Massimino Trace

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Massimino Trace
Augusto dell'Impero romano
Busto di Massimino ai Musei Capitolini di Roma
Regno 20 marzo 235 - 10 maggio 238
Nome completo Gaius Iulius Verus Maximinus
Altri titoli Germanicus maximus
Sarmaticus
Dacicus
Nascita Tracia
173 circa
Morte Aquileia
10 maggio 238
Predecessore Alessandro Severo
Successore Gordiano III
Consorte Cecilia Paolina
Figli Gaio Giulio Vero Massimo

Gaio Giulio Vero Massimino, meglio noto come Massimino Trace (latino: Gaius Iulius Verus Maximinus; Tracia, 173 circa – Aquileia, 10 maggio 238), fu imperatore romano dal 235 alla sua morte.

Fu il primo barbaro a raggiungere la porpora imperiale, essendo nato senza la cittadinanza romana, ed il primo imperatore che non abbia mai messo piede a Roma, in quanto spese tutto il suo regno impegnato in campagne militari. Egli fu anche il primo imperatore-soldato del III secolo, ma non certamente l'ultimo.

Indice

[modifica] Biografia

[modifica] Origini e carriera militare

Massimino era nato in Tracia o Mesia intorno al 173; secondo l'inaffidabile Historia Augusta, suo padre era un goto e sua madre un'alana, ma gli studiosi ritengono questa ricostruzione un falso, in quanto non vi erano Goti nell'area danubiana in quel periodo. Erodiano racconta che era un pastore tracio, che iniziò la sua carriera arruolandosi in una unità ausiliaria in virtù della sua forza.[1] Ad ogni modo, a partire dal IV secolo le fonti iniziano a chiamarlo "il Trace" e il soprannome ha fortuna rimanendo unito al suo nome.[2]

Si sposò con Cecilia Paolina, da cui ebbe almeno un figlio, Gaio Giulio Vero Massimo, nato alla fine degli anni 220.

Di origine provinciale e non nobile, come altri imperatori del III secolo si sarebbe innalzato nella scala sociale attraverso la carriera militare, che iniziò sotto Settimio Severo, entrando infine nei ranghi dell'ordine equestre.[3] Il fatto che il suo nome ricordi quello di Gaio Giulio Massimino, governatore della Dacia nel 208, suggerisce che abbia servito sotto di lui e che abbia ricevuto la cittadinanza come premio per questo servizio.[4]

[modifica] Ascesa al trono

Ricoprì incarichi minori fino a che non fu promosso da Alessandro Severo durante le sue campagne contro i Persiani. Massimino aveva il comando delle reclute della Pannonia, le quali gli erano fedeli e che erano scontente dei pagamenti di Alessandro agli Alemanni per evitare la guerra. Alcune truppe, tra cui la Legio XXII Primigenia, si ribellarono nei loro accampamenti e acclamarono imperatore Massimino; la rivolta si diffuse rapidamente in Pannonia e Mesia. Dopo aver raddoppiato la paga ai soldati, Massimino attaccò il quartier generale di Alessandro a Mogontiacum; i soldati abbandonarono l'imperatore, che fu assassinato nella propria tenda, assieme alla madre Giulia Mamea, da un tribuno e da alcuni centurioni inviati da Massimino (fine febbraio, inizi di marzo 235).[3]

La scelta dei soldati fu confermata dala Guardia pretoriana e poi, a malincuore, ratificata dal Senato romano, che non vedeva di buon occhio un imperatore di origine barbara.

Fu il primo soldato a divenire imperatore romano, pochi decenni dopo che Settimio Severo aveva decretato la possibilità di avanzamento tra gli ufficiali per soldati di rilievo e ufficiali inferiori, e che suo figlio Caracalla aveva concesso la cittadinanza romana a quasi tutti i nati liberi nel territorio dell'impero.[5]

[modifica] Consolidamento del potere e campagne militari

Massimino elesse cesare il proprio figlio Gaio Giulio Vero Massimo.

Massimino si rendeva conto dell'opposizione che incontrava presso l'aristocrazia senatoriale; per questo motivo rimosse i consiglieri più vicini ad Alessandro Severo, che mise a morte in quanto riteneva stessero organizzando un complotto, mantenendo comunque nei posti di potere, molti degli uomini designati dal precedente imperatore; tra gli altri, Timesiteo fu allontanato con l'incarico di un comando provinciale.[5] Secondo Erodiano, essendo cosciente delle proprie umili origini non voleva che vi fosse intorno a lui qualcuno di più nobile nascita.[6]

L'opposizione senatoriale si coagulò in due tentativi di usurpare il trono di Massimino. L'imperatore, eletto per la sua forza fisica e per le sue capacità militari, volle subito iniziare una campagna militare oltre il Reno. Il nobile consolare Magno corruppe alcuni soldati, che avevano l'incarico di fare la guardia al ponte in costruzione sul fiume, di tagliarlo dopo il passaggio dell'imperatore, lasciandolo isolato sull'altra sponda (non esistevano infatti imbarcazioni in territorio nemico), e di acclamare al suo posto Magno stesso. Massimino, venuto a conoscenza dei fatti, non mise sotto processo i congiurati né diede loro la possibilità di difendersi, ma fece arrestare tutti i sospettati e li mise a morte. Proprio per la celerità della repressione di Massimino, Erodiano avverte che l'episodio non fu confermato da indagini e che quindi potrebbe essere stato inventato da Massimino.[7] Vi fu poi il tentativo di usurpazione di Quartino: un gruppo di arcieri osroeni, fedeli ad Alessandro Severo, trovò questo ex-console amico di Alessandro Severo, e lo fece imperatore contro la sua volontà. Tuttavia, un ex-comandante di questa unità, Macedo, decise assieme ai propri uomini di assassinare durante il sonno Quartino e, ritenendo di guadagnarsi il favore di Massimino, tagliò la testa dell'usurpatore e la inviò a Massimino. L'imperatore comprese di aver scampato un grosso pericolo, ma non di meno fece uccidere Macedo.[8]

Il regno di Massimino fu caratterizzato dai tre problemi che concorsero a causare l'anarchia militare o crisi del III secolo: pressione delle popolazioni barbare dal'esterno, guerre civili all'interno, collasso economico.

La sua prima campagna fu quella contro gli Alemanni, che Massimino sconfisse malgrado il grave impantanamento dei Romani in una palude presso l'odierna Baden-Württemberg. Dopo la vittoria, Massimino assunse il titolo di Germanicus maximus, elevò il figlio Gaio Giulio Vero Massimo al rango di cesare e princeps iuventutis ("principe dei giovani"), mentre la moglie defunta, Cecilia Paolina, fu divinizzata. Avendo reso sicure le frontiere della Germania, almeno per il momento, Massimino costruì un accampamento invernale a Sirmium in Pannonia (ora nel nord-ovest della Serbia, vicino ai confini di Bosnia e Croazia), e da questa base combatté i Daci e i Sarmati durante l'inverno 235 - 236, assumendo i titoli di Sarmaticus e di Dacicus.[4][5]

Impegnato nelle guerre sulle frontiere, Massimino non andò a Roma per rafforzare il proprio potere: invece di cercare il sostegno del Senato romano, decise di fondare il proprio potere sull'esercito;[9] raddoppiò la paga dei soldati e ciò, in coerenza con le continue guerre, richiese un aumento delle tasse. Gli esattori ricorsero a metodi violenti e sequestri illegali, che gli alienarono ancora di più la classe dirigente.[4]

[modifica] Rivolta dei Gordiani

All'inizio del 238, nella provincia africana Tunisia, una estorsione di un funzionario del fisco attraverso una sentenza comprata in una corte corrotta contro proprietari terrieri locali accese una rivolta generale nell'intera provincia. I proprietari terrieri armarono il loro "clienti" e contadini e presero Tisdrus (l'odierna El Djem), dove uccisero il funzionario corrotto e le sue guardie, e proclamarono imperatore il governatore della provincia, Gordiano I e coimperatore suo figlio, Gordiano II.

Il prefetto del pretorio di Massimino, Vitaliano, fu ucciso a Roma da uomini legati ai due usurpatori; il praefectus urbi Sabino fu ucciso dalla folla in una sommossa.[10] Il Senato a Roma riconobbe i due imperatori augusti, dichiarando l'imperatore hostes (nemico dello stato): le sue onorificenze militari furono revocate, il suo nome e quello di suo figlio furono cancellati dalle iscrizioni e dai papiri, e i dipinti celebranti le sue vittorie sui Germani, che adornavano la Curia, furono staccati e bruciati.[11] Massimino reagì marciando verso l'Italia con le legioni pannoniche.[4]

La rivolta in Africa fu il risultato di un episodio e non era stata programmata; la maggior parte delle province rimasero fedeli a Massimino. Il governatore di Numidia Capelliano, fedele a Massimino e comandante dell'unica legione presente nella zona, la Legio III Augusta, sbaragliò le milizie dei due Gordiano nella battaglia di Cartagine, ponendo fine alla loro rivolta.[12]

[modifica] Caduta e morte

Moneta con effigie di Massimino Trace

Con Massimino che si avvicinava minaccioso e i due Gordiano morti, i senatori decisero di continuare la resistenza eleggendo co-imperatori due di loro, Pupieno e Balbino (tardo aprile, inizi di maggio 238). Tuttavia una fazione a Roma preferì il nipote di Gordiano I, Gordiano III, e ci furono duri combattimenti nelle strade: Balbino e Pupieno accettarono allora di proclamare il giovane Gordiano cesare.[13]

I tre avversari di Massimino potevano contare su milizie formate da coscritti e da gruppi di giovani, mentre l'imperatore aveva a propria disposizione un grande esercito che veniva da anni di guerre; Massimino decise allora di marciare rapidamente su Roma per spazzare via i suoi oppositori. Non considerò, però, le difficoltà connesse con l'attraversamento delle Alpi alla fine dell'inverno e il suo esercito fu rallentato dalla guerriglia messa in atto dai difensori in Italia settentrionale.[13]

Quando l'esercito di Massimino giunse in vista di Aquileia, posta all'incrocio di importanti vie di comunicazione e deposito dei viveri e dell'equipaggiamento necessari ai soldati, la città chiuse le porte all'imperatore, guidata da due senatori incaricati dal Senato, Rutilio Pudente Crispino e Tullio Menofilo. Massimino prese allora una decisione fatale: invece di scendere rapidamente sulla capitale con un contingente, mise personalmente sotto assedio la città di Aquileia, permettendo ai suoi avversari di organizzarsi: Pupieno raggiunse infatti Ravenna, da cui diresse la difesa della città assediata.[13]

Sebbene il rapporto di forze fosse ancora a vantaggio di Massimino, il prolungato assedio, la penuria di viveri e la rigida disciplina imposta dall'imperatore causarono l'ostilità delle truppe verso l'imperatore. Soldati della Legio II Parthica strapparono le sue immagini dalle insegne militari, per segnalarne la deposizione, poi lo assassinarono nel suo accampamento, assieme al figlio Massimo ed ai suoi ministri (10 maggio 238).[14]

Le loro teste, tagliate e poste su pali, furono portate a Roma da messaggeri a cavallo, mentre i corpi di padre e figlio furono mutilati e dati in pasto ai cani, una poena post mortem.[15] Il Senato elesse imperatore il tredicenne Gordiano III e ordinò la damnatio memoriae per Massiminio.[16]

[modifica] Note

  1. ^ Erodiano, vii.1.2.
  2. ^ La prima citazione conservatasi dell'appellativo "Trace" è nella Epitome de Caesaribus 25.1; Jason Moralee, "Maximinus Thrax and the Politics of Race in Late Antiquity", Greece & Rome, 55 (2008), pp. 55-82, doi:10.1017/S0017383507000319.
  3. ^ a b Bowman, p. 26.
  4. ^ a b c d Meckler.
  5. ^ a b c Southern, p. 64.
  6. ^ Erodiano, vii.1.3-4.
  7. ^ Erodiano, vii.1.5-8.
  8. ^ Erodiano, vii.1.9-11.
  9. ^ Southern, p. 65.
  10. ^ Southern, p. 66.
  11. ^ Erodiano, vii.2.8.
  12. ^ Bowman, p. 31.
  13. ^ a b c Bowman, p. 32.
  14. ^ Bowman, p. 33.
  15. ^ Erodiano, viii.5.9
  16. ^ Per l'iconografia e le mutilazioni dei ritratti di Massimino Trace e di suo figlio Massimino si veda Varner, Eric, Mutilation and Transformation, BRILL, 2004, ISBN 90-04-13577-4, pp. 200-203.

[modifica] Bibliografia

Fonti primarie
Fonti secondarie
  • Bowman, Alan, Peter Garnsey, e Averil Cameron, The Cambridge ancient history - XII. The Crisis of the Empire A.D. 193-337, Cambridge University Press, 2005, ISBN 0-521-30199-8
  • Meckler, Michael, "Maximinus Thrax (235-238 A.D.)", De Imperatoribus Romanis
  • Southern, Pat, The Roman Empire from Severus to Constantine, Routledge, 2001, ISBN 0-415-23943-5.
Approfondimenti
  • M. Grant, Gli imperatori romani, Roma 1984.

[modifica] Voci correlate

[modifica] Altri progetti

[modifica] Collegamenti esterni

Predecessore
Alessandro Severo
Imperatore romano
235 - 238
con Gordiano I e Gordiano II, Pupieno e Balbino
Successore
Pupieno e Balbino
Predecessore
Gneo Claudio Severo,
Tiberio Claudio Quinziano
Console romano
236
con Marco Pupieno Africano
Successore
Lucio Mario Perpetuo,
Lucio Mummidio Felice Corneliano


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