Strage di via D'Amelio

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Strage di via D'Amelio
ViaD'Amelio strage.jpg
Via D'Amelio subito dopo la strage del 19 luglio 1992
Stato Italia Italia
Luogo Palermo
Obiettivo Il giudice Paolo Borsellino
Data 19 luglio 1992
16:58
Tipo Autobomba
Morti 6
Feriti 24
Responsabili Giuseppe Graviano, Francesco Tagliavia, Lorenzo Tinnirello, Gaspare Spatuzza, Cristofaro Cannella, Stefano e Domenico Ganci, Giovan Battista Ferrante, Salvatore Biondino, Salvatore Biondo, Salvatore Vitale
Motivazione Rappresaglia contro la lotta alla mafia

La strage di via D'Amelio fu l'attentato terroristico-mafioso[1] [2]in cui il 19 luglio 1992, in via Mariano d'Amelio a Palermo, persero la vita il giudice antimafia Paolo Borsellino e i cinque agenti di scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi (prima donna a far parte di una scorta e prima agente della Polizia di Stato a cadere in servizio[3]), Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina; l'unico sopravvissuto fu l'agente Antonino Vullo, risvegliatosi in ospedale dopo l'esplosione, in gravi condizioni[4]. L'attentato seguì di due mesi la strage di Capaci, in cui era stato ucciso il giudice Giovanni Falcone, amico e collega di Borsellino, segnando uno dei momenti più tragici nella lotta alla mafia.

Dopo l'attentato, l'agenda rossa che il giudice portava sempre con sé e dove era solito annotare le informazioni e le riflessioni personali sulle sue indagini ed i suoi incontri, non fu mai ritrovata.

Storia[modifica | modifica sorgente]

Via Mariano D'Amelio subito dopo l'esplosione

Il 19 luglio 1992, alle ore 16.58, una Fiat 126 rubata contenente circa 90 chilogrammi di esplosivo del tipo Semtex-H[5] radiocomandati a distanza, esplose in via Mariano D'Amelio, sotto il palazzo dove viveva la madre di Borsellino, presso la quale il giudice quella domenica si era recato in visita[6][7]; l'agente sopravvissuto Antonino Vullo descrisse così l'esplosione: «Il giudice e i miei colleghi erano già scesi dalle auto, io ero rimasto alla guida, stavo facendo manovra, stavo parcheggiando l'auto che era alla testa del corteo. Non ho sentito alcun rumore, niente di sospetto, assolutamente nulla. Improvvisamente è stato l'inferno. Ho visto una grossa fiammata, ho sentito sobbalzare la blindata. L'onda d'urto mi ha sbalzato dal sedile. Non so come ho fatto a scendere dalla macchina. Attorno a me c'erano brandelli di carne umana sparsi dappertutto»[4].

Lo scenario descritto da personale della locale Squadra Mobile giunto sul posto parlò di «decine di auto distrutte dalle fiamme, altre che continuano a bruciare, proiettili che a causa del calore esplodono da soli, gente che urla chiedendo aiuto, nonché alcuni corpi orrendamente dilaniati»[8]. L'esplosione causò inoltre, collateralmente, danni gravissimi agli edifici ed esercizi commerciali della via, danni che ricaddero sugli abitanti[9]. Sul luogo della strage, pochi minuti dopo il fatto, giunse immediatamente il deputato ed ex-giudice Giuseppe Ayala che abitava nelle vicinanze.[10]

Gli agenti di scorta ebbero a dichiarare che la via D'Amelio era considerata una strada pericolosa in quanto molto stretta, tanto che, come rivelato in una intervista rilasciata alla RAI da Antonino Caponnetto, era stato chiesto alle autorità di Palermo di vietare il parcheggio di veicoli davanti alla casa, richiesta rimasta però senza seguito.

Indagini e processi[modifica | modifica sorgente]

Prime indagini e il processo "Borsellino uno"[modifica | modifica sorgente]

Nel 1993 il gruppo investigativo guidato dal questore Arnaldo La Barbera, che si occupava delle indagini sulla strage di via d'Amelio, riuscì ad individuare ed arrestare i pregiudicati Salvatore Candura e Vincenzo Scarantino (due balordi della Guadagna con precedenti penali per rapina, spaccio di droga e violenza sessuale[11]), i quali si autoaccusarono del furto della Fiat 126 utilizzata nell'attentato: tale circostanza venne confermata dal detenuto Francesco Andriotta, il quale era stato compagno di cella di Scarantino nel carcere di Busto Arsizio ed aveva riferito agli inquirenti di avere ricevuto confidenze dallo stesso Scarantino sull’esecuzione della strage; in particolare Scarantino dichiarò di avere ricevuto l'incarico del furto della Fiat 126 dal cognato Salvatore Profeta (mafioso della Guadagna) e di avere portato l'auto rubata nell'officina di Giuseppe Orofino, dove venne preparata l'autobomba; inoltre Scarantino accusò un gruppo di fuoco del mandamento di Santa Maria di Gesù-Guadagna (Pietro Aglieri, lo stesso Salvatore Profeta, Natale Gambino, Giuseppe La Mattina, Giuseppe Urso, Cosimo Vernengo, Gaetano Murana, Gaetano Scotto, Lorenzo Tinnirello e Francesco Tagliavia) di essere gli esecutori della strage di via d'Amelio e riferì di avere assistito per caso ad una riunione ristretta della "Commissione" nella villa del mafioso Giuseppe Calascibetta dove venne decisa l'uccisione di Borsellino[6]. In un successivo interrogatorio, Scarantino dichiarò che alla riunione nella villa di Calascibetta erano presenti anche Salvatore Cancemi e Gioacchino La Barbera, entrambi diventati collaboratori di giustizia, i quali però negarono la circostanza e, durante i confronti dinanzi ai pubblici ministeri, accusarono Scarantino di dire falsità nelle sue dichiarazioni[12][13].

Tali dichiarazioni portarono al primo troncone del processo per la strage di via d'Amelio (denominato "Borsellino uno"), che iniziò nell'ottobre 1994 e vedeva imputati Scarantino, Salvatore Profeta, Giuseppe Orofino e Pietro Scotto (tecnico telefonico e fratello del mafioso Gaetano, accusato dagli inquirenti di aver manomesso gli impianti telefonici del palazzo di via D'Amelio per intercettare le telefonate della madre del giudice Borsellino al fine di conoscere i movimenti del magistrato[14]). Durante le udienze, gli avvocati difensori chiamarono a testimoniare un transessuale e due travestiti che affermavano di avere avuto una relazione con Scarantino, al fine di screditarne le dichiarazioni[15]; infine nel luglio 1995 Scarantino ritrattò le sue accuse nel corso di un'intervista telefonica trasmessa da Studio Aperto, dichiarando di avere accusato degli innocenti[16]. Tuttavia i giudici non ritennero veritiera tale ritrattazione e nel 1996 la Corte d'Assise di Caltanissetta condannò in primo grado Profeta, Orofino e Scotto all'ergastolo mentre Scarantino a diciotto anni di carcere[17]. Nel gennaio 1999 la Corte d'assise d'appello di Caltanissetta giudicò inattendibile Scarantino, assolvendo Pietro Scotto mentre la condanna di Orofino venne ridotta a nove anni, derubricandola in favoreggiamento; la condanna all'ergastolo per Profeta e quella a diciotto anni per Scarantino vennero invece confermate[18]. Nel dicembre 2000 tali condanne e l'assoluzione di Scotto vennero confermate dalla Corte di Cassazione[17].

Borsellino bis[modifica | modifica sorgente]

Nel gennaio 1996 vennero rinviati a giudizio Salvatore Riina, Pietro Aglieri, Carlo Greco, Giuseppe Calascibetta, Giuseppe Graviano e Salvatore Biondino (accusati da Scarantino di aver partecipato alla riunione in cui venne decisa l'uccisione di Borsellino) ma anche Francesco Tagliavia, Cosimo Vernengo, Natale ed Antonino Gambino, Giuseppe La Mattina, Lorenzo Tinnirello, Gaetano Murana, Gaetano Scotto, Giuseppe Urso, Salvatore Tomaselli, Giuseppe Romano e Salvatore Vitale (accusati sempre da Scarantino di essersi occupati della preparazione dell'autobomba e del trasferimento della stessa sul luogo dell'attentato), i quali figurarono imputati nel secondo filone del processo per la strage di via d'Amelio (denominato "Borsellino bis"), che iniziò il 14 maggio dello stesso anno[19]. Nel settembre 1998, durante un'udienza, Scarantino ritrattò pubblicamente tutte le sue accuse, sostenendo di avere subito maltrattamenti durante la sua detenzione nel carcere di Pianosa e di essere stato costretto a collaborare dal questore La Barbera[20]. Tuttavia i giudici non credettero nuovamente a questa ennesima ritrattazione e nel 1999 la Corte d'Assise di Caltanissetta condannò in primo grado Salvatore Riina, Pietro Aglieri, Salvatore Biondino, Carlo Greco, Giuseppe Graviano, Gaetano Scotto e Francesco Tagliavia all'ergastolo mentre Giuseppe Calascibetta, Natale Gambino, Giuseppe La Mattina, Lorenzo Tinnirello, Giuseppe Urso, Cosimo Vernengo e Salvatore Vitale vennero condannati a dieci anni di carcere per associazione mafiosa ma assolti dal reato di strage; stessa cosa per Antonino Gambino, Gaetano Murana e Salvatore Tomaselli, che però furono condannati a otto anni; l'unico assolto fu Giuseppe Romano[21].

Durante il processo d'appello, venne acquisita anche la testimonianza del collaboratore di giustizia Calogero Pulci (ex mafioso di Sommatino e uomo di fiducia del boss Giuseppe Madonia), il quale accusò Gaetano Murana di aver partecipato alle fasi esecutive della strage, confermando le dichiarazioni di Scarantino[13]; inoltre nell'udienza del 23 maggio 2001 testimoniò anche il vicequestore Gioacchino Genchi (ex membro del gruppo investigativo del questore La Barbera), che avanzò l'ipotesi secondo cui il telecomando che provocò l'esplosione venne azionato dal castello Utveggio, sul monte Pellegrino, dove secondo le sue indagini si trovava una sede distaccata del SISDE che operava sotto copertura: tuttavia le indagini avevano escluso che l'impulso per attivare la carica esplosiva in via D'Amelio fosse partito dal castello Utveggio[22][13]. Infine nel marzo 2002 la Corte d'assise d'appello di Caltanissetta giudicò attendibile Pulci, condannando all'ergastolo per il reato di strage anche Cosimo Vernengo, Giuseppe La Mattina, Natale Gambino, Lorenzo Tinnirello, Giuseppe Urso e Gaetano Murana, che in primo grado erano stati invece assolti da questa accusa; vennero anche confermati gli ergastoli inflitti a Salvatore Riina, Pietro Aglieri, Salvatore Biondino, Carlo Greco, Giuseppe Graviano, Gaetano Scotto e Francesco Tagliavia e le condanne a dieci anni di carcere per Giuseppe Calascibetta e Salvatore Vitale, quelle a otto anni per Salvatore Tomaselli e Antonino Gambino, nonché l'assoluzione per Giuseppe Romano[23]. Nel luglio 2003 tali condanne e l'assoluzione di Romano vennero confermate dalla Corte di Cassazione[24].

Borsellino ter[modifica | modifica sorgente]

Nel 1998 iniziò il terzo troncone del processo (denominato "Borsellino ter"), scaturito dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Giovan Battista Ferrante, Giovanni Brusca, Salvatore Cancemi, Calogero Ganci, Antonino Galliano e Francesco Paolo Anzelmo: gli imputati erano Giuseppe Madonia, Benedetto Santapaola, Giuseppe Calò, Giuseppe Farinella, Raffaele Ganci, Antonino Giuffrè, Filippo Graviano, Michelangelo La Barbera, Giuseppe e Salvatore Montalto, Matteo Motisi, Bernardo Provenzano, Francesco Madonia, Mariano Agate, Salvatore Buscemi, Antonino Geraci, Giuseppe Lucchese, Benedetto Spera e gli stessi collaboratori Brusca e Cancemi (accusati di essere i componenti della "Commissione" provinciale e regionale di Cosa Nostra e quindi di avere avallato la realizzazione della strage) ma anche Salvatore Biondo (classe 1955), l'omonimo Salvatore Biondo (classe 1956), Domenico e Stefano Ganci, Cristofaro Cannella e lo stesso collaboratore Ferrante (accusati di avere provato il funzionamento del telecomando e dei congegni elettrici che servirono per l'esplosione e di avere segnalato telefonicamente gli spostamenti del giudice Borsellino e della scorta poco prima della strage)[25].

Nel 1999 la Corte d'Assise di Caltanissetta condannò in primo grado all'ergastolo Giuseppe Madonia, Benedetto Santapaola, Giuseppe Calò, Giuseppe Farinella, Raffaele Ganci, Antonino Giuffrè, Filippo Graviano, Michelangelo La Barbera, Giuseppe e Salvatore Montalto, Matteo Motisi, Bernardo Provenzano, Salvatore Biondo (classe 1955), Cristofaro Cannella, Domenico e Stefano Ganci mentre il collaboratore di giustizia Salvatore Cancemi venne condannato a ventisei anni di carcere, l'altro collaboratore Giovan Battista Ferrante a ventitré anni, Francesco Madonia a diciotto anni, Salvatore Biondo (classe 1956) a dodici anni mentre Mariano Agate, Salvatore Buscemi, Antonino Geraci, Giuseppe Lucchese, Benedetto Spera e il collaboratore di giustizia Giovanni Brusca a sedici anni[25]. Nel febbraio 2002 la Corte d'assise d'appello di Caltanissetta modificò la sentenza di primo grado: vennero condannati all'ergastolo Bernardo Provenzano, Giuseppe Calò, Michelangelo La Barbera, Raffaele e Domenico Ganci, Francesco Madonia, Giuseppe Montalto, Filippo Graviano, Cristofaro Cannella, Salvatore Biondo (classe 1955) e Salvatore Biondo (classe 1956); Stefano Ganci venne condannato a vent'anni di carcere, Giuseppe Madonia, Benedetto Santapaola, Giuseppe Farinella, Antonino Giuffrè, Salvatore Montalto e Matteo Motisi a sedici anni per associazione mafiosa (ma assolti dal reato di strage) mentre venne confermata la pena per Agate, Buscemi, Spera e Lucchese; invece i collaboratori di giustizia Salvatore Cancemi, Giovanni Brusca e Giovan Battista Ferrante ricevettero pene tra i diciotto e i sedici anni[26]. Nel gennaio 2003 la Corte di Cassazione annullò con rinvio alla Corte d'assise d'appello di Catania le assoluzioni dall'accusa di strage per Salvatore Buscemi, Giuseppe Farinella, Benedetto Santapaola e Antonino Giuffrè mentre venne annullata con rinvio anche la condanna per associazione mafiosa per Giuseppe Madonia e Giuseppe Lucchese; le altre condanne e assoluzioni vennero invece confermate[27].

Il 9 luglio 2003 lo stralcio del Borsellino ter e parte del procedimento per la strage di Capaci, entrambi rinviati dalla Cassazione alla Corte d'assise d'appello di Catania, vennero riuniti in un unico processo perché avevano imputati in comune[28]: nell'aprile 2006 la Corte d'assise d'appello di Catania condannò all'ergastolo Salvatore Montalto, Giuseppe Farinella, Salvatore Buscemi e Benedetto Santapaola mentre, per la strage di Capaci, vennero condannati all'ergastolo anche Giuseppe Montalto, Giuseppe Madonia, Carlo Greco, Pietro Aglieri, Mariano Agate e Benedetto Spera; Antonino Giuffrè e Stefano Ganci vennero condannati rispettivamente a venti e ventisei anni di carcere; Giuseppe Lucchese venne invece assolto[29]. Nel settembre 2008 la Corte di Cassazione confermò questa sentenza[30].

Nuove indagini e il processo "Borsellino quater"[modifica | modifica sorgente]

Nel giugno 2008 Gaspare Spatuzza (ex mafioso di Brancaccio) iniziò a collaborare con la giustizia e si autoaccusò del furto della Fiat 126 utilizzata nell'attentato, smentendo la versione data dai collaboratori di giustizia Scarantino e Candura: in particolare Spatuzza dichiarò di avere compiuto il furto dell'auto la notte dell'8 luglio 1992 (dieci giorni prima dell'attentato) insieme al suo sodale Vittorio Tutino, su incarico di Cristofaro Cannella e Giuseppe Graviano (capo della Famiglia di Brancaccio); Spatuzza riferì anche che portò l'auto rubata nell'officina di tale Maurizio Costa (dove vennero riparati i freni e la frizione danneggiati) e poi il 18 luglio (il giorno prima della strage) in un altro garage vicino a via d'Amelio, dove Lorenzo Tinnirello e Francesco Tagliavia provvidero a preparare l'innesco e l'esplosivo all'interno dell’auto[31][13]. In seguito a queste dichiarazioni, la Procura di Caltanissetta riaprì le indagini sulla strage di via d'Amelio: nel 2009 gli ex collaboratori di giustizia Scarantino, Candura e Andriotta dichiararono ai magistrati di essere stati costretti a collaborare dal questore La Barbera e dal suo gruppo investigativo, che li sottoposero a forti pressioni psicologiche, maltrattamenti e minacce per spingerli a dichiarare il falso, mentre l'ex collaboratore Calogero Pulci sostenne di avere agito di sua iniziativa perché, a suo dire, voleva aiutare gli inquirenti[13].

Nell'aprile 2011 anche Fabio Tranchina (ex uomo di fiducia di Giuseppe Graviano) iniziò a collaborare con la giustizia, confermando le dichiarazioni di Spatuzza: infatti Tranchina riferì che una settimana prima della strage aveva compiuto due appostamenti in via d'Amelio insieme a Graviano, il quale gli chiese anche di procurargli un appartamento nelle vicinanze ma poi gli disse che aveva deciso di piazzarsi nel giardino dietro un muretto in fondo a via d'Amelio per azionare il telecomando che provocò l'esplosione[32][13]. Per queste ragioni, il 27 ottobre dello stesso anno la Corte d'assise d'appello di Catania dispose la sospensione della pena per Salvatore Profeta, Natale Gambino, Giuseppe La Mattina, Giuseppe Urso, Cosimo Vernengo, Gaetano Murana, Gaetano Scotto e Vincenzo Scarantino, che erano stati condannati nei processi "Borsellino uno" e "Borsellino bis"[33].

Il 2 marzo 2012 il giudice per le indagini preliminari di Caltanissetta emise un'ordinanza di custodia cautelare per Vittorio Tutino, Calogero Pulci (accusato di calunnia), Salvatore Madonia (accusato di essere stato un componente della "Commissione provinciale" di Cosa Nostra in qualità di reggente del mandamento di Resuttana e quindi di avere avallato la strage) e Salvatore Vitale (accusato da Spatuzza di avere messo a disposizione il suo maneggio per la consegna delle targhe rubate da apporre sull'autobomba per evitarne l'identificazione e di avere controllato le visite del giudice Borsellino alla madre poiché abitava nello stesso palazzo in via d'Amelio)[13]: tuttavia il procedimento a carico di Vitale venne sospeso per via delle sue gravi condizioni di salute, che lo portarono alla morte qualche tempo dopo[34]; infine, nel novembre dello stesso anno, la Procura di Caltanissetta chiuse le indagini sulla strage[35]. Il 13 marzo 2013 il giudice dell'udienza preliminare di Caltanissetta condannò con il rito abbreviato i collaboratori Spatuzza e Tranchina rispettivamente a quindici e dieci anni di carcere per il loro ruolo avuto nella strage, mentre l'ex collaboratore Salvatore Candura venne condannato a dodici anni per calunnia aggravata[36]; qualche giorno dopo si aprì il quarto processo per la strage di via d'Amelio (denominato "Borsellino quater"), che vedeva imputati Vittorio Tutino, Salvatore Madonia e gli ex collaboratori Vincenzo Scarantino, Francesco Andriotta e Calogero Pulci[37].

Indagini sull'agenda rossa e sulla trattativa Stato-mafia[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Trattativa tra Stato italiano e Cosa nostra.
L'albero posto in via d'Amelio per commemorare l'uccisione di Paolo Borsellino e della sua scorta

Nel febbraio 2006 la Procura di Caltanissetta aprì un'indagine sulla scomparsa dell’agenda rossa del giudice Borsellino, in seguito alla segnalazione di una fotografia scattata da un giornalista subito dopo l'attentato in cui si vedeva l'allora capitano dei carabinieri Giovanni Arcangioli che si allontanava da via d'Amelio con la borsa del giudice Borsellino, che venne ritrovata nell'auto distrutta dall'esplosione dopo alcune ore. Interrogato dai magistrati, Arcangioli (diventato colonnello) sostenne di avere consegnato la borsa ai giudici Vittorio Teresi e Giuseppe Ayala (i quali erano sopraggiunti sul luogo della strage), ma essi negarono la circostanza: per queste ragioni, il colonnello Arcangioli venne inizialmente indagato per false dichiarazioni[38] ma nel febbraio 2008 il giudice per le indagini preliminari lo incriminò anche per il furto dell'agenda rossa e la Procura di Caltanissetta ne chiese il rinvio a giudizio[39]: tuttavia il giudice dell'udienza preliminare rigettò la richiesta, sostenendo che non vi erano le prove per un'incriminazione di Arcangioli poiché la borsa in questione rimase per quattro mesi presso la squadra mobile di Palermo senza essere aperta e quindi l'agenda potrebbe essere stata sottratta in un momento successivo ma avanzò anche l'ipotesi che, al momento dell’attentato, Borsellino avesse l'agenda rossa in mano e non nella borsa (come testimoniato dall'agente sopravvissuto Antonino Vullo[8]) e quindi questa andò distrutta nell'esplosione. Per questi motivi, la Procura di Caltanissetta fece ricorso in Cassazione, che però non lo accolse, sostenendo la tesi del giudice dell'udienza preliminare[13].

Nel 2009, in seguito alle dichiarazioni di Massimo Ciancimino che riguardavano l'inchiesta sulla cosiddetta "trattativa Stato-mafia", le Procure di Caltanissetta e Palermo ascoltarono le testimonianze di Liliana Ferraro (ex vice direttore degli affari penali presso il Ministero della Giustizia) e dell'ex ministro Claudio Martelli, i quali confermarono di essere stati avvicinati dall'allora colonnello dei carabinieri Mario Mori che chiedeva "copertura politica" per i suoi contatti con Vito Ciancimino al fine di fermare le stragi; in particolare la Ferraro dichiarò che ne parlò con il giudice Borsellino, che si dimostrò già informato dei contatti tra Ciancimino e i carabinieri[40]. Infatti l'inchiesta fece emergere che il 25 giugno 1992 (circa un mese prima di essere ucciso) Borsellino s'incontrò con il colonnello Mori e con l'allora capitano Giuseppe De Donno: secondo quando dichiarato da Mori e De Donno ai magistrati, durante quell'incontro Borsellino si limitò a parlare con loro sulle indagini dell'inchiesta "mafia e appalti"[40]. Nello stesso periodo, Agnese Piraino Leto (vedova di Borsellino) dichiarò ai magistrati che, qualche giorno prima di essere ucciso, il marito le confidò che il generale dei carabinieri Antonio Subranni (diretto superiore del colonnello Mori) era vicino ad ambienti mafiosi e che c'era un contatto tra mafia e parti deviate dello Stato[13]. I magistrati di Palermo e Caltanissetta acquisirono anche le dichiarazioni rese dai collaboratori di giustizia Salvatore Cancemi e Giovanni Brusca nel processo "Borsellino ter"[25], in cui affermavano che Salvatore Riina fece sospendere la preparazione dell'attentato contro l'onorevole Calogero Mannino ed insistette particolarmente per accelerare l'uccisione di Borsellino ed eseguirla con modalità eclatanti[13].

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ "Quando si decide di cambiare il piano per eliminare Falcone, di lasciare l’ipotesi di ucciderlo a Roma e di farlo a Capaci con l’esplosivo, li iniziamo ad usare un metodo terroristico – mafioso", Gaspare Spatuzza, Borsellino quater, deposizione del 14 marzo 2014 http://www.liberainformazione.org/2014/03/14/stragi-spatuzza-non-fu-solo-cosa-nostra/
  2. ^ “Per le stragi di Capaci e via d’Amelio – ha spiegato Spatuzza – diciamo che erano anche miei nemici, in quell’ottica mi andava anche bene l’atto terroristico con cui vennero eseguite.Gaspare Spatuzza, Borsellino Quater, deposizione del 14 marzo 2014 http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/03/13/trattativa-stato-mafia-spatuzza-le-stragi-non-sono-solo-di-cosa-nostra/913502/
  3. ^ STORIA DI EMANUELA MORTA IN DIVISA A VENTIQUATTRO ANNI - La Repubblica.it
  4. ^ a b DI STRAGE IN STRAGE - La Repubblica.it
  5. ^ Sentenza Corte di Cassazione - Sezione I Penale (pag. 3)
  6. ^ a b Giovanni Bianconi, Il pentito e le stragi. La nuova verità che agita l'antimafia in Corriere della Sera, 22 aprile 2009. URL consultato il 17 marzo 2010.
  7. ^ Di Giovacchino, op. cit.
  8. ^ a b Arianna Giunti, Via D'Amelio, ancora troppi misteri L'Espresso, 18 luglio 2013.
  9. ^ gli abitanti: cortei e Tv ma non ci pagano i danni Corriere della Sera, 19 luglio 1993.
  10. ^ ' SIAMO STATI SFRATTATI DALLA MAFIA' - La Repubblica.it
  11. ^ UNA PISTOLA A 13 ANNI E UN BOSS PER COGNATO - La Repubblica.it
  12. ^ ' FUI IO A PROCURARE L' AUTOBOMBA' - La Repubblica.it
  13. ^ a b c d e f g h i j Audizione del procuratore Sergio Lari dinanzi la Commissione Parlamentare Antimafia - XVI LEGISLATURA.
  14. ^ ' ERA LUI A SPIARE BORSELLINO...' - La Repubblica.it
  15. ^ ' SCARANTINO È OMOSESSUALE' - La Repubblica.it
  16. ^ ' HO DETTO BUGIE' IL PENTITO RITRATTA MA È UN GIALLO - La Repubblica.it
  17. ^ a b Borsellino condanne confermate - La Repubblica.it
  18. ^ Borsellino, due assolti - La Repubblica.it
  19. ^ RIINA E ALTRI 17 A GIUDIZIO PER VIA D' AMELIO - La Repubblica.it
  20. ^ [http://www.repubblica.it/online/fatti/brusc/scara/scara.html?ref=search Scarantino ritratta: "Su Borsellino ho mentito" - La Repubblica.it]
  21. ^ Borsellino bis, sette ergastoli Credibile il pentito Scarantino - La Repubblica.it
  22. ^ La Procura di Caltanissetta ascolta il vicequestore Genchi - La Repubblica.it
  23. ^ Borsellino bis, ergastoli confermati maxi risarcimento da 300 mila euro - La Repubblica.it
  24. ^ il mafioso non accetta il carcere - La Repubblica.it
  25. ^ a b c Sentenza della Cassazione per il processo "Borsellino ter".
  26. ^ Borsellino ter, undici ergastoli - La Repubblica.it
  27. ^ Via D' Amelio, strage della cupola - La Repubblica.it
  28. ^ Processo unico per le stragi - La Repubblica.it
  29. ^ la sentenza - La Repubblica.it
  30. ^ Strage del '92 carcere a vita per i mandanti - La Repubblica.it
  31. ^ Interrogatorio del collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza
  32. ^ Tranchina decide di collaborare 'Portai Graviano in via D' Amelio' - La Repubblica.it
  33. ^ E tornano in libertà gli ergastolani condannati nel vecchio processo - La Repubblica.it
  34. ^ Morto il boss ergastolano che abitava in via D' Amelio - La Repubblica.it
  35. ^ Chiusa l' indagine in 7 verso il processo - La Repubblica.it
  36. ^ Via D'Amelio, prime tre condanne quindici anni al pentito Spatuzza - La Repubblica.it
  37. ^ Nuovo processo via D'Amelio chiesta testimonianza Napolitano - La Repubblica.it
  38. ^ Agenda Borsellino c' è un indagato - La Repubblica.it
  39. ^ 'Un militare rubò l' agenda di Borsellino' - La Repubblica.it
  40. ^ a b Audizione del procuratore Francesco Messineo dinanzi la Commissione Parlamentare Antimafia - XVI LEGISLATURA.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]