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Galleria Vittorio Emanuele II

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Galleria Vittorio Emanuele II
20110724 Galleria Vittorio Emanuele II Milan 5410.jpg
Ingresso della galleria su piazza Duomo
Ubicazione
Stato Italia Italia
Località Milano
Indirizzo Piazza del Duomo
Coordinate 45°27′56.46″N 9°11′23.61″E / 45.465684°N 9.189892°E45.465684; 9.189892Coordinate: 45°27′56.46″N 9°11′23.61″E / 45.465684°N 9.189892°E45.465684; 9.189892
Informazioni
Condizioni In uso
Costruzione 1865-77
Inaugurazione 1867
Stile Neorinascimentale
Uso Commerciale, uffici
Altezza 29,2 m (volta dei bracci), 47 m (sommità della cupola)
Piani 3
Area calpestabile 4165 m² (solo galleria) 17582 m² (isolato)[1]
Realizzazione
Costo 30 milioni di lire italiane dell'epoca, attualizzati a circa 90 milioni di euro al 2003[2]
Architetto Giuseppe Mengoni
Appaltatore The City of Milan Improvements Company Limited
Proprietario Comune di Milano

La galleria Vittorio Emanuele II è una galleria commerciale di Milano che collega piazza Duomo a piazza della Scala. Per la presenza di eleganti negozi e locali, fin dalla sua inaugurazione fu sede di ritrovo della borghesia milanese, tanto da essere soprannominata il "salotto di Milano": costruita in stile neorinascimentale, è tra i più celebri esempi di architettura del ferro europea e rappresenta l'archetipo della galleria commerciale dell'Ottocento[3]. Chiamata semplicemente "la Galleria" dai milanesi, viene spesso considerata come uno dei primi esempi di centro commerciale al mondo[4].

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Contesto storico[modifica | modifica wikitesto]

La presenza di passaggi coperti di Milano intesi come portici risale alla città medievale: nel XIII secolo Bonvesin de la Riva annotava nelle sue Meraviglie di Milano la presenza di circa sessanta porticati nella città, allora chiamati "coperti". Con l'avvento degli Sforza prima e della dominazione spagnola poi, i porticati vennero progressivamente demoliti fino a lasciarne pochissimi superstiti, tra cui il coperto dei Figini che sarebbe stato paradossalmente demolito per la realizzazione della galleria Vittorio Emanuele II[5]. D'altro canto Milano fu la prima città in territorio italiano e dell'Impero austriaco, con la galleria De Cristoforis, a dotarsi di un passage sulla moda di quanto stava accadendo nelle principali capitali europee dove si costruivano passaggi con copertura in ferro e vetro a carattere commerciale, come le galerie Vivienne di Parigi e Burlington Arcade di Londra[6]. La galleria De Cristoforis rappresentò tuttavia un caso isolato e per trent'anni fu l'unica galleria di Milano: la città si presentava quindi all'unità d'Italia senza quella tradizione di porticati e passaggi coperti più tipica di città come Torino e Bologna[7].

Piazza Duomo e il progetto di una galleria[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Piazza del Duomo (Milano).
Area attorno al duomo nel 1860, prima della costruzione della Galleria

L'idea di una via che collegasse piazza Duomo e piazza della Scala avvenne in conseguenza di uno dei tanti dibattiti che da tempo animavano la città, promosso nel 1839 da Carlo Cattaneo, circa il rifacimento della zona antistante al duomo di Milano definita da molti non degna della cattedrale della città. La viabilità della zona era inoltre tortuosa e intricata, basata com'era su strette vie di origine medievale e diveniva sempre meno gestibile col crescere del traffico cittadino[8]. L'idea di dedicare questa nuova via al re Vittorio Emanuele II venne da un lato come conseguenza dell'entusiasmo per un'indipendenza ritrovata dall'Austria, ma dall'altro lato la giunta comunale sperava in questo modo di ottenere più facilmente i permessi per l'espropriazione dei caseggiati necessari all'opera, allora ottenibili tramite decreto reale. Le iniziali linee guida comunali per il progetto non prevedevano comunque un passaggio coperto, bensì una semplice strada porticata[9]. Nel biennio '59-'60 furono firmati i tre decreti regi che la giunta comunale aspettava: uno per l'esproprio dei palazzi da demolire, uno per la demolizione del coperto dei Figini e del Rebecchino, caseggiati che occupavano allora l'attuale piazza Duomo e che dovevano essere abbattuti per dare alla piazza un aspetto più nobile, e un ultimo decreto per autorizzare una lotteria finalizzata a raccogliere i fondi necessari alla costruzione della nuova via[10].

Progetto di Mengoni per l'area di piazza Duomo

Ottenuti i permessi per le espropriazioni, il 3 aprile 1860 il Comune di Milano bandì il concorso di realizzazione per la nuova via, i cui progetti sarebbero stati valutati da una commissione appositamente stabilita: nonostante le polemiche per la scarsa pubblicità al concorso indetto dal Comune, al primo bando furono presentati un numero elevatissimo di progetti. Tra tutti, 176 furono selezionati dalla commissione ed esposti alla Pinacoteca di Brera[11][12]: la commissione non decretò alcun vincitore al concorso, ma riformulò delle indicazioni più precise circa le forme del progetto, arrivando alla prima idea di un passaggio coperto e bandendo un secondo concorso nel febbraio 1861[13]. Al secondo progetto giunsero alla fase di valutazione 18 progetti e anche in questo caso il concorso non vide un vincitore[14]. Vennero tuttavia date quattro indennità ai progetti ritenuti più meritevoli: gli architetti Davide Pirovano e Paolo Urbani vennero menzionati rispettivamente per l'uso di un'architettura ispirata al Palladio e per l'architettura eclettica che fondeva forme lombarde e venete, ritenute però entrambe inadatte a contornare il duomo. Più graditi, pur senza risultare vincitori, furono i progetti di Gaetano Martignoni, in cui proponeva una galleria a croce greca per collegare le due piazze e infine Giuseppe Mengoni, che proponeva in un primo progetto una via ispirata ai palazzi comunali del XIV secolo[15].

Fu così bandito nel 1863 il terzo e ultimo concorso in cui furono valutati solo otto progetti, tre su invito della commissione e cinque presentati spontaneamente, in cui fu decretato vincitore Giuseppe Mengoni, a condizione che fosse disponibile alla revisione di alcune parti del progetto: il Mengoni aveva inizialmente previsto una galleria unica, che verrà poi trasformata nell'effettivo progetto di una galleria a croce, assieme a una serie di piccoli dettagli stilistici che portarono alle forme definitive. Il progetto prevedeva inoltre l'erezione di un palazzo porticato frontale a piazza Duomo e una loggia Reale di fronte all'ingresso della galleria comunicante con la manica lunga del Palazzo Reale: progetti che non vennero mai realizzati[16]. Il palazzo di fronte al duomo avrebbe dovuto prendere il nome di palazzo dell'Indipendenza, in continuità con il motivo risorgimentale della Galleria: al 1876 il progetto di costruzione non era ancora stato abbandonato, tanto che le fondamenta del palazzo erano già gettate, e non sarebbe stato accantonato assieme a quello della loggia del palazzo Reale fino alla morte del Mengoni[17][18].

La costruzione e i primi anni[modifica | modifica wikitesto]

Domenico Induno, Posa della prima pietra della Galleria (1865)

Assegnato l'appalto della costruzione alla società inglese City of Milan Improvements Company Limited, la cerimonia per la posa della prima pietra da parte del re Vittorio Emanuele II avvenne il 7 marzo 1865 alla presenza di molte autorità tra cui il sindaco di Milano Antonio Beretta, il primo ministro italiano Alfonso La Marmora e diplomatici di vari paesi. I lavori, escluso l'arco trionfale d'ingresso, vennero completati in meno di tre anni, periodo a cui seguì l'inaugurazione ufficiale della Galleria sempre da parte del re[19]. Il completamento dei lavori non avverrà invece in maniera così fluida: nel 1869 fallì la società appaltatrice, il che obbligò il comune a rilevare la Galleria per la cifra di 7,6 milioni di lire dell'epoca. La conclusione effettiva dei lavori sarà solo nel 1876 quando verranno completati l'arco d'ingresso e i portici settentrionali di piazza Duomo. Giuseppe Mengoni non poté tuttavia vedere l'inaugurazione ufficiale della Galleria completa in quanto precipitò da un'impalcatura durante un'ispezione, anche se secondo alcune voci si trattò di un vero e proprio suicidio[20].

A pochi anni dalla sua prima inaugurazione, la Galleria si guadagnò il soprannome di "salotto di Milano"[5] diventando sede della vita borghese cittadina che si dilettava a frequentare i nuovi eleganti negozi, ma soprattutto i ristoranti e caffè: tra i locali insediatisi all'epoca e ancora esistenti si possono ricordare il Caffè Camparino, il Caffè Savini – fondato come Caffè Gnocchi – e il Caffè Biffi[21]. La Galleria fu al centro anche delle novità tecnologiche dell'epoca e nel suo primo periodo veniva illuminata a gas: per l'accensione delle lampade sull'ottagono si usava un marchingegno automatico costituito da una piccola locomotiva che accendeva progressivamente i lumi chiamato "rattin" ("topolino" in milanese), tanto che vedere la procedura automatica di accensione era diventato quasi un rito. Tale rito si ripropose fino al 1883 quando l'illuminazione della Galleria passò alle lampadine elettriche, anche se già da tre anni il Caffè Gnocchi usava questa, per l'epoca, nuova forma di illuminazione[22].

Costruzione della galleria Vittorio Emanuele vista dal duomo

Assieme alla vita mondana borghese, la Galleria raccolse sin dai primi anni il fermento della vita politica milanese. La prima manifestazione politica svoltasi al suo interno avvenne il 25 settembre 1867 in cui un gruppo di giovani si radunò a causa dell'arresto di Giuseppe Garibaldi avvenuto a Sinalunga: la protesta finì con qualche piccola scaramuccia tra i dimostranti e la polizia[23]. La conseguenza più comune di questa e altre manifestazioni erano le vetrine rotte: nei primi quarant'anni di attività della Galleria se ne ruppero a decine; tuttavia il maggior danno fino alla seconda guerra mondiale venne causato da una terribile grandinata che distrusse tutti i vetri della copertura. Tra gli avvenimenti politici più importanti in Galleria si annoverano gli scontri tra operai in corteo e polizia il 1º maggio 1890 e gli scontri dei moti di Milano, culminati nel cannoneggiamento di Bava Beccaris sulla folla[24][25].

La vita della Galleria si legò indissolubilmente a quella del teatro alla Scala: oltre che punto di transito privilegiato per recarsi a teatro, la galleria Vittorio Emanuele II era divenuta in pochi anni il luogo di raduno di cantanti e musicisti che speravano di essere scritturati nei teatri di tutta la Lombardia[26].

La Galleria fra XX e XXI secolo[modifica | modifica wikitesto]

La Galleria dopo i bombardamenti dell'agosto 1943

Dimenticati i tragici eventi della protesta dello stomaco, agli inizi del Novecento la struttura si affermò ancor di più come punto nevralgico della vita mondana e della scena musicale milanese. Sempre in quegli anni iniziarono a radunarsi tra i bracci della Galleria Tommaso Marinetti assieme ai suoi seguaci che avrebbero dato vita al futurismo. Con lo scoppio della prima guerra mondiale il passaggio coperto divenne teatro politico e di scontro tra interventisti e neutralisti, e fu inevitabilmente teatro delle manifestazioni post belliche che sarebbero sfociate nella nascita dei fasci italiani di combattimento. Con l'ingresso dell'Italia nella seconda guerra mondiale la Galleria, con il resto della città, fu vittima dei bombardamenti alleati sulla città[27].

La Galleria fu tra i monumenti simbolo di Milano ad essere maggiormente colpiti dalle incursioni alleate: i bombardamenti avvenuti nel 15 e 16 agosto 1943 distrussero ovviamente la copertura in vetro e parte della copertura metallica, andando quindi a danneggiare le decorazioni interne. I progetti per la ricostruzione non iniziarono prima del 1948 e in relativo ritardo rispetto ad altri simboli di Milano, come ad esempio il Teatro alla Scala già riedificato due anni prima: ciò fu dovuto in parte ai numerosi dibattiti circa lo stile da tenersi per il restauro della Galleria[28]. Benché fossero state fatte molte proposte che avrebbero modificato i materiali di costruzione, come il rifacimento in vetrocemento della copertura e l'utilizzo di pietra di Vicenza al posto degli stucchi colorati originari, il progetto finale approvato dalla Soprintendenza fu quello più fedele alla struttura originale della galleria, che non fu quindi modificata sostanzialmente[29]. Il restauro della Galleria fu terminato nel 1955; ai lavori seguì una vera e propria seconda inaugurazione il 7 dicembre, santo patrono cittadino, in concomitanza del giorno della prima della Scala[30]. Altri consistenti lavori di restauro furono in seguito eseguiti nel 1967 in corrispondenza del centenario dell'inaugurazione: obiettivo dei lavori furono il pavimento e i suoi mosaici, rattoppati in maniera veloce e poco curata dopo i bombardamenti alleati[31].

Da marzo 2014 ad aprile 2015 la Galleria è stata soggetta al più profondo restauro dalla seconda guerra mondiale, in vista dell'Expo 2015. Il restauro, preceduto da delle profonde analisi precedenti al cantiere in cui si è indagato sui materiali e sulla loro successione storica, ha consentito di riportare gli intonaci della Galleria ai colori originari. Sono seguiti interventi di restauro e pulitura delle superfici in pietra e cemento decorativo. Il restauro ha visto impegnato personale per un totale di 35000 ore di lavoro su 14000 metri quadrati di superfici coinvolte[32]. Per tutelare le attività commerciali e per esigenze di tempo limitato i restauri sono stati portati avanti senza l'uso di impalcature fisse, bensì con un portale semovente ispirato all'impalcatura usata dal Brunelleschi nella costruzione della cupola di Santa Maria del Fiore[33].

Architettura[modifica | modifica wikitesto]

« [La galleria Vittorio Emanuele II] rappresenta l'apice dell'evoluzione dell'archetipo del passage. Con essa giunge a termine una progressione cominciata con i passage parigini e che aveva raggiunto una tappa intermedia con le Galeries St-Hubert a Bruxelles. »
(Johan Friedrich Geist[34])

Archi[modifica | modifica wikitesto]

Particolare dell'esedra all'uscita della galleria su piazza della Scala

L'arco d'ingresso principale su piazza del Duomo è stato concepito sia per struttura sia per dimensioni per assomigliare a un vero e proprio arco trionfale. L'arco principale è diviso in tre partiture verticali: la parte centrale è riservata a un unico fornice maggiore, mentre le partiture laterali, simmetriche rispetto a quella centrale, sono divise orizzontalmente in due ordini. L'ordine inferiore è composto da un più piccolo fornice deputato al passaggio delle persone situato tra due colonne di ordine corinzio che reggono le cornici: il piano superiore si ripete con delle bifore al posto dell'arco[35]. Il complesso dell'arco d'ingresso è leggermente aggettante rispetto al palazzo dei portici settentrionali per essere messo in evidenza[36]. Sul fastigio, che arriva a 32 metri di altezza dal suolo, è scritta la dedica della Galleria:

« A VITTORIO EMANUELE II. I MILANESI »

L'arco su piazza della Scala riprende seppur in maniera meno ricca l'impostazione dell'arco principale su piazza del Duomo: il fornice maggiore è affiancato da due ordini orizzontali sovrapposti che ripetono archi a tutto sesto in simmetria rispetto rispetto all'asse verticale dell'arco. Il problema del mancato allineamento tra l'asse della Galleria e piazza della Scala fu risolto inserendo un'esedra di derivazione rinascimentale all'uscita della galleria[37]. La soluzione veniva così commentata sul Corriere delle Dame:

« Sulla piazza della Scala un grandioso arco di stile composito dà accesso alla Galleria, mascherando assai abilmente lo sconcio inevitabile della obliquità dell'asse della Galleria in relazione al piano della piazza della Scala. »
(dal Corriere delle Dame, 23 settembre 1867)

Bracci[modifica | modifica wikitesto]

Dettaglio delle decorazioni

La struttura principale della Galleria è formata da due bracci incrociati, di cui il maggiore che congiunge piazza della Scala a piazza Duomo è lungo 196 metri, mentre il minore che unisce via Foscolo a via Pellico misura 105 metri. Le facciate interne, impostate su tre piani più un mezzanino, presentano una decorazione piuttosto vistosa in stile rinascimentale lombardo[3]. Una descrizione accurata della decorazione delle facciate interne dei bracci venne fornita dal Corriere delle dame:

« Il pavimento è condotto a terrazzo con smalti, ed è opera elegantissima di artisti veneziani. Nel mezzo dell'ottagono quattro grandiosi mosaici del Salviati rappresentano gli stemmi d'Italia e d'Inghilterra avvicendati. Le botteghe, che in numero di novantasei occupano tutto il piano terreno dei due lati del fabbricato, sono vaste, eleganti e chiuse da ampie portiere di vetro: tra l'uno e l'altro ingresso e sopra basamenti di marmo si alzano delle svelte lesène ornate di stucchi a disegni svariatissimi, e che salgono fin sopra il primo piano, ove una loggia corre, circondata da una bella balaustra, su cui sono allogati gli stemmi delle cento città d'Italia, attorno a tutto l'edificio. Il primo piano ha finestre ampie e maestose, e al disopra s'alza un secondo piano assai basso e quasi completamente mascherato dalla balaustra della loggia, che, secondo noi, costituisce un vero difetto, perché evidentemente non risponde all'insieme del disegno. Il terzo piano, che meglio sarebbe stato il secondo, sorge in belle proporzioni, e le finestre di esso elegantemente architettate sono intercalate da grandiose cariatidi, le quali sopportano un ricchissimo cornicione, da cui poi si spiccano gli archi di ferro della invetriata. »
(dal Corriere delle dame, 23 settembre 1867)

La decorazione del braccio laterale è completata da quattro semilunette dipinte sull'interno due ingressi laterali, raffiguranti la Scienza di Bartolomeo Giuliano, l'Industria di Angelo Pietrasanta, l'Arte di Raffaele Casnedi e l'Agricoltura di Eleuterio Pagliano[38].

Ottagono[modifica | modifica wikitesto]

All'intersezione dei bracci della Galleria si trova lo spazio sormontato dalla cupola, chiamato "ottagono" per la sua forma ottenuta dal taglio dei quattro angoli all'incrocio delle due gallerie ortogonali.

La cupola della galleria

L'ottagono, i cui lati opposti distano 36 metri, presenta decorazioni parietali con cariatidi, telamoni e stucchi come il resto della Galleria[39]. Vi erano in origine 25 statue in gesso raffiguranti i maggiori personaggi della storia italiana, tra cui Dante, Leonardo, Cavour, Volta e altri, realizzate dai maggiori scultori milanesi dell'epoca tra cui Odoardo Tabacchi, Antonio Tantardini e Pietro Magni. Le statue vennero rimosse e mai risistemate a partire dal 1891 per via della loro cattive condizioni di conservazione[40].

Le cime delle quattro pareti derivate dal taglio sono ornate ognuna da una lunetta dipinta, larga alla base 15 metri e di altezza massima di 7 metri, che rappresenta un diverso continente: per la decorazione furono scelti quattro artisti già affermati a Milano. L'America viene rappresentata come una figura femminile circondata da alcuni afroamericani e da un indigeno, realizzata da Raffaele Casnedi, professore di disegno presso l'Accademia di Brera. L'Asia viene rappresentata seduta su un trono dove degli indigeni e altri uomini dai lineamenti asiatici la omaggiano con doni, dipinta da Bartolomeo Giuliano[41]. L'Europa è raffigurata in abiti antichi sorvegliata da un uomo alato che impugna un alloro e fu realizzata da Angelo Pietrasanta. Infine l'Africa è rappresentata in abiti da antica Egizia affiancata da un leone e un moro che le dona un fascio di grano, opera di Eleuterio Pagliano[42].

Critica ed eredità architettonica[modifica | modifica wikitesto]

La Galleria rappresentò sin dal suo completamento il modello per i passaggi coperti monumentali tardo ottocenteschi sede della vita della nuova borghesia europea: innovativa rispetto ai precedenti passaggi coperti in particolar modo per la monumentalità dell'impianto, la Galleria trova la sua potenza compositiva nel contrasto tra la moderna copertura in ferro e vetro e una composizione profondamente decorata che si rifà a una più antica scuola rinascimentale lombarda[3]:

« È un fatto che non solo per le dimensioni [...] ma per l'imponenza e la profusione degli spartiti decorativi la Galleria di Milano si impone di colpo sui già esistenti "passages" di Londra, Parigi, e Bruxelles affermandosi come prototipo per lungo tempo ineguagliato nella tipologia ottocentesca dedicata ai traffici, al passeggio e allo svago, ai riti insomma della vitale nuova classe borghese. »
(Romano Jodice)

L'impianto cruciforme i cui bracci si incontrano in una cupola vetrata, ispirato ai disegni del Crystal Palace di New York, fu il primo nella storia dell'architettura europea[3]. Infatti, sebbene vi siano molte costruzioni europee con cupole di vetro precedenti alla galleria Vittorio Emanuele II (tra le più celebri figura la cupola della Borsa di commercio di Parigi), la galleria del Mengoni fu la prima che unì impianti vetrati a croce e a cupola[43]. Tra gli elementi più riusciti del progetto viene spesso citata la scelta di una copertura a centina ad arco ribassato al posto della copertura a falde spioventi fino ad allora utilizzata nei passages[44].

Impianto della galleria Umberto I a Napoli, ispirato alla galleria Vittorio Emanuele II

Se la decorazione si rifà esplicitamente al rinascimento lombardo, meno esplicito è il suggerimento del tema barocco della "dissoluzione delle volte e delle cupole", ricercata ad esempio con l'illusionismo pittorico degli affreschi. Il ricorso infine alla forma a croce basilicale di fronte al Duomo, così come le dimensioni della cupola riprese da San Pietro rappresentano quasi una sfida del nuovo potere laico e del neonato stato italiano verso il potere ecclesiastico.

Generalmente apprezzata dalla critica come punto di arrivo dell'architettura dei passaggi ottocenteschi e presa come esempio di riqualificazione dell'antico centro urbano, la Galleria non fu immune da critiche sin dal suo completamento, ad esempio l'essere un ibrido tra un'opera di ingegneria e un'opera di architettura, o sull'aver irrimediabilmente stravolto l'aspetto antico del centro di Milano[45][46]: talvolta criticata per le dimensioni, specie all'epoca dell'inaugurazione dove il centro di Milano era ancora impostato secondo un fitto reticolo di piccole strade tutto fuorché monumentali, fu da alcuni critici accostata al fenomeno della speculazione edilizia[47]. La galleria Vittorio Emanuele II fu infatti accolta generalmente in modo positivo per quanto riguarda l'estetica, mentre le critiche più feroci arrivarono per l'impatto che ebbe sull'antica area attorno al duomo di Milano e sul suo inserimento nel contesto urbano dell'epoca:

« La Galleria è certamente una bella strada coperta, ma il suo sbocco su piazza della Scala appare casuale e non risolto [...]. Ma ancora più grave è la distruzione di piazza dei Mercanti, per raccordare in qualche modo il sistema urbano con l'asse della piazza con l'asse via Dante-Largo Cordusio. »
(Marco Dezzi Bardeschi[48])

Si espresse invece così lo scrittore Delio Tessa:

« Per me – ve lo dico – senz'altro si è sbagliato tutto. Sbagliato dal giorno che han buttato giù il Coperto dei Figini in piazza del Duomo per sostituirlo colla Galleria, che mi rincresce di non poter ammirare. La deprecabile mania del mastodontico – che non è da confondersi col monumentale – è cominciata da lì.[49] »

Critiche decisamente meno romantiche e rivolte all'aspetto pratico e alla progettazione furono espresse da Giuseppe de Finetti:

« L'invenzione dell'arcone della Galleria [...] è la più pacchiana mascheratura che si possa pensare [...] Ma vi è di più: nella loro distribuzione altimetrica i palazzoni sulla piazza [...] sono suddivisi in piani tra loro dissimili, alcuni altissimi da non essere abitabili d'inverno, altri bassi da non essere civili[35]. »

A conferma del suo giudizio circa la funzionalità del progetto, De Finetti analizzò come l'85% degli affitti riscossi dal comune per la Galleria derivavano dai primi due piani di botteghe, mentre analizzando solo il palazzo dei portici settentrionali le botteghe erano responsabili del 78% dei guadagni[50].

Braccio verso piazza della Scala

Nonostante queste critiche, la galleria Vittorio Emanuele II rimane comunque una delle più celebri opere dell'architettura del ferro europea e la sua struttura è stata il modello di ispirazione per molti altri passaggi coperti e gallerie commerciali in tutto il mondo: tra gli esempi più celebri di ispirazione alla galleria vi è sicuramente la galleria Umberto I di Napoli, la cui copertura a quattro bracci che incrociandosi danno luogo a un ottagono sormontato da una cupola è un chiaro rimando alla struttura della galleria Vittorio Emanuele II[51].

Lo spazio della Galleria rappresentò anche un precursore dei contemporanei centri commerciali: in omaggio al lavoro di Mengoni si contano più di una ventina di centri commerciali di stampo elegante denominati "Galleria" negli Stati Uniti d'America, tra cui il the Galleria di Houston e il Galleria Dallas di Dallas che ne condividono pure l'impostazione con volta in vetro e acciaio del passaggio coperto milanese[4]. Tra gli altri moderni centri commerciali ispirati dall'architettura della galleria Vittorio Emanuele II ci sono, per stessa ammissione degli architetti, l'Eaton Centre di Toronto e la Kö Galerie di Düsseldorf[52]. Tra le architetture storiche ispirate alla galleria Vittorio Emanuele II si può infine citare la Cleveland Arcade risalente al 1890[53].

Dati[modifica | modifica wikitesto]

Allegoria dell'Africa nell'Ottagono della Galleria

Seguono alcuni dei principali dati di costruzione della galleria[54]:

  • 196,6 m – la lunghezza della galleria nel braccio più lungo;
  • 105,1 m – la lunghezza della galleria nel braccio più corto;
  • 36,6 m – la distanza tra i lati opposti dell'ottagono;
  • 14,5 m – la larghezza dei bracci;
  • 47 m – l'altezza alla lanterna della cupola;
  • 39 m – il diametro della cupola;
  • 29,2 m – l'altezza della volta nei bracci;
  • 4165 m² – la superficie calpestabile della Galleria;
  • 7800 m² – la superficie totale dei vetri utilizzati per la copertura;
  • 353 t – il peso dell'acciaio utilizzato per la copertura.

Per quanto riguarda i costi di realizzazione, possono essere così suddivise le voci principali (in lire italiane dell'epoca)[55]:

  • 3 558 865 lire – lavori di muratura, compresi stipendi e materie prime;
  • 999 820 lire – fornitura degli elementi in ferro e ghisa;
  • 802 304 lire – fornitura di pietre e marmi;
  • 405 041 lire – fornitura legname;
  • 326 404 lire – fornitura e realizzazione delle decorazione in terracotta, cemento e legno;
  • 323 556 lire – fornitura e messa in opera dei vetri;
  • 109 983 lire – opere di preparazioni ai cantieri.

La galleria nella cultura e nell'arte[modifica | modifica wikitesto]

Letteratura[modifica | modifica wikitesto]

Braccio laterale verso est

In quanto parte integrante della vita mondana milanese sin dall'inaugurazione, la galleria viene citata in molte opere letterarie, sia come parte di annotazioni in diari di viaggiatori, sia come parte di racconti di fantasia.

Giovanni Verga, celebre frequentatore della Galleria durante il periodo milanese, ambientò alcuni dei suoi racconti proprio nella galleria Vittorio Emanuele II: nelle sue Novelle il grande passaggio commerciale compare nell'opera Primavera e altri racconti nella novella che va il titolo all'opera: Primavera, storia d'amore tra una sarta e un musicista giunto da fuori Milano per fare carriera che descrive l'atmosfera della città in quegli anni:

« Il povero diavolo avea gran bisogno di scarpe e di quattrini; le sue scarpe s'erano logorate a correr dietro le larve dei suoi sogni d'artista, e della sua ambizione giovanile, - quelle larve funeste che da tutti gli angoli d'Italia vengono in folla ad impallidire e sfumare sotto i cristalli lucenti della Galleria. »
(Giovanni Verga, Primavera, in Primavera e altri racconti[56])

Verga pubblicò anche Per le vie, una raccolta di novelle completamente ambientata a Milano in cui ovviamente figura la Galleria: in Via Crucis paragona metaforicamente il cammino che una giovane donna costretta a prostituirsi fa tra la Galleria e le vie del centro[57], mentre nella novella In piazza della Scala narra di una povera venditrice di caffè ambulante che passa le sue notti sotto l'arco d'ingresso della galleria[58].

La Galleria fu al centro della novella omonima di un altro esponente del verismo italiano, Luigi Capuana, in cui viene descritta minuziosamente la vita nel passaggio coperto paragonando il ruolo della Galleria per la città a quello di un cuore per l'organismo:

« È il cuore della città. La gente vi s'affolla da tutte le parti, continuamente, secondo le circostanze e le ore della giornata, e si riversa dai suoi quattro sbocchi, stavo per dire nell'aorta e nelle arterie del grande organismo tanto la sua rassomiglianza colle funzioni del cuore è evidente. Tutte le pulsazioni della vita cittadina si ripercuotono qui. Quando pare che anche qui ogni movimento sia cessato, dai grand'occhi di cristallo del pavimento può scorgersi che nei suoi sotterranei ferve sempre il lavoro, quasi che in questo centro vitale l'attività non possa mai addormentarsi e prosegua senza coscienza, proprio come nell'organismo vivente che abbandonasi al sonno. »
(Luigi Capuana, La Galleria Vittorio Emanuele[59])

Infine, molti altri scrittori italiani dedicarono pagine alla Galleria: tra questi troviamo le minuziose descrizioni di Mario Puccini[60], i racconti di Giuseppe Marotta, su tutti la raccolta di racconti Mal di galleria[61], fino ad arrivare alle poesie di Alberico Sala dedicate al monumento[62].

Braccio laterale verso ovest

La Galleria viene menzionata anche da autori stranieri. Nel suo viaggio in Italia, Mark Twain passò anche per Milano dove condusse la vita della borghesia cittadina dell'epoca, frequentando quindi spesso la Galleria, che così viene ricordata:

« A Milano, passammo la maggior parte del tempo all'interno del grande e magnifico Loggia, o Galleria, o comunque la si chiami. Isolati formati da alti e sontuosi palazzi nuovi [...] questa è la Galleria. Mi piacerebbe viverci per sempre. »
(Mark Twain, Vagabondo in Italia[63])

Lo scrittore inglese Thomas Hardy cita la galleria Vittorio Emanuele II nel racconto A changed man:

(EN)

« I walked at a leisurely pace along the Via Allesandro Manzoni till my eye was caught by the grand Galleria Vittorio Emanuele, and I entered under the high glass arcades till I reached the central octagon, where I sat down on one of a group of chairs placed there »

(IT)

« Camminai con un andamento rilassato lungo via Alessandro Manzoni finché i miei occhi furono catturati dall'imponente Galleria Vittorio Emanuele, ed entrai sotto l'alta arcata di vetro finché non raggiunsi l'ottagono centrale, dove mi sedetti presso un gruppo di sedie lì piazzate. »

(Thomas Hardy, A changed man[64])

Arte[modifica | modifica wikitesto]

Umberto Boccioni, Rissa in Galleria (1910), Pinacoteca di Brera

La Galleria, in quanto sede privilegiata della vita mondana milanese e simbolo di modernità, fu uno dei ritrovi preferiti e luoghi simbolici del futurismo, interessato com'era alla frenetica vita della città. Tra gli episodi che possiamo citare del movimento in Galleria, oltre ai frequenti ritrovi, abbiamo l'arresto di Boccioni, Carrà, Marinetti, Russolo e Piatti dopo una manifestazione in favore dell'interventismo con tanto di lancio di volantini, schiamazzi e bandiere austriache bruciate[65].

Una delle più celebri raffigurazioni artistiche della galleria Vittorio Emanuele II è sicuramente la Rissa in galleria di Umberto Boccioni, che ritrae una zuffa tra donne all'ingresso della Galleria, più precisamente davanti al Caffè Camparino, allora posto di fronte alla posizione attuale. Il quadro, pur avvicinandosi più a uno stile derivato da puntinismo e divisionismo, anticipa alcuni temi che saranno cari al futurismo come il movimento e la frenesia della folla[66].

Altra opera celebre è invece la Galleria di Milano di Carlo Carrà, dove la Galleria viene rappresentata direttamente, anche se non immediatamente riconoscibile: nel quadro sono abbastanza chiaramente distinguibili la cupola della Galleria e un'insegna del caffè Biffi. Anche in questo caso non si nota un linguaggio maturo del futurismo, bensì una certa influenza del cubismo[67].

La Galleria fu inoltre più volte ritratta da Angelo Inganni tra i molti quadri che rappresentavano momenti di vita e paesaggi lombardi: oltre alla precedentemente citata Posa della prima pietra della galleria Vittorio Emanuele II, si ritrova la galleria dipinta nella Veduta di piazza Scala con neve cadente in cui si intravede piazza della Scala al 1874 attraverso l'arco di ingresso dall'interno della Galleria. La Galleria compare inoltre in molto altre opere, ad esempio viene raffigurata all'interno nel Ottagono della galleria Vittorio Emanuele di Angelo Morbelli o ancora in numerose stampe, ad esempio l'arco di ingresso su piazza Duomo di Antonio Bonamore[68][69].

Tradizioni ed esercizi storici[modifica | modifica wikitesto]

Mosaico dello stemma di Torino usurato dall'usanza scaramantica

La tradizione afferma che ruotare per tre volte su sé stessi col tallone del piede destro piantato in corrispondenza dei genitali del toro ritratto a mosaico sul pavimento dell'ottagono della galleria porti fortuna. Il gesto in origine sarebbe stato eseguito come scherno verso la città di Torino, nel cui stemma è raffigurato il toro, per poi diffondersi semplicemente come rito scaramantico. Tale rituale, ripetuto centinaia di volte al giorno principalmente da turisti, usura velocemente l'immagine del toro che deve essere ripristinata frequentemente[70].

Nel 1967, in occasione del centenario della galleria Vittorio Emanuele II, furono eseguiti degli importanti lavori di rifacimento di tutta la pavimentazione del passaggio coperto, in quanto questa era stata rattoppata velocemente e senza troppa cura dopo i bombardamenti della città. Furono inoltre rifatti i mosaici dell'ottagono: non si sa se per distrazione o per impedire rituali scaramantici e di poco pudore (alcune ragazze arrivavano talvolta a sedersi sopra il toro mimando movimenti espliciti), il toro fu rifatto senza organi genitali. L'errore o presunto tale non scoraggiò ad ogni modo l'ormai diffusa usanza[31].

Nella galleria Vittorio Emanuele II sono presenti al 2015 dodici esercizi riconosciuti dalla Regione Lombardia come negozi storici. Cinque di questi sono presenti nella Galleria dalla sua apertura al pubblico[71]:

  • Cadè (1926): camiceria;
  • Caffè Biffi (1867);
  • Caffè Camparino (1867): bar, caffè e sala da tè;
  • Caffè Motta (1925);
  • Centenari (1867): stampe artistiche;
  • Fratelli Prada (1913): abbigliamento;
  • Libreria Bocca (1867): libri antichi e moderni;
  • Mejana (1911): coltelleria e forbici;
  • Noli (1927): articoli per fumatori;
  • Librerie Rizzoli (1949): libreria della omonima casa editrice;
  • Savini (1867): ristorante;
  • Viganò (1919): ottica.

Secondo il regolamento comunale, gli esercizi, storici e non, devono presentare le scritte delle insegne di color oro su sfondo nero: a quest'obbligo dovette ottemperare anche McDonald's negli anni in cui ebbe la licenza di apertura di un fast food[72].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Comune di Milano, Galleria Vittorio Emanuele. Relazione tecnica e illustrativa (PDF), comune.milano.it. URL consultato il 5-11-2015.
  2. ^ Comune di Milano, Galleria: un volume e una rievocazione scenica ne ripercorrono la storia, comune.milano.it. URL consultato il 15-11-2015.
  3. ^ a b c d Jodice, p. 270.
  4. ^ a b Gresleri, pp. 57-58.
  5. ^ a b Di Vincenzo, p. 31.
  6. ^ Di Vincenzo, p. 26.
  7. ^ Di Vincenzo, p. 30.
  8. ^ Gioeni, p. 23-24.
  9. ^ Gioeni, p. 25.
  10. ^ Di Vincenzo, p. 70.
  11. ^ Gioeni, pp. 26-28.
  12. ^ Gioeni, p. 35.
  13. ^ Di Vincenzo, p. 73.
  14. ^ Gioeni, p. 36.
  15. ^ Gioeni, pp. 38-40.
  16. ^ Gioeni, pp. 44-46.
  17. ^ Sangiuliani, p. 38.
  18. ^ Ogliari, p. 37.
  19. ^ Di Vincenzo, pp. 76-77.
  20. ^ Di Vincenzo, p. 87.
  21. ^ Di Vincenzo, p. 89.
  22. ^ Di Vincenzo, p. 79-80.
  23. ^ Ogliari, p. 29.
  24. ^ Di Vincenzo, p. 84.
  25. ^ Di Vincenzo, p. 97.
  26. ^ Di Vincenzo, p. 96.
  27. ^ Ogliari, pp. 56-62.
  28. ^ Gresleri, p. 67.
  29. ^ Gresleri, pp. 70-71.
  30. ^ Ogliari, p. 64.
  31. ^ a b Ogliari, p. 78-79.
  32. ^ Il processo di restauro, ingalleria.com. URL consultato il 23-10-2015.
  33. ^ I ponteggi, ingalleria.com. URL consultato il 23-10-2015.
  34. ^ Geist, p. 263.
  35. ^ a b De Finetti, p. 115.
  36. ^ De Stefanis, p. 17.
  37. ^ De Stefanis, p. 18.
  38. ^ Finazzer Flory, p. 104.
  39. ^ LombardiaBeniCulturali, Galleria Vittorio Emanuele II, lombardiabeniculturali.it. URL consultato il 24 dicembre 2014.
  40. ^ Finazzer Flory, p. 103.
  41. ^ Gresleri, p. 45.
  42. ^ Gresleri, p. 46.
  43. ^ Jodice, p. 274.
  44. ^ Restucci, p. 75.
  45. ^ Jodice, pp. 266-268.
  46. ^ Jodice, p. 276.
  47. ^ Restucci, p. 76.
  48. ^ Dezzi Bardeschi, p. 76.
  49. ^ Dalla novella Mastro Piccone, in Tessa.
  50. ^ De Finetti, p. 632.
  51. ^ Restucci, p. 308.
  52. ^ Gresleri, p. 61.
  53. ^ Richard Raponi, Michael Rotman, The Arcade, clevelandhistorical.org. URL consultato il 15-11-2015.
  54. ^ Di Vincenzo, p. 83.
  55. ^ I numeri della Galleria, ingalleria.com. URL consultato il 2-12-2015.
  56. ^ Verga 2004, p. 40.
  57. ^ Verga 2004, p. 330.
  58. ^ Verga 1999, p. 25.
  59. ^ Luigi Capuana, La galleria Vittorio Emanuele, digitami.it. URL consultato il 22-10-2015.
  60. ^ Ogliari, p. 65.
  61. ^ Ogliari, p. 75.
  62. ^ Ogliari, p. 79.
  63. ^ Twain, p. 35.
  64. ^ Thomas Hardy, cap. IX, in A changed Man, ebooks.adelaide.edu.au. URL consultato il 22-10-2015.
  65. ^ Tedeschi, p. 128.
  66. ^ Tedeschi, p. 74.
  67. ^ Tedeschi, p. 104.
  68. ^ Di Vincenzo, p. 74.
  69. ^ Veduta di piazza della Scala con neve cadente vista dalla Galleria, su Galleria d'Italia - Piazza Scala. URL consultato il 4-10-2015.
  70. ^ Ogliari, p. 74.
  71. ^ Regione Lombardia, Elenco negozi storici della Lombardia, negozistoricilombardia.it. URL consultato il 16-11-2015.
  72. ^ Turismo.Milano.it, Galleria Vittorio Emanuele II, turismo.milano.it. URL consultato il 15-11-2015.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Storia e architettura[modifica | modifica wikitesto]

  • Antonio Cavagna Sangiuliani, Guida tascabile della città di Milano e suoi dintorni, Milano, Serafino Muggiani e comp., 1876, ISBN non esistente.
  • Giuseppe De Finetti, Milano: costruzione di una città, Milano, Hoepli, 2002, ISBN 88-203-3092-X.
  • Lorenzo De Stefanis, Carlo Migliavacca, L'eclettismo, Milano, Nodo libri, 1999, ISBN 88-7185-081-5.
  • Marco Dezzi Bardeschi, Milano: architettura, città, paesaggio, Roma, Mancosu, 2006, ISBN 88-87017-39-5.
  • Riccardo Di Vincenzo, Le gallerie di Milano, Milano, Hoepli, 2009, ISBN 978-88-203-4339-2.
  • Massimo Finazzer Flory e Silvia Paoli (a cura di), La Galleria di Milano: lo spazio e l'immagine, Milano, Skira, 2003, ISBN 88-8491-457-4.
  • (FR) Johann Friedrich Geist, Le Passage: Un Type Architectural du XIX Siecle, Bruxelles, Mardaga, 1989, ISBN 2-87009-315-2.
  • Laura Gioeni, L'affaire Mengoni: la piazza Duomo e la Galleria Vittorio Emanuele di Milano, i concorsi, la realizzazione, i restauri, Milano, Guerini, 1995, ISBN 88-7802-557-7.
  • Giuliano Gresleri (a cura di), La Galleria Vittorio Emanuele e l'Architetto Mengoni, Imola, La Mandragora, 1997, ISBN 88-86123-53-1.
  • Romano Jodice, L'architettura del ferro: l'Italia (1796-1914), Roma, Bulzoni, 1985, SBN IT\ICCU\RMS\2523190.
  • Francesco Ogliari, Milano e la sua galleria, Pavia, Selecta, 2010, ISBN 978-88-7332-282-5.
  • Amerigo Restucci (a cura di), L'Ottocento, in Storia dell'architettura Italiana, vol. 1, Milano, Electa, 2005, ISBN 88-435-4894-8.

Arte e letteratura[modifica | modifica wikitesto]

  • Francesco Tedeschi, Il Futurismo nelle Arti Figurative: (dalle origini divisioniste al 1916), Milano, I.S.U., 1995, SBN IT\ICCU\MIL\0383740.
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  • Mark Twain, Vagabondo in Italia, tradotto da Maria Gabriella Mori, Roma, Robin, 2003, ISBN 88-7371-015-8.
  • Giovanni Verga, Per le vie, Milano, Libreria Meravigli, 1999, ISBN 88-7955-108-6.
  • Giovanni Verga, Novelle, Milano, Feltrinelli, 2004, ISBN 88-07-82035-8.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Arte e architettura[modifica | modifica wikitesto]

Milano[modifica | modifica wikitesto]

Passage italiani[modifica | modifica wikitesto]

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