Commentarii de bello Gallico

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(LA)
« Gallia est omnis divisa in partes tres [...]. »
(IT)
« Nel suo insieme la Gallia è divisa in tre parti [...]. »
(Incipit del De bello Gallico.)
La guerra gallica
Titolo originale De bello Gallico
Altri titoli La guerra in Gallia - Sulla guerra gallica
Commentarii de Bello Gallico.jpg
Il De bello Gallico di Giulio Cesare in un'edizione del 1783
Autore Giulio Cesare
1ª ed. originale tra il 58 a.C. e il 50 a.C.
Genere saggio
Sottogenere guerra - geografia
Lingua originale latino

Il De bello Gallico (in latino "Sulla guerra gallica") è lo scritto sicuramente più conosciuto di Gaio Giulio Cesare, generale, politico e scrittore romano del I secolo a.C. In origine, era probabilmente intitolato C. Iulii Caesaris commentarii rerum gestarum, mentre il titolo con cui è oggi noto è un'aggiunta successiva, finalizzata a distinguere questi resoconti da quelli degli eventi successivi. Cesare visse in prima persona tutte le vicende riguardanti la conquista della Gallia. Uomo di grande cultura, appassionato di arte e filosofia, descrisse minuziosamente la sua campagna militare, inserendo nella narrazione molte curiosità sugli usi e sui costumi delle tribù barbariche con cui veniva a contatto, oltre a tentare, nello stesso tempo, di difendere il proprio operato. Non si potrà dunque ritenerla un'opera davvero rigorosa dal punto di vista storico, proprio perché in parte autobiografica, anche se l'aspetto stilisticamente semplice (e perfino talora volutamente trasandato) potrebbe far pensare a una raccolta di burocratici rapporti al Senato.

Struttura dell'opera[modifica | modifica wikitesto]

L'opera è stata scritta fra il 58 e il 50 a.C. e si divide in otto libri:

  • Nei primi sette, dettati da Cesare ai suoi luogotenenti, è offerta una puntigliosa descrizione etnico-geografica non solo della Gallia ma anche della Germania prossima al Reno e della Britannia, ed è data una rassegna delle forze in campo; si concludono con la narrazione della battaglia di Alesia, presso Digione, vinta contro Vercingetorige, re degli Arverni (tribù stanziata nell'odierna Alvernia, Francia centrale).
  • L'ottavo libro, scritto da Aulo Irzio, narra gli eventi successivi alla guerra, in particolare le spedizioni finalizzate a sedare gli ultimi focolai della rivolta.

Caratteristiche dell'opera[modifica | modifica wikitesto]

Il De bello Gallico fu redatto da Cesare in terza persona, come diario di guerra, con l'intento di conferire una patina di oggettività e di difendere la propria persona e la propria condotta politico-militare, osteggiata a Roma da gran parte del senato. L'ambizione e le capacità politiche del condottiero erano, infatti, eccezionali e assai temute da una corporazione politica, indebolita dal volgere degli eventi e dai mali di sempre: corruzione, interesse personale nell'attività pubblica e vendette tra fazioni. Oltre alla terza persona, una caratteristica dello stile di Cesare è l'uso della "oratio obliqua" ovvero del discorso indiretto per ottenere uno stile più uniforme e privo degli artifici dell'arte oratoria.

Cesare ricorse spesso a temi di riferimento ideologico: Fortuna, Clementia, Iustitia e Celeritas. Si trattava di veri e propri slogan politici, parole d’ordine celebrative che sarebbero state utilizzate in seguito anche nella guerra civile da lui condotta contro Pompeo. Con particolare insistenza Cesare celebrava Fortuna, la dea del fato che aveva nelle mani il destino di ogni esercito. Il merito della vittoria e del successo era dunque nient’altro che derivato dal favore della sorte e di conseguenza anche simbolo di protezione divina.

È ancora oggetto di studi la rielaborazione dei numerosi materiali raccolti da Cesare durante la sua impresa in Gallia. Alcuni storici ipotizzano che sia avvenuta di anno in anno, rispecchiando la divisione finale in 8 libri, altri invece sostengono che Cesare abbia preferito un’unica grande stesura a distanza di tempo.

Contesto storico[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Conquista della Gallia.
Mappa della Gallia nel I secolo a.C.

L'azione si svolge a partire dall'anno in cui Cesare, governatore delle Gallie e dell'Illiria, si trova a dover fronteggiare la decisione presa dalle quattro principali tribù elvetiche, dimoranti in diverse regioni nell'odierna Svizzera, di divenire nomadi a causa di difficoltà contingenti. Cesare contrasta tale iniziativa per proteggere dai saccheggi la Gallia Narbonense, già dominata da Roma, e le popolazioni vicine, indipendenti, ma alleate di Roma. Tuttavia, il problema posto dagli Elvezi è solo la punta di un iceberg: dal nord-est, alle due rive del Reno, le incursioni dei popoli germanici rendono inquieta la vita delle popolazioni della Gallia Transalpina.

Dalla lontana Britannia (l'odierna Inghilterra, sulle cui coste i Romani fino a quel tempo non erano mai sbarcati se non forse per sporadici contatti commerciali), giungono rinforzi alle tribù ostili a Roma. Ben presto la guerra dilaga in focolai che costringono il governatore a spostare di continuo il campo di battaglia e gli consentono di farsi prorogare il mandato, ciò che non gli dispiace affatto, dato che la guerra era, allora come oggi, un'opportunità per il vincitore. Cesare non mancò certo né di fiducia in sé stesso né di coraggio, e tanto meno di curiosità sufficiente a fargli sperimentare nuovi sistemi di battaglia, a parlamentare con il capo dei temuti e sconosciuti Germani, a raccogliere informazioni geografiche ed etnografiche sui territori che doveva affrontare, tanto che alla fine non indietreggiò neppure davanti alla necessità di sbarcare con un esercito nella sconosciuta Britannia.

Il fantasma della guerra alle porte di Roma, con il quale l'aristocrazia romana aveva giocato fin dai tempi della prima Repubblica (si vedano gli scritti di Livio a proposito delle chiamate alle armi nelle guerre contro gli Edui), viene ora usato da Cesare contro l'aristocrazia stessa. In molte pagine dei Commentarii si riesce ad intuire un certo tono di divertimento, nel condurre il gioco intellettuale del ricatto contro gli uomini del Senato che da Roma potrebbero stroncarlo ma non riescono neppure a contrastarne le decisioni con una semplice revoca del mandato, contro i falsi amici che lo hanno seguito per meritarne la benevolenza senza avere il coraggio di seguirlo fino in fondo nelle sue decisioni.

Si avverte la tensione vibrante dei momenti decisivi, resa tollerabile dall'atteggiamento razionale, di chi vuol conoscere il nemico, la sua personalità, i suoi mezzi tecnici, le sue abitudini e i punti di forza per evitare passi falsi. La fortuna e l'organizzazione poderosa dell'esercito romano fanno il resto, e alla fine della lunga campagna la Gallia è completamente sottomessa a Roma.

Dopo la battaglia di Alesia la resistenza dei Galli Transalpini è ridotta a disperati focolai di rivolta che vengono soffocati con una durezza ignota alle precedenti fasi belliche. La conquista della Gallia costò in tutta la campagna militare ben due milioni di vittime fra gli indigeni. La battaglia di Alesia è per secoli rimasta una pagina di strategia militare esemplare per il modo con cui venne condotto l'assedio, per la sorprendente opera di fortificazione fatta eseguire attorno alla città sacra della Gallia indipendente da Roma.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]