Aeroporto di Brescia-Ghedi

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Aeroporto di Brescia-Ghedi
IATAnessuno – ICAO: LIPL
Descrizione
Nome impianto Aeroporto di Brescia-Ghedi
Tipo Militare
Esercente Aeronautica Militare
Stato Italia Italia
Regione Lombardia Lombardia
Posizione Ghedi, 20km a sud di Brescia
Costruzione 1909
Altitudine AMSL 102 m
Coordinate 45°25′N 10°17′E / 45.416667°N 10.283333°E45.416667; 10.283333Coordinate: 45°25′N 10°17′E / 45.416667°N 10.283333°E45.416667; 10.283333
Mappa di localizzazione
Mappa di localizzazione: Italia
LIPL
Sito web http://www.aeronautica.difesa.it/
Piste
Orientamento (QFU) Lunghezza Superficie
13/31 1950

[senza fonte]

L'aeroporto Luigi Olivari di Brescia-Ghedi è un aeroporto militare utilizzato dal 6º Stormo dell'Aeronautica Militare con il 102º Gruppo (Papero incazzato), il 154º Gruppo (Diavoli Rossi) e il 156º Gruppo (Le linci) equipaggiati con Tornado IDS.

Secondo il programma NATO di condivisione nucleare a Ghedi sono conservate 40 bombe atomiche B61-4 di potenza variabile tra 45 e 107 chilotoni.[1][2][3]

Il comandante della base è il colonnello Luigi del Bene, che ha avvicendato Francesco Vestito il 14 settembre 2011[4].

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Nel settembre 1909 tra Ghedi e Montichiari fu organizzata l'International Air Race a cui parteciparono, tra gli altri, i fratelli Wright, Curtis, Calderara, Rougier e Leblanc; Gabriele d'Annunzio ottenne il record d'altitudine con 198 m. In qualità di reporter per un quotidiano fu presente persino lo scrittore Franz Kafka.[5] Qui vi fu la prima vittima della storia del volo in Italia: lo studente Enea Rossi. È l'inizio dell'aeronautica a Ghedi.

Nella prima guerra mondiale Ghedi fu importante per la difesa di Brescia e provincia che fu assegnata nel 1916 al 75º Gruppo. Ghedi, insieme a Ganfardine fu una pista di decollo per i ricognitori SVA e Pomilio che dovevano fotografare le infrastrutture nemiche. Il 21 maggio 1918, due SVA dell'87ª Squadriglia Serenssima pilotati da Arturo Ferrarin e da Antonio Locatelli arrivarono fino Friedrichshafen, in Germania, per effettuare una ricognizione fotografica dei siti di costruzione degli Zeppelin.

Nella seconda guerra mondiale, Ghedi fu sede della Scuola di Pilotaggio di 2º periodo per il bombardamento e lì si trovavano i bombardieri Fiat B.R.20 e CANT Z.1007; poi, dal 1943, nel periodo della Repubblica Sociale Italiana ospitò aerei da caccia con compiti di difesa aerea per l'Aeronautica Nazionale Repubblicana.

In questi anni la base di Ghedi fu molto attiva. Vi transitavano reparti da caccia, dotati di Fiat G.55 e Macchi M.C. 205 Veltro. Nel 1944 l'aeroporto fu ristrutturato completamente dall'Organizzazione Todt: si costruirono piste, raccordi, piazzole, paraschegge, officine, bunker per una lunghezza di 65 chilometri. Le piste di Ghedi e Montichiari furono collegate dal cosiddetto “raccordo tedesco”, costruito in lastroni di cemento. Furono poi aggiunte difese contraeree e postazioni di mitragliatrici. Si diffusero voci secondo le quali a Ghedi venivano sperimentati velivoli a reazione tedeschi e un'area dell'aeroporto fosse usata per il lancio delle V1. I tedeschi ordinarono ad un proprio aereo di sorvolare Ghedi per scoprire cosa potesse avvalorare quell'ipotesi: era un effetto ottico che non fu eliminato per creare confusione ai nemici[6]. Dal documentario Tunnel Factories del regista Mauro Vittorio Quattrina (prod. 2010) si apprende che in realtà tutt'oggi, a sud-sud est della fattoria Prandoni posta al limite meridionale dell'attuale pista di Ghedi, è possibile notare una struttura abbandonata con 18 piloni di sostegno, delle specie di cubi di cemento, ai quali veniva avvitata la tralicciatura metallica della rampa di lancio delle V-1, una struttura molto simile ad altre stazioni di lancio in Francia e Germania. Un documento segreto declassificato dei servizi segreti americani nota attività di "V-1" all'aeroporto di Ghedi (così come sul lago di Misurina). Non solo, ma lo scavo del perimetro nel quale è situato questo manufatto è realizzato in come una specie di vasca facilmente riempibile d'acqua, fatto che si ripete in altre basi di lancio v-1, realizzato per confondere la fotoricognizione aerea. Il manufatto tuttora presenta alcune tracce di mimetizzazione giallo sabbia e verde scuro e la struttura imponente in cemento si presenta come la copia quasi esatta del sito V-1 di Eperlecques (F).

Contemporaneamente si stabilirono a Ghedi reparti della Luftwaffe: la 1ª Squadriglia dello Stabgruppe I equipaggiata con Junkers Ju 88 e, a partire dall'ottobre 1944,[7] il secondo Staffel del Nachtschlachtgruppe 9 (Gruppo da combattimento notturno 9) con i suoi Junkers Ju 87D. Ghedi non fu tuttavia mai utilizzata dai Messerschmitt Me 262.

Furono poi trasferite a Ghedi due squadriglie di Messerschmitt Bf 109 tedeschi, che vi rimasero da giugno a settembre, per poi essere fatti rientrare in patria per la difesa della Germania.

Da Villafranca e Ghedi ogni giorno partivano caccia italiani, per poi atterrare e sparire sotto i rifugi. Erano riforniti da autobotti giunte all'aeroporto nottetempo, con i fari spenti ed erano così pronti a volare l'indomani. Gli alleati attaccarono più di trenta volte la base, ma i danni non furono mai gravi grazie ad accorgimenti semplici ma efficaci: i velivoli venivano parcheggiati sotto gli alberi, coperti da reti e da frasche o negli hangar già semidistrutti. Inoltre sagome di legno e cartone erano posizionate ai fianchi della pista.
Gli avieri si rifugiavano nei bunker, e, se degli aerei venivano colpiti, davano fuoco a degli stracci per far credere al nemico di averli incendiati.

Due Tornado IDS del 6º Stormo di stanza a Ghedi.

Alla fine della seconda guerra mondiale l'aeroporto di Ghedi era in pessime condizioni, a causa degli attacchi alleati e delle mine fatte brillare dai tedeschi: vi erano dieci crateri di otto metri di diametro. Il 29 aprile 1945 la V armata americana occupò l'aeroporto e lo trasformò in parte in campo di concentramento per prigionieri di guerra tedeschi, fra i quali anche il generale Frido von Senger und Etterlin. L'aeroporto fu riattivato nel 1951 come sede del 6º Stormo dell'Aeronautica Militare, prima dotato di P-51 Mustang, poi dei jet britannici Vampire, utilizzati fino al 1952.

All'inizio degli anni cinquanta il reparto fu intitolato alla Medaglia d'Oro al Valor Militare tenente Alfredo Fusco; la pista di volo venne ristrutturata per poter essere utilizzata dai moderni jet.

Fino al 1962 Ghedi ospitò gli F-84F e G che furono poi sostituiti dagli F-104 Starfighter e, infine (1982), dai Tornado IDS.

Il 19 agosto 2014 due Tornado di base a Ghedi e da qui decollati, si sono scontrati in volo nei cieli di Ascoli Piceno durante un'esercitazione. I 4 membri degli equipaggi hanno perso la vita.

Strutture aeroportuali[modifica | modifica wikitesto]

A Ghedi il 154º Gruppo occupa la zona nord dell'aeroporto dove si trova un bunker che ospita il Comando, la Sala Operativa, la Sala Navigazione e gli altri uffici. Vi è poi un hangar per i velivoli in manutenzione. Gli aerei operativi sono sparsi sul sedime negli shelter per essere riparati dagli attacchi.

In anni recentissimi molte delle strutture aeroportuali rimaste escluse dall'attuale zona militare sono state demolite per consentire lo sviluppo edilizio dell'area. Fra queste il "raccordo tedesco" ed alcuni paraschegge. Del periodo bellico rimangono la palazzina comando e tre hangar "Saporiti" presso il moderno Aeroporto di Brescia-Montichiari.

Presenza di armi atomiche[modifica | modifica wikitesto]

Il rapporto statunitense del Natural Resources Defence Council mostra che nella base di Ghedi, secondo il concetto NATO di Nuclear sharing, sono conservate 20-40 bombe atomiche B61-4 di potenza variabile tra 45 e 107 chilotoni.[8][9][10]. La base militare rappresenta inoltre una chiara eccezione all'interno del programma NATO, visto che è l'unica a possedere armi nucleari e ad essere gestita esclusivamente dalle forze armate del paese ospitante e non da quelle americane. Le bombe atomiche B61-4 possono essere utilizzate solo dai cacciabombardieri Tornado IDS del 6º Stormo dell'Aeronautica Militare Italiana, appositamente configurati per l'attacco nucleare.

Persone legate a Ghedi[modifica | modifica wikitesto]

Essendo uno dei primissimi aeroporti militari italiani, oltre che uno dei più attivi (non soltanto) nel corso delle due guerre mondiali, il campo di Ghedi ha visto il passaggio di moltissime "celebrità" legate al mondo dell'aviazione. La lista qui sotto ne include soltanto alcuni.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Nucleare, rivelazione dagli Usa: "In Italia 90 bombe atomiche", la Repubblica, 15 settembre 2007
  2. ^ USAF Report: “Most” Nuclear Weapon Sites In Europe Do Not Meet US Security Requirements, FAS Strategic Security Blog, 19 giugno 2008
  3. ^ NRDC: U.S. Nuclear Weapons in Europe • Hans M. Kristensen / Natural Resources Defense Council, 2005.
  4. ^ Bresciaoggi, 14 settembre 2011.
  5. ^ Lo scrittore boemo avrebbe raccontato la sua esperienza nel racconto Die Aeroplane in Brescia.
  6. ^ Come si evince dal diario del comando del campo conservato a Friburgo nel Bundesarchiv.
  7. ^ Nachtschlachtgruppe 9
  8. ^ Nucleare, rivelazione dagli Usa: "In Italia 90 bombe atomiche", la Repubblica, 15 settembre 2007
  9. ^ USAF Report: “Most” Nuclear Weapon Sites In Europe Do Not Meet US Security Requirements, FAS Strategic Security Blog, 19 giugno 2008
  10. ^ NRDC: U.S. Nuclear Weapons in Europe • Hans M. Kristensen / Natural Resources Defense Council, 2005.
  11. ^ Archivio Storico Istituto Luce - video
  12. ^ Cit. in Benito Mussolini, Parlo con Bruno. Edizioni del Popolo d'Italia, 1941.

Fonti[modifica | modifica wikitesto]

Bibliografiche

  • Fondazione "Il Vittoriale degli Italiani" (a cura di), D'Annunzio poeta aviatore, Gardone Riviera, 1988.
  • Vaglia, Ugo, Memorie illustri bresciane, Libreria Baronio e Resola Ed., Brescia, 1958.
  • Fappani, Antonio, La guerra sull'uscio di casa. Brescia e i bresciani nella prima guerra mondiale, Brescia 1969.

Giornalistiche

  • "Fantasmi" nel cielo contro gli aerei alleati, di Flavio Mucia. Giornale di Brescia 26 maggio 2000.
  • Il volo degli Stukas nel cielo di Ghedi, di Flavio Mucia. Giornale di Brescia, 25 maggio 2000;

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]