Ritratto di giovanetto, 1525-1526 circa, olio su tavola, 85×61 cm, Lucca, Palazzo Mansi
- Decorazione della Cappella Capponi, 1525-1528, Firenze, chiesa di Santa Felicita a Firenze
- Dio Padre, affresco, perduto
- Quattro tondi con Evangelisti (con Bronzino), 1525-1526, olio su tavola, diam. 70 cm ciascuno
- Deposizione, 1526-1528, olio su tavola, 313×192 cm
- Annunciazione, 1527-1528, affresco, 368×168 cm
- Natività di san Giovanni Battista, 1526 circa, olio su tavola, diam. 54 cm, Firenze, Galleria degli Uffizi
- 1526 - 1527: San Gerolamo penitente, olio su tavola cm 105×80, Landesmuseum, Hannover.
- 1526 - 1528: Madonna col Bambino e san Giovannino, olio su tavola cm 52×40, Galleria Corsini, Firenze. Anche su questo quadro l'attribuzione è incerta fra Pontormo e il giovane Agnolo Bronzino.
- 1527 - 1528: Madonna col Bambino e San Giovannino, olio su tavola cm 89×73, Galleria degli Uffizi, Firenze.
- 1528 - 1529: Visitazione, olio su tavola cm 202×156, chiesa di San Michele a Carmignano. Un disegno preparatorio è conservato alla Galleria degli Uffizi, Firenze. È un dipinto importante e molto suggestivo: un'architettura irreale fa da sfondo all'incontro tra le gestanti Maria ed Elisabetta; i drappeggi coloratissimi e gonfi sono tipici dello stile di Pontormo; enigmatiche le figure sullo sfondo, che probabilmente rappresentano le stesse figure di Maria ed Elisabetta come astratte dalla scena che le vede protagoniste.
- 1528 - 1529: Madonna col Bambino, sant'Anna e quattro santi, olio su tavola, cm 228×176, Museo del Louvre, Parigi. Il dipinto fu portato a Parigi da Napoleone Bonaparte nel 1813, sottraendolo all'ospedale S.Eusebio al Prato.
- 1529 - 1530: Gli undicimila martiri, Palazzo Pitti, Firenze.
- ? San Sebastiano, olio su tavola, cm 65×48, Musée des Beaux-Arts, Digione
[modifica] Le opere della maturità (dopo il 1530)
- 1531: Martirio di San Maurizio e la legione Tebana (Pontormo e? Bronzino), olio su tavola cm 65*73, Galleria degli Uffizi, Firenze.
- 1532-1533: Ritratto di Dama (con il cagnolino), olio su tavola cm 89*70, Städelsches Kunstinstitut, Francoforte sul Meno. Talvolta attribuito ad Agnolo Bronzino, che del Pontormo era allievo ed amico.
- 1532-1534: Venere e Amore, olio su tavola cm 128*197, Galleria dell'Accademia, Firenze. Il disegno (cartone) di quest'opera è di Michelangelo, che chiese al Pontormo di farne un dipinto. Per entrambi, quest'opera è una dimostrazione della reciproca considerazione e stima presente fra i due.
- 1534-1535 circa: Ritratto di Alessandro de' Medici, olio su tavola, cm 97x79, Filadelfia, Philadelphia Museum of Art. Una copia di questo dipinto si trova a Lisbona, nel Museo Nazionale.
- 1535: Adamo ed Eva (o la cacciata dal paradiso terrestre), olio su tavola cm 43*31, Galleria degli Uffizi, Firenze.
- 1536: Ritratto di Maria Salviati con il piccolo Cosimo, olio su tela, Baltimora, Walters Art Gallery. Commissionato da Cosimo I era il primo ritratto ufficiale doppio. Ritrae il granduca con la madre all'età di sette anni quando rimase orfano del padre, ed è un modo per celebrare il rapporto con la madre, importante per la sua legittimazione politica perché Maria discendeva dal ramo principale dei Medici (suo nonno era infatti Lorenzo il Magnifico)
- 1537:Alabardiere, olio su tela, cm 52*40, già nella collezione Riccardi a Palazzo Medici Riccardi, oggi al Paul Getty Museum, Los Angeles. La datazione di questa pregevole opera è incerta, così come l'identità del ritratto. La più credibile ipotesi è che si tratti di un ritratto di Cosimo I de' Medici e che sia stata eseguita in occasione della sua nomina a duca di Firenze. Quando questa opera andò all'asta negli anni '90, la sua quotazione raggiunse il prezzo più alto mai battuto per un maestro antico sul mercato d'arte.
- 1540-1543: Ritratto di Niccolò Ardinghelli, olio su tavola cm 102*97, National Gallery of Art, Washington.
- 1543-1545: Ritratto di Maria Salviati, olio su tavola cm 87*71, Galleria degli Uffizi, Firenze. Maria Salviati era la madre di Cosimo I de' Medici.
- Scena di sacrificio, 1545 circa, tempera su tela, 85×148 cm, Napoli, Museo di Capodimonte
- 1554-1556: Il libro mio (il diario di Pontormo), Biblioteca nazionale di Firenze.
[modifica] Opere già attribuite a Pontormo
- Madonna col Bambino tra i santi Francesco e Girolamo, olio su tavola, 73×61 cm, Firenze, Galleria degli Uffizi; oggi attribuita a Mirabello Cavalori[11]
- Madonna col Bambino e san Giovannino, olio su tavola, 87×67 cm, Firenze, Galleria degli Uffizi; spesso riferito anche al Rosso Fiorentino, è probabilmente la copia di un originale del Pontormo andato perduto; ne esistono altre tre versioni; lo sfondo rimanda direttamente a una stampa di Albrecht Dürer.
[modifica] Fortuna critica
Il Pontormo, che pure ebbe protettori importanti come i Medici, non ebbe nel tempo l'apprezzamento che invece fu tributato a suoi contemporanei come Andrea del Sarto, Fra Bartolomeo o il Franciabigio. Dopo le note del Vasari, che non ne apprezzò le opere più mature, le citazioni di Pontormo furono per molti secoli rare e poco interessate, segno del disinteresse che fino ai primi del '900 circondò questo pittore e le sue opere.
Ai primi del '900, alcuni piccoli saggi dimostrano una inversione di tendenza; ma fu soprattutto un saggio dello storico d'arte Frederik Mortimer Clapp a suscitare un nuovo interesse per il Pontormo e più avanti anche per altri esponenti del manierismo fiorentino, in maniera analoga a quanto era accaduto pochi anni prima a El Greco.
Solo a quel tempo infatti, dopo la maturazione delle esperienze dell'impressionismo, dell'espressionismo e del cubismo, cominciarono ad essere rivalutate le anticipazioni del linguaggio pittorico moderno, liberato dall'obbligo di riprodurre fedelmente la realtà e dall'ideale rinascimentale dell'armonia della natura. Della maturità di Pontormo, talvolta etichettato come "artista della crisi", sono apprezzate le prospettive audaci e talvolta bizzarre, i gesti stilizzati e lontani dall'idea di naturalezza, le vesti drappeggiate in modo artificioso, le espressioni impaurite o pensose dei suoi ritratti: che è proprio quello che invece il Vasari giudicava severamente.
Si segnala il film Pontormo - un amore eretico di Giovanni Fago, Italia 2003, in cui Pontormo, interpretato dall'attore statunitense Joe Mantegna, viene ritratto nella sua maturità. Il titolo del film fa riferimento all'ultima fatica del pittore (coro di S. Lorenzo), oggi documentabile solo per i disegni preparatori. Gli affreschi, influenzati forse dalle idee filo- riformiste del trattato il Beneficio di Cristo, suscitano i dubbi dell'inquisizione; il pittore, grazie all'aiuto di Cosimo I, riesce ad allontanare tale minaccia, che si era già concretizzata nell'accusa di stregoneria per una tessitrice di arazzi cara al vecchio Jacopo.
[modifica] Note
- ^ a b c d e f g Marchetti Letta, cit., p. 6.
- ^ a b c Le Vite, Iacopo da Puntormo, 1568.
- ^ Marchetti Letta, cit., p. 8.
- ^ Si conserva una documentazione dettagliata di quegli anni nel Libro delle ricordanze del Convento della Nunziata (1510-1559), nel Libro delle Notizie di padre Eliseo Biffoli (dal 1587) e nel Libro di Camarlingo, prezioso registro dei pagamenti del convento dal marzo 1509 al 1516; cit. in Marchetti Letta, p. 6.
- ^ Marchetti Letta, cit., p. 9.
- ^ Marchetti Letta, cit., p. 15.
- ^ a b Marchetti Letta, cit., p. 18.
- ^ a b Marchetti Letta, cit., p.32.
- ^ a b Marchetti Letta, cit., p. 36.
- ^ Marchetti Letta, cit., p. 40.
- ^ La scheda ufficiale di catalogo
[modifica] Bibliografia
- Elisabetta Marchetti Letta, Pontormo, Rosso Fiorentino, Scala, Firenze 1994. ISBN 88-8117-028-0
[modifica] Altri progetti
Wikimedia Commons contiene file multimediali su Pontormo
[modifica] Collegamenti esterni
[modifica] Voci correlate
- Arazzi con le storie di Giuseppe ebreo
- Cappella Barbadori
- Casa natale del Pontormo, Pontorme, Empoli (Fi)