Fatti del G8 di Genova

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Carabinieri nell'atto di caricare i manifestanti durante gli scontri avvenuti in corso Torino a Genova il 20 luglio 2001

I fatti del G8 di Genova si riferiscono agli episodi di violenza avvenuti a Genova, da giovedì 19 luglio a domenica 22 luglio 2001, contestualmente allo svolgimento della riunione del G8.

Durante la riunione dei capi di governo dei maggiori paesi industrializzati, svoltasi nel capoluogo ligure da venerdì 20 a domenica 22 luglio, e nei due giorni precedenti, i movimenti no-global e le associazioni pacifiste diedero vita a manifestazioni di dissenso, seguite da gravi tumulti di piazza, con scontri tra forze dell'ordine e manifestanti dove, durante uno di questi, trovò la morte il manifestante Carlo Giuliani.

Nei sei anni successivi lo Stato Italiano subì alcune condanne in sede civile per gli abusi commessi dalle forze dell'ordine; nei loro confronti vennero inoltre aperti altri procedimenti in sede penale, per i medesimi reati contestati, mentre altri procedimenti vennero aperti contro manifestanti per gli incidenti avvenuti durante le manifestazioni.

Circa 250 dei procedimenti, originati da denunce nei confronti di esponenti delle forze dell'ordine per lesioni, furono archiviati a causa dell'impossibilità di identificare gli agenti responsabili; tuttavia, in alcuni casi, la magistratura ritenne comunque avvenuti i reati contestati.

Indice

[modifica] Le perplessità sulla scelta della sede di Genova

[modifica] Le proteste precedenti

Un momento degli scontri avvenuti a Seattle, il 30 novembre 1999, in occasione della conferenza dell'Organizzazione Mondiale del Commercio

La sede di Genova per la riunione del G8 suscitò notevoli perplessità immediatamente dopo la sua scelta, tanto a causa delle proteste e delle forti mobilitazioni di manifestanti contrari alle tendenze economiche neoliberiste, accompagnate da incidenti avvenuti durante le ultime riunioni degli organismi internazionali, quanto alla topografia della città, che mal si prestava ad un evento di questa portata. Il movimento no-global infatti aveva preso precedentemente forma a Seattle il 30 novembre 1999, alla conferenza dell'Organizzazione Mondiale del Commercio, da qui la sua definizione di Popolo di Seattle[1], dove si verificarono i primi incidenti, e nel 2001 manifestazioni e scontri si susseguirono il 27 gennaio a Davos, in occasione del Forum Economico Mondiale[2], dal 15 al 17 marzo a Napoli[3] ed il 15 giugno a Göteborg, per il Summit europeo.

Tali proteste si originarono per portare all'attenzione dell'opinione pubblica mondiale il problema del controllo dell'economia da parte di un gruppo ristretto di potenti, come capi di Stato, che forti della potenza economica, politica e militare dei loro paesi, si ponevano come autorità mondiale rispetto alle sovranità nazionali dei singoli paesi. Inoltre si contestavano le politiche e le ideologie neoliberiste adottate dalle organizzazioni sovranazionali come l'Organizzazione Mondiale del Commercio e il Fondo Monetario Internazionale.

[modifica] Le critiche sulla scelta della città

Il governo italiano, insediatosi l'11 giugno, espresse critiche nei confronti del precedente governo per la scelta di Genova, poiché questa era considerata inadatta a garantire una buona gestione della sicurezza e dell'ordine pubblico; l'ambasciatore Umberto Vattani, segretario generale della Farnesina, fu nominato supervisore del G8 ed incaricato di negoziare con il Genoa Social Forum per gestire le proteste[4] mentre negli abitanti della città, a dispetto delle rassicurazioni fornite dai media sulle misure quali l'installazione di grate di delimitazione della zona rossa e la chiusura dei tombini per timore di attentati dinamitardi, si diffuse la preoccupazione sulla possibilità di attività violente da parte di gruppi di contestatori, quali i Black bloc.

[modifica] Le informative della questura di Genova

Un fascicolo riservato di 36 pagine, titolato "Informazioni sul fronte della protesta anti-G8", compilato dalla questura di Genova ai primi di luglio e reso pubblico dal quotidiano genovese "Il Secolo XIX" alcuni giorni dopo il termine del G8, conteneva un'analisi dei vari gruppi che dovevano partecipare alle manifestazioni divisi per colori in base alla loro pericolosità: Il blocco rosa, comprendente le associazioni per l'azzeramento dei debiti dei paesi poveri, organizzazioni cattoliche, ambientaliste ed elementi della sinistra antagonista che si riconoscono nel patto di lavoro e nella rete Lilliput, considerato di bassa pericolosità; il blocco blu ed il blocco giallo, considerati come possibili fautori di incidenti e disordini, quali "episodi di generico vandalismo", "blocchi stradali e ferroviari" ed attacchi mirati contro le forze dell'ordine; il blocco nero, comprendente sia il movimento anarchico definito black bloc, considerato possibile autore di azioni condotte da piccoli gruppi composti da "10 o 40 elementi ciascuno", che gruppi legati all'estrema destra quali Forza Nuova e Fronte Sociale Nazionale, dei quali era stata segnalata la presenza alla questura dal Genoa Social Forum il 18 luglio, che avrebbero potuto infiltrare elementi tra i gruppi delle tute bianche, allo scopo di confondersi tra i manifestanti per aggredire i rappresentanti delle forze dell'ordine, "screditando contestualmente l'area antagonista di sinistra anti-G8"[5][6].

La questura di Genova presidiata da forze di polizia

È da rilevare che il termine Black Bloc originariamente non definisce i partecipanti alle manifestazioni od agli scontri, ma un determinato tipo di manifestazione e di scontri che prevede delle azioni tipiche, quali marciare in blocco, vestiti di nero, allo scopo di creare un forte effetto visivo, uso sistematico del vandalismo, deviare dai percorsi imposti dalle autorità ai cortei autorizzati, costruire barricate, o anche sit-in pacifici di protesta; i media usarono questo termine per indicare genericamente i manifestanti violenti[7] ma in realtà, tra le centinaia di fermati ed arrestati durante i giorni del vertice, nessuno risultò essere aderente al sistema dei Black Bloc ed inoltre esso smentì la sua partecipazione ai fatti del G8 di Genova, smarcandosi dalla cattiva fama attribuitagli dai giornalisti, cambiando il suo nome da Black Bloc, "blocco nero", ad Antrax Bloc, "blocco antracite".

Il fascicolo inoltre elencava alcune probabili azioni da parte dei manifestanti quali lancio di frutta con all'interno lamette di rasoio o di letame e pesce marcio tramite catapulte, blocchi stradali e ferroviari, lancio di migliaia di palloncini contenenti sangue umano infetto, uso di fionde tipo falcon per lanciare a distanza biglie di vetro e bulloni allo scopo di perforare gli scudi di protezione e i parabrezza dei mezzi in uso alle forze dell'ordine limitandone la capacità di movimento, lancio di copertoni in fiamme, rapimento di esponenti delle forze dell'ordine e uso di auto con targhe dei Carabinieri falsificate per avere accesso ai varchi della zona rossa[6].

Dopo la pubblicazione del documento venne evidenziata da più parti, compresi i gruppi di riferimento dei manifestanti, una anomalia: il dossier infatti, oltre alle possibili strategie violente elencate, metteva in guardia le forze dell'ordine anche da iniziative non violente e del tutto legittime quali il costituire gruppi con conoscenze giuridiche per affrontare tutte le problematiche relative ad eventuali problemi giudiziari e legali con le Forze dell'ordine, il munirsi di computer portatili e radio ricetrasmittenti nonché di telecamere per trasmettere in tempo reale sul circuito Internet le immagini della protesta o l'affittare, anche per poche ore, un canale satellitare per divulgare la protesta a livello mondiale.

[modifica] La topografia della città e le critiche alla zona rossa

Mappatura della divisione in zone della città di Genova durante il vertice del G8 del 2001; sono visibili le aree con differenti restrizioni di accesso: zona rossa e zona gialla

Le misure di sicurezza prevedevano una zona gialla, ad accesso limitato, ed una zona rossa assolutamente riservata, definita da qualcuno Fortezza Genova,[8] accessibile ai soli residenti attraverso un numero limitato di varchi.

Furono poste sotto controllo strade ed autostrade; chiusi il porto, le stazioni ferroviarie e l'aeroporto di Genova-Sestri Ponente, dove furono installate batterie di missili terra-aria in seguito alla segnalazione da parte dei servizi segreti del rischio di attentati per via aerea; vennero inoltre adottate apparecchiature capaci di disabilitare temporaneamente i telefoni cellulari e vennero sigillati i tombini delle fognature nelle adiacenze della "zona rossa" ed installate della inferriate per separare le zone "rossa" e "gialla".

Lo stadio Carlini, una delle sedi di raccolta dei manifestanti no global

Nel clima teso della vigilia, molti genovesi decisero di abbandonare la città e di chiudere i negozi, anche nelle zone della città lontane dai luoghi interessati.

Furono molti gli allarme-bomba, il più delle volte immotivati.[9] Un pacco-bomba ferì un carabiniere[10] e un altro, a Cologno Monzese, la segretaria del giornalista Emilio Fede.[11]

Alle manifestazioni di protesta parteciparono 700 gruppi e associazioni di diversa ispirazione e nazionalità, aderenti o fiancheggianti il Genoa Social Forum, responsabile dell'organizzazione e del coordinamento delle manifestazioni.

Il GSF chiese, attraverso i portavoce Vittorio Agnoletto e Luca Casarini, l'annullamento del G8, con la motivazione che la riunione dei capi di Stato e di governo era da considerarsi illegittima, in quanto pochi uomini potenti avrebbero preso decisioni destinate a condizionare popoli non rappresentati dal G8 e perché il divieto di entrare liberamente nella zona rossa costituiva una limitazione delle libertà costituzionali; tali richieste furono tuttavia rigettate dal governo, motivando il rifiuto con l'impossibilità di venire meno agli impegni internazionali precedentemente assunti dall'Italia, nonostante questi fossero stati assunti dal precedente governo.

[modifica] Gli avvenimenti dal 19 al 22 luglio

[modifica] Giovedì 19 luglio

Il 19 luglio si svolse una manifestazione di rivendicazione dei diritti degli extracomunitari e degli immigrati a cui parteciparono moltissimi gruppi stranieri, cittadini genovesi, rappresentanti della Rete Lilliput ed anche un piccolo gruppo di anarchici; venne stimata la presenza di circa 50.000 persone e non si registrarono incidenti degni di nota. Un gruppo di tute nere, presente nel gruppo degli anarchici, giunto all'altezza della Questura (davanti alla quale erano schierate le forze dell'ordine), effettuò un breve lancio di bottiglie di plastica e di alcuni sassi, ma l'azione venne interrotta dagli stessi anarchici che si frapposero tra il gruppo nero e i poliziotti.[12] In attesa dei due grandi cortei organizzati per venerdì e sabato, proseguì l'affluenza di gruppi organizzati e di singole persone, alloggiati nelle aree predisposte site in varie zone della città.

[modifica] Venerdì 20 luglio

Corteo disobbedienti in corso Europa (pressi sede RAI)

Nella giornata di venerdì erano state organizzate diverse manifestazioni, da svolgersi in varie zone della città, tra cui:

L'allora presidente della Provincia di Genova, Marta Vincenzi, segnalò, sia tramite i canali ufficiali sia nelle interviste nelle dirette televisive, la presenza di uno dei gruppi, stimato in circa 300 persone, sospettati di provocare incidenti, in un edificio scolastico di proprietà della Provincia nella zona di Quarto; inizialmente l'edificio era stato assegnato al Genoa Social Forum ed ai Cobas per ospitare i manifestanti venuti da fuori città, ma i pochi che erano già entrati ne furono scacciati dall'arrivo dei primi "Black Bloc". Le stesse segnalazioni provenirono, come emerse durante i processi, anche da molti dei cittadini residenti in zona e da diversi manifestanti ma queste non portarono a nulla in quanto, dopo un primo controllo da parte della Polizia tra giovedì e venerdì, che aveva semplicemente appurato la presenza di un numeroso gruppo di persone all'interno dell'edificio, non seguì nessuna azione, ed i successivi controlli, avvenuti a G8 concluso, constatarono solo i danni, stimati dalla provincia in ottocento milioni di lire. Il capo gabinetto della questura di Genova si giustificò sostenendo che il venerdì gli agenti presenti erano impegnati negli scontri, per cui non si disponeva di forze sufficienti per intervenire, mentre il sabato la prossimità dell'edificio al corteo avrebbe garantito la protezione della folla in caso di ingresso.[18][19]

Nell'agosto 2001 il questore Francesco Colucci (questore di Genova durante il G8, rimosso dal ministero degli interni dopo gli scontri), ascoltato dalla commissione parlamentare d'indagine sul G8, affermò che c'era un accordo con Casarini, il leader delle Tute Bianche, per una "sceneggiata", interpretata dai media come una violazione della zona rossa simbolica e controllata, ma che lo stesso Casarini temeva infiltrazioni da parte di altri gruppi[20][21]:

« Il Genoa social forum, o meglio Casarini, voleva poi fare la sceneggiata, come tante altre volte è stata fatta, per mettere in evidenza il suo operato, ma questi erano gli accordi sottintesi (io non conosco Casarini, ma so che ve ne erano tra i referenti dipartimentali e Casarini). A questo punto, quando lo stesso Casarini ha avuto paura che i network con i COBAS, oppure altri, avrebbero potuto infiltrarsi nel suo corteo, che doveva essere pacifico, cosa alla quale abbiamo creduto (devo dire che oggi, purtroppo, non credo più a nessuno, né ad Agnoletto né a Casarini), abbiamo creato una struttura per dividere i due cortei; abbiamo fatto l'impossibile, nottetempo. »
(Comitato paritetico per l’indagine conoscitiva Sui fatti accaduti in occasione del vertice G8 tenutosi a Genova - Seduta di martedi` 28 agosto 2001, audizione del questore Francesco Colucci[22])

La tesi, sempre smentita in via ufficiale sia dalle forze dell'ordine che da Casarini, negli anni successivi è stata piu' volte citata dai media che si sono interessati al caso.[23]

[modifica] I primi incidenti e la carica contro il corteo

Corteo della disobbedienza civile con scudi di plastica in Corso Europa

Nel primo pomeriggio avvennero i primi incidenti: nei pressi della stazione Brignole alcuni Black Bloc attaccarono con lanci di bottiglie Molotov e sassi un cordone formato da carabinieri, allontanandosi velocemente a seguito della carica intervenuta immediatamente dopo, convergendo tra la folla dei manifestanti pacifici; durante questi scontri furono lanciati lacrimogeni e furono esplosi alcuni colpi di arma da fuoco in aria[24] e diversi filmati amatoriali e televisivi mostrarono tanto i contatti violenti tra le due anime dei manifestanti, con l'intenzione, da parte di quelli pacifici, di preservare lo svolgimento ordinato della manifestazione[25], quanto i dialoghi tra individui con il viso coperto e con abbigliamento scuro, simile a quello usato dai gruppi violenti, e poliziotti, carabinieri ed agenti dei servizi di sicurezza, anche all'interno del perimetro delle caserme[26][27].

Defilatosi dalla zona degli scontri, parte di questi manifestanti violenti si allontana dalla zona rossa, dirigendosi verso il carcere 44°25′2.80″N 8°57′2.12″E / 44.417444°N 8.9505889°E / 44.417444; 8.9505889, situato nel quartiere di Marassi, di fianco allo stadio Luigi Ferraris. Giunti nel quartiere, alle 14:30 circa, il gruppo si divide nuovamente e parte di questo punta verso l'ingresso del carcere, dove, adottando la tecnica del black bloc, danneggia le telecamere di sorveglianza esterne ed il portone. Diversi filmati diffusi dopo gli eventi mostrarono l'arrivo dei manifestanti ed il contemporaneo allontanamento delle forze dell'ordine presenti: 4 blindati e 2 defender dei carabinieri, una volante della polizia e due auto della polizia municipale.

Il personale presente sul piazzale antistante il carcere fornirà una ricostruzione dei fatti discordante rispetto a quanto dichiarato dal personale del carcere e da quanto mostrato da alcune riprese amatoriali (acquisite dalla magistratura), incluse quelle raccolte dal regista Davide Ferrario nel suo documentario Le strade di Genova. Secondo i primi circa 100 manifestanti staccati dal gruppo principale, di circa 1000 persone, avrebbero attaccato le forze dell'ordine armati di spranghe e lanciando diverse molotov, sassi e bottiglie di vetro, a questi se ne sarebbero aggiunti in seguito altri 200, che avrebbero tentato di accerchiare i mezzi nonostante il lancio di lacrimogeni, costringendoli alla fuga, mentre nei filmati si vede un gruppo di alcune decine di manifestanti violenti che si avvicina al piazzale antistante il carcere lanciando alcuni oggetti, e i mezzi dei carabinieri che con il gruppo ancora a distanza, ripiegano dopo aver lanciato solo due lacrimogeni, uno dei quali finito lontano dai manifestanti e solo a questo punto, a piazzale vuoto, giungono altre persone provenienti dal gruppo principale[28][29].

Alle 14:45, quasi in contemporanea all'attacco al carcere, avviene una breve sassaiola diretta contro Forte San Giuliano, sede del comando regionale ligure dei Carabinieri, nella zona di corso Italia. Cinque blindati Iveco A55, chiamati per disperdere gli assalitori, giungono in zona alle 15:15, quando ormai l'azione si è già conclusa. Divisi in due gruppi di 2 e 3 mezzi, i primi saranno impegnati a disperdere alcuni manifestanti in corso Italia, mentre i secondi verranno coinvolti in alcuni scontri in viale Nazario Sauro, una traversa del corso, durante i quali avverrà il ferimento alla testa di uno degli autisti dei mezzi, l'appuntato Luca Puliti (il ferimento di maggiore gravità tra i carabinieri che parteciparono agli eventi, necessiterà di alcune settimane di ricovero ospedaliero). Nelle ore successive a questi scontri e con riferimento a questo evento, si diffonde tra diversi reparti delle forze dell'ordine l'errata notizia che un militare è morente o già morto.[30]

Auto incendiata in via Montevideo
Auto incendiata alla confluenza fra le vie Montevideo e Tolemaide

In piazza Giusti 44°24′26.20″N 8°57′11.35″E / 44.407278°N 8.9531528°E / 44.407278; 8.9531528 un altro gruppo di manifestanti violenti era impegnato da alcune ore a compiere vandalismi contro un distributore, posto tra corso Sardegna e via Archimede, un supermercato ed una banca, ma la polizia, benché sollecitata, non intervenne, poiché l'ordine era di limitarsi a passare le segnalazioni alla centrale; il supermercato venne saccheggiato ed in quel caso alcune fonti riferirono di una "collaborazione" tra manifestanti violenti e pacifici[31]. Nello stesso momento circa 300 carabinieri a piedi, appoggiati da blindati e camionette che, a causa degli attacchi, trovano grosse difficoltà a muoversi nelle strette vie genovesi, si diressero verso la zona dei disordini, allo scopo di bloccare i gruppi estremisti che da piazza Giusti stavano avanzando verso il quartiere di Marassi, ed il loro percorso prevedeva il passaggio da via Tolemaide 44°24′20.00″N 8°57′56.39″E / 44.40556°N 8.9656639°E / 44.40556; 8.9656639 ed il transito per il sottopasso ferroviario di via Archimede, evitando quindi il corteo pacifico che proveniva da corso Aldo Gastaldi 44°24′16.80″N 8°57′49.82″E / 44.404667°N 8.9638389°E / 44.404667; 8.9638389 in direzione di via Tolemaide. Un errore di direzione, dovuto alla non conoscenza della città[32], causò tuttavia il loro passaggio dalla parallela via Giovanni Tomaso Invrea, ed il loro posizionamento di fronte al sottopasso ferroviario che divide corso Torino da corso Sardegna 44°24′16.99″N 8°57′7.32″E / 44.4047194°N 8.9520333°E / 44.4047194; 8.9520333. Qui, dopo alcuni attimi di sosta, i carabinieri caricarono per alcune centinaia di metri (fino all'incrocio con via Caffa) la testa del corteo autorizzato (tra i primi il gruppo delle "Tute Bianche") che stava sopraggiungendo, ufficialmente per liberare la strada e per contrastare il fitto lancio di oggetti di cui erano bersaglio.

Cellulare dei carabinieri dato alle fiamme in corso Torino, durante gli scontri che seguirono la carica effettuata contro il corteo delle tute bianche

Le versioni che vennero fornite sull'accaduto furono di segno decisamente opposto: diversi giornalisti presenti riferirono durante il processo di "un lancio simbolico con non più di due o tre sassi" contro le forze dell'ordine da parte di alcuni manifestanti violenti, esterni al corteo, aggiungendo le loro perplessità sul comportamento delle stesse, che avrebbero tollerato per alcune ore gli atti vandalici dei manifestanti violenti, mentre il corteo autorizzato venne fatto bersaglio di numerosi lanci di lacrimogeni e successivamente caricato, dopo solo poche decine di secondi di contatto visivo. La versione fornita dalle forze dell'ordine viceversa indicò un "fitto" lancio di sassi proveniente dal corteo[33][34]. La stranezza del comportamento delle forze dell'ordine emerse anche durante il processo, in cui furono ascoltate delle registrazioni provenienti dalla Questura: in una di queste registrazioni si sentono sia un operatore urlare: "Nooo!... Hanno caricato le tute bianche, porco giuda! Loro dovevano andare in piazza Giusti, non verso Tolemaide... Hanno caricato le tute bianche che dovevano arrivare a piazza Verdi"[35], sia le ripetute richieste del dirigente del Commissariato di Genova, responsabile della sicurezza del corteo, relative al far ritirare il gruppo dei Carabinieri dalla zona per evitare di fare da "tappo" e bloccare il corteo in arrivo.

Molti manifestanti ed alcuni giornalisti si allontanarono dopo i primi lanci di lacrimogeni, nel tentativo di cercare riparo nelle strade laterali, ma nonostante ciò alcuni di essi non riuscirono ad evitare di essere coinvolti negli scontri e di subire il pestaggio da parte delle forze dell'ordine. Il capitano dei Carabinieri che aveva ordinato le cariche sostenne al processo che si trattava di cariche "di alleggerimento", ammettendo però di non conoscere la topografia della zona e di non essersi reso conto che così facendo aveva chiuso le vie di fuga.

Dopo questa prima carica i carabinieri iniziarono a ripiegare per permettere il passaggio del corteo, tuttavia alcuni manifestanti appartenenti al corteo, ai quali si erano aggiunti elementi provenienti dal gruppo che occupava il sottopasso di corso Sardegna, reagirono alle precedenti cariche assalendo e dando fuoco ad un mezzo blindato in panne[36]. In quel frangente la centrale operativa perse i contatti radio con gli uomini presenti, i quali, avendo già impiegato tutti i lacrimogeni a disposizione, ripresero le cariche. Durante gli scontri che seguirono, vennero rovesciati e dati alle fiamme cassonetti dell'immondizia, allo scopo di farne barricate, e furono compiuti altri atti vandalici, ed è da rilevare che la grande quantità di lacrimogeni lanciati causò negli anni successivi problemi respiratori cronici e dermatologici sia negli agenti, nonostante la protezione delle maschere, che nei manifestanti[37].

[modifica] Lo scontro di piazza Alimonda

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Carlo Giuliani.

Piazza Alimonda 44°24′13.86″N 8°57′15.40″E / 44.40385°N 8.954278°E / 44.40385; 8.954278 è una piccola piazza del quartiere Foce che divide in due via Caffa nel suo percorso da via Tolemaide a piazza Niccolò Tommaseo 44°24′8.01″N 8°57′14.52″E / 44.402225°N 8.9540333°E / 44.402225; 8.9540333. Via Caffa è lunga in tutto circa 250 metri: 90 da via Tolemaide a piazza Alimonda, circa 60 sulla piazza, della quale costituisce il lato più esteso, e poco più di 100 da piazza Alimonda, angolo via Ilice, a piazza Tommaseo. Perpendicolare a via Caffa si trova via Giovanni Tomaso Invrea, che collega la parte alta di via Giuseppe Casaregis, parallela a via Caffa, con Piazza Alimonda. Dalla parte opposta, dietro la chiesa che si affaccia sulla piazza, collegata da via Ilice e via Odessa, corre via Crimea.

Intorno alle ore 15.00, come risultò da alcune fotografie scattate da un balcone su via Caffa, verso via Tolemaide, nella piazza, sulla quale stavano transitando passanti e manifestanti di passaggio, la situazione era tranquilla, ma poco dopo iniziò un lancio di lacrimogeni da parte dei carabinieri, da via Invrea, verso i manifestanti presenti nella piazza. In diversi punti furono posti cassonetti dei rifiuti nella carreggiata, allo scopo di rendere difficoltoso il movimento dei mezzi e, di fronte ad uno di questi, si fermò l'auto dei carabinieri da cui fu sparato il colpo di pistola contro Carlo Giuliani.

Circa alle ore 16.00 carabinieri e polizia iniziarono le cariche ed i pestaggi nei confronti dei manifestanti in piazza e nelle vie limitrofe e, grazie anche all'aiuto di numerosi mezzi, riuscirono a prendere il controllo dell'area; contemporaneamente giunse nella piazza, da via Invrea, un defender con a bordo l'allora tenente colonnello dei carabinieri Giovanni Truglio, comandante dello stesso reparto cui apparteneva Placanica.

Poco dopo le 17.00, la compagnia del CCIR Echo dei Carabinieri, sotto il comando del capitano Claudio Cappello[38] e con la direzione del vicequestore aggiunto Adriano Lauro, seguita da due Land Rover Defender, ferma insieme ad altre forze di polizia tra via Caffa e Piazza Tommaseo, attraversò i 200 metri di via Caffa e caricò parte dei manifestanti che erano nell'incrocio con via Tolemaide, dove stavano avvenendo gli scontri, protetti da barricate improvvisate. Secondo la versione ufficiale la carica era stata effettuata per timore che i manifestanti, che avrebbero iniziato ad avanzare facendosi scudo con alcuni cassonetti rovesciati, attaccassero il gruppo delle forze dell'ordine ma secondo le ricostruzioni basate su numerose fotografie della piazza e testimonianze, effettuate da comitati e associazioni vicine ai manifestanti, i carabinieri si sarebbero preparati a caricare senza che ci fosse stato alcun segno di ostilità da parte dei manifestanti[30], ed è da rilevare che in alcune foto, relative alla costruzione della barricata, compare Carlo Giuliani.

Durante le inchieste su quei giorni si fece notare che questa carica avrebbe precluso ogni possibile via di fuga ai manifestanti così come avrebbe reso impossibile il retrocedere lungo via Tolemaide verso le cariche delle altre forze dell'ordine; la conseguenza fu che alcuni manifestanti, vistasi preclusa ogni via di fuga, cercarono di reagire alle cariche della polizia per farsi strada nella direzione opposta.

Iniziato lo scontro, i carabinieri, dalle foto e dalle testimonianze (circa 70), non furono però in grado di disperdere i manifestanti e, davanti alla loro reazione, indietreggiarono precipitosamente inseguiti da questi, verso l'inizio di via Caffa, dove era schierato un intero reparto della Polizia di Stato dotato di molti mezzi. Durante i processi, sulla presenza dei due Defender, Cappello affermò che "vi fu un arretramento disordinato. Io non mi sono reso conto che dietro di noi vi erano anche le due Land Rover, anche perché non c'era alcun motivo operativo".[39]

[modifica] L'assalto al Defender e la morte di Carlo Giuliani

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Processi e decisioni giudiziarie sul G8 di Genova#Altre ipotesi su chi abbia sparato.

Durante la ritirata una Land Rover Defender dei Carabinieri, con tre giovani militari a bordo, l'autista Filippo Cavataio di 23 anni, Mario Placanica carabiniere di leva di 20 anni ed il coetaneo Dario Raffone, restò temporaneamente bloccata di fronte ad un cassonetto dei rifiuti mentre stava manovrando in Piazza Alimonda, secondo la testimonianza dell'autista, a causa di una manovra errata dell'altro mezzo e, sempre a suo dire, per l'asserito spegnimento del motore. Una quindicina di persone, appartenenti al gruppo che dopo la carica fallita stava inseguendo i carabinieri in ritirata, attaccarono il mezzo che fu danneggiato a tergo e sul lato destro, con pietre, bastoni, una palanchina di legno e un estintore e, nell'assalto, furono feriti al viso da pietre dagli assalitori i carabinieri Raffone e Placanica. L'assalto al mezzo fu documentato da diversi filmati e numerose foto e il tutto fu successivamente acquisito dalla magistratura. Alcuni media e politici in un primo tempo parlarono di centinaia di persone intorno al mezzo, stima che tuttavia era superiore alla consistenza stessa del gruppo di manifestanti caricato in via Caffa.

L'aggressore con la palanca, M. M. dichiarerà al magistrato: "Il rumore era assordante e io, trovata a terra una trave, cominciai a colpire il tetto del mezzo; l'ultimo colpo lo diressi all'interno del mezzo il cui finestrino posteriore destro era già frantumato. Vidi per un attimo il volto del carabiniere che era posizionato nella mia direzione, ne colpii la sagoma, poi lo vidi accucciarsi; mentre avveniva tutto ciò la gente intorno urlava frasi di disprezzo e minaccia nei confronti dei CC quali: "bastardi, vi ammazziamo"".

Uno degli aggressori raccolse l'estintore e lo scagliò contro il mezzo, colpendo l'intelaiatura del finestrino della porta posteriore del mezzo e rimase appoggiato tra la carrozzeria e la ruota di scorta: dall'interno uno degli occupanti lo colpì con un calcio, facendolo rotolare a terra, in direzione di un manifestante con il volto coperto da un passamontagna, più tardi identificato nella persona di Carlo Giuliani, che in quel momento si trova a diversi metri dal Defender, in direzione di via Tolemaide; questi sollevò da terra l'estintore e si avvicinò, con l'estintore sollevato, verso la parte posteriore del Defender ma venne colpito da un colpo d'arma da fuoco. Il carabiniere Mario Placanica si dichiarò in seguito autore dello sparo, aggiungendo di avere sparato due colpi in aria, uno dei quali colpì Giuliani, mentre l'altro proiettile colpì il muro a destra della chiesa in piazza Alimonda, lasciandovi un segno individuato solo dopo alcuni mesi.

Giuliani cadde a terra ancora vivo, venendo investito due volte dal mezzo che era riuscito a ripartire e si allontanava dalla piazza mettendo in salvo i carabinieri: una prima volta in retromarcia e la seconda dopo la ripartenza. Secondo l'autopsia ed in base ai filmati che ne mostrano il sangue zampillante, morì diversi minuti dopo essere stato colpito. Quando, dopo circa mezz'ora, il personale medico di un'ambulanza arrivò in soccorso, Giuliani era già morto, senza aver ricevuto alcun soccorso dalle Forze dell'Ordine che immediatamente dopo la sua caduta a terra rioccuparono la piazza e lo circondarono. L'evento, documentato da diversi filmati e da numerose fotografie, venne trasmesso da molte stazioni televisive in tutto il mondo, rendendo evidente il drammatico livello di violenza raggiunto dagli scontri di Genova.

Un reporter di Repubblica ed un medico giunti sul posto subito dopo il fatto notarono il bossolo di un proiettile vicino al corpo, ma, quando questo venne mostrato ai carabinieri presenti, la morte di Giuliani era ancora ritenuta causata da un sasso lanciato dai manifestanti e, stando a quanto riportato dalla testimonianza del cronista, questi sembrarono identificare il bossolo come uno di quelli prodotti dal lancio dei gas lacrimogeni. Il cronista raccolse il bossolo e lo consegnò pochi minuti dopo ad un ispettore di polizia sopraggiunto ed avvertito del ritrovamento.[40] Il bossolo verrà identificato poche ore dopo come proveniente dal tipo di pistola in dotazione a Mario Placanica.[41]

Secondo il consulente tecnico del P.M., la distanza tra Giuliani e l'arma da fuoco era di circa 175 centimetri, e Giuliani "viene colpito nel mentre ha sollevato l'estintore sopra la testa ed è nell'atto di lanciarlo (più precisamente nel momento in cui lo lancia)"; secondo lo stesso C.T. le macchie rosse che appaiono in un filmato ripreso dalle forze dell'ordine sono da attribuirsi ad effetti cromatici[42]. Secondo i consulenti tecnici della persona offesa, Carlo Giuliani fu colpito mentre si trovava a 337 centimetri dalla bocca dell'arma da fuoco e teneva l'estintore dietro la nuca: ciò sarebbe dimostrato da un fiotto di sangue, visibile mentre egli è in tale posizione, mostrato in un filmato ripreso dalle forze dell'ordine[43]. Tali conclusioni, in contrasto con quelle cui erano giunti i consulenti del P.M., non furono accolte dal G.I.P. che archiviò il procedimento, precludendo la possibilità di eseguire una perizia in sede dibattimentale da parte di periti nominati dal giudice.

Diversi mesi prima di ricevere l'incarico di consulente del P.M. Silvio Franz (febbraio 2002), uno dei consulenti nominati del P.M., il Prof. Paolo Romanini, esperto balistico di chiara fama, aveva pubblicato nel numero di settembre 2001 della rivista specialistica che dirigeva, Tacarmi, un editoriale nel quale prendeva decisamente partito a favore della tesi della legittima difesa quale causa di non punibilità per Placanica[44].

Una foto scattata da Dylan Martinez, dell'agenzia Reuters, con una prospettiva molto schiacciata causata dall'impiego di un teleobiettivo, fa apparire Giuliani immediatamente di fronte al finestrino posteriore sfondato, nel quale si intravede una mano che regge la pistola[45]. La stessa fotografia mostra altri particolari: l'aggressione dal lato destro e posteriore, le dimensioni e la morfologia reali della palanchina in legno utilizzata contro il defender, e la pistola impugnata all'interno del mezzo dei Carabinieri, puntata tenendo il calcio in orizzontale e ad altezza d'uomo[46]. Altre foto e riprese laterali, tra le quali quelle trasmesse da Rai News 24[47], mostrano Giuliani a diversi metri[48] dal mezzo nel momento in cui fu colpito[49][50].

Nonostante l'esito delle indagini della magistratura, che hanno visto in Mario Placanica il responsabile dei due colpi sparati, ritenendo però la sua azione compatibile con l'uso legittimo delle armi e la legittima difesa, sono state evidenziate nel tempo diverse incongruenze nelle testimonianze delle persone coinvolte e sono state effettuate dai media diverse ricostruzioni alternative relative allo svolgimento dei fatti. Lo stesso Placanica, alcuni anni dopo gli eventi, ha negato di essere stato colui che ha sparato a Giuliani[51].

[modifica] I momenti successivi alla morte di Carlo Giuliani e le testimonianze dei presenti

Gli spari, uditi da numerosi testimoni, inclusi fotoreporter e giornalisti, e registrati da una telecamera posta in via Ilice, spinsero gli aggressori ad allontanarsi[52] e, pochi attimi dopo, il Defender ripartì, passando due volte sul corpo di Carlo Giuliani rimasto a terra. Interrogato dal magistrato, l'autista Cavataio dichiarò di non aver udito alcun colpo d'arma da fuoco e di non essersi accorto di essere passato sul corpo di Giuliani, ritenendo che i sobbalzi del mezzo fossero dovuti ad un "sacchetto delle immondizie"; i consulenti tecnici incaricati dal PM Silvio Franz affermarono che il Defender non avrebbe arrecato a Giuliani lesioni apprezzabili ma tale opinione fu confutata dalla parte civile, secondo la quale il doppio arrotamento subito dal corpo da parte di un mezzo del peso a vuoto di circa 18 quintali e con almeno tre persone a bordo non avrebbe potuto non provocare lesioni rilevanti. L'archiviazione del procedimento precluse il confronto dibattimentale tra le diverse consulenze tecniche e l'ulteriore approfondimento da parte di periti nominati dal giudice.

Solamente quattro degli aggressori furono identificati: Carlo Giuliani ucciso nell'assalto, M. M. e E. P., genovesi, riconosciuti dalle numerose foto, si consegneranno spontaneamente, ed infine, L. F., di Pavia, estraneo al gruppo dei genovesi, fu identificato durante le indagini dalla Digos di Pavia e, nel Corriere Mercantile del 6 settembre, M.M. lanciò un appello a farsi avanti e a testimoniare nei confronti delle altre persone presenti ma nessuno si presentò.

L'impressione di un isolamento e assedio del mezzo, ricavata dalla maggior parte del materiale foto e video mostrato dai media, è tuttavia argomento di discussione, dato che in numerose foto, prese da angolazioni diverse, compaiono alcuni carabinieri che, a pochi metri di distanza, in via Caffa direzione piazza Tommaseo, osservano lo svolgersi degli eventi facendo segno ai colleghi poco distanti di raggiungerli[53], senza tuttavia avere il tempo di intervenire; è tuttavia da rilevare che l'azione durò in realtà solo pochi secondi[54].

James Matthews riferì di aver tentato invano di avvisare gli occupanti del Defender della presenza al suolo di Giuliani[55]; Matthews, tra i primi a tentare di soccorrere Giuliani, riferì che era ancora vivo dopo essere stato due volte travolto dal pesante mezzo dei Carabinieri[56].

Il comandante del reparto, Giovanni Truglio, distante poco più di una decina di metri dal defender, ritratto in alcune immagini mentre si trova sulle strisce pedonali che attraversano via Caffa all'angolo tra piazza Alimonda e via Ilice, dichiarò di non aver udito i colpi di pistola, dichiarazione analoga era stata fornita dall'autista del defender, Cavataio.

Furono sfondati tre vetri su nove del mezzo: il vetro posteriore, un oblò sul tetto, un semivetro sulla parte destra, presumibilmente già sfondato in precedenza e dietro il quale era stato posto, incastrato tra telaio del finestrino e sedili interni, uno scudo protettivo[57], contro il quale cozzava la palanca che nelle foto si vede impugnata da M. M., il quale confessò l'uso della stessa. Ma la presenza dello scudo fu del tutto omessa da gran parte della stampa che per anni ha alimentato la leggenda di una trave di legno, definizione del tutto impropria a descrivere la palanca impiegata nell'occasione. Nessun vetro fu infranto nella parte anteriore e sinistra, in quanto il mezzo fu attaccato solo da tergo e dal lato destro.

Mario Placanica fu portato al pronto soccorso, per essere poi prelevato per testimoniare sui fatti e riportato al pronto soccorso, dove gli furono riscontrate lievi escoriazioni con una prognosi di 7 giorni. Anche Dario Raffone fu portato al pronto soccorso (prognosi di 8 giorni).[58]

Immediatamente dopo l'evento il fotoreporter Eligio Paoni, che arrivato sul posto subito dopo gli scontri, fotografava il corpo di Giuliani prima che venisse coperto all'arrivo delle forze dell'ordine, fu malmenato, venendo ferito alla testa, e gli fu fratturata una mano, gli fu distrutta una macchina fotografica e fu costretto a consegnare un rullino che aveva cercato di nascondere[59][60][61]. Una foto, inoltre, mostra un carabiniere nell'atto di spingere la testa di Paoni sul cadavere di Giuliani, forse per intimorirlo[62]. La questione del suo pestaggio e della distruzione delle sue fotografie verrà dibattuta anche durante le audizioni della successiva indagine conoscitiva delle commissione parlamentari, ma non si risalì ai responsabili diretti, mentre i due vicequestori presenti, Lauro e Fiorillo, affermarono di non aver notato il fatto, in quanto la loro attenzione era concentrata sul corpo di Giuliani[63], ed è da rilevare che anche il parroco della chiesa di Nostra Signora del Rimedio, il quale tentò di benedire il corpo di Giuliani, non venne fatto avvicinare.

La giornalista de Il Corriere della Sera Fiorenza Sarzanini, presente in piazza, riporterà nella sua cronaca degli avvenimenti che nei momenti successivi agli spari vennero lanciati anche dei lacrimogeni e vi fu una carica dei carabinieri. La Sarzanini, aiutata ad allontanarsi da un manifestante, finirà a terra con questi e (stando a quanto riportato) verrà ripetutamente colpita con dei calci nonostante il tentativo di identificarsi come giornalista[64].

Circa mezz'ora dopo la morte di Giuliani, alcuni giornalisti di Libero filmarono l'allora vicequestore Adriano Lauro che, in un alterco con un manifestante il quale attribuiva alle forze dell'ordine la responsabilità dell'uccisione, apostrofandoli con la frase assassino in divisa, ribaltava sui manifestanti le stesse accuse gridando:

« Bastardo! Lo hai ucciso tu, lo hai ucciso! Bastardo! Tu l'hai ucciso, col tuo sasso, pezzo di merda! Col tuo sasso l'hai ucciso! Prendetelo! »

Un carabiniere ed un agente della PS accennarono un inseguimento del dimostrante, che, vista la sua fuga, si esaurì dopo pochi metri.

Le fotografie scattate da un abitante della zona e diffuse nel 2004 mostrano un acceso diverbio tra un carabiniere e un poliziotto e di questo ne aveva parlato in precedenza anche il fotografo Bruno Abile, il quale, in un'intervista all'ANSA del 21 luglio 2001 ed in successive dichiarazioni, sostenne di avere visto uno degli agenti presenti, non riuscendo a specificare se si trattasse di un poliziotto o di un carabiniere, forse un ufficiale, dare un calcio alla testa di Giuliani e di essere riuscito a riprendere l'istante precedente a questo: "Ho fotografato l'ufficiale nell'istante di "caricare" la gamba, come quando si sta per tirare un calcio di rigore"[65]. Qualcuno, mentre la zona attorno al corpo del giovane ucciso era interamente circondata ed occupata dalle forze dell'ordine, come comprovato da una sequenza di fotografie, avrebbe messo un sasso di fianco alla testa di Giuliani e procurato una profonda ferita sulla fronte in modo da far pensare ad una sassata[66] e, a sostegno di questa tesi, alcune fotografie mostrano il sasso prima ad alcuni metri a sinistra dal corpo e poi accanto alla testa sul lato destro, dove prima c'era solo un accendino bianco.

[modifica] La diffusione della notizia

Piazza Alimonda dopo l'uccisione di Carlo Giuliani

Le prime notizie di stampa, non smentite da fonti ufficiali, riferirono della morte di un ragazzo spagnolo, colpito da un sasso.

Probabilmente sarebbe stato possibile risalire subito all'identità del ragazzo, sul cui corpo esanime qualcuno, dopo la fuga dei manifestanti, procurò una larga ferita, verosimilmente colpendolo con forza con una pietra, poiché le forze dell'ordine rinvennero il telefono cellulare che aveva in tasca.

Verso le ore 21.00, preoccupata dalle notizie della morte di un giovane manifestante, la sorella di Carlo Giuliani chiamò il fratello sul cellulare, in possesso degli inquirenti. Una persona la cui identità rimase ignota, rispose alla chiamata, e dopo averle chiesto chi fosse, dichiarò di essere un amico del Giuliani e la rassicurò sulle condizioni di salute del fratello[67] e solo più tardi le autorità avvertirono la famiglia della morte del figlio.

Il ruolo delle forze dell'ordine nella morte di Giuliani divenne evidente verso le ore 21.00 con la diffusione delle immagini scattate da un fotografo della Reuters, i parenti di Carlo Giuliani furono avvisati verso le ore 22.00 e le emittenti televisive comunicarono il nome della vittima.

[modifica] Le cariche di Piazza Manin/Via Assarotti

La manifestazione iniziata al mattino dalla Rete Lilliput in piazza Manin, poco meno di un chilometro a nord della zona rossa 44°24′49.51″N 8°56′50.47″E / 44.4137528°N 8.9473528°E / 44.4137528; 8.9473528, comprendeva anche i gruppi di Legambiente, della Comunità di San Benedetto al Porto di Don Andrea Gallo, della Marcia mondiale delle donne e dei Beati i Costruttori di Pace; oltre ai gruppi presenti vi erano i proprietari di diversi negozi ed importatori aderenti al Commercio equo e solidale che presentarono campioni dei loro prodotti esponendoli su piccole bancarelle. Una parte dei manifestanti, con le mani colorate di bianco come simbolo di pace, scese lungo via Assarotti per arrivare davanti agli accessi della zona rossa in piazza Corvetto, dove avrebbe dovuto essere effettuato un sit-in.

Intorno alle ore 14.00 si diffusero le notizie in merito agli scontri che si stavano svolgendo nei quartieri più vicini al mare ed alcuni gruppi stranieri si unirono ad una parte dei manifestanti, deviando verso la vicina piazza Marsala, dove ci furono dei tentativi di scavalcare le grate di protezione, respinti con l'uso di idranti e lacrimogeni. La reazione indusse i manifestanti a tornare verso via Assarotti.

Poco prima delle ore 15.00 il corteo principale risalì verso piazza Manin dove si diffuse la voce sul possibile arrivo di Black bloc provenienti dal quartiere Marassi e, dopo circa dieci minuti, giunse effettivamente in piazza Manin un gruppo di persone vestite di nero; la ricostruzione fatta durante i processi li identificò come parte del gruppo che era precedentemente giunto in prossimità del carcere. Alcune delle persone appena giunte, con il viso parzialmente o totalmente coperto, inseguite a distanza dalle forze dell'ordine, cercarono di unirsi al gruppo dei manifestanti che scendeva lungo via Assarotti 44°24′43.06″N 8°56′33.53″E / 44.4119611°N 8.9426472°E / 44.4119611; 8.9426472, venendo tuttavia respinti dagli stessi manifestanti presenti nella piazza, i quali crearono un cordone di sicurezza al fine di non mischiare i due gruppi.

Le forze dell'ordine, giunte a Marassi senza trovare i Black bloc, si diressero prima lungo via Canevari e poi, dopo aver comunicato alla centrale operativa l'assenza di manifestanti violenti in zona, vennero dirette verso piazza Manin, passando da corso Montegrappa[68]. Giunti in prossimità della piazza, mentre, dalla centrale, venne richiesto loro più volte di effettuare dei fermi durante questa operazione[68], iniziarono un lancio di lacrimogeni verso i due gruppi seguito da una carica: i Black bloc ancora presenti in zona fuggirono e la carica finì per colpire i manifestanti pacifici, provocando decine di feriti, tra i quali anche Elettra Deiana, parlamentare di Rifondazione Comunista e Marina Spaccini, una pediatra triestina, volontaria di Medici con l'Africa Cuamm. Il gruppo dei Black bloc proseguì nel frattempo per via Armellini e si disperse lungo la circonvallazione, bruciando alcune auto lungo il percorso, per poi sciogliersi senza essere stato bloccato[69][70][71][72][73][74].

Due giovani spagnoli vennero arrestati con l'accusa di aver aggredito gli agenti ma vennero successivamente prosciolti, anche grazie ad alcuni filmati acquisiti dalla magistratura che dimostrarono l'inesistenza dell'aggressione, mostrando invece i due arresti (apparentemente avvenuti senza motivo), mentre gli agenti responsabili del loro arresto vennero indagati e rinviati a giudizio per falso e calunnia; le indagini successive sui giovani dimostrarono inoltre che i due non erano neppure presenti nel gruppo dei manifestanti violenti giunti in piazza, scagionandoli completamente.[71][75][76] Gli agenti responsabili dell'arresto vennero successivamente assolti in primo grado nel luglio 2009, ma condannati in appello, nel luglio 2010, per il reato di falso ideologico in atti pubblici[77][78], condanna poi confermata in cassazione[79].

[modifica] L'ordine di sparare

Vista di Corso Gastaldi

Fecero scalpore le dichiarazioni che alcuni mesi dopo fece il ministro degli interni Claudio Scajola, il quale ammise di avere ordinato alle forze di polizia, nella serata del 20 luglio, di sparare sui manifestanti nel caso avessero sfondato la zona rossa, motivando tale ordine con la situazione di forte tensione e con il rischio che l'eventuale ingresso dei manifestanti nella zona rossa potesse favorire attentati terroristici contro i partecipanti al summit. Fonti del Viminale affermarono successivamente che la direttiva non aveva comunque determinato il mancato rispetto da parte di polizia e carabinieri delle norme che regolano l'uso delle armi da fuoco durante il servizio di ordine pubblico.

La dichiarazione di Scajola provocò aspre critiche da parte di parlamentari dell'opposizione e rappresentanti del movimento no-global, che ne chiesero le dimissioni, richiesta già formalmente espressa la sera del 20 luglio dal segretario di Rifondazione Comunista Fausto Bertinotti[80]. Furono espresse critiche inoltre sulla tardiva ammissione di Scajola e dubbi sulla possibilità che il ministro avesse impartito l'ordine venerdì, dopo e non prima della morte di Giuliani. Pochi giorni dopo i funzionari di Polizia e Carabinieri presenti a Genova affermarono di non aver ricevuto nessun ordine relativo alla necessità di sparare in caso di invasione della zona rossa e che in ogni caso si sarebbero rifiutati di eseguirlo in quanto "manifestamente criminoso" ed inutile, visto che all'interno della zona rossa era stata creata una seconda cintura di sicurezza[81].

Ascoltato dalla commissione Affari Costituzionali del Senato, Scajola ritrattò le proprie dichiarazioni: disse di non aver dato l'ordine di sparare, ma di "alzare il livello delle misure di sicurezza all'interno della zona rossa", per timore di attentati, e di non averlo riferito al Parlamento nel timore di danneggiare le fonti che avevano informato l'intelligence italiana del possibile attentato.

[modifica] Sabato 21 luglio

[modifica] I disordini del 21 luglio

La zona dove avvennero i principali scontri durante la manifestazione

I fatti accaduti il giorno precedente portarono a diverse richieste di annullamento della manifestazione dell'indomani che furono tuttavia respinte dai vertici del Genoa Social Forum; questa doveva svolgersi lungo Corso Italia 44°23′33.26″N 8°57′40.18″E / 44.3925722°N 8.9611611°E / 44.3925722; 8.9611611, per concludersi nella zona della Foce, dove si trovavano le forze dell'ordine, parte delle quali alloggiate nell'area della fiera di Genova 44°23′43.85″N 8°56′28.68″E / 44.3955139°N 8.9413°E / 44.3955139; 8.9413, ma, analogamente a quanto avvenuto il giorno precedente, anche il sabato si inserirono tra i manifestanti pacifici gruppetti di manifestanti violenti, che si resero protagonisti di scontri, incendi e distruzioni di auto, banche e negozi.

I primi disordini iniziarono la mattina in piazza Raffaele Rossetti 44°23′48.56″N 8°56′47.00″E / 44.3968222°N 8.94639°E / 44.3968222; 8.94639 e nelle strade limitrofe, quando un gruppo di alcune decine di manifestanti, molti dei quali, secondo le testimonianze dei residenti, vestiti di nero, iniziò a distruggere auto e vetrine e assalendo un chiosco. Sempre secondo le medesime testimonianze anche in questa occasione furono fatte numerose telefonate al 113, senza che però intervenissero né le vicine forze dell'ordine, che erano poste a presidiare la zona della Fiera, né eventuali volanti della polizia, mentre altri gruppi di manifestanti, tra cui quello della Confédération Paysanne, un sindacato dei lavoratori agricoli francese, una volta giunti in zona, cercarono di fermarli senza successo. Il vicequestore aggiunto Pasquale Guaglione, aggregato presso la questura di Genova durante i giorni della manifestazione, confermò, durante il suo interrogatorio, di aver assistito ad atti di vandalismo e devastazione, oltre al lancio di oggetti contro le forze dell'ordine, da parte di un gruppo di una cinquantina di persone, dalla mattina alle 10.30 per circa 6 ore, ma che solo verso le 15.30/16.00, mentre il corteo stava già transitando, venne ordinata una carica per disperdere i dimostranti violenti[82].

Alcune ore dopo, all'arrivo del corteo che si stava dirigendo verso il quartiere di Marassi, dove la manifestazione sarebbe terminata, un gruppo di alcune centinaia di manifestanti, circa 400 persone secondo la valutazione del Ministero degli Interni, si staccò e iniziò a fronteggiare le forze di polizia schierate davanti a piazzale Kennedy, accatastando bidoni, transenne e altro materiale per formare delle barricate; per quasi un'ora questo gruppo si limitò al blocco della strada, a slogan urlati contro le forze dell'ordine e a qualche lancio di oggetti in risposta del quale le forze dell'ordine effettuarono alcuni lanci di lacrimogeni.

Il corteo, per tutto questo tempo, continuò a fluire e a svoltare verso l'interno, seppure con qualche rallentamento, ma in quel momento si aggiunsero alcuni gruppi di manifestanti vestiti di nero, i quali iniziarono un fitto lancio di oggetti verso la polizia, venne rovesciata un'auto e furono infrante altre vetrine e contemporaneamente vi furono dei tentativi da parte di alcuni dei violenti di reinserirsi all'interno del corteo principale, che furono tuttavia respinti dai relativi servizi d'ordine. Nel mentre il corteo deviò il proprio percorso verso via Casaregis 44°23′44.61″N 8°56′57.35″E / 44.395725°N 8.9492639°E / 44.395725; 8.9492639, al fine di rimanere a distanza dalle azioni dei violenti e dal fumo dei lacrimogeni. Dopo alcune decine di minuti iniziarono le cariche della polizia con fitto lancio di lacrimogeni, sia verso corso Italia, da cui stava ancora arrivando la coda del corteo, in un punto in cui c'erano poche vie di fuga, sia verso via Casaregis, ma i gruppi di violenti, sfruttando il caos generale, si allontanarono velocemente e le cariche finirono per colpire, come già accaduto il giorno prima, i partecipanti al corteo pacifico, spezzandolo in due. Il secondo spezzone del corteo pacifico fu costretto di fatto a sciogliersi, mentre le persone che si trovavano nella parte finale del primo spezzone si dispersero, venendo inseguite dalle forze dell'ordine nelle vie del quartiere; molti manifestanti riportarono ferite da trauma e disturbi dovuti all'inalazione dei gas lacrimogeni e diversi abitanti della zona offrirono riparo ai manifestanti negli androni del palazzi, fornendogli anche dell'acqua con cui cercare di placare l'effetto del gas lacrimogeno.

Alcuni manifestanti spostarono diverse auto, dandogli poi fuoco, per formare delle barricate in mezzo al lungomare di corso Italia dove stavano avanzando lentamente le forze dell'ordine, le quali effettuarono altre cariche contro i manifestanti, a volte provocate dal lancio di oggetti da parte dei violenti che si inserirono tra la polizia e il corteo che si stava ritirando: le immagini e i filmati delle televisioni che mostrarono appartenenti al corteo pacifico, tra cui anziani e feriti, intenti a scappare, si riferivano alle cariche effettuate in quest'ultima ora di scontri.

Gli scontri durarono alcune ore e provocarono centinaia di feriti tra i manifestanti e alcune decine di arresti e, intorno alle ore 16.00, al termine di una carica in corso Italia, vennero ritrovate dal vicequestore aggiunto Pasquale Guaglione in una siepe di una strada laterale due Molotov che consegnò ad un suo superiore, il generale Valerio Donnini, il quale, non essendo un ufficiale di polizia giudiziaria, non era tenuto a verbalizzare il ritrovamento[82] e che vennero poi portate alla sera dalle forze dell'ordine nella scuola Diaz ed esibite successivamente come prova della presenza di violenti all'interno dell'edificio. Anche durante questi scontri, come nel giorno precedente, Indymedia e altri gruppi raccolsero filmati e foto amatoriali che mostrarono persone in borghese o con abiti scuri, parlare con esponenti delle forze dell'ordine e poi tornare nella zona degli scontri.

Gli organizzatori hanno stimato che fossero presenti al corteo circa 250.000/300.000 persone, nonostante molti gruppi avessero rinunciato alla loro presenza dopo gli scontri del giorno precedente.

[modifica] L'assalto alla scuola Diaz

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Fatti della scuola Diaz.

La scuola Diaz e l'adiacente scuola Pascoli 44°23′46.75″N 8°57′10.31″E / 44.3963194°N 8.9528639°E / 44.3963194; 8.9528639, nel quartiere di Albaro, in origine erano state concesse dal comune di Genova al Genoa Social Forum come sede del loro media center e, in seguito alla pioggia insistente che aveva costretto a evacuare alcuni campeggi, anche come dormitorio. Secondo le testimonianze dei manifestanti la zona era divenuta un punto di ritrovo di molti manifestanti, soprattutto tra chi non conosceva la città, venendo frequentata durante le tre giornate anche da coloro che non erano autorizzati a dormire nell'edificio e, sempre secondo quanto riferito dai manifestanti e dal personale delle associazioni che avevano sede nella Pascoli, non vi erano particolari situazioni di tensione nei due edifici.

Intorno alle ore 21.00 di sabato, circa due ore prima della perquisizione e mezz'ora prima della supposta aggressione alle forze dell'ordine, alcuni cittadini segnalarono la presenza in zona (via Trento, piazza Merani e via Cesare Battisti 44°23′49.31″N 8°57′10.64″E / 44.3970306°N 8.9529556°E / 44.3970306; 8.9529556) di alcuni manifestanti intenti a posizionare dei cassonetti dell'immondizia in mezzo alla strada ed intenti a liberarsi di caschi e alcuni bastoni. Una volante della polizia mandata a verificare rilevò la presenza di un centinaio di persone davanti alla scuola Diaz, senza però essere in grado di verificare se fossero i soggetti segnalati dalle telefonate o se stessero realmente spostando i cassonetti in mezzo alla strada[83].

Successivamente la segnalazione di un attacco a una pattuglia di poliziotti portò alla decisione da parte delle forze dell'ordine di effettuare una perquisizione presso la scuola Diaz e, ufficialmente per errore, alla vicina scuola Pascoli dove stavano dormendo 93 persone tra ragazzi e giornalisti in gran parte stranieri, la maggior parte dei quali accreditati; il verbale della polizia parlò di una "perquisizione" poiché si sospettava la presenza di simpatizzanti del Black block ma, a distanza di anni, resta tuttora senza motivazione ufficiale l'uso della tenuta antisommossa per effettuare una perquisizione.

Tutti gli occupanti furono arrestati e la maggior parte selvaggiamente picchiata, sebbene non avessero opposto alcuna resistenza; i giornalisti accorsi alla scuola Diaz videro decine di persone portate fuori in barella, uno dei quali rimase in coma per due giorni, ma la portavoce della Questura dichiarò in conferenza stampa che 63 di essi avevano pregresse ferite e contusioni e mostrò il materiale sequestrato ma senza dare risposte agli interrogativi della stampa. Le immagini delle riprese mostrarono muri, pavimenti e termosifoni macchiati di sangue, a nessuno degli arrestati venne comunicato di essere in arresto e dell'eventuale reato contestato, tanto che molti di loro scoprirono solo in ospedale, a volte attraverso i giornali, di essere stati arrestati per associazione a delinquere finalizzata alla devastazione ed al saccheggio, resistenza aggravata e porto d'armi.

Dei 63 feriti tre ebbero la prognosi riservata: la ventottenne studentessa tedesca di archeologia Melanie Jonasch, la quale subì un trauma cranico cerebrale con frattura della rocca petrosa sinistra, ematomi cranici vari, contusioni multiple al dorso, spalla ed arto superiore destro, frattura della mastoide sinistra, ematomi alla schiena ed alle natiche; il tedesco Karl Wolfgang Baro, trauma cranico con emorragia venosa, ed il giornalista inglese Mark Covell, mano sinistra e 8 costole fratturate, perforazione del polmone, trauma emitorace, spalla ed omero, oltre alla perdita di 16 denti, ed il cui pestaggio, avvenuto a metà strada tra le due scuole, venne ripreso in un video[84][85][86][87][88][89].

La versione ufficiale del reparto mobile di Genova fu che l'assalto sarebbe stato motivato da una sassaiola proveniente dalla scuola verso una pattuglia delle forze dell'ordine che transitava in strada alle ore 21.30 circa, anche se in alcune relazioni l'orario fu indicato nelle 22.30; il vicequestore Massimiliano Di Bernardini, in servizio alla Mobile di Roma ed in quei giorni aggregato a Genova, riferì in un primo tempo di essere transitato "a passo d'uomo", a causa di alcune vetture presenti nella strada molto stretta, davanti alla scuola con quattro vetture e che il cortile della scuola ed i marciapiedi "erano occupati da un nutrito gruppo, circa 200 persone, molti dei quali indossavano capi di abbigliamento di color nero, simile a quello tipicamente usato dai gruppi definiti Black bloc" e che questi avevano fatto bersaglio i mezzi con "un folto lancio di oggetti e pietre contro il contingente, cercando di assalire le autovetture", ma che queste riuscirono ad allontanarsi, nonostante la folla li inseguisse, "azionando anche i segnali di emergenza"[90].

Le forze dell'ordine tuttavia non furono in grado di fornire indicazioni precise sui mezzi coinvolti, né su chi li guidava e le testimonianze sulla presenza di centinaia di simpatizzanti dei black bloc non venne confermata da altre fonti; successivamente Di Bernardini ammise di non aver assistito direttamente al lancio di oggetti e di avere "visto volare una bottiglia di birra sopra una delle quattro auto della polizia e una persona che si aggrappava allo specchio retrovisore", ma di aver riportato quanto riferitogli da altri[91]. Successivamente tre agenti sostennero che un grosso sasso aveva sfondato un vetro blindato del loro furgone, un singolo mezzo, rispetto ai quattro dichiarati in un primo tempo, e che il mezzo venne poi portato in un'officina della polizia per le riparazioni; tale episodio tuttavia non risultò dai verbali dei superiori, stilati dopo l'irruzione, che invece riportano di una fitta sassaiola, né fu possibile identificare il mezzo che sarebbe stato coinvolto.

Testimonianze successive di altri agenti, rese durante le indagini, sostennero al contrario, il lancio di un bullone, evento a cui i superiori non avrebbero assistito, e di una bottiglia di birra, lanciata in direzione di quattro auto della polizia, a una delle quali si era aggrappato un manifestante. Alcuni giornalisti ed operatori presenti all'esterno della Pascoli racconteranno invece di aver visto solo una volante della polizia in coda insieme ad altre auto dietro un autobus che sostava in mezzo alla strada per far salire i manifestanti diretti alla stazione ferroviaria, la quale, giunta all'altezza delle due scuole, accelerò di colpo "sgommando", ed in quel momento venne lanciata una bottiglia che si infranse a terra a diversi metri di distanza dall'auto ormai lontana; versione confermata in parte da altri testimoni all'interno dell'edificio, i quali affermarono di aver sentito il rumore di una forte accelerata, seguito pochi istanti dopo da alcune urla e dal tonfo di un vetro infranto. Tali versioni, contrastanti in date ed in tempi diversi, hanno posto fortemente in dubbio l'effettivo verificarsi del fatto addotto a motivo dell'irruzione.

L'ora di arrivo delle forze dell'ordine di fronte all'edificio, diversa a seconda delle ricostruzioni effettuate da alcune delle difese degli appartenenti alle stesse rispetto ad altre testimonianze, è stata dibattuta durante i primi due gradi del processo; la Corte di Appello di Genova, concordando con le conclusioni del Tribunale di primo grado, ricostruì nelle motivazioni della sentenza di secondo grado, tramite il confronto dei filmati che mostrarono l'uso di cellulari con i tabulati delle telefonate e gli orari di arrivo degli agenti[92]:

« Sulla base di tale elaborato il Tribunale ha ritenuto che l'arrivo delle forze di Polizia in Piazza Merani sia avvenuto alle ore 23.57.00 (orario desumibile anche dalla trasmissione in diretta di radio GAP, perché è in quel momento che il programma in corso viene bruscamente interrotto per dare notizia dell'arrivo della Polizia in assetto antisommossa), che l'ingresso dei reparti di Polizia operanti all'interno del cortile della scuola sia avvenuto alle 23.59.17 (visibile lo sfondamento del cancello del cortile mediante il mezzo del Reparto Mobile di Roma nel rep. 175), e che l'apertura del portone centrale in legno sia avvenuta alle ore 00.00.15 (visibile dai rep. filmati n. 175 e n. 239), meno di un minuto dopo l'ingresso nel cortile. »

All'operazione di polizia hanno preso parte un numero tutt'oggi imprecisato di agenti: la Corte di Appello di Genova, pur richiamando questo fatto nelle motivazioni della sentenza di secondo grado, basandosi sulle informazioni fornite durante il processo da Vincenzo Canterini, li stima in circa "346 Poliziotti, oltre a 149 Carabinieri incaricati della cinturazione degli edifici"[92].

Un ulteriore lancio di sassi e altri oggetti verso le forze dell'ordine, una volta che queste si erano radunate fuori dall'edificio, definito "fittissimo lancio" nel verbale di arresto dei manifestanti e addotto a ulteriore motivo dell'irruzione nella scuola al fine di assicurare alla giustizia i presunti manifestanti violenti) è stato escluso nel corso del processo dall'analisi dei filmati disponibili da parte del RIS.[93] L'agente che, dal verbale, risultava aver assistito al lancio di un maglio spaccapietre dalle finestre della scuola, sentito al processo si è avvalso della facoltà di non rispondere, mentre un altro dei firmatari dello stesso verbale riferirà di aver visto in realtà solo "due pietre di piccole dimensioni" cadute "nel cortile della scuola".[94][95][96] La Corte d'appello, nella ricostruzione dei fatti contenuta nelle motivazioni della sentenza, ricostruisce così gli avvenimenti[92]:

« In ogni caso le emergenze probatorie raccolte escludono che si sia trattato di condotta particolarmente significativa e pericolosa, e che abbia avuto le caratteristiche con le quali è stata descritta negli atti sopra menzionati. Basta rilevare che gran parte della scena dallo sfondamento del cancello, al successivo ingresso nel cortile fino all’apertura del portone è stata ripresa nel filmato in atti, e che lo stesso, pure oggetto di attenta consulenza da parte dei RIS di Parma, non consente di apprezzare la caduta e tanto meno il lancio di oggetti (per cui se caduta vi è stata si deve essere trattato di oggetti di dimensioni insignificanti), come del resto confermato dal fatto che a terra nulla di tal genere è stato poi ritrovato, e che gran parte degli operatori staziona nel cortile senza assumere alcun atteggiamento di difesa o riparo da oggetti provenienti dall’alto (tra questi lo stesso Canterini che non indossa il casco, comportamento che per la sua esperienza di comandante non può essere dettato da leggerezza). Solo nella fase immediatamente precedente l’ingresso nella scuola, dopo l’apertura del primo portone, alcuni operatori portano lo scudo sulla testa, ma la condotta è ambigua, perché nello stesso frangente si vedono altri operatori nelle vicinanze che non assumono alcun atteggiamento protettivo; inoltre è stata fornita una spiegazione di tale condotta [...] ravvisata in una specifica tecnica operativa di approccio agli edifici, che contempla tale manovra in via cautelativa sempre, anche in assenza di effettivo pericolo. »

L'arresto in massa senza mandato di cattura venne giustificato in base alla contestazione dell'unico reato della legislazione italiana, esclusa la flagranza, che lo prevede, ovvero il reato di detenzione di armi in ambiente chiuso; dopo la perquisizione le forze dell'ordine mostrarono ai giornalisti gli oggetti rinvenuti, tra cui sbarre metalliche, che si rivelarono provenire dal cantiere per la ristrutturazione della scuola, e 2 bombe molotov, che si scoprì essere state sequestrate il giorno stesso in tutt'altro luogo e portate all'interno dell'edificio dalle stesse forze dell'ordine per creare false prove; un video dell'emittente locale Primocanale, visionato a un anno dei fatti, mostrò infatti il sacchetto con le molotov in mano ai funzionari di polizia al di fuori della scuola e la scoperta di questo video porterà alla confessione di un agente, il quale ammise di aver ricevuto l'ordine di portarle davanti alla scuola[97][98].

Nella stessa operazione venne perquisita, per errore, stando alle testimonianze dei funzionari durante i processi, anche l'adiacente scuola Pascoli, che ospitava l'infermeria, il media center ed il servizio legale del Genoa Social Forum, che lamentò la sparizione di alcuni dischi fissi dei computer e di supporti di memoria contenenti materiale sui cortei e sugli scontri, oltre alle testimonianze di molti manifestanti circa i fatti dei giorni precedenti, sia su supporto informatico che cartaceo. Alcuni dei computer che erano stati dati in comodato al Genoa Social Forum dal Comune e dalla Provincia ed alcuni computer portatili dei giornalisti e dei legali presenti vennero distrutti durante la perquisizione; poche ore prima dell'assalto, in un comunicato stampa diffuso dal Genoa Legal Forum, si annunciò che il giorno successivo sarebbe stata sporta denuncia contro le forze dell'ordine per quanto avvenuto in quei giorni, avvalendosi di questo materiale; la Federazione nazionale della stampa si costituì parte civile al processo contro questa irruzione.

Tutti gli arrestati della scuola Diaz e della scuola Pascoli vennero in seguito rilasciati, alcuni la sera stessa, altri nei giorni successivi, e con il tempo caddero tutte le accuse ai manifestanti; per quanto riguarda l'accoltellamento di un agente, fatto che venne contestato dalle perizie del RIS, secondo le quali i tagli sarebbero stati procurati appositamente, ma ritenuto invece veritiero dal consulente tecnico del tribunale. L'agente cambiò versione sull'avvenimento diverse volte ed in 7 anni di indagini non si trovò nessun altro agente che ammise di aver assistito direttamente alla scena[99]. L'agente nel processo di primo grado venne comunque assolto, ritenendo veritiera l'ultima delle sue versioni, mentre nel processo di secondo grado la ricostruzione venne ritenuta falsa[92]. Gli arrestati stranieri vennero espulsi dall'Italia dopo il rilascio[92].

[modifica] Le devastazioni ed i responsabili

Terminate le manifestazioni domenica 22 luglio la città di Genova rilevò i danni: le devastazioni cagionate da elementi violenti, mai arrestati nonostante le numerose chiamate alle forze dell'ordine da parte di cittadini e persino da parte dell'allora presidente della Provincia di Genova, attuale sindaco della città Marta Vincenzi, e nel corso degli scontri tra manifestanti e forze dell'ordine, causarono notevoli danni a proprietà private e pubbliche ed a distanza di anni, la grandissima maggioranza dei responsabili, sia tra i manifestanti che tra le forze dell'ordine, non è ancora stata identificata, mentre quasi tutti i fermati dalle forze dell'ordine, con un totale di 329 arresti, nei giorni degli scontri sono poi risultati estranei ai fatti contestati, o non sono state individuate responsabilità specifiche a loro carico.

Cassonetti dei rifiuti rovesciati in via Montevideo

Alcuni sospettarono la responsabilità da parte di simpatizzanti del movimento internazionale Black block, il cui arrivo dell'ala più estremista in Italia era stato preannunciato nelle settimane precedenti alle manifestazioni dalle autorità tedesche a quelle italiane ma, nonostante tali avvisi, essi non furono fermati alle frontiere diversamente da altri manifestanti, e i simpatizzanti di tale movimento solitamente usi rivendicare come propria pratica di lotta azioni simili compiute in passato, questa volta negarono la loro responsabilità, e prove della loro partecipazione non sono state trovate, perlomeno per quello che riguarda una partecipazione organizzata.

Da testimonianze di manifestanti e giornalisti che seguivano i cortei autorizzati, risulterebbe che parte dei componenti del gruppo di "manifestanti violenti" che vestivano di nero e che si mossero liberamente per la città durante i cortei e le manifestazioni, non sembrava parlare italiano e suscitò polemiche anche la presenza dell'allora vice presidente del Consiglio Gianfranco Fini nella sala operativa della Questura genovese, presenza che, da diversi giornalisti dell'area di sinistra[100], venne messa in relazione ai molti abusi poi compiuti dalle forze dell'ordine.

Il 14 dicembre 2007 24 manifestanti son stati condannati in primo grado a complessivi 110 anni di carcere[101], le condanne riguardano gli scontri in via Tolemaide ed i cosiddetti fatti del "blocco nero"; tra i condannati 10 sono stati giudicati responsabili per devastazione e saccheggio, 13 per danneggiamento ed uno per lesioni, la resistenza a pubblico ufficiale è stata scriminata per tre imputati in quanto i giudici ritennero che la resistenza alle cariche della polizia durante il corteo delle tute bianche era legittima solo per tali tre imputati, al contrario dei danneggiamenti successivi.[102] In appello, nell'ottobre 2009, 15 dei manifestanti sono stati assolti, sia per l'intervento della prescrizione, sia perché la carica dei carabinieri in via Tolemaide è stata nuovamente valutata come illegittima e quindi la reazione a questa è stata considerata una forma di legittima difesa, sia con assoluzione piena per una manifestante già assolta in primo grado. Ai 10 condannati (accusati di devastazione e saccheggio) sono tuttavia state sensibilmente aumentate le pene rispetto a quelle erogate in primo grado, per un totale di 98 anni e 9 mesi di carcere.[103][104][105][106]

[modifica] Le violenze ai fermati presso la caserma di Bolzaneto

Le persone fermate ed arrestate durante i giorni della manifestazione furono in gran parte condotte nella caserma di Genova Bolzaneto, che era stata approntata come centro per l'identificazione dei fermati, venendo poi trasferite in diverse carceri italiane; secondo il rapporto dell'ispettore Montanaro, frutto di un'indagine effettuata pochi giorni dopo il vertice, nei giorni della manifestazione, transitarono per la caserma 240 persone, di cui 184 in stato di arresto, 5 in stato di fermo e 14 denunciate in stato di libertà, ma secondo altre testimonianze di agenti gli arresti e le semplici identificazioni furono molte di più, ossia quasi 500[107].

In numerosi casi i fermati accusarono il personale delle forze dell'ordine di violenze fisiche e psicologiche, e di mancato rispetto dei diritti legali degli imputati quali l'impossibilità di essere assistiti da un legale o di informare qualcuno del proprio stato di detenzione; gli arrestati raccontarono di essere stati costretti a stare ore in piedi, con le mani alzate, senza avere la possibilità di andare in bagno, cambiare posizione o ricevere cure mediche, essi riferirono inoltre di un clima di euforia tra le forze dell'ordine per la possibilità di infierire sui manifestanti, e riportarono anche invocazioni a dittatori e ad ideologie dittatoriali di matrice fascista, nazista e razzista, nonché minacce a sfondo sessuale nei confronti di alcune manifestanti.

L'allora ministro della Giustizia Roberto Castelli, che aveva visitato la caserma nelle stesse ore, dichiarò di non essersi accorto di nulla e lo stesso confermò il magistrato antimafia Alfonso Sabella, che durante il vertice ricopriva il ruolo di ispettore del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria ed era responsabile delle carceri provvisorie di Bolzaneto e San Giuliano, ma Sabella fu comunque tra i primi, già la settimana dopo il G8, ad ammettere la possibilità che ci fossero state violenze da parte delle forze dell'ordine contro i manifestanti arrestati, pur escludendo appunto che queste fossero state commesse da parte di quelle che erano a Bolzaneto sotto la sua responsabilità[108]).

I giudici nei giorni successivi scarcerarono tutti i manifestanti per l'insussistenza delle accuse che ne avevano provocato l'arresto.

I pubblici ministeri al processo contro le forze dell'ordine riguardo ai fatti della caserma Bolzaneto riferirono di persone costrette a stare in piedi per ore e ore, fare la posizione del cigno e della ballerina, abbaiare per poi essere insultati con minacce di tipo politico e sessuale, colpiti con schiaffi e colpi alla nuca ed anche lo strappo di piercing, anche dalle parti intime. Molte le ragazze obbligate a spogliarsi, a fare piroette con commenti brutali da parte di agenti presenti anche in infermeria. Il P.M. Miniati parla dell'infermeria come un luogo di ulteriore vessazione[109]. Secondo la requisitoria dei pubblici ministeri i medici erano consapevoli di quanto stava accadendo, erano in grado di valutare la gravità dei fatti ed hanno omesso di intervenire pur potendolo fare, hanno permesso che quel trattamento inumano e degradante continuasse in infermeria aggiungendo che soltanto un criterio prudenziale impedisce di parlare di tortura, certo, alla tortura si è andato molto vicini[110].

Il 5 marzo 2010 i giudici d'appello di Genova, ribaltando la decisione di primo grado, emisero 44 condanne per i fatti di Bolzaneto e, nonostante l'intervenuta prescrizione, i condannati dovranno risarcire le vittime[111][112].

Amnesty International ha sottolineato l'importanza della sentenza, la quale riconobbe che a Bolzaneto vi furono «gravi violazioni dei diritti umani», aggiungendo che la prescrizione sarebbe stata impedita se l'Italia avesse introdotto nel suo sistema penale il reato di tortura, come vi è obbligata dalla firma della Convenzione ONU contro la Tortura del 1988.

[modifica] L'accusa di Amnesty International

« La più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale. »

Amnesty International nel 2002 ha ufficialmente richiesto un'indagine sull'operato delle forze dell'ordine nella gestione dell'ordine pubblico durante il vertice italiano, criticandone l'eccessiva violenza e chiedendo anche indagini in merito alle istruzioni impartite dai vertici. Secondo Amnesty, parecchie segnalazioni di violazione dei diritti umani erano da verificare perché suffragate con evidenza da medici, fotografie e testimonianze. Amnesty International, pur accogliendo con favore l'apertura di una serie di indagini penali da parte della autorità giudiziarie italiane, ritiene che, vista l'ampiezza e la gravità delle accuse e il gran numero di cittadini stranieri con conseguente elevato livello di preoccupazione a livello internazionale, non siano sufficienti per fornire una risposta adeguata. Raccomanda quindi l'istituzione di un'apposita commissione d'inchiesta indipendente, ritenendo insoddisfacente e viziato da disaccordo e acrimonia il lavoro svolto dalla prima commissione nel 2001[115].

[modifica] I processi e le decisioni giudiziarie

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Processi e decisioni giudiziarie sul G8 di Genova.

[modifica] Note

  1. ^ G7: guerriglia a Washington, articolo de La Repubblica, del 16 aprile 2000
  2. ^ Scontri a Davos Torna il popolo di Seattle, articolo de La Repubblica, del 29 gennaio 2000
  3. ^ Global Forum - Napoli - 17 marzo 2001, articolo da "Indymedia Italia"
  4. ^ I cattolici: Più giustizia per il Sud del Mondo. Fischi a Vattani. Corriere della Sera 8 luglio 2001
  5. ^ Su questi ultimi gruppi di destra il dipartimento di pubblica sicurezza del Viminale dichiarerà, in risposta ad articoli apparsi sulla stampa, che durante il vertice le forze di polizia di Genova non avevano rilevato "la presenza di provocatori o estremisti di destra, né nel corso delle manifestazioni, né tra gli arrestati coinvolti nei disordini". Tuttavia non risulta individuato nessuno appartenente a questi gruppi, né di sinistra, né anarchici, né di destra.
  6. ^ a b Articolo di La Repubblica sul dossier preparatorio per il G8 della Questura di Genova
  7. ^ Così descrive i Black Bloc la Corte di Appello di Genova, nelle motivazioni della sentenza di secondo grado sui fatti della scuola Diaz: Il termine Black Bloc non individua una particolare e specifica associazione di soggetti, ma solo una tecnica di guerriglia adottata da estremisti che intendono manifestare violentemente il loro dissenso rispetto a eventi o simboli del sistema capitalista: si tratta di una tecnica sorta in Germania e utilizzata in diverse occasioni in altri stati, quale in particolare gli Stati Uniti d’America. Al di là del modus operandi che in qualche modo individua tale tecnica, l’unico elemento soggettivo che ne accomuna i fautori è l’uso di abbigliamento e di maschera neri, da cui il nome della tecnica. Ciò premesso risulta evidente che non esiste una sorta di “tipo di autore” definibile Black Bloc, e come tale individuabile senza ombra di dubbio per il solo colore dell’abbigliamento usato. In altri termini gli autori delle devastazioni e saccheggi compiuti a Genova durante il vertice G8 del 2001 erano riconoscibili come tali o perché colti nella flagranza dei relativi reati, o, secondo le ordinarie regole di valutazione della prova indiziaria, per il concorso di elementi oggettivi sintomatici della responsabilità, fra i quali il colore nero dell’abbigliamento o il possesso di maschere nere hanno un ruolo certamente utile ma non risolutivo.
  8. ^ Articolo su repubblica.it
  9. ^ Allarmi bomba: Articolo su repubblica.it
  10. ^ Pacco-bomba in caserma ferito un giovane carabiniere, articolo de "La Repubblica", del 16 luglio 2001
  11. ^ Pacco-bomba al Tg4 ferita una segretaria, articolo de "La Repubblica", del 18 luglio 2001
  12. ^ I 50 mila migranti sfilano senza incidenti, articolo de La Repubblica, del 19 luglio 2001
  13. ^ Violenze strada; condannata esponente francese 'Attac' cinque mesi con la condizionale per danneggiamento e resistenza, agenzia Ansa, del 4 giugno 2004, riportata da indymedia
  14. ^ C i Cinque mesiall'attivista che sfidò il blocco. E fu malmenata, articolo de "Il Secolo XIX", del 12 luglio 2007, riportato da lamiaterraan.it
  15. ^ Violò la "Zona rossa", pena Confermata, articolo de "Il Corriere Mercantile", del 12 luglio 2007, riportato da lamiaterraan.it
  16. ^ Genova G8, prima sentenza definitiva, articolo de "La Repubblica" (edizione di Genova), del 7 giugno 2008, riportato nella rassegna stampa del Comitato Verità e Giustizia
  17. ^ Piazza Verdi circondata da un muro di container, articolo de La Repubblica, del 20 luglio 2001
  18. ^ Tute nere, la Provincia accusa le forze dell'ordine, articolo de Il Corriere della Sera, del 26 luglio 2001
  19. ^ G8: "Fermare i Black bloc? Non avevamo personale", articolo de La Repubblica, del 6 agosto 2001
  20. ^ Colucci: "La mia rimozione frettolosa e non professionale", articolo de La Repubblica, del 28 agosto 2001
  21. ^ «Con Casarini c' era un patto per una sceneggiata», articolo de Il Corriere della Sera, del 29 agosto 2001
  22. ^ Comitato paritetico per l’indagine conoscitiva Sui fatti accaduti in occasione del vertice G8 tenutosi a Genova - Seduta di martedi` 28 agosto 2001
  23. ^ Le "due polizie" del G8 si sveleranno al processo, articolo de Il Secolo XIX, del 08 luglio 2007
  24. ^ Le relazioni di servizio dei Carabinieri riferirono di diciotto colpi sparati nella giornata, azione in almeno un caso immortalata dai fotografi Foto a testimonianza
  25. ^ Una ripresa mostrò un manifestante aggredito da un presunto black bloc mentre cercava di spegnere l'incendio di un'automobile
  26. ^ video del "Black Bloc" che parla con i carabinieri in via Tolemaide su youtube
  27. ^ Black bloc, Ancora foto con carabinieri, da "il manifesto", 23 luglio 2001
  28. ^ Processo ai 25 no-global, XIII udienza - trascrizione Roberto Di Salvo, 8 giugno 2004
  29. ^ Quei no global li avrei manganellati, articolo de "Il Secolo XIX, 2 giugno 2004
  30. ^ a b L'orrore in p.zza Alimonda, parte 2, ricostruzione dei fatti di piazza Alimonda secondo Pillola Rossa Crew (con numerose foto poco diffuse dai media generalisti e la Relazione di servizio inerente all'impiego della Compagnia CCIR Charlie)
  31. ^ G8, l'altra faccia degli scontri, articolo de "Il Secolo XIX, 5 maggio 2004; "Per ore in balia dei black bloc", articolo de "Il Corriere Mercantile", 5 maggio 2004; G8, il giallo dei saccheggi: "La polizia non fece nulla", articolo de "La Repubblica - Il Lavoro", 5 maggio 2004; G8: Processo No Global; testi, 4 ore in Balia di manifestanti, notizia dell'"ANSA", 4 maggio 2004, riportata da Indymedia
  32. ^ La maledizione delle molotov, articolo di Diario, del 20 luglio 2007
  33. ^ G8 processo;teste, caricato corteo dopo lancio soli 3 sassi, notizia dell'"ANSA", 18 maggio 2004, riportata da Indymedia
  34. ^ Filmato della carica dei Carabinieri in via Tolemaide, ospitato da Youtube
  35. ^ Perché è morto Carlo Giuliani, ricostruzione degli scontri di venerdì 20 luglio, effettuata da "Diario"
  36. ^ Dalle analisi del materiale fotografico e delle riprese, visualizzate nei vari processi, si scoprì che dal blindato, dopo l'uscita del personale e prima che fosse dato alle fiamme, venne sottratta una mitraglietta, che si vede in alcune foto successive semidistrutta su un marciapiede vicino
  37. ^ Articoli di Carta.org e alcuni quoridiani, sul gas lacrimogeno impiegato durante il G8, riportati dalla copia sulla Wayback Machine del sito dei Fratelli Frilli Editori
  38. ^ Impegnato all'estero già in Somalia come comandante di plotone responsabile del porto di Mogadiscio ed implicato, assieme al suo collega di reparto e superiore Giovanni Truglio, nello scandalo delle torture nel memoriale scritto dal maresciallo Francesco Aloi (inquadrato come Cappello nel Battaglione Tuscania) e poi nei contingenti MSU destinati al controllo del territorio e dell'ordine pubblico nell'ambito di missioni in zone di guerra prima dei fatti del G8 di Genova, il capitano Cappello, promosso maggiore, fu più tardi impegnato anche in Iraq ove scampò alla morte il 12 novembre 2003, sfiorato dalle esplosioni dell'Attentato di Nassiriya.
  39. ^ Il colonnello di piazza Alimonda, articolo de "Il Manifesto", del 29 dicembre 2002, riprotato da piazzacarlogiuliani.org
  40. ^ Il bossolo di una pistola sull'asfalto vicino al cadavere, articolo di La Repubblica, del 21 luglio 2001
  41. ^ Il carabiniere indagato per omicidio volontario, articolo de Il Corriere della Sera, del 22 luglio 2001
  42. ^ Dall'ordinanza del P.M.
  43. ^ Dall'opposizione della parte lesa alla richiesta di archiviazione del procedimento aperto nei confronti di Mario Placanica (cache:J4Homb-IawwJ:www.piazzacarlogiuliani.org/MagPillola/opposizione.htm "vi ammazzo" Placanica - Google Search [collegamento interrotto]).
  44. ^ Alessandro Mantovani, "Omicidio Giuliani, spunta il perito che scrive troppo" ne il Manifesto del 19 marzo 2003.
  45. ^ la foto in oggetto
  46. ^ A questo proposito vedere il filmato Quale verità per piazza Alimonda a partire dal minuto 19:05, che contiene la foto di Dylan Martinez in alta risoluzione ed ingrandita e dal minuto 24:06 con un ingrandimento di un filmato laterale che mostra la pistola tenuta in orizzontale mentre spara.
  47. ^ A questo proposito vedere il filmato Quale verità per piazza Alimonda a partire dal minuto 20:00.
  48. ^ A questo proposito vedere il filmato Quale verità per piazza Alimonda a partire dal minuto 19:25, con la foto scattata da Marco D'Auria in corrispondenza con il primo sparo.
  49. ^ la foto in oggetto
  50. ^ il filmato dell'assalto al Defender visto lateralmente
  51. ^ Placanica denuncia alla procura: Giuliani ucciso da qualcun altro, articolo de "Il Secolo XIX", del 13 agosto 2008
  52. ^ La distanza della telecamera dal Defender è stata valutata in oltre trenta metri dai consulenti tecnici del P.M. e in oltre cinquanta metri dai consulenti della persona offesa. Dal tempo necessario perché il suono degli spari arrivino alla telecamera, e quindi dalla distanza di questa dalla scena, verrà stimato il fotogramma contemporaneo allo sparo e da questo lo spazio esistente tra Giuliani e il Defender al momento dello sparo, discordante nelle due versioni.
  53. ^ [1]
  54. ^ A tal proposito si veda il filmato Quale verità per piazza Alimonda [collegamento interrotto] a partire dal minuto 17:40 (il comandante del reparto chiama rinforzi nei pressi, a voce), dal minuto 25:44, dal minuto 26:45, dal minuto 27:24 e dal minuto 27:31.
  55. ^ Matthews si è riconosciuto nella persona che indossa un caschetto e pesanti protezioni improvvisate ritratta nella fotografia visibile dietro il defender nel filmato Quale verità per piazza Alimonda a partire dal minuto 26:00.
  56. ^ RaiNews: G8. Un supertestimone a Repubblica: Giuliani era ancora vivo dopo che la jeep gli era passata sopra due volte.
  57. ^ A tal proposito si veda il filmato Quale verità per piazza Alimonda [collegamento interrotto] a partire dal minuto 18:08, dal minuto 26:00 e dal minuto 27:10.
  58. ^ Iniziate le indagini il P.M., disporrà una ulteriore successiva perizia d'ufficio, che darà il seguente esito, "Placanica Mario il 20/7/2001 a seguito di traumatismi contusivi vari riportò un trauma cranico con ferita lacero-contusa al vertice, una contusione semplice all'avambraccio destro, ed una forte contusione alla gamba destra con edema diffuso a tutta la gamba. La ferita lacero-contusa al vertice è del tutto compatibile con una pietrata. Le altre lesioni non hanno avuto caratteristiche tali da consentire un'identificazione precisa del mezzo contundente"; "Raffone Dario riportò una contusione escoriata alla metà destra del viso, una contusione escoriata in sede scapolare destra, nonché contusioni varie agli arti superiori. La lesione al viso era compatibile con una pietra, mentre quella in sede scapolare destra appare compatibile con un colpo di un corpo dotato di uno spigolo ad angolo retto. Le altre contusioni non presentavano caratteristiche tali da consentire ipotesi per precisare il mezzo contundente. (Estratti dalla richiesta di archiviazione del procedimento a loro carico, stilata dal sostituto procuratore di Genova, Silvio Franz)
  59. ^ Associazione lombarda dei giornalisti - Il "prezzo" pagato a Genova dai giornalisti dell'informazione visiva
  60. ^ G8: morte Giuliani; testimonia fotografo picchiato inchiesta black block, domani nuovi interrogatori, agenzia Ansa del 28 agosto 2008, riportata dal sito piazzacarlogiuliani.org
  61. ^ Genova, informazione sotto tiro, testimonianze di Eligio Paoni e Tony Capuozzo sul pestaggio di Paoni
  62. ^ foto cadavere Giuliani
  63. ^ Indagine conoscitiva sui fatti accaduti in occasione del vertice G8 tenutosi a Genova, seduta del 5 settembre 2001, riportata dal sito del sentato
  64. ^ «Ho sentito due colpi secchi. poi mi hanno trascinata via», articolo de Il Corriere della Sera, del 21 luglio 2001
  65. ^ Ho visto prendere a calci Giuliani, articolo de La Repubblica, del 28 aprile 2005
  66. ^ L'orrore di piazza Alimonda - contro-inchiesta con le foto inedite di piazza Alimonda
  67. ^ Intervista audio alla sorella di Carlo Giuliani [collegamento interrotto]. Altri brani della stessa intervista: Il buio su piazza Alimonda di Lello Voce.
  68. ^ a b OP Ordine pubblico Genova 2001, documentario prodotto dal Genoa Social Forum, contenente numerosi filmati e l'audio di diversi interrogatori dei processi e delle comunicazioni tra le forze dell'ordine e la centrale operativa
  69. ^ Piazza Manin: pacifici e manganellati [collegamento interrotto], articolo de "Il Manifesto", del 21 luglio 2001
  70. ^ Chiesto risarcimento per violenze G8, articolo de "Il Secolo XIX", 10 marzo 2003
  71. ^ a b Volontaria con la testa rotta [collegamento interrotto], articolo sul sito socialpress.it, del 21 luglio 2005
  72. ^ Carica delle forze dell'ordine in piazza Manin, estratto dal film "Sequenze sul G8" di Silvia Savorelli
  73. ^ Cronaca da Genova, articolo de "Il Manifesto", del 10 settembre 2001
  74. ^ XIX udienza del processo ai 25 manifestanti per devastazione e saccheggio, testimonianza di Marco Preve, giornalista di "La Repubblica" e del dirigente della sala operativa Pasquale Zazzaro, settembre 2004
  75. ^ G8: poliziotti indagati per piazza Manin, agenzia AGIS, 13 aprile 2004
  76. ^ Chiesto rinvio a giudizio per 4 agenti di polizia
  77. ^ G8, poliziotti condannati in appello per arresti illegali, articolo de Il Secolo XIX, del 13 luglio 2010
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  80. ^ Scajola sotto accusa, Bertinotti vuole le dimissioni
  81. ^ Scajola: «Al G8 detti l'ordine di sparare», articolo del Corriere della Sera, 17 febbraio 2002
  82. ^ a b Trascrizione della testimonianza di Pasquale Guaglione, nell'ambito del processo per devastazione e saccheggio contro i manifestanti, effettuata da Indymedia.
  83. ^ G8, la difesa attacca e chiede di sentire le telefonate giunte al centro operativo [collegamento interrotto], articolo de "Il Corriere Mercantile", del 8 giugno 2007
  84. ^ Scheda riassuntiva a cura del Comitato Verità e Giustizia per Genova sui fatti della scuola Diaz
  85. ^ "Ho finto di essere morto continuavano a picchiarmi", articolo de "La Repubblica", 27 luglio 2001
  86. ^ G-8 Protesters Say They Were Beaten, Deprived of Rights by Police in Italy, articolo del "The Wall Street Journal, 6 agosto 2001, riportato da Indymedia"
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  90. ^ «Alla Diaz ci hanno accolto le spranghe», articolo del "La Stampa"", 31 luglio 2001, riportato da ecn.org
  91. ^ Molotov, indaga la polizia, articolo de "La Repubblica", del 22 giugno 2002
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  95. ^ Irruzione alla scuola Diaz ecco tutti i falsi della Polizia, articolo di "Rai News 24", del 10 luglio 2008
  96. ^ Blitz alla scuola Diaz, il pm "Ecco tutti i falsi della polizia", articolo de "Il Corriere della Sera", del 10 luglio 2008
  97. ^ G8 sequestrato il video sulle false prove alla Diaz, articolo de "La Repubblica", 2 agosto 2002
  98. ^ G8 un video verità sull'irruzione alla Diaz, articolo de "La Repubblica", 1 agosto 2002
  99. ^ G8, il pm accusa: "Falso l'accoltellamento dell'agente Nucera", articolo de "Il Messaggiero", del 9 luglio 2008
  100. ^ I fatti di Genova «G8 Genoa policing operation of July 2001» Operazioni di Polizia durante il G8 di Genova [collegamento interrotto], da Diario (rivista)
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  102. ^ Condanne per devastazione e saccheggio da Il Secolo XIX [collegamento interrotto]
  103. ^ Devastazioni al G8 di Genova Agli assolti la legittima difesa, articolo de Il Secolo XIX, del 9 ottobre 2009
  104. ^ G8 di Genova, solo dieci condanne, articolo de "Il Giornale di Vicenza", del 9 ottobre 2009
  105. ^ G8, un secolo di carcere ai black bloc "Illegittima la carica di via Tolemaide" , articolo de La Repubblica, del 9 ottobre 2009
  106. ^ G8 Genova, solo undici condanne Pene più aspre per i dimostranti, articolo di "Quotidiano.net", del 9 ottobre 2009
  107. ^ A Bolzaneto era la celere a pestare i prigionieri, intervista ad un ispettore dei Gom de La Repubblica pubblicata il 27 luglio 2001
  108. ^ G8 la difesa di Sabella Innocenti i miei uomini, articolo di La Repubblica, del 29 luglio 2001
  109. ^ G8, la caserma di Bolzaneto descritta come un girone infernale, articolo del Corriere della Sera, del 25 febbraio 2008
  110. ^ G8, Le violenze impunite del lager Bolzaneto, articolo di La Repubblica, del 17 marzo 2008
  111. ^ La Stampa, 5 marzo 2010
  112. ^ Violenze a Bolzaneto, 44 condanne Reati prescritti, le vittime saranno risarcite, Corriere, 5 marzo 2010
  113. ^ Proposta d'inchiesta parlamentare sulle vicende relative ai fatti accaduti a Genova nel luglio 2001 - Relazione. Camera dei Deputati, 24-07-2007
  114. ^ La Storia siamo noi, puntata "Il vertice maledetto"
  115. ^ Amnesty International, «G8 Genoa policing operation of July 2001» Operazioni di Polizia durante il G8 di Genova

[modifica] Bibliografia

[modifica] Filmografia

  • Le strade di Genova - Documentario di Davide Ferrario (2001)
  • Solo limoni - Documentario di Giacomo Verde (2001)
  • Genova per noi - Documentario di Roberto Giannarelli, Francesco Ranieri Martinotti, Paolo Pietrangeli, Wilma Labate (2001)
  • Bella ciao - Documentario di Marco Giusti e Roberto Torelli (2001)
  • Black Block - Documentario di Carlo A. Bachschmidt (2011)
  • Maledetto G8 - Documentario allegato al settimanale L'Espresso (2002)
  • Carlo Giuliani, ragazzo - Documentario di Francesca Comencini (2002)
  • Il seme della follia - Documentario di Roberto Burchielli (2003)
  • Genova 2001, G8 - Puntata della trasmissione televisiva Blu notte (2007)
  • Il vertice maledetto - Puntata della trasmissione televisiva La storia siamo noi (2008)
  • Fare un golpe e farla franca - Documentario a cura di Enrico Deaglio e Beppe Cremagnan (2008)
  • G8 - Cronaca di una battaglia - Carlo Lucarelli (2008)
  • Rassegna di video a cura del Comitato Piazza Carlo Giuliani o.n.l.u.s.
  • Rassegna di video a cura del sito processig8.org
  • Rassegna di video a cura del progetto new global vision

[modifica] Discografia

[modifica] Voci correlate

[modifica] Altri progetti

[modifica] Collegamenti esterni

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