Bruno Contrada

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

« Chi combatte la mafia,rischia il fango. »
(Bruno Contrada)

Bruno Contrada (Napoli, 2 settembre 1931) è un ex membro della Polizia di Stato, condannato con sentenza definitiva a 10 anni per concorso esterno in associazione di tipo mafioso.[1].

Indice

[modifica] Biografia

Entrò in Polizia nel 1958 frequentando a Roma il corso di istruzione presso l’Istituto Superiore di Polizia. Dopo alcuni ruoli nel Lazio, nel 1973 gli venne affidata la direzione della squadra mobile di Palermo.
Nel 1982 transitò nei ruoli del SISDE con l’incarico di coordinarne i centri della Sicilia e della Sardegna. Nel 1986 fu chiamato a Roma presso il Reparto Operativo della Direzione del SISDE.

[modifica] Vicende giudiziarie

Il 24 dicembre 1992, venne arrestato perché accusato di concorso esterno in associazione di tipo mafioso (estensione giurisprudenziale dell'art. 416 bis Codice penale) sulla base delle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia (tra i quali Gaspare Mutolo, Tommaso Buscetta, Giuseppe Marchese, Salvatore Cancemi) e rimase in regime di carcere preventivo fino al 31 luglio 1995.


Il primo processo a suo carico, iniziato il 12 aprile 1994, si concluse il 19 gennaio 1996, quando, al termine di una requisitoria protrattasi per ventidue udienze, il pubblico ministero Antonino Ingroia chiese la condanna a dodici anni.
Il 5 aprile 1996 i giudici disposero dieci anni di reclusione e tre di libertà vigilata.
Il 4 maggio 2001 la Corte d'Appello di Palermo lo assolse con formula piena.
Il 12 dicembre 2002 la Corte di Cassazione annullò la sentenza di secondo grado, ordinando un nuovo processo davanti ad una diversa sezione della Corte d'Appello di Palermo.
Il 26 febbraio 2006 i giudici di secondo grado confermarono, dopo 31 ore di camera di consiglio, il verdetto di primo grado che condannava Bruno Contrada a 10 anni di carcere e al pagamento delle spese processuali[2].

Il 10 maggio 2007 la Corte di Cassazione ha confermato la sentenza di condanna in appello [3].
Contrada venne rinchiuso nel carcere militare di Santa Maria Capua Vetere, in provincia di Caserta.

[modifica] Vicende successive

[modifica] Richiesta di Grazia

A fine dicembre 2007 l'avvocato difensore di Contrada, Giuseppe Lipera [4], ha inviato al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano una "accorata supplica" al fine di sollecitarlo a concedere la grazia in mancanza di un'esplicita richiesta da parte dell'interessato che, ritenendosi innocente, non intende inoltrarla.

Il movimento antimafia, con molteplici associazioni, non appena divenuta pubblica la notizia dell'avvio dell'iter per la concessione dell'atto di clemenza, lancia un appello contro ogni ipotesi di grazia a Bruno Contrada ed ogni altro condannato per associazione mafiosa o concorso esterno[5].

Il ministro Antonio Di Pietro ha definita l'eventuale provvedimento di grazia "una scorciatoia per sfuggire a una condanna per associazione mafiosa"[6]
.

In un messaggio, Contrada ha ribadito: "Non ho mai chiesto, né chiedo, né chiederò mai la grazia a quello Stato da cui mi sarei aspettato un grazie e non una grazia"[7].

[modifica] Differimento pena per motivi salute

Il Guardasigilli Clemente Mastella, ha ricordato che "la decisione circa l'istanza di differimento della pena per ragioni di salute è di esclusiva competenza della magistratura di sorveglianza"[7].

Il 28 dicembre 1997 il magistrato di sorveglianza ha disposto, in maniera del tutto inattesa, il ricovero di Contrada presso il reparto detenuti dell'Ospedale Cardarelli di Napoli.
Il giorno 29 dicembre Contrada ha firmato la richiesta di dimissioni volontarie dall'ospedale a causa delle "condizioni inaccettabili del reparto" come ha riportato il suo avvocato[8]
. Il 2 gennaio 2008 rientrando in carcere ha assegnato mandato al proprio legale di presentare istanza di revisione del processo che lo ha condannato in via definitiva a 10 anni di detenzione[9]
L'8 gennaio il Tribunale di Napoli ha respinto ogni istanza di differimento della pena insieme alla richiesta degli arresti domiciliari[10]
Il 10 gennaio 2008 il Presidente della Repubblica ha inviato una lettera al ministero della Giustizia per revocare l'avvio dell'iter, ponendo fine, di fatto, alla querelle giudiziaria[11].
Il 21 luglio dello stesso anno i suoi legali hanno diffuso la notizia che Contrada in carcere sarebbe dimagrito di 22 chili per dimostrare l'incompatibilità dell'ex dirigente del Sisde col regime carcerario.[12]. I familiari ed il legale hanno omesso di dichiarare che il dimagrimento del detenuto era derivante dal suo rifiuto di nutrirsi.
Il 16 aprile 2008 chiede che gli venga praticata l'eutanasia. La richiesta è stata presentata al giudice tutelare del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere dalla sorella, che ha spiegato che Contrada "vuole morire" perché "questa sembra l'unica strada percorribile per mettere fine alle sue infinite pene"[13].
Il 24 luglio 2008 sono stati concessi a Contrada gli arresti domiciliari per motivi di salute; al provvedimento è seguita la scarcerazione. Il provvedimento di concessione dei domiciliari ha una durata di 6 mesi e prevede l'obbligo di domicilio, negando la possibilità di recarsi a Palermo in quanto i giudici confermano la pericolosità sociale di Bruno Contrada [14].
A Salvatore Borsellino (fratello di Paolo) che dichiarò la sua disapprovazione per la sua scarcerazione ha risposto con una querela. [15]

[modifica] Comitato Bruno Contrada

Il Comitato Bruno Contrada invece è una associazione civile che intende promuovere il recupero della figura del poliziotto Contrada perchè ritenuto vittima di una macchinazione. (http://blog.libero.it/lavocedimegaride/)

[modifica] Note

[modifica] Bibliografia

[modifica] Altri progetti

[modifica] Collegamenti esterni

Strumenti personali
Altre lingue