Galleria Vittorio Emanuele II

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Galleria Vittorio Emanuele II
20110724 Galleria Vittorio Emanuele II Milan 5410.jpg
Ingresso della Galleria su piazza Duomo
Ubicazione
Stato Italia Italia
Località Milano
Indirizzo Piazza del Duomo
Coordinate 45°27′56.46″N 9°11′23.61″E / 45.465684°N 9.189892°E45.465684; 9.189892Coordinate: 45°27′56.46″N 9°11′23.61″E / 45.465684°N 9.189892°E45.465684; 9.189892
Informazioni
Condizioni In uso
Costruzione 1865-77
Inaugurazione 1877
Stile neorinascimentale
Altezza 29,2 (volta dei bracci), 47 (sommità della cupola)
Realizzazione
Architetto Giuseppe Mengoni
Proprietario Comune di Milano
 

La galleria Vittorio Emanuele II è una galleria commerciale di Milano collega piazza Duomo a piazza della Scala. Per la presenza di eleganti negozi e locali, fin dalla sua inaugurazione fu sede di ritrovo della borghesia milanese, tanto da essere soprannominata il "salotto di Milano". La galleria, costruita in stile neorinascimentale, è tra i più celebri esempi di architettura del ferro europea e rappresenta l'archetipo della galleria commerciale dell'Ottocento[1]. Chiamata semplicemente "la Galleria" dai milanesi, viene spesso considerata come il primo esempio di centro commerciale al mondo.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Contesto storico[modifica | modifica wikitesto]

I primi passaggi coperti, intesi come portici, risalgono alla città medievale: nel XIII secolo Bonvesin de la Riva annota nelle sue Meraviglie di Milano la presenza di circa sessanta porticati nella città, allora chiamati "coperti". Con l'avvento degli Sforza prima e della dominazione spagnola poi, i porticati vennero progressivamente demoliti fino a lasciarne pochissimi superstiti, tra cui il coperto dei Figini che sarà paradossalmente demolito per la realizzazione della Galleria Vittorio Emanuele II[2]. D'altro canto Milano fu la prima città in territorio italiano e dell'impero Austriaco, con la Galleria de Cristoforis, a dotarsi di un passage sulla moda di quanto stava accadendo nelle principali capitali europee dove si costruivano passaggi con copertura in ferro e vetro a carattere commerciale, come le Galerie Vivienne di Parigi e Burlington Arcade di Londra[3]. La galleria De Cristoforis fu tuttavia un caso isolato e per trent'anni fu l'unica galleria di Milano: la città si presentava quindi all'unità d'Italia senza quella tradizioni di porticati e passaggi coperti più tipica di città come Torino e Bologna[4].

Piazza Duomo e il progetto della galleria[modifica | modifica wikitesto]

L'idea di una via che collegasse piazza Duomo e piazza della Scala avvenne in conseguenza del dibattito, cominciato nel 1839 da Carlo Cattaneo, circa il rifacimento della zona antistante al duomo di Milano, la cui piazza era definita da molti non "degna" della cattedrale della città. Le viabilità della zona era inoltre tortuosa ed intricata, basata com'era su strette vie di origine medievale e diveniva sempre meno gestibile col crescere del traffico cittadino[5]. L'idea di dedicare questa nuova via al re Vittorio Emanuele II venne da un lato come conseguenza dell'entusiasmo per un'indipendenza ritrovata dall'Austria, ma dall'altro lato la giunta comunale pensava che sarebbe stato più facile ottenere i permessi per l'espropriazione dei caseggiati necessari all'opera, allora ottenibili tramite decreto reale. Le iniziali linee guida comunali per progetto non prevedevano comunque un passaggio coperto, bensì una semplice strada porticata[6]. Nel biennio '59-'60 furono firmati i tre decreti regi che la giunta comunale aspettava: uno per l'esproprio dei palazzi da demolire, uno per la demolizione del coperto dei Figini e del Rebecchino, caseggiati che occupavano allora l'attuale piazza Duomo e che dovevano essere abbattuti per dare alla piazza un aspetto più nobile, e un ultimo per autorizzare una lotteria per raccogliere fondi necessari alla costruzione della nuova via[7].

Progetto del Mengoni per l'area di Piazza Duomo

Ottenuti i permessi per l'espropriazioni, il 3 aprile 1860 il comune di Milano bandì il concorso di realizzazione per la nuova via, i cui progetti sarebbero stati valutati da una commissione appositamente stabilita: nonostante le polemica per una scarsa pubblicità fatta per il concorso dal Comune, al primo bando arrivò un numero elevatissimo di progetti, di questi 176 furono selezionati dalla commissione ed esposti alla Pinacoteca di Brera[8][9]: la commissione non decretò alcun vincitore al concorso, ma riformuò delle indicazioni più precise circa le forme del progetto, arrivando alla prima idea di un passaggio coperto e bandendo un secondo concorso nel febbraio 1861[10]. Al secondo progetto giunsero alla fase di valutazione 18 progetti e anche in questo caso il concorso non vide un vincitore[11]. Vennero tuttavia date quattro indennità ai progetti ritenuti più meritevoli: gli architetti Davide Pirovano e Paolo Urbani vennero menzionati rispettivamente per l'uso di un'architettura ispirata al Palladio e per l'architettura eclettica che fondeva forme lombarde e venete, ritenute però entrambe inadatta a contornare il Duomo. Più graditi, pur senza risultare vincitori furono i progetti di Gaetano Martignoni, in cui proponeva una galleria a croce greca per collegare le due piazze ed infine Giuseppe Mengoni, che proponeva in un primo progetto una via ispirata ai palazzi comunali del XIV secolo[12].

Fu così bandito nel 1863 il terzo ed ultimo concorso in cui furono valutati solo otto progetti, tre su invito della commissione e cinque presentati spontaneamente, in cui fu decretato vincitore Giuseppe Mengoni, a condizione che fosse disponibile alla revisione di alcune parti del progetto: il Mengoni aveva inizialmente previsto una galleria unica, che verrà poi trasformata nell'effettivo progetto di una galleria a croce, assieme ad una serie di piccoli dettagli stilistici che portarono alle forme attuali della galleria. Il progetto prevedeva inoltre l'erezione di un palazzo porticato frontale a piazza Duomo ed una loggia di fronte all'ingresso della galleria comunicante con la manica lunga del Palazzo Reale: progetti che non verranno mai realizzati[13].

La costruzione e i primi anni[modifica | modifica wikitesto]

Domenico Induno - Posa della prima pietra della Galleria (1865)

Assegnato l'appalto della costruzione alla società inglese City of Milan Improvements Company Limited, la cerimonia per la posa della prima pietra da parte del re Vittorio Emanuele II avvenne il 7 marzo 1865 alla presenza di molte autorità tra cui il sindaco di Milano Antonio Beretta, il primo ministro italiano Alfonso Lamarmora e diplomatici di vari paesi. I lavori, escluso l'arco trionfale d'ingresso, vennero completati in meno di tre anni, periodo a cui seguì l'inaugurazione ufficiale della galleria sempre da parte del Re[14]. Il completamento dei lavori non avverrà invece in maniera così fluida: nel 1869 fallì la società appaltatrice della galleria, il che obbligò il comune a rilevare la galleria per la cifra di 7,6 milioni di lire dell'epoca. La conclusione effettiva dei lavori sarà solo nel 1876 quando verranno completati l'arco d'ingresso e i portici settentrionali di piazza Duomo. Giuseppe Mengoni non poté tuttavia vedere l'inaugurazione ufficiale della Galleria completa in quanto precipitò da un'impalcatura durante un'ispezione, anche se secondo alcune voci si trattò di un vero e proprio suicidio[15].

A pochi anni dalla sua prima inaugurazione la Galleria divenne sede della vita borghese cittadina, che si dilettava a frequentare i nuovi eleganti negozi, ma soprattutto di ristoranti e caffè: tra i locali ancora esistenti insediatisi all'epoca e ancora esistenti si possono ricordare il Caffè Camparino e il Caffè Savini, fondato come Caffè Gnocchi e il Caffè Biffi[16]. La galleria fu al centro anche delle novità tecnologiche dell'epoca e nel suo primo periodo veniva illuminata a gas: per l'accensione delle lampade sull'ottagono si usava un marchingegno automatico costituito da una piccola locomotiva che accendeva progressivamente i lumi chiamato rattin, tanto che vedere la procedura automatica di accensione era diventato quasi un rito. Tale rito si ripropose fino al 1883 quando l'illuminazione della Galleria passò alle lampadine elettriche, anche se già da tre anni il Caffè Gnocchi usava questa, per l'epoca, nuova forma di illuminazione[17].

Dai bombardamenti al boom economico[modifica | modifica wikitesto]

La galleria dopo i bombardamenti dell'agosto 1943

I bombardamenti della seconda guerra mondiale non risparmiarono la galleria: i bombardamenti avvenuti nel 15 e 16 agosto 1943 distrussero ovviamente la copertura in vetro e parte della copertura metallica, andando quindi a danneggiare le decorazioni interne della galleria. I progetti per la ricostruzione della galleria non iniziarono prima del 1948 ed in relativo ritardo rispetto ad altri "simboli" di Milano, come ad esempio il Teatro alla Scala già "pronto" due anni prima: ciò fu dovuto in parte ai numerosi dibattiti circa lo stile da tenersi per il restauro della galleria[18]. Benché fossero state fatte molte proposte che avrebbero modificato i materiali di costruzione, come il rifacimento in vetrocemento della copertura e l'utilizzo di pietra di Vicenza al posto degli stucchi colorati originari, il progetto finale approvato dalla Soprintendenza fu quello più fedele alla struttura orinale della galleria, che non fu quindi modificata sostanzialmente[19].

Architettura[modifica | modifica wikitesto]

« [La galleria Vittorio Emanuele II] rappresenta l'apice dell'evoluzione dell'archetipo del passage. Con essa giunge a termine una progressione cominciata con i passage parigini e che aveva raggiunto una tappa intermedia con le Galeries St-Hubert a Bruxelles »
(Johan Friedrich Geist[20])
« È un fatto che non solo per le dimensioni [...] ma per l'imponenza e la profusione degli spartiti decorativi la Galleria di Milano si impone di colpo sui già esistenti "passages" di Londra, Parigi, e Bruxellesm affermandosi come prototipo per lungo tempo ineguagliato nella tipologia ottocentesca dedicata ai traffici, al passeggio e allo svago, ai riti insomma della vitale nuova classe borghese »
(Romano Jodice[1])

Bracci[modifica | modifica wikitesto]

Dettaglio delle decorazioni e della copertura

La struttura principale della galleria è formata da due bracci incrociati, di cui il principale che congiunge piazza della Scala a Piazza Duomo lungo 196 metri, mentre il laterale che congiunge via Foscolo a via Pellico lungo lungo 105 metri. Le facciate interne, impostate su tre piani più un mezzanino, presentano una decorazione piuttosto vistosa in stile rinascimentale lombardo[1]. Una descrizione accurata della decorazione delle facciate interne dei bracci venne fornita dal Corriere delle Dame:

« Le botteghe, che in numero di 96 occupano tutto il piano terreno dei due lati del fabbricato, sono vaste, eleganti e chiuse da ampie portiere di vetro: tra l’uno e l’altro ingresso e sopra basamenti di marmo si alzano delle svelte lesène ornate di stucchi a disegni svariatissimi, e che salgono fin sopra il primo piano, ove una loggia corre, circondata da una bella balaustra, su cui sono allogati gli stemmi delle cento città d’Italia, attorno a tutto l’edificio. Il primo piano ha finestre ampie e maestose, e al disopra s’alza un secondo piano assai basso e quasi completamente mascherato dalla balaustra della loggia, che, secondo noi, costituisce un vero difetto, perché evidentemente non risponde all’insieme del disegno. Il terzo piano, che meglio sarebbe stato il secondo, sorge in belle proporzioni, e le finestre di esso elegantemente architettate sono intercalate da grandiose cariatidi, le quali sopportano un ricchissimo cornicione, da cui poi si spiccano gli archi di ferro della invetriata »
(dal Corriere delle Dame, 23 settembre 1867)

La decorazione del braccio laterale è completata da quattro semilunette dipinte sull'interno due ingressi laterali, raffiguranti la Scienza di Bartolomeo Giuliano, l'Industria di Angelo Pietrasanta, l'Arte di Raffaele Casnedi e l'Agricoltura di Eleuterio Pagliano[21].

Ottagono[modifica | modifica wikitesto]

All'intersezione dei bracci della Galleria si trova lo spazio denominato "ottagono" dalla sua forma ricavata dal taglio dei quattro angoli formati dall'incrocio dei bracci sormontato da una cupola.

La cupola della Galleria

L'ottagono, che misura 36 metri di distanza tra ogni suo lato, presenta decorazioni parietali con cariatidi, telamoni e stucchi come il resto della galleria[22]. Vi erano in origine 25 statue in gesso raffiguranti i maggiori personaggi della storia italiana, tra cui Dante, Leonardo, Cavour, Volta e altri, realizzate dai maggiori scultori milanesi tra cui Odoardo Tabacchi, Antonio Tantardini e Pietro Magni. Le statue vennero rimosse e mai risistemate a partire dal 1891 per via della loro cattive condizioni di conservazione[23].

La cima delle quattro pareti derivate dal "taglio" sono ornate ognuna da una lunetta dipinta, larga alla base 15 metri e di altezza massima di 7 metri, che rappresenta un diverso continente: per la decorazione furono scelti quattro artisti già affermati a Milano. L'America viene rappresentata come una figura femminile immersa tra persone di colore e pellerossa e fu realizzata da Raffaele Casnedi, professore di disegno presso l'Accademia di Brera. L'Asia viene rappresentata seduta su un trono dove degli indigeni e altri uomini dai lineamenti asiatici la omaggiano con doni, dipinta da Bartolomeo Giuliano[24]. L'Europa è raffigurata in abiti antichi sorvegliata da un uomo alato che impugna un alloro e fu realizzata da Angelo Pietrasanta. Infine l'Africa è rappresentata in abiti da antica Egizia affiancata da un leone e un moro che le dona un fascio di grano, opera di Eleuterio Pagliano[25].

Critica ed eredità architettonica[modifica | modifica wikitesto]

La Galleria rappresentò sin dal suo completamento il modello per i passaggi coperti monumentali tardo ottocenteschi sede della vita della nuova borghesia europea: innovativo rispetto ai predenti passaggi coperti in particolar modo per la monumentalità dell'impianto, la Galleria trova la sua potenza compositiva nel contrasto tra la moderna copertura in ferro e vetro ed una composizione profondamente decorata che si rifà ad una più antica scuola rinascimentale lombarda. L'impianto cruciforme i cui bracci si incontrano in una cupola vetrata, ispirato ai disegni del Crystal Palace di New York, fu il primo nella storia dell'architettura europea[1]. Vi furono molti tentativi nel panorama architettonico europeo nella costruzione di cupole di vetro, tra le prime ricordiamo la cupola della Borsa di commercio di Parigi, tuttavia il progetto era slegato ad un impianto vetrato a croce[26]. Tra gli elementi più riusciti del progetto viene spesso citata la scelta di una copertura a centina ad arco ribassato al posto della copertura a falde spioventi fino ad allora utilizzata nei passages[27].

Impianto della galleria Umberto I a Napoli, ripreso dalla galleria Vittorio Emanuele II

Se la decorazione si rifà esplicitamente al rinascimento lombardo, meno esplicito è il suggerimento per la conclusione del tema barocco della "dissoluzione delle volte e delle cupole", ricercata ad esempio con l'illusionismo pittorico degli affreschi. Il ricorso infine alla forma a croce basilicale, specie se di fronte al Duomo, così come le dimensioni della cupola riprese da San Pietro ben rappresentano il nuovo potere, quasi di sfida, del mondo laico e del neonato stato italiano. Generalmente apprezzata dalla critica come punto di arrivo dell'architettura dei passaggi ottocenteschi e presa come esempio di ristrutturazione dell'antico centro urbano, la galleria non fu immune a critiche sin dal suo completamento, tra cui l'essere un ibrido tra un'opera di ingegneria e un'opera di architettura, o sull'aver irrimediabilmente stravolto l'aspetto antico del centro di Milano[28][29]: talvolta criticata per le dimensioni, specie all'epoca dell'inaugurazione dove il centro di Milano era ancora impostato secondo un fitto reticolo di piccole strade tutto fuorché monumentali, fu da alcuni critici accostata al fenomeno della speculazione edilizia[30].

Tra gli esempi più celebri di ispirazione alla galleria vi è sicuramente la galleria Umberto I di Napoli, la cui copertura a quattro bracci che incrociandosi danno luogo ad un ottagono sormontato da una cupola è un chiaro rimando alla struttura della galleria Vittorio Emanuele II[31]. Lo spazio della galleria rappresentò anche un precursore dei contemporanei centri commerciali: in omaggio al lavoro di Mengoni si contano più di una ventina di centri commerciali di stampo elegante denominati Galleria negli Stati Uniti, tra cui il the Galleria di Houston e il Dallas Galleria di Dallas che ne condividono pure l'impostazione con volta in vetro e acciaio del passaggio coperto milanese[32]. Tra gli altri moderni centri commerciali ispirati dall'architettura della Galleria Vittorio Emanuele II ci sono, per stessa ammissione degli architetti, l'Eaton Center di Toronto e la Ko Galerie di Dusseldorf[33].

Dati[modifica | modifica wikitesto]

Seguono alcuni dei principali dati di costruzione della galleria[34]:

  • 196,6 m - la lunghezza della Galleria nel braccio più lungo;
  • 105,1 m - la lunghezza della Galleria nel braccio più corto;
  • 36,6 m - la distanza tra i lati dell'ottagono;
  • 14,5 m - la larghezza dei bracci;
  • 47 m - l'altezza alla lanterna della cupola;
  • 29,2 m - l'altezza della volta nei bracci;
  • 4165 mq - superficie calpestabile della Galleria;
  • 7800 mq - superficie totale di vetri utilizzati per la copertura;
  • 353 t - peso dell'acciaio utilizzato per la copertura.

La galleria nella cultura e nell'arte[modifica | modifica wikitesto]

Letteratura e cinema[modifica | modifica wikitesto]

In quanto parte integrante della vita mondana milanese sin dall'inaugurazione, la galleria viene citata in molte opere letterarie, sia come parte di annotazioni in diari di viaggiatori, sia come parte di racconti di fantasia.

Giovanni Verga, celebre frequentatore della galleria durante il periodo milanese, ambientò alcuni dei suoi racconti proprio nella Galleria Vittorio Emanuele II: nelle sue Novelle il grande passaggio commerciale compare nell'opera Primavere ed altri racconti nella novella che va il titolo all'opera: Primavera, storia d'amore tra una sarta ed un musicista giunto da fuori Milano per fare carriera che descrive l'atmosfera della città in quegli anni[35]:

« Il povero diavolo avea gran bisogno di scarpe e di quattrini; le sue scarpe s'erano logorate a correr dietro le larve dei suoi sogni d'artista, e della sua ambizione giovanile, - quelle larve funeste che da tutti gli angoli d'Italia vengono in folla ad impallidire e sfumare sotto i cristalli lucenti della Galleria »
(Giovanni Verga - Primavera, in Primavera ed altri racconti)

Il Verga pubblicò anche Per le vie, una raccolta di novelle completamente ambientata a Milano in cui ovviamente figura la galleria: in Via Crucis paragona metaforicamente il cammino che una giovane donna costretta a prostituirsi fa tra la Galleria e le vie del centro[36], mentre nella novella In piazza della Scala narra di una povera venditrice di caffè ambulante che passa le sue notti sotto l'arco d'ingresso della galleria[37].

Nel suo viaggio in Italia, Mark Twain passò anche per Milano dove condusse la vita della borghesia cittadina dell'epoca, frequentando quindi spesso la Galleria, che così viene ricordata:

« A Milano, passammo la maggior parte del tempo all'interno del grande e magnifico Loggia, o Galleria, o comunque la si chiami. Isolati formati da alti e sontuosi palazzi nuovi [...] questa è la galleria. Mi piacerebbe viverci per sempre »
(Mark Twain - Vagabondo in Italia[38])

Arte[modifica | modifica wikitesto]

Umberto Boccioni - Rissa in Galleria (1910), Pinacoteca di Brera

La Galleria, in quanto sede privilegiata della vita mondana milanese e simbolo di modernità, divenne fu uno dei ritrovi preferiti e luoghi simbolici del futurismo, interessato com'era alla frenetica vita della città. Tra gli episodi che possiamo citare del movimento in galleria, oltre ai frequenti ritrovi, abbiamo l'arresto di Boccioni, Carrà, Marinetti, Russolo e Piatti dopo una manifestazione in favore dell'interventismo con tanto di lancio di volantini, schiamazzi e bandiere austriache bruciate[39].

Una delle più celebri raffigurazioni artistiche della galleria Vittorio Emanuele II è sicuramente la Rissa in galleria di Umberto Boccioni, che ritrae una zuffa tra donne all'ingresso della Galleria, più precisamente davanti al Caffè Camparino, allora posto di fronte alla posizione attuale. Il quadro, pur avvicinandosi più ad uno stile derivato da puntinismo e divisionismo, anticipa alcuni temi che saranno cari al futurismo come il movimento e la frenesia della folla[40].

Altra opera celebre è invece la Galleria di Milano, dove la Galleria viene rappresentata direttamente, anche se non immediatamente riconoscibile: nel quadro sono abbastanza chiaramente distinguibili la cupola della Galleria e un'insegna del caffè Biffi. Anche in questo caso non si nota un linguaggio maturo del futurismo, bensì una certa influenza del linguaggio cubista[41].

La galleria fu inoltre più volte dipinta da Angelo Inganni tra i molti quadri che rappresentavano momenti di vita e paesaggi lombardi: oltre alla precedentemente citata Posa della prima pietra della Galleria Vittorio Emanuele II, si ritrova la Galleria dipinta nella Veduta di Piazza Scala con neve cadente in cui si intravede piazza della Scala al 1874 attraverso l'arco di ingresso dall'interno della Galleria. La galleria compare inoltre in molto altre opere, ad esempio viene raffigurata all'interno nel Ottagono della galleria Vittorio Emanuele di Angelo Morbelli o ancora in numerose stampe, ad esempio l'arco di ingresso su piazza Duomo di Angelo Bonamore.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d Jodice, pg. 270
  2. ^ Di Vincenzo, pg. 31
  3. ^ Di Vincenzo, pg. 26
  4. ^ Di Vincenzo, pg. 30
  5. ^ Gioeni, pg. 23-24
  6. ^ Gioeni, pg. 25
  7. ^ Di Vincenzo, pg. 70
  8. ^ Gioeni, pg. 26-28
  9. ^ Gioeni, pg. 35
  10. ^ Di Vincenzo, pg. 73
  11. ^ Gioeni, pg. 36
  12. ^ Gioeni, pg. 38-40
  13. ^ Gioeni, pg. 44-46
  14. ^ Di Vincenzo, pg. 76-77
  15. ^ Di Vincenzo, pg. 87
  16. ^ Di Vincenzo, pg. 89
  17. ^ Di Vincenzo, pg. 79-80
  18. ^ Galleria 1997, pg. 67
  19. ^ Galleria 1997, pg. 70-71
  20. ^ Geist, pg. 263
  21. ^ Finazzer Flory, pg. 104
  22. ^ LombardiaBeniCulturali, Galleria Vittorio Emanuele II. URL consultato il 24 dicembre 2014.
  23. ^ Finazzer Flory, pg. 103
  24. ^ Galleria 1997, pg. 45
  25. ^ Galleria 1997, pg. 46
  26. ^ Jodice, pg. 274
  27. ^ Restucci, pg. 75
  28. ^ Jodice, pg. 266-268
  29. ^ Jodice, pg. 276
  30. ^ Restucci, pg. 76
  31. ^ Restucci, pg. 308
  32. ^ Galleria 1997, pg. 57-58
  33. ^ Galleria 1997, pg. 61
  34. ^ Di Vincenzo, pg. 83
  35. ^ Verga 2004, pg. 40
  36. ^ Verga 2004, pg. 330
  37. ^ Verga 1999, pg. 25
  38. ^ Twain, pg. 35
  39. ^ Tedeschi, pg. 128
  40. ^ Tedeschi, pg. 74
  41. ^ Tedeschi, pg. 104

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Storia e architettura[modifica | modifica wikitesto]

  • Romano Jodice, L'architettura del ferro: l'Italia (1796-1914), Roma, Bulzoni, 1985, ISBN non esistente.
  • (FR) Johann Friedrich Geist, Le Passage: Un Type Architectural du XIX Siecle, Bruxelles, Mardaga, 1989, ISBN 2-87009-315-2.
  • Laura Gioeni, L'affaire Mengoni: la piazza Duomo e la Galleria Vittorio Emanuele di Milano, i concorsi, la realizzazione, i restauri, Milano, Guerini, 1995, ISBN 88-7802-557-7.
  • AA. VV., La Galleria Vittorio Emanuele e l'Architetto Mengoni, Imola, La Mandragora, 1997, ISBN 88-86123-53-1.
  • AA. VV., La Galleria di Milano: lo spazio e l'immagine, a cura di Massimo Finazzer Flory e Silvia Paoli, Milano, Skira, 2003, ISBN 88-8491-457-4.
  • AA. VV., Storia dell'architettura Italiana. L'Ottocento, a cura di Amerigo Restucci, vol. 1, Milano, Electa, 2005, ISBN 88-435-4894-8.
  • Riccardo Di Vincenzo, Le gallerie di Milano, Milano, Hoepli, 2009, ISBN 978-88-203-4339-2.

Arte e letteratura[modifica | modifica wikitesto]

  • Francesco Tedeschi, Il Futurismo nelle Arti Figurative, Milano, I.S.U., 1995, ISBN non esistente.
  • Giovanni Verga, Per le vie, Milano, Libreria Meravigli, 1999, ISBN 88-7955-108-6.
  • Mark Twain, Vagabondo in Italia, Roma, Robin, 2003, ISBN 88-7371-015-8.
  • Giovanni Verga, Novelle, Milano, Feltrinelli, 2004, ISBN 88-07-82035-8.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]