Terra bruciata (guerra)

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Pozzi di petrolio in Kuwait dati alla fiamme dalle truppe irachene in ritirata durante la prima guerra del golfo nel 1991.

Il termine terra bruciata indica una strategia utilizzata in guerra. Solitamente viene adoperata da eserciti in ritirata di fronte a un nemico o un invasore: l'esercito in ritirata distrugge tutte le risorse che non è in grado di portare con sé, in modo da non lasciare alcuna possibilità di approvvigionamento al nemico. Se condotta in territori vasti, il nemico rischia quindi di trovarsi privo di rifornimenti. Questa tattica venne utilizzata con esiti ottimi ma anche grave sofferenza da parte civile (sia per la fame che per le conseguenti rappresaglie) in Russia nel 1812 e nel 1942-43. Alcune volte il termine fu usato anche per la distruzione di risorse economiche, come ad esempio l'incendio dei pozzi petroliferi durante le guerre del Golfo.

Antichità[modifica | modifica wikitesto]

Già nel 514 a.C., gli Sciti utilizzarono la tattica della "terra bruciata" contro il re Dario il grande di Persia. Gli Sciti, di fronte all'avanzata del temibile e più attrezzato esercito invasore, preferirono ritirarsi nelle steppe, distruggendo le fonti di cibo e avvelenando i pozzi d'acqua. Come risultato, Dario fu costretto a cessare l'invasione e ad ammettere la sconfitta, quando una gran parte delle sue truppe morì di fame e disidratazione.

Il generale greco Senofonte riporta nella sua Anabasi che gli Armeni bruciavano le fonti di cibo durante la loro ritirata di fronte all'avanzata dell'Armata dei Diecimila che si inoltrava nei loro territori in fuga dai Persiani.

Il generale mercenario greco Memnone di Rodi suggerì ai satrapi persiani l'adozione della "terra bruciata" contro l'avanzata delle truppe di Alessandro Magno nel 334 a.C. Il suo suggerimento non fu accolto.

Epoca romana[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Storia delle campagne dell'esercito romano.

Il metodo di praticare distruzioni punitive delle proprietà e soggiogamento di popolazioni durante campagne militari, era definito dagli antichi romani vastatio.

La prima testimonianza di un utilizzo della tattica militare della "terra bruciata" viene descritta nell'opera Ab Urbe condita di Tito Livio. Precisamente nel libro XXII, capitolo 11, Livio racconta dei provvedimenti emanati dal dittatore Quinto Fabio Massimo Verrucoso, entrato in carica nel pieno dei poteri dopo la terribile disfatta romana della battaglia del Lago Trasimeno:

Edictoque proposito ut, quibus oppida castellaque immunita essent, ut ii commigrarent in loca tuta, ex agris quoque demigrarent omnes regionis eius qua iturus Hannibal esset tectis prius incensis ac frugibus corruptis ne cuius rei copia esset.

Fabio Massimo, conosciuto poi col nomignolo di Cunctator ovvero "Temporeggiatore", prescrisse a tutti coloro che vivevano nei borghi privi di cinte murarie di mettersi al sicuro nelle fortezze più vicine, inoltre, ordinò che nell'abbandonare le loro fattorie e le loro case essi avrebbero dovuto incendiare e distruggere qualsiasi cosa potesse essere di una qualche utilità per i Cartaginesi. Si evince chiaramente la tattica della "terra bruciata", strategia che in un certo qual modo era di fondamentale importanza per il "Temporeggiatore". Sempre nel libro XXII, capitolo 9, Livio dice che Fabio Massimo ed il suo magister equitum Marco Minucio Rufo ebbero dal Senato l'incarico di rinforzare le mura della città e di pontesque rescinderent fluminum ovvero di "tagliare i ponti sui fiumi", un'altra strategia militare che può rientrare nella tattica della "terra bruciata", molto simile alla tattica moderna che utilizza bombardare o minare i ponti.

Altri due episodi di utilizzo della "terra bruciata" registrati nella Storia romana, avvennero entrambi durante la campagna per la conquista della Gallia. Narra Gaio Giulio Cesare nel suo De bello Gallico che il primo fu applicato dalle popolazioni celtiche degli Elvezi, costrette ad abbandonare i loro territori nel sud della Germania e Svizzera a causa delle continue incursioni di tribù germaniche. Gli Elvezi pianificarono di migrare verso sud-ovest, in Gallia (odierna Francia) e, secondo Cesare, onde non cedere alla tentazione di tornare sui loro passi, e nell'intento di non lasciarsi alle spalle nulla di valore, al partire dai propri villaggi distrussero tutto ciò che non potevano trasportare con loro. Agli Elvezi, tuttavia, fu sbarrato il passo da un esercito combinato di Galli e Romani e, obbligati a rientrare nei loro territori, dovettero ricostruire quanto che loro stessi avevano distrutto.

Il secondo caso è di maggiore interesse militare: durante la campagna che si concluse con la Battaglia di Alesia, i Galli, sotto il comando di Vercingetorige, pianificarono di attirare le armate romane nel cuore della Gallia e quivi intrappolarli. Una volta circondati i Romani, devastarono sistematicamente le campagne di quello che attualmente è il Benelux, causando immensi problemi logistici agli invasori, ma il trionfo di finale di Giulio Cesare sull'alleanza gallica dimostrò come l'impiego della tattica non fosse, da solo, a decidere la campagna militare, e dunque insufficiente per evitare ai Galli la sottomissione a Roma.

Durante la seconda guerra punica tra il 218 e il 202 a.C., anche i Cartaginesi utilizzarono questo metodo durante l'attraversamento in armi dell'Italia. Dopo la fine della terza guerra punica nel 146 a.C., il senato romano decise di utilizzare lo stesso metodo per distruggere permanentemente la capitale cartaginese, Cartagine. Le costruzioni furono rase al suolo, e i materiali di costruzione di cui erano fatte, furono dispersi, così che nemmeno fosse possibile individuarne il sito originario. I campi furono dati alle fiamme, sebbene la storia secondo la quale vi venne cosparso sale al fine di renderli sterili è considerata apocrifa da alcuni autori.[1]

Altri popoli[modifica | modifica wikitesto]

Sappiamo che spesso veniva utilizzata dai Daci la tattica della "terra bruciata", come avvenne durante la prima campagna di Traiano nel 101. Le armate daciche preferirono inizialmente ritirarsi verso l'interno, ripetendo quanto avevano già sperimentato con successo nell'86 contro Cornelio Fusco e l'esercito di Domiziano; la speranza era di costringere il nemico romano ad abbandonare le linee di comunicazione ed approvvigionamento, oltre ad isolarlo nel cuore delle montagne della Transilvania. Le sculture della Colonna, infatti, mostrano fortezze deserte, greggi distrutte, colline abbandonate, e qualche spia dacica in attesa delle future mosse dell'esercito romano. Durante la marcia di avvicinamento viene segnalato da Cassio Dione un solo attacco delle avanguardie del popolo germanico dei Buri, alleati dei Daci.[2] Ma Traiano che era un abile e navigato generale, continuò a procedere verso l'interno con la massima cautela, preoccupandosi che la sua avanzata fosse al riparo da possibili imboscate, costruendo strade, ponti e forti lungo il suo cammino.[3]

Epoca moderna[modifica | modifica wikitesto]

La tattica della "terra bruciata" fu utilizzata dai Russi prima contro l'esercito svedese di Carlo XII nella campagna di Poltava (1709) e successivamente contro le armate francesi di Napoleone durante la campagna di Russia del 1812.

Epoca contemporanea[modifica | modifica wikitesto]

Significativa fu la stessa tattica utilizzata dai sovietici contro le armate tedesche di Hitler lungo il fronte orientale nel 1942-1943.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Ridley, R.T., "To Be Taken with a Pinch of Salt: The Destruction of Carthage," Classical Philology vol. 81, no. 2 (1986).
  2. ^ Cassio Dione, LVIII, 8, 1.
  3. ^ Julian Bennet, Trajan, Optimus Princeps, Bloomington 2001, p. 92.

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