Mitridate VI del Ponto

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Moneta d'argento raffigurante il profilo di Mitridate VI
Moneta d'argento raffigurante il profilo di Mitridate VI

Mitridate VI (greco: Μιθριδάτης, Mitridates, dal persiano "concesso da Mitra"; 13263 a.C.), anche noto come Mitridate il Grande e Mitridate Eupatore Dioniso, fu re del Ponto dal 120 a.C. alla sua morte. È ricordato come uno dei più formidabili avversari della Repubblica Romana, che costrinse a ben tre guerre mitridatiche, impegnando tre dei più grandi generali romani, L. Cornelio Silla, L. Licinio Lucullo e Gneo Pompeo.

Indice

[modifica] Inizio del regno

Mitridate raffigurato in una statua romana del I secolo
Mitridate raffigurato in una statua romana del I secolo

Mitridate VI era figlio di Mitridate V (150-120 a.C.), che morì quand'egli era ancora ragazzo, ucciso in una congiura. All'epoca, Mitridate era dodicenne e, per prudenza, riparò sui monti. Per i sei anni successivi, il potere supremo fu esercitato da sua madre, la regina Gespaepyris. Quando però egli tornò, fece imprigionare la madre ed eliminare molti dei suoi fratelli, temendo che volessero usurpargli il trono. Sposò quindi sua sorella Laodice e associò al trono suo fratello Mitridate Cresto finché nel 111 a.C. non fece assassinare anche questo.

Mitridate nutriva serie ambizioni di rendere il suo regno la potenza egemone del Mar Nero e dell'Anatolia. Dopo aver conquistato la Colchide, il re del Ponto si scontrò contro Palaco, re scitico, per il predominio sulla steppa pontica. I regni della Crimea, ossia il Chersoneso Taurico e il regno dei Cimmeri, rinunciarono immediatamente alla propria indipendenza in cambio della promessa di Mitridate di difenderli contro gli Sciti, loro antichissimi nemici. Dopo vari tentativi falliti di invadere la Crimea, gli Sciti e i Roxolani dovettero subire numerose perdite ad opera del generale pontico Diofanto e accettarono Mitridate, seppure con qualche riserva, come loro signore.

Il giovane re volse allora il suo interesse verso l'Anatolia, dove la potenza romana era in crescita. Egli partecipò alla spartizione della Paflagonia e della Galazia col re di Bitinia Nicomede III. Divenne subito chiaro a Mitridate che Nicomede stava stabilendo un'alleanza anti-pontica con la crescente repubblica romana. Quando dunque Mitridate si scontrò con Nicomede per il controllo della Cappadocia e lo sconfisse in una serie di battaglie, il secondo fu costretto a richiedere apertamente l'aiuto di Roma. I Romani interferirono due volte nel conflitto in aiuto a Nicomede (92 a.C. e 95 a.C.), rendendo inevitabile la guerra tra Roma e il Ponto.

[modifica] Guerre mitridatiche

Il nuovo sovrano di Bitinia, Nicomede IV, era un fantoccio manovrato dai Romani. Mitridate ordì una congiura per rovesciarlo, ma i suoi tentativi fallirono e Nicomede, istigato dai suoi consiglieri romani, dichiarò guerra al Ponto. Mitridate invase e marciò sull'intera Bitinia, guidando le sue truppe verso la Propontide. Egli, da fine politico, si mostrò come il campione della causa greca, l'unico che potesse riuscire a sottrarre gli Elleni dal giogo romano. Non possiamo sapere se e quanto sentisse vera questa causa, e quanto invece non fosse mosso da semplice ambizione. Ad ogni modo, le città greche defezionarono in favore di Mitridate e lo accolsero come un liberatore sulla terraferma, mentre in mare la flotta pontica poneva sotto assedio i romani a Rodi.

Allora Tigrane II, re dell'Armenia, stabilì un'alleanza col Ponto, che fu rinsaldata dal matrimonio fra Tigrane stesso e la figlia di Mitridate, Cleopatra. I due sovrani si sarebbero supportati a vicenda nella incipiente guerra contro Roma.

Dopo aver conquistato l'Anatolia occidentale, Mitridate ordinò l'uccisione dei romani che si trovavano là. L'episodio, che è passato alla storia col nome di vespri asiatici, causò a Roma, secondo gli storici antichi (benché il dato sia certamente esagerato) ottantamila vittime. Durante la Prima guerra mitridatica, Lucio Cornelio Silla (tra l'88 a.C. e l'84 a.C.) riuscì a cacciare Mitridate dalla Grecia, ma dovette ritornare immediatamente a Roma. Dunque Mitridate era sconfitto ma non definitivamente battuto. Effettivamente se la cavò a buon mercato: nonostante le proteste dei suoi legionari, Silla impose solo il rientro nei confini del Ponto prima che scoppiasse la guerra (cosa contraria all'abitudine romana, che invece richiedeva al nemico di cedere ampi territori) e impose un forte indennizzo. Una pace fu firmata tra Roma e Ponto, ma si trattava solo di una momentanea tregua.

Mitridate recuperò le forze e quando Roma tentò di annettere la Bitinia (per disposizione testamentaria di Nicomede), egli invase il piccolo regno con un'armata più grande. Iniziò così la Seconda guerra mitridatica che durò dall'83 a.C. all'82 a.C. Lucio Licinio Lucullo fu mandato contro di lui e ottenne qualche successo, benché un ammutinamento lo costringesse a perdere il comando della spedizione. Finalmente, con la Terza guerra mitridatica (75 a.C.-65 a.C.), Gneo Pompeo Magno sconfisse il sovrano pontico.

Dopo la sconfitta, Mitridate si rifugiò in Crimea dove tentò di formare un altro esercito per avere la rivincita sui romani, ma fallì. Nel 63 a.C. si ritirò nella cittadella di Panticapeo. Più tardi marciò verso nord con una schiera esigua di uomini. In Colchide requisì una flotta e andò da Mancare, il suo figlio più grande. Quando giunse da lui, scoprì tuttavia che ne era stato tradito. Così Mancare si suicidò e Mitridate prese il comando del regno cimmerico. Mitridate ordinò di reclutare molti Sciti per riconquistare il suo regno, ma suo figlio Farnace II guidò una ribellione contro il padre. Questa sedizione fu fomentata dagli esuli romani che Mitridate aveva preso per farne il nucleo del suo esercito.

[modifica] Morte

Si tramanda che, quando Mitridate VI fu finalmente sconfitto da Pompeo, essendo in pericolo di essere catturato dai Romani, egli tentasse il suicidio per mezzo di un veleno; tuttavia, questo tentativo fallì a causa della sua immunità allo stesso. Secondo la Storia Romana di Appiano, si fece uccidere da un servo con la spada:

« Mitridate poi prese del veleno che portava sempre con lui, affianco alla spada, e lo mescè. Quindi due delle sue figlie, ancora fanciulle (si chiamavano Mitridate e Nyssa), che erano state promesse ai re d'Egitto e di Cipro e che erano cresciute assieme, gli chiesero di lasciar prender loro il veleno per prime, ed insistettero fortemente e gli vietarono di berlo finché non ne avessero preso e ingoiato un po'. L'intruglio ebbe effetto su di loro immediatamente; ma su Mitridate non ne sortì alcuno, benché egli camminasse rapidamente tutt'attorno per accelerare la sua azione venefica. Questo accadeva perché il re aveva assuefatto se stesso ad altri veleni coll'assumerne sempre, al fine di proteggersi da eventuali attentatori.[...] Avendo quindi visto nei pressi un certo Bituito, un ufficiale dei Galli, gli disse:"Ho avuto un gran profitto dalla tua arma, usata contro i miei nemici. Ora, ricaverò da essa un vantaggio più grande che mai se mi ucciderai e se salverai, dal pericolo di essere condotto in un trionfo Romano, uno che è sempre stato autocrate per così tanti anni nonché signore di un così grande regno, ma che ora non puo' morire per mezzo del veleno perché, come un folle, ha fortificato se stesso contro il veleno di altri. Benché io mi sia prevenuto contro tutti i veleni che uomo possa ingerire col cibo, non mi sono mai prevenuto contro l'insidia domestica, che è sempre stata la più pericolosa per i re: il tradimento dell'esercito, dei figli, degli amici." Bituito, però, che era stato supplicato, rese al sovrano quel favore che lui desiderava. »
(Appiano, Storia romana, XVI, §111)

D'altra parte, Cassio Dione ricorda la sua morte come un assassinio:

« Mitridate, dopo aver tentato di togliere di mezzo assieme a lui, col veleno, prima le sue mogli e poi i figli rimasti, aveva mandato giù il contenuto della fialetta; però, né in quei termini né per la spada, era stato in grado di perire con le sue stesse mani. Il veleno, infatti, era sì letale, ma non prevalse su di lui (dal momento che egli aveva plasmato la sua costituzione per resistergli, prendendo ogni giorno l'antidoto ad esso in grandi dosi); e il colpo di spada non fu portato con forza, se si tiene conto della debolezza della sua mano, causata dall'età e dalle attuali sventure nonché risultato del veleno, qualsiasi cosa esso fosse. Quando, perciò, fallì nel tentativo di togliersi la vita con le sue sole forze, ed essa sembrò attardarsi oltre il momento giusto, quelli che lui aveva mandato contro suo figlio gli si lanciarono addosso e ne affrettarono il trapasso con le lame delle spade e le punte delle lance.
Tuttavia Mitridate, che aveva sperimentato nella vita le cose più varie e notevoli, non ebbe comunque una fine ordinaria a quella sua esistenza. Poiché desiderava morire, anche se non di sua sponte; e benché fosse smanioso di suicidarsi, non poté riuscirvi; ma in parte per mezzo del veleno ed in parte per mezzo della spada, egli si suicidò e contemporaneamente fu ammazzato dai suoi nemici. »
(Cassio Dione, Storia romana, xxxvii.13)

Su ordine di Pompeo, il corpo del re fu seppellito coi suoi antenati presso Sinope. Nonostante morisse a Panticapeo, in Crimea è la cittadina di Eupatoria che ricorda il suo nome.

[modifica] Curiosità

Mitridate VI era noto come esempio di memoria prodigiosa e di poliglossia. Secondo quanto riportato da Plinio il Vecchio, era in grado di parlare oltre venti lingue: "Mitridate, che regnò su ventidue nazioni, amministrava le loro leggi in altrettante lingue (...) senza bisogno di interprete."[1].

[modifica] Voci correlate

[modifica] Altri progetti

Precedessore
Mitridate V
Re del Ponto
120-63 a.C.
Successore
Farnace II
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