Aleramici

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Aleramici
Coat of arms of the House of Alerami.svg
D'argento, al capo di rosso.
Stato Monferrato, Saluzzo, Savona
Fondatore Aleramo del Monferrato
Data di fondazione X secolo

Gli Aleramici (anticamente noti anche come Aleramidi) furono un'importante famiglia feudale di origine franca (o franco-salica) i cui diversi rami si stabilirono in Piemonte e Liguria e governarono il Monferrato, Saluzzo, Savona e altre terre tra la Liguria occidentale e il Basso Piemonte. Alcuni esponenti della casata furono inoltre investiti del Regno di Gerusalemme, del Regno di Tessalonica, e della Contea di Sicilia.

Origini[modifica | modifica sorgente]

L'albero genealogico dei Marchesi del Monferrato. La casata Aleramica dei Monferrato s'estinse nel 1305, e salirono al potere i Paleologi, come da questo schema s'evince
Marchesato del Monferrato
Aleramici
Coat of arms of the House of Alerami.svg
Guglielmo I
Aleramo
Ottone I
Guglielmo III
Ottone II
Guglielmo IV
Ranieri
Guglielmo V il Vecchio
Bonifacio I
Guglielmo VI
Bonifacio II il Gigante
Guglielmo VII
Giovanni I

Non sono del tutto chiare né le origini né la genealogia della casata sia per la scarsità o la poca attendibilità delle fonti sia per le contraddizioni provocate da documenti falsi forgiati nel Settecento a sostegno di precise pretese araldiche e largamente utilizzati dagli storici ottocenteschi[1]. Nei secoli scorsi molti storici cercarono di rintracciare i progenitori di Aleramo, il fondatore della dinastia, che secondo fonti medievali fantasiose sarebbe disceso da Teodorico di Frisia o dai Signori del Kent. Altri storici, specie nel XVI-XVII secolo cercarono inutilmente di trovare conferme documentali alla leggenda sull'amore, che avrebbe legato Aleramo ad Adelasia, mitica figlia dell'imperatore tedesco Ottone I di Sassonia.[2] La dotazione del monastero di Grazzano, un documento del 961, riferisce che Aleramo era figlio di un conte Guglielmo, di legge salica. Sembra plausibile identificare Guglielmo con un personaggio, probabilmente di stirpe franca, entrato in Italia con trecento soldati al seguito di Guido II di Spoleto nell'888 e attivo nel 924 alla corte di Rodolfo II di Borgogna re d'Italia. Le origini di Aleramo sarebbero quindi da cercare (e varie ipotesi sono state fatte) nei territori dell'antico regno di Lotario. Le origini familiari di Adelasia, prima moglie di Aleramo e progenitrice degli aleramici, restano sconosciute. Certo è che Aleramo sposò poi Gerberga, figlia di Berengario II re d'Italia e che questo matrimonio gli consentì di acquisire il titolo marchionale fra il 958 e il 961. L'origine imperiale di Adelasia sembra essere una leggenda creata solo per dare maggior lustro alla sua progenie.

Aleramo può essere considerato il vero ed effettivo fondatore delle dinastie aleramiche. Egli godeva di grande prestigio sia presso i re d'Italia Ugo di Provenza, Lotario II d'Italia e Berengario II d'Ivrea, sia alla corte dell'imperatore Ottone I, come dimostrato da diverse donazioni di terre, che si aggiunsero ai beni che già possedeva nel Vercellese e in Lombardia, e dal titolo di marchese assegnatogli da Berengario II. Nel 967 Ottone di Sassonia gli donò un vasto territorio fra l'Orba e il Tanaro, che a sud raggiungeva le vicinanze di Savona. Questo territorio, boscoso e incolto, era stato devastato nel corso del secolo precedente da incursioni brigantesche, provenienti, o comunque favorite dai cosiddetti "saraceni" di Frassineto nella Francia meridionale. Questo territorio fu chiamato "Vasto" o "Guasto" e molti successori di Aleramo si chiamarono appunto "marchesi del Vasto". Per alcuni secoli, secondo Riccardo Musso, il toponimo restò in uso per il territorio montuoso compreso fra Dego, Montenotte, Carcare e Cairo. In altri luoghi prevalse invece il toponimo equivalente "Langhe" (vulgariter enim loca deserta Langae dicuntur secondo il Lunig). Non era un territorio omogeneo, si trattava piuttosto di varie corti sparse sulle boscose ed incolte colline del Piemonte meridionale.

La marca, di cui Aleramo era marchese, si estendeva approssimativamente dal basso Vercellese al Savonese, l'area costiera fra Finale e Cogoleto. Entro quest'area si trovavano però nuclei urbani, come Savona o Acqui, guidati dal loro vescovo e dotati di grande autonomia, riconosciuta dagli stessi imperatori. Al momento dell'investitura di Aleramo il resto del Piemonte e della Liguria Occidentale risultava diviso in due grandi marche: a nord quella di Ivrea e a sud, fra Torino e Ventimiglia, quella del marchese di Torino Arduino il Glabro.

I principali rami della discendenza di Aleramo e relative suddivisioni patrimoniali[modifica | modifica sorgente]

Principali diramazioni degli aleramici
Principali diramazioni dei Marchesi del Vasto

Gli aleramici non seguivano la regola del maggiorasco e per mitigare l'indebolimento della dinastia dovuta al frazionamento dei beni feudali, li gestivano in modo consortile. I domini di Aleramo rimasero proprietà parzialmente indivisa fra i discendenti dei suoi due figli Ottone e Anselmo per quasi un secolo, come dimostrano gli accordi che Savona continuò a rinnovare con tutti i rami della famiglia sino al 1085.

Alla fine dell'XI secolo, a circa un secolo dalla morte di Aleramo, i tre rami principali della discendenza di Aleramo erano:

  • I marchesi di Monferrato, discendenti da Ottone. I loro beni patrimoniali erano concentrati a nord del fiume Tanaro, anche se nei secoli successivi conquistarono molti territori nel Piemonte meridionale, che erano appartenuti ad altre famiglie aleramiche.
  • I marchesi del Bosco, discendenti da Anselmo. I loro beni patrimoniali erano collocati fra Alessandria ed Albisola;
  • I marchesi Del Vasto, anch'essi discendenti da Anselmo. Essi avevano ereditato i territori aleramici fra Asti (o meglio Loreto) e Savona e vi avevano aggiunto buona parte dei beni arduinici fra Saluzzo e Albenga.

Questa suddivisione corrisponde anche ai nuclei patrimoniali evidenziati dalle tre importanti donazioni, che furono fatte ad Aleramo. Le prime due donazioni furono fatte da Ugo di Provenza e Lotario II d'Italia, re d'Italia. La prima (934) consisteva nella corte di "Auriola" (?), che consentì ad Aleramo di espandere i propri domini nel nucleo storico del Monferrato. La localizzazione più accettata è Trino, subito a nord del Po fra Chivasso e Vercelli, anche se il nome Auriola ricorda Olivola, nei pressi di Grazzano. La donazione dell'anno successivo riguardò la corte di Villa del Foro (la romana "Forum Fulvii", oggi una frazione di Alessandria), il territorio fra "Barcile" e "Carpanum", che potrebbe essere il territorio lungo l'Orba sino a Carpeneto e la villa di Ronchi. L'Alessandrino e la valle dell'Orba (i primi due beni della seconda donazione) costituiranno il nucleo patrimoniale dei marchesi del Bosco, mentre il terzo, non lontano dal territorio in cui due secoli dopo nascerà il marchesato di Incisa, potrebbe essere stato trasmesso ai marchesi di Sezzadio, i cui beni confluirono in parte nei beni dei marchesi del Vasto. Infine nel 967 l'imperatore Ottone I di Sassonia donò ad Aleramo sedici corti nel territorio devastato dai "saraceni" di Frassineto nel retroterra di Savona e nelle Langhe. Questo territorio, chiamato "Vasto", fu il nucleo patrimoniale dei marchesi detti, appunto, del Vasto.

La separazione patrimoniale fra i tre rami aleramici, già avviata nei primi decenni del secolo XI, si concluse in concomitanza con l'estinzione della discendenza maschile dei marchesi di Torino. Dato che due figlie di Olderico Manfredi II, Berta e Adelaide, avevano sposato rispettivamente Tete (il padre di Bonifacio del Vasto) e Enrico di Monferrato, dopo la morte di Adelaide il territorio dei marchesi aleramici poté estendersi lungo il Po a tutto il basso Piemonte, scontrandosi però con le ambizioni dei Savoia (Umberto conte di Moriana). La definizione degli ambiti di potere di Bonifacio e Umberto di Moriana si stabilì lungo un confine situato fra Staffarda e Carmagnola, lungo la linea del Po.

L'ampio dominio di Bonifacio, "il più famoso marchese d'Italia", secondo il cronista Goffredo Malaterra, fu suddiviso fra i suoi sette figli dando origine a un gran numero di linee dinastiche: i marchesi di Saluzzo, quelli di Busca e Lancia, quelli di Ceva e Clavesana, quelli di Savona e quelli di Incisa.

Gli Aleramici del Monferrato[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Marchesato del Monferrato.
Corrado del Monferrato, diventato per poco anche Re di Gerusalemme

I discendenti di Aleramo gestirono per molti anni in modo consortile i domini ereditati. Dopo qualche decina d'anni, però, il territorio del Monferrato diventò un marchesato, di cui ebbero la signoria esclusiva i discendenti di Ottone, uno dei due figli di Aleramo

Dal XII secolo i marchesi di Monferrato accrebbero enormemente il loro potere, diventando la principale dinastia feudale del Piemonte meridionale. Gli obiettivi dei marchesi furono l'espansione a danno delle importanti città comunali di Asti, Alba e Alessandria, ma già dalla metà del secolo la famiglia fu impegnata anche in un secondo fronte, quello orientale. La partecipazione alle guerre in Terrasanta, ed in particolare alla Terza crociata, portò grande gloria alla corte dei Monferrato.

I successori di Guglielmo VI, Bonifacio II il Gigante e Guglielmo VII il Grande si dedicarono all'estensione dei loro domini in Piemonte. Guglielmo VII ottenne la gloria maggiore quando riuscì ad estendere talmente la sua influenza da diventare anche capitano di Milano. Questi, che portò forse all'apice della potenza la sua famiglia, finì miseramente i suoi giorni in una gabbia di ferro, catturato dagli alessandrini.

Con la morte di Guglielmo VII il Grande, il marchesato precipitò nel disordine. Il figlio Giovanni I, che si spense senza eredi maschi nel 1305, fu l'ultimo marchese aleramico del Monferrato.

La figlia di Guglielmo VII, Violante, aveva però sposato l'imperatore bizantino Andronico II (si osservi il legame ancora molto vivo tra gli Aleramici e l'Oriente): il figlio Teodoro pretese il trono di Monferrato e riuscì ad ottenerlo. Iniziò da quel momento la dominazione della famiglia dei Paleologi.

Elenco dei marchesi aleramici di Monferrato[modifica | modifica sorgente]

I Monferrato in Oriente[modifica | modifica sorgente]

Fortificazioni a Tessalonica, la città che divenne capitale del regno crociato di Bonifacio I

Guglielmo V il Vecchio, Corrado e Bonifacio I intervennero con grande slancio nelle imprese della Crociata, a tal punto che Corrado riuscì a diventare, sebbene per poco tempo, Re di Gerusalemme.

Bonifacio, invece, riuscì a cingere la corona del piccolo regno che si ritagliò in Tessaglia: il Regno di Tessalonica. Il titolo suonò più altisonante che effettivo, anche perché alla morte di Bonifacio I nel 1207 dopo un attacco nel territorio bulgaro, l'effimero regno di Tessalonica si dissolse rapidamente e senza speranza. Il figlio Demetrio, infatti, ottenne il trono tessalonicese ancora in età giovanile e il suo potere venne affidato a dei reggenti. Quando, infine, il regno fu annesso al Despotato d'Epiro, Demetrio fu costretto a riparare alla corte dell'Imperatore Federico II, concedendogli i diritti titolari di successione al regno mediorientale.

Come già accennato, inoltre, i Monferrato divennero membri delle dinastie regnanti a Bisanzio. Ranieri di Monferrato, sposando nel febbraio 1180 la figlia di Manuele Comneno, imperatore d'Oriente, diventava genero e membro della dinastia regnante (anche se, salito al trono Andronico I Comneno, questi verrà eliminato).
I Monferrato, inoltre, si legarono anche con la successiva dinastia Paleologa: sposando Andronico II Paleologo, la marchesina Violante diede alla luce Teodoro, che forte dei diritti di sua madre, resistette con successo alle pretese dei marchesi di Saluzzo alla successione al governo del Monferrato nel 1305, iniziando una nuova dinastia.

Gli Aleramici di Bosco e Ponzone[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Marchesato di Bosco e Marchesato di Ponzone.

Da Anselmo III, nipote di un primo Anselmo figlio di Aleramo del Monferrato, nacque Ugo, marchese di Bosco e di Ponzone. Egli ereditò i diritti aleramici nel territorio che dal litorale ligure fra Albisola (ad oriente del monte Priocco) e Varazze compresa si spingeva nella pianura padana lungo le valli dell'Orba, della Stura e del Piota sino ad Alessandria, avendo come confine nord-occidentale la Bormida di Spigno.

Due figli di Ugo, Anselmo e Aleramo, diedero origine rispettivamente ai marchesi di Bosco e a quelli di Ponzone. La signoria dei primi si estendeva su Bosco, Ovada, Ussecio (ora Belforte Monferrato), Pareto, Mioglia, Monteacuto, Ponte dei Prati (oggi Pontinvrea), Casteldelfino (località, che un tempo sorgeva fra Pontinvrea e Giovo Ligure) e Stella, mentre i secondi ebbero Ponzone, Sassello, Spigno, Celle e Varazze.

Nei secoli successivi il loro territorio fu conteso fra i comuni di Alessandria e di Genova, a cui i marchesi dovettero ripetutamente giurare sottomissione. Il progressivo frazionamento dei beni feudali fra diverse linee dinastiche fu la principale causa della decadenza dei marchesi di Bosco e Ponzone.

Gli Aleramici Del Vasto[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Del Vasto.

Bonifacio del Vasto suddivise i suoi feudi fra sette figli. Tre di essi non ebbero discendenza, perciò ne originarono le quattro dinastie feudali indicate nel seguito dei marchesi di Saluzzo, di Ceva e Clavesana, di Savona, di Busca e Lancia. Bonifacio ebbe anche un figlio di primo letto, da lui diseredato, che tuttavia, facendo probabilmente leva sull'eredità materna, diede origine al marchesato di Incisa.

Gli Aleramici di Saluzzo[modifica | modifica sorgente]

Marchesi aleramici di Saluzzo
Ramo dei Del Vasto

Bonifacio del Vasto
Manfredo I
Manfredo II
Manfredo III
Tommaso I
Manfredo IV
Federico I
Tommaso II
Federico II
Tommaso III
Ludovico I
Ludovico II
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Marchesato di Saluzzo.
il Castello della Manta, sede della famiglia dei del Vasto di Saluzzo

Alla morte di Bonifacio del Vasto il territorio del Marchesato di Saluzzo passò al figlio maggiore Manfredo. Il nome Del Vasto, utilizzato arbitrariamente dai cronisti saluzzesi per indicare i marchesi di Saluzzo, discendenti da Manfredo, indica propriamente solo il consortile dei figli di Bonifacio e compare per la prima volta nel 1162 (e perciò incidentalmente non compare mai neppure per Bonifacio, che era morto dal 1125 circa).

I Saluzzo furono per secoli pressati dalla potenza in ascesa dei Savoia, rimanendo per lunghi secoli arroccati nel borgo di Saluzzo (che sarà il marchese Manfredo II a considerare sua capitale). Nel 1305, al momento della morte senza eredi di Giovanni I, ultimo marchese aleramico del Monferrato, i marchesi di Saluzzo cercarono inutilmente di ottenerne la successione.

Il momento di maggiore gloria dei marchesi di Saluzzo si verificò nel XV secolo, sotto i marchesati di Ludovico I e Ludovico II: in quegli anni il piccolo stato divenne un raffinato centro di cultura e di arte, abile mediatore tra le contese belliche del Piemonte del tempo.

Ma, dopo la morte di Ludovico II, il marchesato iniziò a decadere rapidamente. Le guerre italiane di Carlo VIII di Francia e di Luigi XII devastarono il piccolo stato, mentre i signori, che lo governarono, si spensero senza discendenza. Quando l'ultimo marchese, Gabriele, venne deposto, il territorio di Saluzzo passò prima sotto il controllo francese e poi, dopo il Trattato di Lione del 1601, ai Savoia.

Elenco dei marchesi aleramici di Saluzzo[modifica | modifica sorgente]

Gli Aleramici di Ceva[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Marchesato di Ceva e Marchesato di Clavesana.

Il quarto figlio di Bonifacio del Vasto, Anselmo, divenne dopo il 1125 primo marchese di Ceva, signore di un territorio posto strategicamente sugli appennini (Tale titolo viene confermato in un documento del 1140).

Alla sua morte, Anselmo (che era signore anche di Clavesana) divise i suoi domini tra i figli Guglielmo I e Bonifacio: al primo andò Ceva, al secondo Clavesana e Boves.

Il marchesato cercò di sopravvivere attraverso un'attenta politica matrimoniale e l'appoggio delle città comunali di Asti e Alba: nel XII secolo il territorio venne notevolmente ampliato, grazie all'appoggio degli astigiani (come ricordato nel Codex Astensis). Promotore di questa espansione fu Guglielmo di Ceva, cui va il merito di aver consolidato la posizione della casata.

Dal 1218 non si hanno più notizie di Guglielmo di Ceva. Il territorio venne spartito tra i suoi figli. Uno di essi ottenne il titolo di marchese di Clavesana, proseguendo la linea marchionale del borgo. Nel secolo successivo il matrimonio di Caterina di Clavesana con Enrico (III) del Carretto portò una parte dei territori dei Clavesana nell'Albenganese sotto il controllo dei Del Carretto di Finale.

Gli Aleramici di Savona (i Del Carretto)[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Del Carretto, Marchesato di Finale e Marchesato di Savona.
Stemma dei Del Carretto di Finale

Il 10 giugno 1162 Enrico del Vasto ottenne dall'imperatore Federico Barbarossa l'investitura della marca di Savona, un ampio territorio, che dalla costa ligure (da Savona a Finale) si estendeva lungo le valli delle Bormide sin quasi ad Acqui. Anche Cortemilia e Novello si aggiunsero ai domini di Enrico alcuni decenni dopo, con la morte senza eredi di Bonifacio, fratello di Enrico, vescovo di Alba e marchese di Cortemilia. Analogamente la morte di Ugo di Clavesana, altro figlio di Bonifacio del Vasto, è all'origine dei diritti che i discendenti di Enrico vantarono nella diocesi di Albenga e in altri territori dell'antico marchesato di Clavesana.

Da Enrico del Vasto (chiamato anche Enrico I Del Carretto) discendono tutti i Del Carretto, che nei secoli successivi si spartirono in vario modo i suoi domini. Enrico, però, non utilizzò mai il nome Del Carretto, che fu attribuito per la prima volta ai suoi figli dopo il 1190. Il nome è stato collegato con il possesso di un piccolo castello sulla Bormida detto appunto Carretto, anche se recentemente sono state poste delle obiezioni a questa ipotesi.

Il controllo di Enrico del Vasto sul vasto territorio della marca di Savona era più formale che sostanziale a causa della crescente autonomia dei comuni di Savona, Noli, Alba e Alessandria. Già nella prima metà del XII secolo Savona e Noli si erano gradualmente costituite in liberi comuni sotto la protezione di Genova e gli accordi del 1153 con Savona e del 1155 con Noli avevano formalizzato la loro larga autonomia.

Nonostante la presenza di beni patrimoniale e di diritti fiscali nel Savonese e nel Nolese (diritti che furono riscattati con moneta contante in vari accordi entro la fine del secolo) la presenza carrettesca sulla costa ligure al momento dell'investitura di Enrico era di fatto ridotta soltanto al Finalese. Circa nel 1193 il nucleo urbano di Finalborgo venne cinto di mura da Enrico II del Carretto, il figlio di Enrico del Vasto, che sembra essere stato il primo nel 1188 ad utilizzare il titolo di marchese di Finale. Per molti secoli, tuttavia, i del Carretto continuarono a portare il titolo onorifico di marchesi di Savona, che ricordava l'antichità della loro casata e l'origine imperiale del titolo.

Sia Enrico II che suo figlio Giacomo furono ghibellini, come Enrico del Vasto. Giacomo sposò una figlia naturale di Federico II di Svevia, Caterina da Marano. Dopo la morte di Giacomo del Carretto (1265), i suoi domini furono divisi fra i figli in terzieri, dando origine a tre distinte linee dinastiche. Uno di questi stati, il Terziere di Finale, rimase stato sovrano per tre secoli, prima di passare alla Spagna (1602). Gli altri due terzieri sono quello di Millesimo, i cui signori si sottoposero al dominio dei marchesi di Monferrato, e quello di Novello. Nel Trecento inoltre i Del Carretto, anche grazie al matrimonio di Enrico, terzo figlio del marchese Giorgio, con Caterina di Clavesana, diedero origine al marchesato di Zuccarello e Balestrino, fra Finale e Albenga.

Nonostante la sovranità riconosciuta dall'imperatore, i Del Carretto dovettero difendere continuamente la propria autonomia dalle ambizioni di Genova, che considerava i territori dei marchesi di Savona come una spina nel fianco (dividevano in due i possessi della Repubblica). Nel 1385 Genova ottenne che i marchesi si riconoscessero suoi soggetti per metà dei loro domini feudali.

Nel Quattrocento, invece, l'alleanza con i Visconti, prima, e con gli Sforza, poi, consentì ai marchesi di Finale di godere di una sostanziale autonomia. Approfittando, però, del periodo della Repubblica Ambrosiana (l'interregno fra le due dinastie milanesi), Genova innescò una guerra che si protrasse dal 1447 al 1448 ed ebbe come risultato l'incendio di Finalborgo, la capitale del marchesato, la demolizione di Castel Gavone e la completa sottomissione a Genova. Già nel 1450, però, Giovanni I Del Carretto riconquistò Finale.

Anche nel Cinquecento Finale, in strettissimi rapporti con Andrea Doria, rimase indipendente. Genova tornò a invadere il marchesato del Finale nel 1558, facendo leva sulle proteste di una parte della popolazione, stremata dalle difficoltà economiche dell'ultima fase di guerra antecedente la Pace di Cateau-Cambrésis e dal rigido governo di Alfonso II del Carretto. Dopo un effimero ritorno del marchese scoppiò una nuova rivolta fomentata e protetta dalla Spagna, che desiderava assicurarsi il dominio diretto sull'unico scalo ligure non dipendente da Genova e ben collegato con il milanese tramite i feudi imperiali del Monferrato. Questo obiettivo fu raggiunto nel 1598 quando l'ultimo marchese, Sforza Andrea, vendette a Filippo II d'Asburgo tutti i diritti feudali sui feudi carretteschi.

Alla conclusione della guerra di successione spagnola, il Marchesato di Finale fu infeudato alla Repubblica di Genova, ma mantenne i propri statuti medievali sino alla nascita della Repubblica Ligure 1797. Fra tutte le dinastie aleramiche, quella carrettesca fu la più longeva ed anche la marca di Savona, sia pure ridotta enormemente in dimensione, trovò in Finale uno dei suoi rami più duraturi.

Gli Aleramici di Busca e il ramo siciliano dei Lancia[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Marchesato di Busca e Lanza (famiglia).

Un altro importante ramo della dinastia degli Aleramici furono i Lancia. Costoro discendevano da Guglielmo del Vasto, figlio di Bonifacio e diventato primo marchese di Busca. Il marchesato, stretto fra le ambizioni della nuova città di Cuneo, la potenza dei marchesi di Saluzzo e l'occupazione di parte del Piemonte da parte degli Angioini sopravvisse solo fin verso la fine del XIII secolo. Sembra, però, che un ramo di questa dinastia si sia trasferito in Sicilia, dando origine ad una delle più importanti famiglie aleramiche (non tutti i genealogisti sono d'accordo su questa discendenza) i Lanza o Lancia.

Guglielmo del Vasto ebbe tre figli: Berengario, che ereditò il marchesato e da cui discendono i "Lancia" piemontesi (famiglia, che continuò ad esistere fino al XIX secolo), Manfredo e Corrado. Essi avrebbero ereditato dallo zio Oddone Boverio (altro figlio di Bonifacio del Vasto e conte di Loreto) alcuni feudi nell'Astigiano.

Il capostipite dei Lanza, secondo molti genealogisti, sarebbe stato proprio Manfredo, che era stato soprannominato Manfredo Lancia a causa dell'attività di lanciere a servizio dell'imperatore Federico I il Barbarossa. Egli fu padre di Bianca[3], di cui si innamorò l'imperatore Federico II di Svevia. Federico restò legato a Bianca per oltre venti anni e, secondo una leggenda, l'avrebbe anche sposata pochi giorni prima della morte. Da Bianca, Federico II ebbe il figlio Manfredi che sarà nominato vicario del Regno di Sicilia e che fu ucciso nella battaglia di Benevento. Manfredi è ricordato da Dante nel III canto del Purgatorio.

Le circostanze dell'incontro di Bianca e Federico, avvenuto nel 1210, non sono chiare. Secondo alcuni ebbe luogo presso la corte del marchese Bonifacio I del Monferrato, presso la cui corte si era trasferito il padre dopo la morte del Barbarossa; secondo altri invece la scintilla scoccò nel castello di Agliano (vicino a Loreto), il cui signore, Bonifacio d'Agliano, aveva sposato la vedova di Manfredo Lancia. L'amicizia con l'Imperatore, valse a Manfredi II Lancia (fratello di Bianca) la carica di Vicario generale dell'Impero d'Italia e poi capitano Imperiale di Pavia e Asti, dove morì ucciso nel 1248. Alla corte degli Hohenstafen in Sicilia, si sviluppò così un ramo della famiglia aleramica anche in Italia meridionale[4]

Galvano Lancia, divenne un importantissimo funzionario della corte tedesca a Palermo; fu nominato Vicario di Toscana e Gran Maresciallo di Sicilia. Dopo la Battaglia di Benevento (1266), rifugiatosi in Calabria assieme a Manfredi di Sicilia, combatté con il giovane Corradino di Svevia contro Carlo d'Angiò, ma fatto prigioniero dai francesi, fu decapitato insieme ai figli Galeotto e Bartolomeo.

Il nipote Corrado I Lancia, dopo essere fortunosamente scampato ai massacri compiuti contro i sostenitori degli svevi, riparò in Aragona, dove divenne aiutante del re Pietro III di Aragona e capitanò svariate spedizioni militari, tra cui l'intervento in Sicilia. Suo figlio Galeotto fu Conte di Caltanissetta e Gran Cancelliere del Regno di Sicilia nel 1297.

Gli Aleramici di Incisa[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Marchesato di Incisa.

Un altro potentato di particolare rilevanza fu il piccolo Marchesato di Incisa, creato nel XII secolo da Alberto del Vasto e conservato, con alterne vicende, fino al 1548.

La politica degli Incisa oscillò sempre tra Milano e i Monferrato. Dilaniata dalle guerre civili, Incisa vide nella figura di Oddone d'Incisa, nella fine del XV secolo, un personaggio dal particolare carisma, che cercò di spodestare il marchese Guglielmo IX del Monferrato. Scoperto il complotto, Oddone venne condannato a morte. Il territorio del marchesato fu poi annesso ai Gonzaga.

Arte[modifica | modifica sorgente]

Miniatura tratta dal Maestro der Cité des Dames, conservata alla Biblioteca Nazionale di Parigi, che raffigura un episodio dello Chevalier Errant di Tommaso III.

Letteratura nelle corti Aleramiche[modifica | modifica sorgente]

Poco noto, ma di estrema importanza per la storia della letteratura regionale, fu il mecenatismo di taluni principi di stirpe aleramica, che ospitarono nelle loro piccole corti un gran numero di artisti, specialmente letterati.

La corte dei Monferrato accolse un grande numero di poeti ed artisti dell'epoca: la poesia provenzale trovava nelle gesta dei Monferrato in Oriente un ottimo spunto per i racconti epici. In Piemonte si trovavano in quegli anni poeti famosi come Gaucelm Faidit, Rambaldo di Vaqueiras e Bertran de Born. Ma alla morte di Bonifacio, quando il figlio Guglielmo VI decise di concentrare la sua politica solo sul consolidamento del potere nel marchesato e sulla sua difesa, si attirò le ire dei cortigiani e dei poeti che lavoravano alla corte del padre. In poco tempo, essi abbandonarono il Monferrato, trovando spunti per le loro opere nelle gesta di altri condottieri crociati.

Un discorso a parte merita invece Tommaso III, signore di Saluzzo, che scrisse, durante un periodo di prigionia a Torino nei primi anni del XV secolo, un poema in lingua provenzale. Intitolato Le Chevalier Errant, esso rimase noto quasi esclusivamente negli ambienti intellettuali.

Gioffredo della Chiesa, a Saluzzo, scrisse, ormai in italiano (importante punto di svolta, il XV secolo, per passare dal provenzale alla lingua di Dante) una Cronica di Saluzzo.

Maestro del Castello della Manta, particolare di Goffredo di Buglione

Altrove, alla corte di Casale, il marchese Galeotto Del Carretto di Millesimo scrisse delle Croniche del Monferrato, cui fece eco Benvenuto di San Giorgio sullo stesso soggetto.

Anche Ludovico II, principe protettore delle arti, scrisse un Trattato sul Buon Governo degli Stati (1499).

Scorci di vita marchionale[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Castello della Manta.

Nel campo pittorico, si distingue il ciclo di affreschi realizzati nel Castello della Manta da un non meglio identificato maestro del Castello della Manta. Il palazzo, di proprietà di Valerano di Saluzzo, conserva ancor oggi l'importantissimo ciclo pittorico i cui personaggi, tratti dal poema di Tommaso III Le Chevalier Errant, raffigurano i cortigiani del periodo.

Degna di nota, è l'Abbazia di Santa Maria di Lucedio, fondata dal marchese Ranieri I del Monferrato e divenuta il principale luogo di culto del Marchesato monferrino. Conserva, al suo interno, le spoglie di numerosi discendenti di Aleramo.

Sono molti i castelli, degni di nota, in cui si stabilirono membri della dinastia Aleramica: ad esempio i castelli di Camino, di San Giorgio Monferrato, di Finale, oltre che quello di Saluzzo.

Note[modifica | modifica sorgente]

L'Abbazia di Lucedio, ove sono sepolti i signori del Monferrato
  1. ^ I falsari più noti, importanti per la storia degli aleramici Del Vasto, furono G.F. Meyranesio e G. Sclavo. Per i marchesi D'Incisa è noto il caso di G. Molinari.
  2. ^ La principale sorgente delle notizie leggendarie su Aleramo è costituita dalle cronache redatte dai frati Iacopo d'Acqui e Galvano Fiamma, che attinsero a fonti letterarie oggi perdute e alle tradizioni popolari. La loro opera, e in particolare quella di fra' Iacopo, influiranno su altri autori tra il XV e il XVII secolo.
  3. ^ L'ascendenza di Bianca Lancia non è sicura. Secondo altri sarebbe figlia di Bonifacio I, figlio di Corrado Lancia, fratello di Manfredo.
  4. ^ Secondo altri storici, invece, il capostipite dei Lancia in Sicilia sarebbe Corrado Lancia, Signore del Castello di Fondi dal 1168 e figlio di Oddone Marchese di Loreto, fratello di Guglielmo Marchese di Busca, ed entrambi figli di Bonifacio marchese del Vasto e di Savona.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Merlone, Rinaldo, Gli Aleramici: una dinastia dalle strutture pubbliche ai nuovi orientamenti territoriali, secoli 9.-11., 1995, Torino.
  • Salomone-Marino, Salvatore, La tradizione degli Aleramici presso il popolo di Sicilia, 1894, Palermo.
  • Grignolio, Idro,, Aleramo e la sua stirpe, 1975, Casale Monferrato.
  • Haberstumpf, Walter, Regesto dei marchesi di Monferrato di stirpe aleramica e paleologa per l'Outremer e l'Oriente: secoli XII-XV, 1989, Torino.
  • Provero Luigi, Dai marchesi del Vasto ai primi marchesi di Saluzzo: sviluppi signorili entro quadri pubblici, 1992, Torino.
  • G.Aldo di Ricaldone, Annali del Monferrato, 1972 (distribuiti Lorenzo Fornaca editore Asti), La Cartostampa.
  • G.Aldo di Ricaldone Monferrato, Tra Po e Tanaro vol. 1/2, Lorenzo Fornaca editore, Asti, 1999-2000.
  • D. Testa, Storia del Monferrato, Lorenzo Fornaca editore, 1996, Asti.
  • Gribaudi Dino, Storia del Piemonte,, 1960, Torino, Casanova,.
  • Oskar Schultz-Gora, Epistole del trovatore Rambaldo di Vaqueiras al marchese Bonifazio I del Monferrato, 1898, Sansoni.
  • Giovanni Tabacco, Piemonte Medievale: forme del potere e della societa?, 1985, Torino,, Einaudi.
  • Carlo Beltrami, I marchesi di Saluzzo e i loro successori, 1885.
  • Maestri Roberto, Gli Aleramici: sviluppo dinastico e aree di influenza in “La Marca Aleramica. Storia di una regione mancata, Umberto Soletti Editore, Baldissero d'Alba, 2008.
  • Maestri Roberto e Minetti Maria Paola, Laboratorio di approfondimento per la scuola secondaria di I grado: I Marchesi del Monferrato nel Medioevo, Alessandria 2006.
  • Maestri Roberto, Cenni storici sui Paleologi di Monferrato (1306-1536), Genova 2006.
  • Maestri Roberto, Monferrato, uno Stato europeo, Alessandria 2009
  • Provero, Luigi, I marchesi del Vasto: dibattito storiografico e problemi relativi alla prima affermazione, Bollettino Storico Bibliografico Subalpino, Anno LXXXVIII (1990), Torino, pp.51-107
  • Musso, Riccardo, Il "Vasto" e i castelli di Montenotte in Atti e Memorie della Società Savonese di Storia Patria, XXVI, 1990.
  • Molinari, Raoul (a cura di), La Marca Aleramica. Storia di una regione mancata, Umberto Soletti Editore, Baldissero d'Alba, 2008.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

Storia di famiglia Portale Storia di famiglia: accedi alle voci di Wikipedia che trattano di Storia di famiglia