Sant'Agata

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Sant'Agata
Sant'Agata al carcere, da un dipinto custodito nel Duomo di Catania.
Sant'Agata al carcere, da un dipinto custodito nel Duomo di Catania.

Vergine e martire

Nascita ca. 235 Catania (S.Giovanni Galermo) o Palermo
Morte 251 Catania
Venerata da Chiesa cattolica, Chiesa ortodossa
Ricorrenza 5 febbraio
Attributi giglio, palma, pinze, seni recisi su un piatto, torcia o candela accesa
Patrona di molte località (vedi Patronati); Vigili del Fuoco (in Argentina), fonditori di campane, donne affette da patologie al seno

Sant' Agata (San Giovanni Galermo o, secondo altre fonti, Palermo, 8 settembre 235Catania, 5 febbraio 251) è stata, secondo la tradizione cattolica, una giovane vissuta nel III secolo, durante il proconsolato di Quinziano. Dalla Chiesa cattolica e dalla Chiesa ortodossa viene venerata come santa, vergine e martire. Il suo nome compare nel Martirologio da tempi antichissimi; è patrona, tra l'altro, di Catania, della Repubblica di San Marino e di Malta.

« Tu che splendi in Paradiso,
coronata di vittoria,

Oh Sant'Agata la gloria,
per noi prega, prega di lassù »

(Canto a Sant'Agata)

Biografia[modifica | modifica sorgente]

"Sant'Agata" nella Basilica Pontificia Cattedrale di Gallipoli (Giovanni Andrea Coppola)
Sebastiano del Piombo - Il martirio di sant'Agata - Firenze, Palazzo Pitti.
Tela del martirio di Sant'Agata - Chiesa di San Matteo (Lecce).

Secondo la leggenda, Agata nacque in una famiglia siciliana ricca e nobile, nell'anno 235, indicata come di origine palermitana, ma da altre fonti catanese [1].

Infatti la santa è una delle quattro sante protettrici della Città Felicissima (Palermo), caput regni et sedis regis della Sicilia (santa Rosalia verrà dopo). La sua statua, assieme a quelle di santa Cristina, santa Ninfa, sant’Oliva, nell’ordine superiore delle facciate della piazza, troneggia dall’alto dei Quattro Canti di Città. I quattro cantoni, ai vertici dei quattro mandamenti in cui Palermo era così suddivisa, presentano, in ordine di altezza, le quattro fontane in marmo di Carrara a rappresentare le stagioni, i quattro re, e in cima, appunto, le quattro sante.

I documenti narrativi del martirio di s. Agata in tre punti indicano però che S. Agata è nata a Catania: Il primo punto è quello relativo all'inizio del processo, secondo il testo fornito dalla redazione latina. Tale redazione, infatti, esordisce rilevando nel vers. 1 che Agata fu martirizzata a Catania; nel vers. 24 la stessa redazione latina riferisce che Quinziano interpella Agata invitandola a dire di che condizione fosse; e nel vers. 25 riferisce che Agata rispose a Quinziano dicendo: "Io non solo sono libera di nascita, ma provengo anche da nobile famiglia, come lo attesta tutta la mia parentela": con queste parole Agata dichiara che tutta la sua parentela era presente e residente a Catania e quindi dà ad intendere che anch'essa era residente a Catania e vi era residente sin dal giorno della sua nascita. Il secondo punto è quello relativo all'apparizione dell'Angelo che, nel momento in cui il cadavere di s. Agata viene seppellito, depone dentro il suo sepolcro una lapide di marmo in cui era scolpito che s. Agata era "anima santa, onore di Dio e liberazione della sua Patria": a tale proposito i versetti 102-104 rilevano che, per dimostrare la verità di quanto espresso in quella lapide e cioè che Agata era la liberazione della sua Patria, Dio, ad un anno appena dalla morte di s. Agata, fa arrestare la lava dell'Etna, che stava invadendo Catania. II terzo punto è quello relativo al fatto che il testo della redazione greca, riportato nel manoscritto del Senato di Messina, espressamente recita che "Catania è la patria della magnanima S. Agata" : tale testo è di assoluto valore storico perché risale all'epoca in cui in Catania ancora non era stato eretto alcun tempio a S. Agata.

Secondo la tradizione cattolica Sant'Agata si consacrò a Dio all'età di 15 anni circa, ma studi storico-giuridici approfonditi rivelano un'età non inferiore ai 21 anni: non prima di questa età, infatti, una ragazza poteva essere consacrata diaconessa come effettivamente era Agata, cosa documentata dalla tradizione orale catanese, dai documenti scritti narranti il suo martirio e dalle raffigurazioni iconografiche ravennate, con particolare riferimento alla tunica bianca e al pallio rosso; possiamo quindi a ragione immaginarla, più che come una ragazzina, piuttosto come una donna con ruolo attivo nella sua comunità cristiana: una diaconessa aveva infatti il compito, fra gli altri, di istruire i nuovi catecumeni alla fede cristiana (catechesi) e preparare i più giovani al battesimo alla prima comunione e alla cresima.

Inoltre, da un punto di vista giuridico, Agata aveva il titolo di "proprietaria di poderi", cioè di beni immobili. Per avere questo titolo le leggi vigenti nell'impero romano pretendevano il raggiungimento del ventunesimo anno di età. Rimanendo sempre in tema giuridico, durante il processo cui Agata fu sottoposta, fu messa in atto la Lex Laetoria, una legge che proteggeva i giovani d'età compresa tra i 20 e i 25 anni, soprattutto giovani donne, dando a chiunque la possibilità di contrapporre una actio polularis contro gli abusi di potere commessi dall'inquisitore: prova ne sia che il processo di Agata si chiuse con un'insurrezione popolare contro Quinziano, che dovette fuggire per sottrarsi al linciaggio della folla catanese.

Nel periodo fra il 250 e il 251 il proconsole Quinziano, giunto alla sede di Catania anche con l'intento di far rispettare l'editto dell'imperatore Decio, che chiedeva a tutti i cristiani di abiurare pubblicamente la loro fede, s'invaghì della giovinetta e, saputo della consacrazione, le ordinò, senza successo, di ripudiare la sua fede e di adorare gli dei pagani. Ma più realisticamente si può immaginare un quadro più complesso: ovvero, dietro la condanna di Agata, la più esposta nella sua benestante famiglia, potrebbe esserci l'intento della confisca di tutti i loro beni.[senza fonte]

Al rifiuto deciso di Agata, il proconsole la affidò per un mese alla custodia rieducativa della cortigiana Afrodisia e delle sue figlie, persone molto corrotte. È probabile che Afrodisia fosse una sacerdotessa di Venere o di Cerere, e pertanto dedita alla prostituzione sacra. Il fine di tale affidamento era la corruzione morale di Agata, attraverso una continua pressione psicologica, fatta di allettamenti e minacce, per sottometterla alle voglie di Quinziano, arrivando a tentare di trascinare la giovane catanese nei ritrovi dionisiaci e relative orge, allora molto diffuse a Catania. Ma Agata, in quei giorni, a questi attacchi perversi che le venivano sferrati, contrappose l'assoluta fede in Dio; e pertanto uscì da quella lotta vittoriosa e sicuramente più forte di prima, tanto da scoraggiare le sue stesse tentatrici, le quali rinunciarono all'impegno assuntosi, riconsegnando Agata a Quinziano.

Rivelatosi inutile il tentativo di corromperne i princìpi Quinziano diede avvio ad un processo e convocò Agata al palazzo pretorio. Memorabili sono i dialoghi tra il proconsole e la santa che la tradizione conserva, dialoghi da cui si evince senza dubbio come Agata fosse edotta in dialettica e retorica.

Breve fu il passaggio dal processo al carcere e alle violenze con l'intento di piegare la giovinetta. Inizialmente venne fustigata e sottoposta al violento strappo delle mammelle, mediante delle tenaglie. La tradizione indica che nella notte venne visitata da san Pietro che la rassicurò e ne risanò le ferite. Infine venne sottoposta al supplizio dei carboni ardenti. La notte seguente all'ultima violenza, il 5 febbraio 251, Agata spirò nella sua cella.

« Non valser spine e triboli,
non valsero catene;
né il minacciar d'un Preside
a trarla dal suo Bene,
a cui dall'età eterna
fu sacro il vergin fior »
(Mario Rapisardi, Ode, per il 5 febbraio 1859)

Culto[modifica | modifica sorgente]

Le reliquie[modifica | modifica sorgente]

Busto Reliquiario di Sant'Agata. Opera del 1376

Le reliquie della santa furono trafugate a Costantinopoli nel 1040 dal generale bizantino Giorgio Maniace. Nel 1126 due soldati dell'esercito bizantino, di nome Gilberto e Goselmo (uno di origine francese e l'altro calabrese), le rapirono per consegnarle al vescovo di Catania Maurizio nel Castello di Aci odierna Aci Castello.

Il 17 agosto 1126, le reliquie rientrarono nel duomo di Catania. Questi resti sono oggi conservati in parte all'interno del prezioso busto in argento (parte del cranio, del torace e alcuni organi interni) e in parte dentro a reliquiari posti in un grande scrigno, anch'esso d'argento (braccia e mani, femori, gambe e piedi, la mammella e il velo).

Altre reliquie della santa, come ad esempio piccoli frammenti di velo e singole ossa, sono custodite in chiese e monasteri di varie città italiane e estere.

La diatriba della reliquia tra Gallipoli e Galatina[modifica | modifica sorgente]

Fra tutte le città italiane di cui sant'Agata è compatrona, Gallipoli (Diocesi di Nardò-Gallipoli) e Galatina (Arcidiocesi di Otranto), in Puglia, sono coinvolte in una singolare contesa che vede come protagonista una reliquia di sant'Agata, la mammella.

Una leggenda diffusa in Puglia spiegherebbe con un miracolo la presenza della reliquia a Gallipoli. Si dice che l'8 agosto del 1126 sant'Agata apparve in sogno a una donna che si era addormentata dopo aver lavato i panni nella spiaggia della Purità a Gallipoli e avvertì che il suo bambino stringeva qualcosa tra le labbra: era la mammella della Santa. La donna si svegliò e ne ebbe conferma, ma non riuscì a convincerlo ad aprire la bocca. Tentò a lungo: poi, in preda alla disperazione, si rivolse al vescovo, che celermente giunse nella spiaggia insieme ad altri ecclesiastici. Il prelato recitò una litania invocando tutti i santi, e soltanto quando pronunciò il nome di Agata il bimbo aprì la bocca. Da essa venne fuori una mammella, evidentemente quella di sant'Agata. La reliquia rimase a Gallipoli, nella Basilica Concattedrale di Sant'Agata, dal 1126 al 1389, quando il principe Del Balzo Orsini la trasferì a Galatina, dove fece costruire la chiesa di Santa Caterina d'Alessandria d'Egitto, nella quale è ancora oggi custodita la reliquia presso un convento di frati francescani. Secondo il vescovo gallipolino Montoya de Cardona la reliquia fu trafugata furtivamente dagli abitanti di Galatina "ex auctoritate" e fu "rubata furtivamente e all'insaputa dell'Università gallipolitana". Numerosi sono stati i tentativi dei gallipolini di riportare nella Concattedrale di Sant'Agata la reliquia, a partire dal vescovo Gaetano Muller, il quale scrisse una lettere al Cardinale prefetto dell'epoca, fino ad arrivare ad Achille Starace, segretario del Partito Nazionale Fascista. Sono state scritte delle lettere per sollecitare il vescovo di Otranto (da cui dipende Galatina) Mons. Donato Negro a restituire la sacra reliquia ora a Galatina, città che non ha alcun diritto a detenerla.

Il velo[modifica | modifica sorgente]

Il velo di sant'Agata è una reliquia conservata nella cattedrale di Catania in uno scrigno d'argento insieme ad altre reliquie della santa. Secondo una leggenda è un velo usato da una donna per coprire la Santa durante il martirio con i carboni ardenti. Nei fatti il cosiddetto "velo" di colore rosso faceva parte del vestimento con cui Agata si presentò al giudizio, essendo questo, indossato su una tunica bianca, l'abito delle diaconesse consacrate a Dio. Secondo un'altra leggenda il velo era bianco e diventò rosso al contatto col fuoco della brace.

Nel corso dei secoli, venne più volte portato in processione come estremo rimedio per fermare la lava dell'Etna.

I miracoli[modifica | modifica sorgente]

Martirio di Sant'Agata (Giovan Pietro da Cemmo & aiuti), chiesa di Santa Maria, Esine, ca. 1491

Molti sono i miracoli attribuiti a sant'Agata nel corso dei secoli:

  • Appena un anno dopo la sua morte, nel 262, Catania venne colpita da una grave eruzione dell'Etna. L'eruzione ebbe inizio il giorno 1 di febbraio e aveva già distrutto alcuni villaggi alla periferia di Catania. Il popolo andò in cattedrale e preso il velo di sant'Agata lo portò in processione nei pressi della colata. Questa, secondo la tradizione, si arrestò dopo breve tempo. Era il giorno 5 di febbraio, la data del martirio della vergine catanese.
  • La santa, Lucia di Siracusa, quasi coetanea di sant'Agata, andò con la madre gravemente ammalata a pregare sulla tomba di Agata per implorarne la guarigione. Narra la leggenda che Lucia, mentre pregava, ebbe una visione nella quale sant'Agata le disse «perché sei venuta qui quando ciò che mi chiedi puoi farlo anche tu? Così come Catania è protetta da me, la tua Siracusa lo sarà da te.» La madre di Lucia guarì e Lucia dopo poco venne martirizzata.
  • Nel 1169 Catania fu scossa da un disastroso terremoto nel giorno 4 febbraio alle ore 21 quando molti cittadini catanesi erano radunati nella cattedrale per pregare in onore della santa. Nel crollo della cattedrale morirono il vescovo Aiello e 44 monaci, oltre ad un numero imprecisato di fedeli. Nei giorni seguenti altre scosse di terremoto e maremoto imperversarono sulla città. La tradizione vuole che il terremoto sia cessato soltanto quando i cittadini presero il velo della santa e lo portarono in processione.
  • Secondo le leggende più di quindici volte, dal 252 al 1886, Catania è stata salvata dalla distruzione da parte della lava, ed è poi stata preservata nel 535 dagli Ostrogoti, nel 1231 dall'ira di Federico Il, nel 1575 e nel 1743 dalla peste.

La liberazione dall'eccidio[modifica | modifica sorgente]

Il 25 luglio 1127 i Mori presero d'assedio le coste siciliane. Dove approdavano erano stragi, massacri e rapine. Quando stavano per assalire la costa catanese, gli abitanti della città ricorsero all'intercessione di sant'Agata e, secondo la leggenda, la grazia non tardò: Catania fu risparmiata da quel flagello.

Nel 1231 Federico II di Svevia era giunto in Sicilia per assoggettarla. Molte città si ammutinarono e Catania fu tra queste. Federico II furente ne ordinò la distruzione, ma i catanesi ottennero che, prima dell'esecuzione di quello sterminio, in cattedrale venisse celebrata l'ultima messa, alla quale presenziò lo stesso Federico II. Fu durante quella funzione che il re svevo, sulle pagine del suo breviario, lesse una frase, comparsa miracolosamente, che gli suonò come un pericoloso avvertimento: Noli offendere Patriam Agathae quia ultrix iniuriarum est[2].

Immediatamente abbandonò il progetto di distruzione, revocò l'editto e si accontentò soltanto che il popolo passasse sotto due spade incrociate, pendenti da un arco eretto in mezzo alla città. A Federico bastò un atto di sottomissione e lasciò incolumi i cittadini e Catania, salvata per l'intercessione della Madonna delle Grazie e di sant'Agata.

La città ricorda questo evento con un bassorilievo di marmo che si trova oggi all'ingresso del Palazzo comunale e raffigura Agata, seduta su un trono come una vera regina, che calpesta il volto barbuto di Federico II di Svevia..

La lava e i terremoti[modifica | modifica sorgente]

Nel 1169 un terremoto fece da preludio a una tremenda eruzione. Un fiume di lava, scorrendo per i pendii dell'Etna e allargandosi per le campagne, distruggeva ogni cosa al suo passare e avanzava inarrestabile verso la città. Ma, come era avvenuto un anno dopo la morte di sant'Agata, una processione col sacro velo bloccò il fiume di lava. Miracoli simili i catanesi li ottennero anche nel 1239, nel 1381, nel 1408, nel 1444, nel 1536, nel 1567 e nel 1635.

Ma l'eruzione più disastrosa avvenne nel 1669: una serie di bocche si aprirono lungo i fianchi del vulcano, che eruttò lava e lapilli per sessantotto giorni. La lava distrusse molti centri abitati e giunse fino in città, circondando il fossato del Castello Ursino. Nella sacrestia della cattedrale un affresco, realizzato dieci anni dopo l'eruzione da chi aveva vissuto in prima persona quei tragici momenti, descrive le scene quasi apocalittiche di quella eruzione.

Quando il magma era giunto a una distanza di trecento metri dal duomo, miracolosamente scansò i luoghi in cui sant'Agata era stata imprigionata, aveva subito il martirio e dove poi era stata sepolta, per andare a scaricarsi in mare e proseguire per più di tre chilometri. Sembrò chiara la volontà della santa catanese di salvare i luoghi che appartenevano alla sua storia e al suo culto.

A quella terribile eruzione è legato anche un altro evento prodigioso: un affresco, che raffigurava sant'Agata in carcere, e che si trovava in un'edicola sulle mura della città, fu trasportato intatto dal fiume di lava per centinaia di metri. Ora quel dipinto si trova sull'altare maggiore della chiesa di Sant'Agata alle Sciare, a Catania.

Dono di ringraziamento per aver salvato la città dalla distruzione totale è la grande lampada votiva d'argento che si trova al centro della cappella di sant'Agata nella cattedrale e che Carlo Il di Spagna volle offrire alla patrona della città.

Nel 1693 un violento terremoto fece tremare Catania. Ci furono diciottomila morti. Nessuno dei novemila superstiti dopo la catastrofe voleva più ritornare in città. Catania sarebbe diventata una città fantasma se un delegato del vescovo, in processione con le reliquie di sant'Agata, non avesse supplicato il popolo a rimanere e a ricostruire la città.

Nel 1886 una bocca eruttiva si era aperta a Nicolosi, un centro abitato alle pendici dell'Etna. Il beato cardinale Dusmet, il 24 maggio, portò in processione il velo di sant'Agata e, benché la processione si fosse fermata in un tratto in discesa, il magma lavico si arrestò immediatamente. In quel punto, in memoria dello straordinario miracolo, sorge ora un piccolo altare.

La peste[modifica | modifica sorgente]

La colonna eretta in onore a S. Agata per lo scampato pericolo

In più occasioni Sant'Agata pose benigna la sua mano sulla città anche a protezione dalle epidemie.[3] Nel 1576, quando la peste cominciò a diffondersi poco lontano da Catania, il senato pensò di ricorrere all'intercessione della patrona. Le reliquie furono portate in processione lungo le vie della città e, una volta giunte accanto agli ospedali dove erano ricoverati gli appestati, essi guarirono e nessuno fu più contagiato.

I catanesi ottennero un altro segno di protezione nel 1743, quando una seconda ondata di peste stava per diffondersi da Messina anche a Catania. Il miracolo ci fu anche stavolta: le reliquie furono portate in processione e la peste cessò. In ricordo di questo prodigio fu eretta nell'attuale piazza dei Martiri, una colonna romana (proveniente dal Teatro) sormontata da una effigie di Sant'Agata che schiaccia la testa di un mostro, simbolo della peste.

La Festa di Sant'Agata[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Festa di Sant'Agata.
Statua di Sant'Agata nella Chiesa di Sant'Eustachio a Scanno

Dal 3 al 5 febbraio, Catania dedica alla Santa una grande festa, misto di fede e di folklore. Secondo la tradizione alla notizia del rientro delle reliquie della santa il vescovo uscì in processione per la città a piedi scalzi, con le vesti da notte seguito dal clero, dai nobili e dal popolo. Controversa è l'origine del tradizionale abito che i devoti indossano nei giorni dei festeggiamenti: camici e guanti bianchi con in testa una papalina nera. Una radicata leggenda popolare vuole siano legati al fatto che, i cittadini catanesi, svegliati in piena notte dal suono delle campane al rientro delle reliquie in città, si riversarono nelle strade in camicia da notte; la leggenda risulta essere priva di fondamento poiché l'uso della camicia da notte risale al 1300 mentre la traslazione delle reliquie avvenne nel 1126. Un'altra leggenda afferma che l'abito bianco sia legato al precedente culto della dea Iside. Ma la tradizione storica più affermata indica che l'abito votivo altro non è che un saio penitenziale o cilicio, si afferma inoltre, che sia una tunica, bianca per purezza, indossata il 17 agosto, quando due soldati riportarono le reliquie a Catania da Costantinopoli.

Altri elementi caratteristici della festa sono il fercolo d'argento con i resti della Santa posto su un carro o Vara, anche questo in argento. Legati al veicolo due cordoni di oltre 100 metri a cui si aggrappano centinaia di “Devoti” (con il Sacco agatino - tunica bianca stretta da un cordone -, cuffia nera, fazzoletto e guanti bianchi) che fino al 6 febbraio tirano instancabilmente il carro. La Vara viene portata in processione insieme a dodici candelore o cannalori appartenenti ciascuna alle corporazioni degli artigiani cittadini. Tutto avviene fra ali di folla che agita bianchi fazzoletti e grida Cittadini, cittadini, semu tutti devoti tutti . È considerata tra le tre principali feste cattoliche a livello mondiale per affluenza. Nel XIV secolo Sant'Agata è stata eletta compatrona della città di Pistoia, in quanto il 5 febbraio 1312 venne firmata la pace tra i pistoiesi e i fiorentini. La reliquia di Sant'Agata vergine e martire, venerata in Cattedrale, fu donata dal Cardinale Antonio Pucci, già vescovo di Pistoia.

Patronati[modifica | modifica sorgente]

Sant'Agata è la patrona dei fonditori di campane, delle donne con il tumore al corpo

e nell'Arcidiocesi di Milano è patrona delle donne.Inoltre è patrona di diversi comuni italiani:

È anche patrona in diverse località non italiane, tra cui:

Chiese catanesi dedicate a Sant'Agata[modifica | modifica sorgente]

Iconografia[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ La località di nascita è spesso messa in discussione (si pensa che sia nata a Palermo o, più probabilmente, a Galermo nei dintorni a nord di Catania). Secondo alcuni autori la Santa sarebbe stata di origini palermitane, in particolare dal quartiere di Sant'Agata alla Giulla, citando gli Acta SS. Februarii I, Anversa 1658, pp. 595-658 o la Bibliotheca Sanctorum I, Roma 1961, col. 320; cfr. Maria Stelladoro Agata: la martire dalla tradizione greca manoscritta, Milano 2005.
  2. ^ Vedi ad es. Carmelo Coco, Cani, elefanti, dee e santi. La storia dello stemma e del gonfalone di Catania, Giovane Holden edizioni, 2011, pp. 20-24. ISBN 978-88-6396-145-4
  3. ^ Comune di Catania, Sant'Agata,salvatrice di Catania.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • (EN) St. Agatha in Catholic Encyclopedia, Encyclopedia Press, 1917.
  • Salvatore Consoli, Sant'Agata Vergine e Martire catanese, Catania 1973
  • Adolfo Longhitano, Il culto di sant'Agata in Agata, la santa di Catania, Bergamo 1998
  • Fortunato Orazio Signorello, Dalla Sicilia al Piemonte, in Agata, nobile e martire, Prospettive, Catania 1991
  • Santo Privitera, Il libro di sant'Agata, Boemi editore, Catania 1999
  • Sebastiano Rizza, La feste delle Águedas (folklore spagnolo), http://digilander.libero.it/sicilia.cultura/festa-aguedas.pdf
  • Gateano Zito, S. Agata da Catania, Gorle (GB) 2004

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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