Ankón

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Ankón
Ancona - moneta greca - gomito e scritta.jpg
Moneta greca di Ancona (verso), con il gomito piegato, le due stelle dei Gemelli e la legenda in greco antico ΑΓΚΩΝ (ANKON)
Nome originale Ἀγκών (Ankón)
Cronologia
Fondazione 387 a.C.
Fine tra il 133 a.C. e il 90 a.C.
Causa
Amministrazione
Territorio controllato parte settentrionale del promontorio del Conero, compresa tra la cima del Monte, l'Esino e l'Aspio
Territorio e popolazione
Superficie massima 240 km2
Lingua Greco antico (Dialetto dorico)
Localizzazione
Stato attuale Italia Italia
Coordinate 43°37′31.4″N 13°30′36.54″E / 43.62539°N 13.51015°E43.62539; 13.51015Coordinate: 43°37′31.4″N 13°30′36.54″E / 43.62539°N 13.51015°E43.62539; 13.51015
Cartografia
Mappa di localizzazione: Italia
Ankón
Ankón

« Ancon dorica civitas fidei »

(Motto della città di Ancona)

Ankón (trascrizione del greco antico Ἀγκών) è il nome di Ancona durante la sua fase di città greca, che si svolse tra il IV e il II secolo a.C.

Fondata nel 387 a.C. ad opera di greci siracusani, e dunque di stirpe dorica, fu una delle polis più settentrionali della colonizzazione greca in Occidente e più lontana dalle altre colonie greche[1]. Prima dell'arrivo dei Siracusani, era un emporio greco-piceno e si pensa che il toponimo Ankón (Ἀγκών) risalga a quell'epoca e che sia la prima testimonianza della grecità di Ancona. Con la fondazione siracusana l'emporio divenne una città di lingua, cultura ed aspetto greco, che poi mantenne a lungo, quando già la regione circostante e l'Italia centrale erano entrate prima nell'influsso e poi nello stato romano.

Ankón, attraverso il suo porto, mantenne rapporti intensi con i principali centri del Mediterraneo orientale, come provano le testimonianze archeologiche, numerose e significative specialmente per l'età ellenistica.

Tra la fine del II e l'inizio del I secolo a.C. fu gradatamente assorbita nello stato romano, pur rimanendo per alcuni decenni un'isola linguistica e culturale greca[2]. Una delle più importanti caratteristiche di questa polis è anzi il suo persistente attaccamento al carattere greco e la sua resistenza culturale alla romanizzazione[3].

Gli abitanti di Ankón erano detti ἁγκωνὶτες (anconìtes)[4].

Indice

Prima dei Siracusani[modifica | modifica wikitesto]

Contatti con la civiltà micenea[modifica | modifica wikitesto]

(GRC)

« Μετὰ δὲ Σαυνίτας ἔθνος ἐστὶν Ὀμβρικοὶ, καὶ πόλις ἐν αὐτῆ Ἀγκών ἐστι. Τοῦτο δὲ τὸ ἔθνος τιμᾷ Διομήδην, εὐεργετηὲν ὐπ'αὐτοῦ καὶ ἱερόν ἐστιv αὐτοῦ. »

(IT)

« Dopo i Sanniti[5] c'è il popolo degli Umbri[6], presso i quali si trova la città di Ancona. Questo popolo venera Diomede come proprio benefattore, e c'è un tempio in suo onore. »

(Pseudo Scilace, Periplo, capitolo 16)
Frammento di vaso miceneo, trovato al Montagnolo. Su di esso compare l'antico simbolo della spirale, tipico della cultura minoica e di quella micenea. Il significato della spirale è collegato a quello del labirinto e rimanda all'idea di energia e di evoluzione.

La citazione dello Pseudo Scilace[7] sopra riportata è tratta dal più antico portolano del Mediterraneo ed è la prima testimonianza scritta su Ancona. Essa attesta che i Greci indicavano con il nome greco di Ankón (Ἀγκών), ossia "gomito", il luogo in cui sorse la colonia siracusana, e che vi era praticato il culto di un eroe greco: Diomede.

La frequentazione greca prima della fondazione siracusana è suffragata da importanti ritrovamenti archeologici avvenuti sul Montagnolo[8], colle che si trova in posizione dominante sul golfo di Ancona e le cui pendici orientali sono attualmente occupate dai rioni periferici di Posatora e del Pinocchio; la cima è invece fuori dal centro abitato.

Sul Montagnolo, infatti, nell'estate del 1982, in seguito a ritrovamenti archeologici sporadici, la Soprintendenza decise di eseguire alcuni saggi di scavo, che portarono al ritrovamento di due frammenti di ceramica micenea, insieme a testimonianze di un abitato dell'Età del Bronzo, del periodo medio e finale, ossia dal 1600 al 1000 a.C., soprattutto vasi in terracotta con decorazione tipica della Cultura appenninica[8].

Uno dei frammenti micenei è dipinto con il simbolo universale della spirale, tipico della cultura minoica e poi di quella micenea. Il suo significato, affine a quello del labirinto e della triscele, è legato al percorso del Sole, al fuoco, all'aria che turbina, all'energia e all'evoluzione[9].

Il ritrovameno di reperti micenei è inusuale nelle regioni adriatiche, ed è tipico solo di un numero limitato di altri siti, elencati di seguito[10].

Luoghi legati al mito di Diomede e ritrovamenti micenei

Nella costa adriatica italiana, oltre ad Ancona:

Questi ritrovamenti testimoniano i percorsi delle antiche rotte adriatiche micenee.

Andiamo ora ad esaminare i luoghi adriatici nei quali il culto di Diomede è testimoniato, oltre che ad Ancona:

Come si può notare effettuando un confronto tra i siti dei ritrovamenti micenei e i luoghi di culto di Diomede, essi a volte coincidono, come accade anche ad Ancona; questa coincidenza non è certo casuale, ma mostra che tale culto è stato diffuso proprio dai navigatori provenienti dalla Grecia, in un'epoca di poco più tarda rispetto alla Guerra di Troia, ossia intorno al XIII secolo a.C., al tempo della diaspora micenea (tardo elladico)[13].

In base ai ritrovamenti archeologici del Montagnolo, si può dire quindi che le popolazioni greche conoscevano e frequentavano il porto naturale di Ancona ben prima della fondazione della città (circa nove secoli prima), e che furono essi ad introdurre nella zona di Ancona il culto dell'eroe greco Diomede, ricordato nel Periplo di Scilace.

Il culto di Diomede potrebbe poi essere stato rivitalizzato in occasione dell'arrivo dei siracusani che fondarono la città nel IV secolo a.C. Il tiranno siracusano Dionisio il grande, infatti, valorizzò l'antico culto greco dell'eroe argivo per giustificare culturalmente la propria azione colonizzatrice di fronte alle popolazioni autoctone dell'Adriatico[13]. Lo stesso fenomeno si è verificato in tutte le aree adriatiche interessate dalla politica di Dionisio il grande di Siracusa e di suo figlio[14].

Posizione strategica del porto naturale[modifica | modifica wikitesto]

Per capire perché i Greci, dall'età micenea in poi, frequentassero il porto di Ancona, si deve ricordare che i popoli antichi praticavano la navigazione di cabotaggio ed affrontavano il mare aperto solo quando non era possibile altrimenti, scegliendo in questo caso le rotte più brevi. Le rotte di cabotaggio erano stabilite in base alla necessità di potersi riparare, durante la notte o in caso di burrasca, in porti o insenature naturali localizzate a circa un giorno di navigazione l'una dall'altra.

Per questo motivo, per giungere nell'Adriatico settentrionale, i Greci evitavano la costa adriatica occidentale, da Brindisi al Conero, per l'assenza di porti naturali: Tito Livio la chiama importuosa Italiae litora[15] e Strabone definisce i litorali adriatici occidentali alímenoi (ἀλίμενοι), ossia "importuosi"[16]. Per questo motivo gli antichi navigatori evitavano le coste adriatiche italiane e risalivano questo mare nei pressi delle sue coste orientali, partendo da Kòrkyra (l'odierna Corfù) e poi procedendo lungo l'articolatissima costa dalmata, ricca di ripari, sino a giungere all'estremo nord dell'Adriatico e riscendendo lungo la costa occidentale. A partire dal VII secolo a.C. i focesi aprirono una nuova rotta, più breve: all'altezza dell'attuale città di Zara affrontavano il mare aperto facendo rotta verso il promontorio del Conero e continuavano a procedere verso nord sino a giungere nell'area del delta del Po.

Frutti dell'albero del corbezzolo; dal greco kòmaros, cioè corbezzolo, deriva il nome di monte Cònero.

L'attraversamento dell'Adriatico in corrispondenza del Conero era scelto perché questo promontorio si spinge verso la costa dalmata, rendendo più breve l'attraversamento del mare e assumendo anche la funzione di traguardo visivo per i navigatori provenienti da est. Nella rotta di ritorno, invece, il traguardo visivo era garantito dalla visibilità del monte Drago, sui monti Velèbiti. In questo modo il tratto di mare aperto senza visibilità della costa era ridotto al minimo. Inoltre il porto naturale di Ancona si trova a metà della costa adriatica occidentale, quasi del tutto importuosa, e dunque rappresentava l'unico luogo ove poter riparare le navi dalle onde, dalle bocche del Po sino a Brindisi[17].

È interessante notare che lo stesso nome Cònero deriva dal greco: κόμαρος (kòmaros) significa "corbezzolo" e il Cònero quindi è etimologicamente il "monte dei corbezzoli"; il corbezzolo è infatti un albero mediterraneo molto diffuso nei boschi del Cònero e che produce caratteristici frutti rossi localmente molto apprezzati e anticamente legati al culto del dio Dionisio[18][19].

I Greci diretti verso i fiorenti mercati della Pianura Padana, dunque, anche dopo l'epoca micenea, hanno sempre risalito l'Adriatico lungo la costa dalmata, per poi attraversare il mare tra Zara e il Cònero, raggiungendo infine gli scali padani.

Gli storici hanno provato ad elencare i porti naturali e gli empori utilizzati dai Greci lungo la rotta verso l'Adriatico settentrionale; in alcuni casi, come in quello di Ancona, l'ipotesi è suffragata da ritrovamenti archeologici e dal fatto che in epoca successiva sono stati sedi di colonie greche. Nella costa orientale adriatica essi erano: Orikos, Apollonia, Epidamnos, Vardenis (nei pressi di Scutari), Buthoe, Lissos[20], Epidayron, Melitta, Kòrkyra Melaina, la foce del Naron, Pharos, Issa, Elaphussa, Idassa, Enona[21]. Seguiva poi l'attraversamento dell'Adriatico. Nella costa italiana gli empori e i ripari erano invece: Numana[22], Ankón, l'attuale Santa Marina di Focara, la foce della Marecchia, Spina, Adría[23].

Oltre alla rotta che si sviluppava lungo le coste albanesi e dalmate, gli studi più recenti ipotizzano anche, dal VI secolo a.C. una rotta più recente che invece interessava la costa italiana dell'Adriatico, ed era utilizzata come collegamento più circoscritto rispetto a quella già citata, tra la Magna Grecia e gli scali padani. Questa rotta occidentale fu probabilmente seguita anche dai navigatori rodii nel IX ed VIII secolo a.C., prima dell'apertura di quella orientale con attraversamento all'altezza del Conero[24]. Data la mancanza di porti naturali, come ripari occasionali sarebbero state utilizzate le foci dei fiumi, senza impiantare empori stabili. L'area del promontorio del Conero, e quindi Ancona, era il punto di congiunzione tra le due rotte[25].

Un emporio greco-piceno[modifica | modifica wikitesto]

Empori utizzati dai Greci durante la navigazione verso l'alto Adriatico a partire dalla seconda metà del VII sec. a.C. Alcuni di essi diventarono poi colonie: Apollonia, Epidamnos, Lissos, Korkyra Melaina, Pharos, Issa, Ankón, Adría.

Prima della fondazione siracusana, il promontorio di Ancona era già abitato, da secoli: nell'Età del Bronzo antico esisteva un villaggio nell'area dell'attuale Campo della Mostra (Piazza Malatesta) ed un altro villaggio dell'Età del Bronzo (periodo medio e finale) si trovava sul colle del Montagnolo: si tratta del sito citato nel capitolo "Contatti con la civiltà micenea", che ha restituito appunto i frammenti di ceramica micenea.

Un terzo centro abitato dell'Età del Bronzo (periodo finale), infine, si trovava sul Colle dei Cappuccini[26]; quest'ultimo, poi, continuò a svilupparsi sino all'Età del Ferro, diventando un centro piceno, il cui porto era frequentato dai navigatori greci[27]. La frequentazione è provata dalla ceramica greca ritrovata tra i resti dell'abitato piceno, datati al VI secolo, dunque molto prima della fondazione della colonia[28].

Quando arrivarono i Siracusani, Ancona era dunque già da tempo un emporio marittimo greco-piceno; era costituito da magazzini, strutture portuali e da una serie di edifici abitati da greci che conservavano le proprie tradizioni e, pur non avendo la sovranità del territorio, vivevano in piena autonomia. Gli abitanti autoctoni, dal canto loro, facevano da tramite tra i Greci e i mercati dell'entroterra, dove infatti si ritrovano manufatti greci[29].

L'importanza dell'emporio anconitano era dovuta anche al fatto che esso era uno dei terminali della via dell'ambra, che partiva dal mar Baltico, e di quella dello stagno, che iniziava dalla Cornovaglia e dalla Germania. Attraverso gli empori di Ankón e di Numana i Greci si rifornivano anche di grano, ed esportavano olio, vino e, dal VII secolo a.C., manufatti del loro artigianato artistico, come mostrano i ritrovamenti nell'area picena, specie gli oggetti in bronzo e le ceramiche. La ricezione culturale delle forme greche attraverso i due empori del Cònero influenzò profondamente l'artigianato piceno: si spiega così il periodo orientalizzante di questo popolo e poi la sua massiccia importazione di ceramica attica.

I navigatori che frequentavano gli empori adriatici e quindi utilizzavano l'emporio anconitano provenivano da:

  • Rodi (IX - VIII sec. a.C.) - i navigatori rodii effettuavano la navigazione di cabotaggio sulla costa occidentale, a partire da Elpie, senza attraversare l'Adriatico;
  • Focea (II metà del VII sec. a.C.) - i navigatori focesi furono coloro che aprirono la rotta di attraversamento dell'Adriatico all'altezza del Cònero;
  • Corinto e Korkyra (VI sec. a.C.) - i corinzi e i corciresi contribuirono alla diffusione in Adriatico dei culti di Diomede (già introdotto dai Micenei) e di Afrodite (di probabile origine cnidia)[30] e in questo mare fondarono le colonie di Dyrrachion/Epidamnos ed Apollonia;
  • Egina (II metà del VI sec. a.C.);
  • Atene (II metà del VI e tutto il V secolo a.C.).

Dopo la pace di Antalcida (386 a.C.), che siglò la fine della Guerra di Corinto, il commercio ateniese in Adriatico declinò però rapidamente. I Siracusani si avvantaggiarono di questa crisi e, dal IV secolo a.C., furono soprattutto loro a frequentare le coste adriatiche, fino a fondarvi diverse colonie, tra cui Ankón[31].

Il toponimo Ankón[modifica | modifica wikitesto]

Veduta aerea del centro di Ancona, che mette in evidenza il promontorio ad angolo, o gomito, da cui deriva il nome della città e che protegge il porto dalle tempeste.

La citazione dello Pseudo Scilace sopra riportata testimonia l'uso del toponimo greco Ankón, già in epoca precedente la fondazione siracusana. Questo termine greco deriva dalla radice linguistica sanscrita e poi indoeuropea aṅk, che contiene l'idea di "angolo", "gomito", "curvatura del braccio", "punto di articolazione", "punto di piegatura"[32][33].

Ciò si spiega con la posizione geografica di Ancona, che sorge infatti su un promontorio roccioso a forma di angolo, simile un braccio piegato a gomito che divide la costa adriatica centrale italiana in due tratti, uno orientato da nord-ovest a sud-est ed uno da nord-nord-ovest a sud-sud-est.

Questo gomito di roccia è l'ultima propaggine settentrionale del promontorio del Cònero e protegge dal moto ondoso un ampio porto naturale, oggi unico nell'Adriatico tra il Po e il Gargano. In età antica il porto di Ancona era affiancato da quello di Numana, anch'esso sul promontorio del Conero, ma sul versante meridionale. Questa funzione protettiva nei confronti delle onde e dei venti era stata notata dai navigatori greci ed è alla base dell'antica frequentazione del luogo e della successiva fondazione della città[34].

Alcuni autori latini testimoniano che in epoca romana si aveva ancora coscienza dell'etimologia greca del termine, come risulta da Plinio il vecchio e da Pomponio Mela, che scrivono nel I secolo d.C.:

(LA)

« Hinc illa in angusto duorum promunturiorum ex diversa coeuntium sinu inflexi cubiti imagine sedens ac ideo a Graecis dicta est Ancon. »

(IT)

« ...e quella (Ancona) giace in forma di gomito piegato nello stretto spazio di due promontori che si uniscono, provenendo da direzioni diverse, ed è per questo detta dai Greci Ancon. »

(Pomponio Mela, De Chorografia, II.4.64. - prima metà del I secolo d.C.)
(LA)

« ...colonia Ancona adposita promontorio Cunero in ipso flectentis se orae cubito... »

(IT)

« ...la colonia di Ancona si trova sul promontorio del Cònero, proprio dove la costa si piega a gomito... »

(Plinio il vecchio, Naturalis Historia, III.110-111. - I secolo d.C.)

Andando avanti nella linea del tempo, si nota che anche nel Medioevo l'etimologia greca di Ankón era nota, come risulta da Procopio di Cesarea, nella sua opera La guerra gotica, redatta in greco nel VI secolo:

(GRC)

« ὸ δὲ Ἁγκὼν οὔτος πὲτρα τὶς ἐστιν ἔγγὼνιος ἁφ'ου καὶ τὴν προσεγορὶαν εἴλεφε ταὺτην ἁγκῶνι γάρ ἐπὶ πλεῖστον ἐμφερής ἐστιν. »

(IT)

« ...questa Ancona è una roccia fatta ad angolo, e da ciò deriva la sua denominazione, essendo molto simile ad un gomito »

(Procopio di Cesarea, La guerra gotica, libro II, 2. - VI secolo d.C.)

La fondazione siracusana[modifica | modifica wikitesto]

(GRC)

« Πόλεις δὲ Ἀγκών μὲν Ἑλληνίς, Συρακουσίων κτισμα τῶν φυγόντων τὴν Διονυσίου τυραννίδα· κεῖται δ'ἐπ'ἄκρας μέν λιμένα ἐμπεριλαμβανούσης τῇ πρὸς τὰς ἄρκτους ἐπιστροφῇ, σφόδρα δ'εὔοινός ἐστι καὶ εὐπυροφόρος. »

(IT)

« Ancona è città greca, fondazione dei siracusani che fuggivano la tirannide di Dionisio; sta su un'altura che circonda il porto da Nord, ha un buon vino e un suolo fertile. »

(Strabone, Geografia - I sec. a.C./I sec. d.C.)
Dipinto ottocentesco che raffigura il tiranno Dionisio in piedi al centro (La spada di Damocle, opera di Richard Westall del 1812).

Come è testimoniato dalla citazione sopra riportata, la definitiva grecizzazione del luogo risale al IV secolo a.C.. Fu nel 387 a.C.[35], infatti, che un gruppo di greci provenienti da Siracusa, esuli dalla tirannide di Dionisio I, sbarcarono ad Ancona e vi fondarono una propria colonia[36]. La fondazione di Ancona rientrava nel piano di Dionisio I di espandere l'influenza siracusana nell'Adriatico, e fu accompagnata dalla nascita di altre colonie greche nella sponda orientale di questo mare[37]. Si veda il capitolo "I fondatori della città".

Come in tanti altri casi di fondazione (in Greco antico ktisis) di colonia, anche per Ancona i Greci scelsero un luogo già da tempo da essi utilizzato ed attrezzato come scalo marittimo (in Greco antico emporion), descritto nel capitolo "Un emporio greco-piceno"[38]. Dionisio, con la fondazione di Ankón e di altre colonie adriatiche, pose la rotta verso l'alto Adriatico, descritta nel capitolo "Posizione strategica del porto naturale", sotto il completo controllo siracusano[39].

I greci fondatori di Ancona erano greci siracusani e dunque della stirpe greca dei Dori: infatti Siracusa fu fondata dai Corinzi, e Corinto è una città greca dorica[40]. Dai dori siracusani Ancona prese l'appellativo di "città dorica", che ancora oggi la contraddistingue, epiteto molto usato sia a livello colto, sia a livello popolare. Le origini greche di Ancona sono ricordate nel cartiglio posto sotto lo stemma civico: Ancon Dorica Civitas Fidei[41].

La colonia di Ancona non faceva parte della Magna Grecia, in quanto con questo termine i Greci indicavano esclusivamente la zona grecizzata dell'Italia meridionale (esclusa la Sicilia) e i Romani anche le colonie greche siciliane.

Il mitico ecista di Ankón era considerato Diomede stesso, ipostasi di Dionisio I[42].

Un'esposizione (non completa) dei resti archeologici provenienti della necropoli e dalla zona archeologica del porto sono ammirabili nel museo di storia urbana, sito in Piazza del Plebiscito e nel Museo archeologico nazionale (sezione greco-ellenistica).

I fondatori della città[modifica | modifica wikitesto]

Il passo citato sopra dello storico Strabone (che scrive tra il I sec. a.C. e il I sec. d.C.) dice, tra l'altro: Ancona è [...] fondazione dei siracusani che fuggivano la tirannide di Dionisio. Gli storici moderni hanno cercato di capire chi fossero questi esuli siracusani ai quali si deve la fondazione di Ancona, e ciò ha fatto sorgere varie ipotesi[43].

Le colonie greche in Adriatico; evidenziate in rosso quelle fondate direttamente o indirettamente da Siracusa. In nero le colonie adriatiche non siracusane: Dyrrachion/Epidamnos e Apollonia, che erano colonie miste di Corinto e Kòrkyra; Epidayron, che era colonia dell'omonima città del Peloponneso.
Siracusa: l'Orecchio di Dionisio, ove, secondo la leggenda, Dionisio rinchiudeva i suoi avversari politici per carpirne i discorsi grazie ad un particolare fenomeno acustico.

Alcuni sostengono che la fondazione di Ancona sia stata opera dello stesso Dionisio, e che ciò faceva parte del suo piano di controllo delle rotte navali adriatiche; aveva infatti intenzione di approfittarsi della crisi del commercio ateniese in questo mare, seguito alla pace di Antalcida, e di raggiungere i ricchi mercati granari padani senza passare attraverso la mediazione etrusca. Per fare ciò aveva stretto un'alleanza con i Galli stanziati sulle coste dell'alto Adriatico ed aveva fondato una serie di colonie nei punti strategici per la navigazione[44]. Oltre ad Ankón, in Italia Dionisio fondò infatti Adría (attuale Adria), in Dalmazia Issa (attuale Lissa) e in Albania Lissos (attuale Alessio). Dionisio inoltre favorì la fondazione, da parte dei cittadini di Paro, della colonia di Pharos (attuale Cittavecchia), nell'isola di Lesina, ove è ricordata anche l'esistenza di Dimos (l'attuale città di Lesina)[45]. La colonia siracusana di Issa a sua volta fondò Tragyrion (attuale Traù), Korkyra Melaina (attuale Curzola) ed Epetion (attuale Stobreč, sobborgo di Spalato). Tragyrion, infine, potenziò l'emporio greco di Salona. L'Adriatico, per alcuni decenni, rimase così sotto completo controllo siracusano[46]. Questa ipotesi, però, non spiega perché Strabone abbia usato l'espressione "che fuggivano la tirannide di Dionisio" (φυγόντων τὴν Διονυσίου τυραννίδα) riferendosi ai fondatori della città e quindi chi la sostiene nega la piena credibilità del passo straboniano[47].

Altri studiosi invece portano alle estreme conseguenze l'espressione di Strabone "che fuggivano la tirannide", deducendo che Ancona sarebbe stata fondata senza alcuna influenza di Dionisio il grande, da uomini che non approvavano la politica del tiranno e per questo motivo avevano lasciato la propria città per fondarne un'altra (Ancona). Questa ipotesi, però, è in contraddizione con la politica di Dionisio, che portò Siracusa a fondare nell'Adriatico le colonie elencate sopra: senza il porto di Ancona, il controllo della rotta volta al controllo delle rotte navali in questo mare non sarebbe stata attuabile[47].

Altri storici, infine, pensano che le due ipotesi non siano in contraddizione: è noto che spesso uno dei motivi della fondazione di una colonia greca è la necessità di liberarsi di uomini indesiderati nella madrepatria, inviandoli a fondare città che poi rimanevano legate economicamente e culturalmente alla metropoli d'origine. Dionisio stesso esiliò a Turii il fratello Leptine e in Epiro l'ammiraglio Filisto, quando essi iniziarono a manifestare dissenso contro la sua politica. Anche i trapianti etnici forzati erano una pratica esistente nell'ambito della colonizzazione greca; si può, tra gli altri, citare il caso di Messina, rifondata dopo la distruzione cartaginese con uomini forzatamente esiliati da Locri[47].

Ancona, secondo questa ipotesi di sintesi, fu fondata per un preciso disegno di Dionisio il grande, che vi inviò un certo numero di dissidenti politici, liberandosi così della loro scomoda presenza nella madrepatria, ma legandoli nello stesso lempo indissolubilmente a sé, dato che la nuova polis avrebbe potuto prosperare solo grazie ai contatti con la metropoli. Nello stesso tempo, il tiranno di Siracusa metteva un altro tassello nella sua politica egemonica delle rotte adriatiche[47].

C'è anche chi prova ad ipotizzare la natura del dissenso politico dei fondatori di Ankón: forse essi erano i fuoriusciti di Siracusa che avevano riparato in varie polis della Magna Grecia e che, dopo la Battaglia dell'Elleporo, furono riconsegnati al tiranno e da questi esiliati nella nuova colonia[47]. Altri ipotizzano invece che la natura del dissenso dei fondatori di Ankón sia da ravvicinare a quella del fratello di Dionisio Leptine e del suo ammiraglio Filisto, esiliati perché non approvavano la politica aggressiva nei confronti delle polis della Magna Grecia[3].

Multietnicità[modifica | modifica wikitesto]

Gli studiosi ritengono che la comunità greca fosse solo una parte della popolazione della città, che conviveva con altre componenti etniche, in un contesto multiculturale che comprendeva anche i Piceni, che già vivevano nel luogo, e i Galli Sènoni, che negli stessi anni della fondazione di Ancona avevano occupato il nord delle attuali Marche. Questa idea deriva dalla documentazione archeologica: l'abitato greco e la sua necropoli (IV - I secolo a.C.) si sovrappongono ai corrispondenti livelli archeologici piceni (IX - IV secolo a.C.)[48]; la componente gallica è invece provata dalla presenza nella zona di Ancona di tombe senoniche coeve alla fondazione della città[49].

Nei secoli successivi alla fondazione, caratterizzati dalla romanizzazione dell'Italia centrale, si unirono anche elementi italici e romani. Nella stessa città di Ancona, già nel 178 a.C., i Romani avevano ottenuto l'uso del porto per reprimere la pirateria illirica[48].

La convivenza tra cultura greca e culture autoctone è d'altra parte una caratteristica della colonizzazione greca d'Occidente ed Ancona non faceva eccezione, anzi questa caratteristica era esaltata, a causa della sua posizione isolata rispetto alle altre colonie greche[50].

L'acropoli e il porto[modifica | modifica wikitesto]

Il Colle Guasco, antica acropoli secondo la maggior parte degli studiosi; dal Medioevo vi sorge il Duomo.

La tradizione storiografica localizza la città greca nel cuore della città attuale: sul colle Guasco, con l'acropoli che occupava la cima del colle; il dato trova corrispondenza nel ritrovamento dei resti di un tempio classico sotto il Duomo[51]; sulla natura di questo tempio, greco oppure italico, esiste un dibattito, esposto in un capitolo seguente. A favore della localizzazione sul colle Guasco è anche il rinvenimento di una strada basolata con resti di edifici (nella zona dell'Anfiteatro), il tutto successivo al periodo piceno e precedente l'età imperiale romana; è la più antica testimonianza della fase urbana di Ancona, finora conosciuta solo attraverso i ritrovamenti della necropoli. È riferibile quindi al periodo greco[52].

Esiste un'ipotesi alternativa, che localizza invece l'abitato greco e la sua acropoli sul colle del Montagnolo, come proverebbero testimonianze greche là ritrovate. Al Montagnolo, infatti, gli scavi parziali fino ad ora condotti hanno provato l'esistenza di un abitato che ha restituito numerosi reperti risalenti proprio al IV secolo a.C. e dunque al periodo corrispondente alla fondazione siracusana; anche in questa zona è stato rinvenuto un tratto di strada basolata[53].

In attesa di più approfondite ricerche (l'abitato ritrovato al Montagnolo è stato solo individuato ed è ancora inedito), la maggior parte degli studiosi propende ancora per la localizzazione tradizionale, ossia quella sul colle Guasco[8].

Il porto greco della città corrisponde all'area compresa tra l'attuale molo traianeo e l'attuale Lazzaretto, come concordano gli studiosi moderni[54], anche se la tradizione storiografica[55] localizzava il porto greco più a nord, nell'area attualmente occupata dai Cantieri navali.

I rapporti con i Galli Sènoni e con i Piceni[modifica | modifica wikitesto]

Il Galata morente, copia romana da un originale bronzeo del 230-220 a.C. Presenta i tratti tipici del guerriero celtico: gli zigomi alti, l'acconciatura dei capelli, dalle folte e lunghe ciocche, la torque intorno al collo, la nudità.
Statua moderna che raffigura un guerriero piceno.

Pochi anni prima della fondazione della colonia di Ankón, le attuali Marche videro l'arrivo dei Sènoni, popolazione gallica proveniente dalla provincia francese dello Champagne[56], che occuparono tutto il settore settentrionale della regione ed anche alcune zone più a sud.

I Piceni, dunque, che prima dell'arrivo dei Sènoni vivevano in tutto il territorio che oggi definiamo marchigiano, si trovarono a convivere con culture diverse, che influirono profondamente sul loro modo di vivere, tanto che gli archeologi parlano di una nuova fase della civiltà picena: la "Piceno IV", l'ultima di questo popolo italico prima della sua romanizzazione[57]. Questa fase della civiltà picena è contraddistinta archeologicamente dalla ceramica alto-adriatica, derivante per le forme dalla ceramica attica, ma con figure tendenti all'astrattismo, che ricordano singolarmente certe forme di arte moderna. Nello stesso tempo, anche l'originaria cultura celtica dei Sènoni, a contatto con Piceni e Greci, subisce un'evoluzione, dissolvendosi in in una koiné celto-greco-italica, dove l'elemento celtico rimase immutato solo per ciò che riguarda l'armamento[58][59].

Ankón fu quindi un centro in cui la cultura gallica, picena e greca convivevano fianco a fianco, stabilendo rapporti di influenza reciproca e in alcuni casi fondendosi[58]; lo stesso villaggio piceno di Ancona sembra sia stato assorbito dall'insediamento greco[60][48].

La greca Ancona fu uno dei principali mercati di mercenari gallici, che si recavano in città per procurarsi ingaggi; i rapporti intensi tra Ancona e i Galli è testimoniata dai ritrovamenti nella zona di spade lateniane in ferro con i loro foderi, quasi tutte ritualmente piegate, e di altri oggetti celtici[49]. Dionisio il grande aveva stipulato un patto di allenza con i Galli, e diversi studiosi pensano che fu proprio ad Ancona che egli reclutasse mercenari sènoni, per poi utilizzarli nel corso delle sue azioni militari, in Grecia e in Italia meridionale[61][62].

Secondo una fonte antica[63], alla quale la tradizione storiografica non ha mai dato credito[64], Ancona sarebbe stata fondata dai Galli Sènoni reduci dal sacco di Roma; alla luce dei rapporti di alleanza tra Siracusa e i Galli, però gli studi più moderni danno un'altra interpretazione alla frase: il tiranno Dionisio avrebbe favorito uno stanziamento gallico nell'agro anconitano: è noto che i Galli preferivano dimorare fuori dalle città, dispersi in villaggi. Da altra fonte sappiamo che lo stesso fenomeno si era verificato anche ad Adria[65].

L'epiteto "Ancon Dorica"[modifica | modifica wikitesto]

Ancona-Stemma.png

L'epiteto di "Ancon Dorica" caratterizza da secoli la città e deriva chiaramente dall'origine greco-siracusana di Ancona, come chiarito sopra. L'aggettivo "dorico" è usato comunemente come sinonimo di "anconitano" ed Ancona stessa è indicata come "la città dorica". Conferma del profondo legame tra Ancona e l'aggettivo "dorico" è il cartiglio dello stemma della città, in cui compare il motto latino "Ancon dorica civitas fidei".

Già dal XV secolo, la Repubblica di Ancona, cosciente delle origini greche della città, aveva scelto come proprio motto Ancon Dorica civitas fidei e sulle maniche degli scribi comunali era ricamato un gomito, in riferimento all'origine greca del nome Ankón/Ancona[66].

La ricerca storica ha cercato di risalire all'origine dell'espressione "Ancon Dorica", pervenendo alla conclusione che il passo più antico in cui essa è attestata è quello di Giovenale: Ante domum Veneris, quam dorica sustinet Ancon[67]. Si pensa, però, che la fortuna del passo di Giovenale non può essere il solo motivo dell'affermazione dell'aggettivo "dorica" riferito ad Ancona; l'ipotesi più probabile è dunque che Giovenale stesso riprenda un'usanza già affermatasi nella cultura romana e poi tramandatesi nei secoli successivi, sino agli studiosi dell'Umanesimo, che la registrarono definitivamente[68].

Templi[modifica | modifica wikitesto]

Il tempio di Afrodite[modifica | modifica wikitesto]

Pianta del Duomo - in giallo è evidenziata l'area archeologica del tempio di Afrodite.
(LT)

« Incidit adriaci spatiu admirabile rhombi / Ante domum Veneris, quam dorica sustinet Ancon / Implevitque sinus... »

(IT)

« La prodigiosa mole di un rombo adriatico capitò davanti al tempio di Venere, che la dorica Ancona innalza, e riempì le reti... »

(Giovenale, satira 4, 40)
(LT)

« Nunc, o ceruleo creata ponto / Quæ sanctum Idalium, Uriosque apertos, / Quæque Ancona, Cnidumque harundinosam / Colis, quæque Amathunta, quæque Golgos, / Quæque Durachium Adriæ tabernam, / ... »

(IT)

« Ora, o divina creatura del ceruleo mare, tu che abiti il sacro Idalio e l’esposta Urio, che dimori ad Ancona e a Cnido ricca di canneti, [tu che abiti] ad Amatunte, a Golgi e a Durazzo, taverna dell’Adriatico ... »

(Catullo, carme 36, 11-14)

Secondo la tradizione storiografica, che è basata sulle citazioni riportate sopra, i dori siracusani eressero ad Ancona un tempio dedicato ad Afrodite, identificato con quello rappresentato nella scena 58 della Colonna Traiana[69][51].

In particolare, il carme 36 di Catullo, da cui è riportato il brano sopra, ci presenta, quasi come in un inno cletico, i luoghi che fin dall’età arcaica furono sedi del culto di Afrodite, diffusosi lungo le antiche rotte di navigazione dall'oriente verso l'occidente. Sono così citate dal poeta le città di Cnido, in Asia Minore, di Idalio, Golgi ed Amatunte, nell'isola di Cipro, ed infine di Urio, Ancona e Durazzo, sulle coste adriatiche[70]. Ancona rientra dunque tra le città mediterranee più note nell'antichità per il culto di Afrodite. È interessante notare che, nella versione originale del carme di Catullo, il termine Ancona è un accusativo con desinenza greca; in latino, e specialmente in poesia, il nome della città è sentito come un termine greco e ciò ne influenza la declinazione[71].

Resti e ricostruzione del tempio di Afrodite, secondo Lidiano Bacchielli: di ordine dorico e dunque con crepidine.

Il passo di Giovenale, invece, ci informa sulla localizzazione del tempio, dominante sul mare: in questo senso si deve intendere l'espressione "che la dorica Ancona innalza".

L'antico edificio, di furono rinvenute le fondazioni sotto al Duomo, aveva una pianta corrispondente a quella del transetto della chiesa attuale. Tali fondazioni sono costituite da blocchi di arenaria sovrapposti; quelle perimetrali compongono un rettangolo di metri 19 X 32, hanno una larghezza di metri 2,50 e sono conservate per un'altezza massima di circa due metri. Parallele ed interne a questo rettangolo, e con pianta a Π (pi greco), sono rimaste tracce della fondazione della cella . Non tutti i blocchi di arenaria delle fondazioni si sono ritrovati; dove essi mancano, sono comunque rimaste le trincee ove erano allocati, cosa che permette di ricostruire tutto il sistema fondante del tempio e di formulare ipotesi ricostruttive del suo aspetto originario. Importante, a tal proposito, è la presenza di trincee di collegamento tra le fondazioni esterne e quelle interne, che permette di risalire al numero delle colonne di ogni lato.

Secondo le ipotesi comunemente accettate, l'edificio sacro era un periptero esastilo con l'ingresso rivolto verso sud-est, ossia verso la città e la strada di accesso all'acropoli[51].

Le ipotesi ricostruttive[modifica | modifica wikitesto]

Ricostruzione del tempio di Asclepio ad Epidauro, modello del tempio di Ancona secondo Lidiano Bacchielli.
1) Tempio dorico esastilo periptero del IV secolo a.C.

In base ad alcune caratteristiche rilevabili dalle fondazioni rimaste, alcuni studiosi pensano che quello di Ancona sia stato un tempio dorico del IV secolo a.C., ossia dell'epoca della fondazione greca della città. Sarebbe stato un tempio periptero senza opistodomo, con dieci colonne sui lati lunghi, sei sui lati minori (esastilo) e due colonne in antis, ossia davanti alla cella. Come normale nei templi dorici, anche il tempio anconitano avrebbe avuto una gradinata (crepidine) tutto intorno al perimetro. Tali caratteristiche permettono di inserire l'edificio anconitano nel gruppo dei templi che presero come modello quello di Asclepio ad Epidauro, costruito nel 380 a.C. circa, ossia negli stessi anni dell'arrivo dei Siracusani ad Ancona. L'ingresso era verso sud-est, ossia verso la via d'accesso all'acropoli.

L'ipotesi è basata sulla misurazione delle distanze tra le colonne del tempio, deducibile dall'esame delle fondazioni: la distanza tra le colonne angolari e quelle accanto era inferiore rispetto alle distanze tra le altre colonne; questa caratteristica rimanda inequivocabilmente all'ordine dorico, come soluzione classica del conflitto angolare. A sostegno dell'ipotesi che il tempio anconitano sia stato un tempio dorico, inoltre, si ricorda l'esistenza di altri templi greci dorici esastili del IV secolo a.C. simili a quello di Ancona, ossia senza opisotodomo e con numero ridotto di colonne sul lato lungo (dieci al posto delle dodici previste dagli standard più comuni). Il tempio anconitano troverebbe così confronti coevi[72].

2) Tempio corinzio esastilo periptero del II secolo a.C.
Resti e ricostruzione del tempio di Afrodite, secondo Mario Luni: di ordine corinzio e su podio.

Secondo altri, invece, il tempio sarebbe stato sempre un periptero esastilo e con dieci colonne sui lati lunghi, ma di ordine corinzio e su podio con scalinata frontale, tipologia tipica dell'architettura romana e non greca; risalirebbe al II secolo a.C., e dunque ad un'epoca in cui la città già sentiva l'influsso romano.

L'ipotesi è basata sul ritrovamento di marchi di cava con due lettere latine ("F" e "V") e sulla presenza al Museo Diocesano di un capitello corinzio (e non dorico) che sarebbe appartenuto al tempio, in quanto scolpito nella stessa pietra delle fondazioni rimaste. Inoltre, l'autore di questa ipotesi critica quella esposta nel paragrafo precedente, ossia quella del tempio dorico. Tale ricostruzione è ritenuta errata, in quanto prevede necessariamente una crepidine tutto intorno al tempio, ritenuta invece impossibile per la presenza nelle immediate vicinanze del perimetro del tempio di un tratto di lastricato e di un blocco di roccia madre sporgente di cinque centimetri rispetto al piano di calpestio. Non si dà giustificazione, però, dell'accorciamento della distanza tra le colonne d'angolo, rilevabile nelle fondazioni, che nell'ipotesi esposta sopra era stato un elemento fondamentale per identificare l'ordine dorico del tempio. Altra critica all'ipotesi "tempio dorico" precedentemente esposta è che i confronti presentati dagli studiosi che la sostengono sono tutti relativi a templi greci del Mediterraneo orientale, ma non della Sicilia, dove templi simili coevi sono assenti, pur essendo il luogo da cui provenivano i fondatori di Ancona[73].

3) Due fasi costruttive

Volendo esaminare insieme le due ipotesi, è necessario comunque considerare che il tempio, nel corso dei secoli, potrebbe essere stato anche ricostruito o profondamente ristrutturato, come testimonierebbe un'epigrafe riutilizzata nella basilica paleocristiana che fu costruita sui resti del tempio pagano. In tale documento, di età augustea, si cita un rifacimento totale di un edificio, non specificato a causa della frammentarietà dell'iscrizione riportata. È però conservato il titolo di colui a cui si deve l'intervento: si tratta di un "prefectus Egypti". Sarebbe stato poi il tempio restaurato o ricostruito quello ad essere raffigurato nella Colonna Traiana e quello testimoniato dai marchi di cava di cui al paragrafo precedente[74].

Identificazione con il tempio della scena 58 della Colonna Traiana[modifica | modifica wikitesto]

La scena della Colonna Traiana in cui è raffigurata Ancona e i suoi templi di Afrodite (sulla collina) e di Diomede (sulla riva del mare).

Come detto sopra, tutti gli studiosi odierni identificano il tempio anconitano con quello presente sulla collina della scena 58 della Colonna Traiana[69]; nel bassorilievo traianeo, però, esso è rappresentato tetrastilo (cioè con quattro colonne sul fronte) e di stile ionico; ciò contrasta con tutte le ipotesi ricostruttive. Gli studiosi, però, concordemente pensano che i particolari raffigurati non siano da prendere alla lettera, in quanto nei rilievi della Colonna gli edifici sono sempre fortemente schematizzati, sia per esigenze di spazio, sia perché l'arte romana punta più alla chiarezza del messaggio che alle proporzioni e alla rappresentazione realisticamente fedele, che viene piegata alle esigenze comunicative. Per l'osservatore della scena, in questo caso, era importante riconoscere la città attraverso i suoi simboli, e la presenza di un tempio sulla cima di una collina, di uno alla sua base (il tempio di Diomede), di un arco di proporzioni singolarmente slanciate su di un molo (l'Arco di Traiano) ed infine di strutture portuali, era sufficiente per il riconoscimento della città di Ancona[75].

La scoperta[modifica | modifica wikitesto]

Il tratto sud-est delle fondazioni del tempio.
Il tratto nord-ovest delle fondazioni del tempio.

Nel 1932, alcuni saggi eseguiti nei pressi dell'abside sinistra del duomo permisero di scoprire i resti di una muratura costituita da grandi blocchi di arenaria in filari pseudoisodomi; subito alcuni studiosi ipotizzarono che tale struttura appartenesse ad un edificio templare, forse quello dedicato a Venere citato da Catullo e Giovenale. Che l'edificio cristiano fosse stato costruito sopra al tempio di Venere/Afrodite era già stato ipotizzato dalla storiografia, pur in mancanza di testimonianze archeologiche[76]..

Nel 1948, in occasione dei lavori di restauro del duomo, danneggiato dai bombardamenti della Seconda guerra mondiale, superando numerose difficoltà fu eseguito uno scavo completo di tutto il sottosuolo, ed in effetti furono rinvenuti resti di un tempio pagano, coincidente con il transetto della chiesa (vedi immagine a fianco).

Il tempio fu subito identificato con quello citato da Catullo e Giovenale e rappresentato nella scena 58 della Colonna Traiana[69].

Alla scoperta seguì presto il primo studio dettagliato volto a comprendere la tipologia dell'edificio sacro. Tale studio ipotizzava per l'antico edificio la struttura di un tempio italico sine postico (cioè senza colonnato posteriore) del III - II secolo a.C. e con un ingresso rivolto a nord-ovest, ossia verso il mare aperto[77]. Tale ipotesi è oggi considerata superata da tutti gli studiosi, a causa di notevoli incongruenze con le fondazioni. Per comprendere il motivo della formulazione dell'ipotesi del "peripetro sine postico", è necessario rievocare il clima culturale dell'archeologia italiana della fine degli anni quaranta del Novecento. Si era in un'epoca in cui gli archeologi italiani finalmente riconoscevano all'arte romana una dignità precedentemente oscurata dal mito di quella greca. La tipologia del tempio "periptero sine postico" era in quegli anni assurta a simbolo della romanità e ciò influenzava un'interpretazione a senso unico delle strutture templari di aspetto originario dubbio. Così era accaduto anche per il tempio anconitano[51].

Nel piazzale del Duomo, sconvolto dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, furono notate colonne di arenaria scanalate, allora interpretate come colonne del tempio greco[78].

Dea della buona navigazione o dea genitrice[modifica | modifica wikitesto]

Testa della statua di Afrodite Euplea[79]

Secondo un'antica tradizione, seguita anche da alcuni studi moderni, Afrodite/Venere aveva nel tempio anconitano l'epiclesi (attributo) di "euplea" (o euploia), ossia di "dea della buona navigazione", protettrice dei naviganti. La tradizione è basata sul passo di Catullo che cita il tempio di Ancona in un contesto in cui Venere appare una divinità prettamente marina: il poeta la chiama "divina creatura del ceruleo mare"; inoltre il tempio di Ancona è associato a quello di Cnido, ed Afrodite cnidia aveva l'epiclesi di "euplea"[80], e a quello di Idalio, sull'isola di Cipro, dove parimenti era diffuso il culto della dea della buona navigazione[81]. Infine si può notare che gli altri templi citati da Catullo, insieme a quello di Ancona, sorgevano tutti in città vicine al mare o poste direttamente sulla costa; nel caso di Cnido e di Idalio, poi, i templi sorgevano su promontori, come quello anconitano. L'idea di una divinità legata alla navigazione è rafforzata dalla posizione dominante sul mare dell'edificio sacro anconitano. Secondo gli studi più recenti, inoltre, l'epiclesi di "euploia" è probabile anche per la compresenza nella moneta greca di Ankón delle stelle dei Dioscuri, protettori dei naviganti, e del profilo di Afrodite[82].

Secondo altri studi, basati sull'analisi del tempio presente nella scena 58 della Colonna Traiana[69], identificato con quello di Ancona, Venere aveva invece nel nostro caso l'attributo di Venus genetrix, ossia di "Venere genitrice". Infatti nella scena della colonna raffigurante Ancona, è posta, davanti al tempio, la statua della divinità presente nella cella, che presenta la tipologia della Afrodite "Louvre-Napoli", rappresentazione, appunto, di Venere genitrice[73].

Il tempio di Diomede[modifica | modifica wikitesto]

Scoglio di San Clemente, parzialmente inglobato nell'area dei Cantieri Navali.
Diomede, l'eroe greco legato alla città.

Secondo un'antica tradizione, seguita anche da studiosi moderni, ad Ancona sorgeva in onore di Diomede un tempio, o un heroon, edificio sacro che era dedicato ad ecisti ed eroi che dopo la morte diventavano motivo di unione per la comunità che erigeva il monumento. La tradizione storiografica ha origine dal passo sopra citato dello Pseudo Scilace.

Gli storici moderni identificano il tempio con l'edificio raffigurato alla base del colle Guasco nella scena 58 della Colonna Traiana[51][83][69]. L'edificio sacro sarebbe sorto sulla riva del mare, nell'estrema propaggine settentrionale del promontorio su cui si trova la città, che poi, a causa dell'erosione marina, diventò lo scoglio di San Clemente, ora parzialmente inglobato nell'interramento dei Cantieri navali[84].

Se si vuole identificare il tempio di Diomede citato dallo Pseudo-Scilace con quello rappresentato nella Colonna Traiana, si deve anche dedurre che il culto dell'eroe greco sarebbe stato ancora vivo in epoca romana.

La tradizione antica non è accettata da alcuni studiosi, che esaminando la frase dello Pseudo Scilace notano che in essa si usa il termine ieron, che non sempre significa tempio, ma può indicare anche un generico luogo di culto. Inoltre, tali studiosi ritengono che nella frase dello Pseudo Scilace non sia chiaro se il culto di Diomede sia proprio specificamente di Ancona, oppure, più genericamente, del popolo che abitava la regione[85].

Secondo la tradizione, sulle rovine del tempio di Diomede sorse poi la chiesa paleocristiana di san Clemente, sullo scoglio a cui ha dato il nome. La chiesa resistette alle onde sino alla metà del sec. XVI[86], e dopo il crollo diede origine alla leggenda della campana sommersa[87].

Mura e strade[modifica | modifica wikitesto]

Tratti di mura in opera quadrata in arenaria, interpretati come mura greche del IV o del II secolo a.C.

La tradizione storiografica ha identificato in alcuni tratti di muri antichi in opera quadrata, costituite in blocchi di arenaria, i resti delle mura cittadine della città greca e della sua acropoli; sono tutti situati nel colle Guasco. I filari sono pseudo-isodomi: i blocchi di pietra, giustapposti a secco, hanno dimensioni costanti nell'altezza (60 cm), ma non nella larghezza; i blocchi hanno un trattamento a bugnato e sono collegati da grappe a coda di rondine. Si fornisce un elenco dei tratti in questione, aggiungendovi anche quelli di identica fattura scoperti in epoca più recente:

  • tratto murario di via della Cisterna, nei pressi del Palazzo degli Anziani (sulla mappa: 1); si sono conservati 5 filari, per un'altezza massima di 3 metri
  • tratto murario al di sotto di via Giovanni XXIII, visibili da via Vanvitelli (sulla mappa: 2); si sono conservati 13 filari, per un'altezza massima di 8,5 metri.
  • tratto murario dell'area archeologica del porto romano, visibile dal passaggio pedonale che collega le due parti di via Vanvitelli (sulla mappa: 3); si sono conservati 9 filari, per un'altezza massima di 6 metri.
  • tratto murario sottostante la chiesa di Santa Maria della Piazza, visibili nell'area archeologica della basilica paleocristiana (sulla mappa: 4);
  • due tratti murari molto vicini, situati nel giardino dell'ex Istituto Birarelli di via del Guasco (sulla mappa: 5 e 6).

Nel corso degli anni si è acceso un dibattito sulla datazione e sull'interpretazione di questi resti archeologici. Secondo alcuni studi[88], i tratti di mura sarebbero avanzi della cinta urbana del IV secolo a.C., e dunque della prima fase della colonia greca. I primi quattro tratti sarebbero pertinenti alla cinta urbica, gli ultimi due a quella dell'acropoli. Secondo altri studi[89], invece, i tratti risalirebbero invece all'età ellenistica e dunque alla fase finale della colonia greca, nel periodo della progressiva romanizzazione. Alcuni, infine, interpretano i tratti rimasti come terrazzamenti del colle Guasco; questa ipotesi non smentisce, peraltro, la precedente, in quanto tratti di mura cittadine costruiti su ripidi pendii sono necessariamente anche muri di contenimento[90].

Alcuni autori ipotizzano, con una certa cautela, che l'antica Porta Cipriana, situata tra via Fanti e via Birarelli (vedi la mappa a fianco), possa ricordare nel nome un'antica porta della cinta greca, porta dedicata ad Afrodite, nel suo attiributo di "cipria", oppure nella sua identificazione con la dea Cupra. La strada che vi inizia, infatti, portava al tempio di Afrodite. Ciò consentirebbe di ricostruire con un maggior dettaglio il perimetro delle mura[91].

Per quanto riguarda le strade, solo due lacerti sono finora venuti alla luce: un tratto di basolato nella zona dell'Anfiteatro, al di sotto di un mosaico romano, e un altro tratto basolato nella zona del Montagnolo[92].

L'esistenza di una strada extraurbana è sicura, per la presenza della necropoli ai suoi bordi: si tratta dell'asse stradale attuale costituito da corso Matteotti e corso Amendola, ossia l'antica via per il Cònero e Numana.

Teatro[modifica | modifica wikitesto]

Non è conosciuta la localizzazione del teatro greco, ma alcuni autori hanno formulato un'ipotesi: forse le mura in blocchi di arenaria presenti all'interno dell'ambitus dell'Anfiteatro romano sarebbero pertinenti ad un precedente teatro greco[93]. In questo caso, il Colle Guasco sarebbe stato simile ad altre aree sacre antiche in cui si vedeva la compresenza di tempio e di teatro, come nel Santuario di Ercole Vincitore di Tivoli (II secolo a.C.) o a Delfi (IV secolo a.C.). I Romani, in epoca successiva avrebbero trasformato il teatro in anfiteatro[94].

Esiste un'altra ipotesi sulla localizzazione del teatro: essa suggerisce che l'edificio potesse essere situato nella zona del convento di San Francesco alle Scale, come proverebbe l'andamento semicircolare di via Fanti[34].

La moneta[modifica | modifica wikitesto]

Recto e verso della moneta greca di Ancona.
Ingrandimento del recto della moneta greca di Ancona. L'ingrandimento del verso è presente sotto il titolo della pagina.
Lo stemma della provincia di Ancona, tratto dal verso della moneta greca.

Le monete greche di Ancona sono le prime mai emesse nella città dorica e recano le immagini descritte di seguito[95].

  • Sul recto è raffigurato il profilo di Afrodite, rivolto verso destra; è coronata di mirto, pianta sacra alla dea, ha i capelli raccolti in un nodo e porta gli orecchini; è presente la sigla "Σ" (sigma o mi, a seconda del verso di lettura). L'identificazione con Afrodite è fornita dai passi già citati di Catullo e di Giovenale, che testimoniano la presenza in città di un tempio dedicato alla dea, descritto nel capitolo "Il tempio di Afrodite". Il bordo è perlato.
  • Sul verso è presente un braccio destro nudo piegato a gomito, con la mano che stringe un ramoscello, forse di mirto, o di palma; sotto il braccio è presente la scritta ΑΓΚΩΝ (Ankon) e sopra ad esso ci sono due stelle ad otto raggi[96], interpretate come la costellazione dei Gemelli, ossia i Dioscuri, protettori dei naviganti. Nel complesso, il verso della moneta è analogo ad uno stemma parlante, dato che l'immagine del braccio richiama il nome della città e le due stelle dei Dioscuri ricordano la funzione protettiva del promontorio a forma di gomito nei confronti dei flutti marini. Anche il bordo del verso è perlato.

Quella di Ancona era la zecca greca più settentrionale dell'Adriatico. La datazione della prima emissione e il periodo di circolazione proposte dai vari autori variano all'interno del III secolo a.C. (dal 290 a.C. al 215 a.C.); tutti concordano nel pensare che l'emissione della moneta greca di Ancona cessò con la romanizzazione della città e l'introduzione massiccia delle monete romane. Le monete di Ankón sono caratterizzate da una notevole variazione di peso, che è stata interpretata come prova di un lungo periodo di emissione[97].

Acceso è tuttora il dibattito sull'appartenenza della moneta greca di Ancona al sistema monetario romano o a quello greco. Esiste anche una ipotesi di sintesi: quando la città iniziò a coniare moneta, avrebbe scelto le caratteristiche ponderali che potessero adattarsi sia al sistema siracusano, sia al sistema romano e centro-italico, il che spiegherebbe le incertezze moderne sull'attribuzione all'uno o all'altro sistema. La moneta anconitana sarebbe stata così una semiuncia rispettante il peso della vecchia litra di Siracusa[98].

Altrettanto vivo è il dibattito sull'interpretazione della sigla "Σ"; coloro che propendono per la datazione più antica intrerpretano la sigla presente nel recto come iniziale di "semi-obolo" o di "emilitron"; secondo questi studiosi la moneta farebbe parte del sistema monetario greco. Gli studiosi che propendono per la datazione più recente interpretano invece il sigma come iniziale di "semiuncia", come è normale nelle monete che seguono il sistema monetario romano, come sarebbe in questo caso. Ci sono altri studi che leggono mi e non sigma e ritengono che tale iniziale, comune anche in monete della madrepatria Siracusa, non sia relativa al valore della moneta. Infine, altri studiosi ipotizzano che il sigma sia l'iniziale della città di Siracusa[95].

Recto e verso della moneta siracusana emessa all'epoca di Dionisio I, ritrovata ad Ancona.

La moneta di Ankón ha caratteristiche prettamente greche, non solo, naturalmente, per la legenda, ma anche per lo stile, la profondità e il rilievo del conio, nonché per la simbologia. Le somiglianze con le coeve monete siracusane sono notevolissime. Inoltre è significativo il fatto che tale moneta è coniata, e la tecnica del conio rappresenta un'eccezione nella monetazione del Picenum e delle zone limitrofe, in cui domina la moneta fusa (aes grave)[99].

A partire dal III e sino al I secolo a.C., la moneta greca di Ancona convive con quella romana, come provano i ritrovamenti anconitani del 2008, in via Barilari e via Podesti[100]. Tra le monete ritrovate in questi siti, comunque, compaiono anche esemplari da Neapolis, Taras (Taranto), Sikyōn (Sicione), Thespiaí (Tespie), Korkyra (Corfù), Kórinthos (Corinto), Epidamnos (Durazzo), che testimoniano i contatti con i più importanti centri della grecità[101].

La moneta greca di Ankón è servita di modello per lo stemma della provincia di Ancona, nel quale il mirto e le due stelle sono sostituiti da un ramo di corbezzolo con due frutti, rappresentante il monte Conero.

La costellazione dei Gemelli

Interessante come testimonianza dei rapporti tra la metropoli Syrakousai e la sua colonia Ankón è la dracma siracusana presente nella collezione numismatica del Museo archeologico nazionale delle Marche, di provenienza anconitana. Fu emessa circa nel 380 a.C., epoca della fondazione di Ancona; essa nel recto reca la scritta ΣΥΡΑ e la testa di Atena con elmo corinzio decorato da corona; nel verso una stella marina (o Sole a otto raggi) tra due delfini. Oltre alla moneta appena descritta, emessa nel periodo di Dionisio I, altra interessante moneta siracusana ritrovata ad Ancona è l'emilitra con testa di Artemide sul recto e sul verso un fulmine e la scritta Ἀγαθοκλῆς (Agathoklēs), emessa nel periodo del tiranno di Siracusa Agatocle, che rivitalizzò la politica adriatica siracusana di Dionisio I. Anche questa moneta si trova al Museo archeologico nazionale delle Marche[101].

Il culto dei Dioscuri[modifica | modifica wikitesto]

La presenza nel verso della moneta della costellazione dei Gemelli, e quindi dei Dioscuri, può essere fonte di informazione sui culti praticati in città: a quello di Afrodite e di Diomede, di cui si è detto sopra e di cui ci informano gli antichi autori[102], si può aggiungere dunque anche quello dei gemelli figli di Zeus, Kàstor e Polydèukes, divinità benefiche e salvatrici, protettori dei naviganti nelle tempeste marine, sempre uniti nel compiere le loro gesta, che mai agivano senza prima consultarsi. Ognuno di essi, poi, aveva una specificità: Kàstor era domatore di cavalli ed esperto di scherma, Polydèukes valente nel pugilato[103].

Rapporti tra i culti di Afrodite, di Diomede e dei Dioscuri[modifica | modifica wikitesto]

Lo scontro tra Diomede ed Afrodite durante la guerra di Troia (dipinto di Ingres)

Nei luoghi adriatici frequentati dai Greci, i culti di Afrodite, di Diomede e, in parte, quello dei Dioscuri si sovrappongono, e ciò avviene anche ad Ancona[104].

Come risulta dai capitoli precedenti, infatti, nella città greca di Ancona esistevano due edifici sacri, dedicati a due delle figure più significative della grecità adriatica: la dea Afrodite e l'eroe Diomede, i cui miti sono tra loro intrecciati.

Nel quinto libro dell'Iliade, si narra infatti di un momento di scontro violento tra Diomede ed Afrodite, durante il quale l'eroe ferì la dea alla mano. Altre fonti, inoltre, narrano di come Afrodite poi si vendicò dell'offesa subita, inducendo la moglie dell'eroe all'adulterio, che egli scoprì nel momento in cui tornò in patria[105]. È ricordato poi il pentimento dell'eroe per il suo gesto di hybris, durante le peregrinazioni in suolo italiano[106], e la successiva riconciliazione con la dea. Ottenuto il perdono, Diomede diffuse l'arte della navigazione e l'addomesticamento del cavallo sulle coste adriatiche, dove è ricordato anche come fondatore di città. La compresenza ad Ankón del tempio di Afrodite e di quello di Diomede è testimonianza di questo legame complesso tra la dea e l'eroe[13][14].

Come già detto nel capitolo "Contatti con la civiltà micenea", Diomede era venerato ad Ancona sin da prima della fondazione siracusana e il suo culto era stato poi rivitalizzato da Dionisio il grande, per fornire una base culturale e religiosa alla sua azione colonizzatrice in Adriatico. Molti storici pensano che la stessa cosa sia avvenuta per il culto di Afrodite, giunto in Adriatico ad opera dei più antichi navigatori greci (cnidi e corinzi[107]) e poi incentivato dopo la colonizzazione siracusana. Una testimonianza del culto di Afrodite ad Ancona prima dell'arrivo dei siracusani sarebbe l'ambra intagliata del V secolo a.C. che raffigura la dea insieme ad Adone, trovata nella zona anconitana e di cui si parla dettagliatamente nel capitolo "Tarda Età Classica - prima Età Ellenistica".

Il mito adriatico di Diomede, oltre che intrecciarsi con la figura di Afrodite, è collegato anche con i Dioscuri. Sia i figli di Zeus, sia Diomede sono infatti legati all'addomesticamento del cavallo: i Dioscuri sono spesso raffigurati a fianco dei cavalli bianchi donati loro da Poseidon, Kastor era domatore di cavalli e Diomede aveva l'epiteto di domator-di-cavalli.

Il legame tra Afrodite e i Dioscuri, è segnato dalla protezione esercitata nei confronti dei naviganti: Afrodite aveva l'epiclesi di "euplea", ossia "della buona navigazione", e i Dioscuri erano invocati dai Greci durante le tempeste, perché ritenenuti protettori dei marinai in pericolo. La compresenza nella moneta greca di Ancona delle stelle dei Dioscuri e del profilo di Afrodite è indicativa a tal proposito[108][109].

Bastano le parole di Orazio, però, ad ilustrare nel modo più efficace il ruolo di protettori dei naviganti condiviso da Afrodite e dai divini gemelli:

(LA)

« Sic te diva potens Cypri,
sic fratres Helenae, lucida sidera,
ventorumque regat pater
obstrictis aliis praeter Iapyga,
navis... »

(IT)

« Ti guidino la dea potente di Cipro,
e i fratelli di Elena, astri splendenti,
e il padre dei venti,
frenandoli tutti tranne lo Iàpige;
o nave... »

(Orazio, Odi, libro I, ode III)

La dea potente di Cipro è Venere/Afrodite, mentre i fratelli di Elena sono i Dioscuri.

Storia successiva alla fondazione[modifica | modifica wikitesto]

Dopo il declino della politica adriatica siracusana[modifica | modifica wikitesto]

Panorama di Delfi, dove l'ankonites Nikostratos nel 167 a.C. era proxenos per i propri cittadini giunti a consultare il celebre oracolo.
La Terrazza dei Leoni a Delo, isola dove in età ellenistica viveva una comunità di anconitani.
La Biblioteca di Alessandria, città che rappresentava un modello per l'Ankón ellenistica.

Alcuni studi antecedenti gli anni novanta del Novecento ipotizzavano una vita breve della colonia greca di Ankón: basandosi sui dati archeologici, allora scarsi, si sosteneva che, con il tramonto della politica siracusana in Adriatico, seguita allo scoppio della guerra civile di Siracusa (357 a.C.), fossero andate in rapido declino anche tutte le colonie siracusane su questo mare, compresa Ankón. Durante il periodo in cui a Siracusa fu al governo Agatocle (317 - 289 a.C.) ci fu una ripresa della politica siracusana in Adriatico, ma fu un fenomeno effimero. Secondo gli studi pubblicati prima degli anni novanta, dopo il IV secolo a.C. tutte le colonie adriatiche avrebbero subìto influssi sempre maggiori da parte dei popoli circostanti, sino a perdere il loro carattere di città greche[110].

Ad Ancona, però, la messe di ritrovamenti archeologici avvenuti a partire dal 1991 ha corretto questa visione, provando che la grecità della città era ancora vivissima nel II e nel I secolo a.C., quando l'influenza romana nel territorio circostante era ormai preponderante nelle attuali Marche. Ancona era allora un'isola linguistica e culturale greca, in cui convivevano anche elementi italici[111]. Questo fenomeno, dall'inizio del III secolo a.C., non è mediato da Siracusa, ma è attribuito alle continue e intense relazioni con le città greche, mantenute vive grazie alle attività di navigazione[111]. Nel periodo ellenistico, le rotte di navigazione anconitane legavano infatti la città, in modo intenso e sistematico, con i principali centri greci del Mediterraneo orientale, come Corfù, Delo, Rodi, Bisanzio ed Alessandria d'Egitto, oltre che della Magna Grecia, come Taranto ed Eraclea[112]; da questi centri si importavano non solo beni di consumo, ma anche oggetti raffinati e preziosi, tipici ellenistici, prodotti peraltro anche da botteghe locali (si veda il capitolo "Gli oggetti di prestigio"), di quantità e qualità tali da far spiccare Ancona nel quadro italiano dell'epoca[113]. La città in questo modo contribuì al processo culturale di ellenizzazione dell'Italia centrale e della stessa Roma[111].

Grazie alle intense relazioni marittime, l'ellenismo di Ankón rispecchiava e riecheggiava, a più di 4.000 chilometri di distanza, la cultura e il raffinato modo di vivere di Alessandria d'Egitto, metropoli tipicamente ellenistica; l'adesione alla cultura alessandrina continuò per due secoli, anche dopo l'assorbimento nella repubblica romana, sino ai primi anni dell'Impero[114].

Rilevante per capire il ruolo di Ancona nel contesto della civiltà ellenistica è la presenza di una comunità di anconitani che viveva e lavorava nell'isola di Delo, allora uno degli empori di maggior importanza[113]. Significativo, in tale contesto, è il fatto che nel I secolo a.C. l'Agorà degli Italiani di Delo fu restaurata anche grazie al contributo di un ankonites[115].

Il ruolo di primo piano esercitato da Ankón nei circuiti non solo commerciali, ma anche culturali della grecità del II secolo a.C. è testimoniato da un decreto delfico del 167 a.C., con il quale i Delfi concedono ad un ankonites[116] le due cariche onorifiche della proxenìa e della theorodokìa. In quanto pròxenos, l'anconitano oggetto del decreto doveva tutelare i propri concittadini presenti a Delfi ed aveva il diritto di interrogare l'oracolo per essi. In quanto theorodòkos, invece, aveva l'onore di ospitare nella propria città il theòros di Delfi che annunciava le Feste Soterie[117] e i Giochi Pitici, uno dei quattro giochi panellenici, invitando i cittadini anconitani a parteciparvi[118].

Il passaggio tra la civiltà greca e quella romana avvenne quindi in maniera graduale, senza eventi traumatici, con una serie di tappe che, nel corso del II secolo a.C., portarono dapprima ad una situazione di bilinguismo e di cultura mista ellenistico-romana, e poi ad una completa romanizzazione, ma solo in età imperiale. In generale si può quindi dire che, a causa della presenza greca, la romanizzazione di Ancona fu molto più lenta rispetto a quella del resto della regione. Il passo di Giovenale riportato sopra, d'altra parte, in cui Ancona è chiamata "dorica", testimonia che ancora nel I secolo d.C. si aveva coscienza della grecità di Ancona, il cui stesso nome, grammaticalmente, si declinava in alcuni casi come in greco.

Durante la romanizzazione del Piceno (III secolo a.C.)[modifica | modifica wikitesto]

Si riassume la posizione di Ancona durante la progressiva romanizzazione del Piceno, attraverso un elenco di tappe fondamentali.

  • 299 a.C.: fu siglato un patto tra Piceni e Romani, premessa per l'alleanza piceno-romana durante la Terza guerra sannitica. Sembra che Ancona non partecipò a questa alleanza, dato che ciò non è citato dagli antichi autori; il fatto segna comunque l'inizio della pesante influenza romana nel Piceno[119]. Nonostante l'assenza di fonti in merito, alcuni studiosi ipotizzano che Ancona sia diventata a partire da questo momento una civitas foederata (città federata), ossia una città libera ed alleata dello stato romano[120]. Le città federate erano legate alla Repubblica Romana da uno specifico trattato di alleanza perpetua (foedus), rimanendo formalmente indipendenti. I cittadini di queste città godevano cionondimeno di certi diritti secondo la legge romana, riguardanti il commercio e il conio di monete proprie. Molte polis greche avevano questo status, riconoscimento della loro lunga storia e tradizione[121].
  • 295 a.C.: i Romani ottengono la vittoria della Battaglia del Sentino. Come diretta conseguenza della vittoria, l'Ager Gallicus Picenus, ossia il nord delle attuali Marche, viene sottratto ai Galli Senoni dove, attorno al 284 a.C.[122], viene fondata la colonia romana di Sena Gallica (Senigallia): è l'inizio dell'occupazione romana del territorio piceno. Anche in questo caso, come nel precedente, gli antichi autori tacciono su Ancona, che quindi, molto probabilmente, non partecipò alla battaglia, alla fine della quale si trovò, comunque, in mezzo ad una regione in cui l'influenza romana era sempre più determinante. Secondo alcuni autori, sarebbe da questo momento che la greca Ancona avrebbe assunto lo status di civitas foederata (città federata) dei Romani[120].
  • 269 -268 a.C.: i Piceni hanno ormai compreso che la potenza romana rischiava di schiacciare la loro libertà: Romani e Piceni si scontrano durante la Guerra Picentina, che vede la vittoria romana e la conseguente affermazione di Roma sul Piceno anche a livello territoriale; nel 247 a.C. viene fondata la colonia di Aesis (Jesi) e nel 264 a.C. Firmum Picenum (Fermo). Ancona è sempre più circondata da territori dominati dai Romani; secondo alcuni autori è dalla fine della Guerra Picentina che Ancona avrebbe assunto lo status di civitas foederata (città federata) dei Romani[120].
  • 232 a.C.: la lex Flaminia de agro gallico et piceno viritim dividundo ("Legge Flaminia sul territorio gallico e piceno da dividersi"), voluta da Gaio Flaminio Nepote, con la quale venivano assegnati lotti di terra da coltivare a coloni romani nel territorio gallico e piceno, per favorire una capillare e concreta presa di possesso di tale area da parte dei Romani. Il territorio di Ancona non è coinvolto, ma è ormai come un'isola di cultura greca circondata da centri romani.
  • 218 - 202 a.C.: durante la Seconda guerra punica, le città del Piceno sostengono i Romani contro i Cartaginesi, inviando numerosi soldati. Anche Ancona, con il probabile status di città alleata dei Romani[120], invia truppe, durante la Battaglia di Canne[123]. Ciò mostra che le sorti di Roma e quelle delle città del Piceno, compresa Ancona, sono ormai legate indissolubilmente.

Una città greca multiculturale in una regione romanizzata (II e I secolo a.C.)[modifica | modifica wikitesto]

Si elencano le tre tappe fondamentali della progressiva romanizzazione della città.

  • 178 a.C.: nel periodo delle Guerre illiriche, e precisamente nel corso della Seconda guerra istriana, i Romani ottennero da Ancona la possibilità di usare il porto come base per il controllo del mare Adriatico, allo scopo di reprimere la pirateria illirica. Un'azione di controllo della pirateria avrebbe giovato molto ai traffici marittimi della città di Ancona, che perciò concesse l'uso del proprio porto. Si installarono così nella città i duumviri Caio Furio, che controllava le coste da Ancona ad Aquileia, e Cornelio Dolabella, che controllava il tratto da Ancona a Taranto[124]. Con la presenza dei duumviri e delle navi romane nel porto, la città greca di Ancona, pur mantenendo formalmente la sua indipendenza, entrò nell'orbita romana, restando però ancora per lunghi decenni di cultura greco-ellenistica, venata in modo sempre più massiccio di elementi romanizzanti.
  • 133 a.C.: deduzione di una colonia romana latina nell'agro anconitano, in seguito alla Lex Sempronia Agraria, ad opera di Tiberio Sempronio Gracco.
  • 90 a.C.: dopo la Guerra sociale Ancona venne eretta a municipio: la romanizzazione è compiuta. Mentre il processo di romanizzazione della città progrediva, nello stesso tempo Roma conosceva la cultura greca grazie alle sempre più intense relazioni con le colonie greche d'occidente, tra cui, dopo la Battaglia del Sentino, si può annoverare Ankón, definita dall'intellettualità romana come Dorica Ancon[125].

Cronologia[modifica | modifica wikitesto]

Ancona greca - Ankon - cronologia XIII - I sec. a.C. .png

Testimonianze archeologiche dalla necropoli e da altri siti[modifica | modifica wikitesto]

La lekythos con Amimone insidiata da Poseidon (440 a.C.).
L'ambra etrusca con Afrodite ed Adone (500 a.C.).

La necropoli di Ankón del IV - I secolo a.C. si estendeva sulle pendici meridionali del Colle dei Cappuccini e di Monte Cardeto, come provano i numerosi ritrovamenti che, dall'Ottocento in poi, sono avvenuti in zona[126].

Nei capitoli seguenti si descrivono i più significativi ritrovamenti greci avvenuti ad Ancona, distinguendo tra quelli della tarda Età Classica (sino al 323 a.C.) e del Primo Ellenismo (323 - 230 a.C.) e quelli del Medio Ellenismo (230 - 170 a.C.) e del Tardo Ellenismo (170 - 30 a.C.)[127].

Tarda Età Classica - prima Età Ellenistica[modifica | modifica wikitesto]

Le testimonianze archeologiche del IV e del III secolo a.C. provenienti dalla necropoli sono più scarse rispetto a quelle dei secoli successivi.

Si segnalano i seguenti reperti, perché particolarmente significativi come testimonianza dello sfarzo e dell'eleganza della società anconitana dell'epoca. Alcuni di essi sono purtroppo finiti in musei esteri.

Si segnalano inoltre una lekythos a figure nere del 490 a.C. circa[135] ed una kylix a figure rosse del 500-490 a.C. circa (da ritrovamento sporadico)[135]

Media e tarda Età Ellenistica[modifica | modifica wikitesto]

Un trapezoforo[137] del I sec. d.C. proveniente dalla necropoli di età ellenistica.
La stele di Arbenta, con l'iscrizione "ΑΡΒΕΝΤΑ ΣΟΠΑΤΡΟΥ ΧΑΙΡΕ" (Arbenta Sopatru, chaire), ossia "O Arbenta, figlio di Sopatros, addio!".

Lungo l'asse stradale di via Matteotti - corso Amendola, fin dall'inizio del Novecento, sono state ritrovate occasionalmente numerose tombe del II e I secolo a.C., contenenti reperti ellenistici. Inoltre, tra il 1991 e il 1998, nel corso dei lavori di ristrutturazione della Caserma Villarey, furono portate alla luce di più di quattrocento tombe della necropoli greca e romana, contenenti ricchi corredi testimonianti le intense relazioni di Ancona con la Magna Grecia e il Mediterraneo orientale. Si può dunque dire che, durante il II e il I secolo a.C., i frequenti contatti con la Grecia rinverdivano continuamente l'origine dorica della città e contribuivano conservarne la grecità, nonostante la romanizzazione che procedeva velocemente in tutta la regione circostante, facendo di Ancona quasi un'enclave culturale, punto di contatto tra cultura greca, picena e gallica[138].

La maggior parte delle tombe è costituita da lastre in arenaria disposte a formare un rettangolo di mura ed un tetto a capanna. A volte le mura perimetrali sono invece in laterizio. È documentata anche l'uso della cremazione, con le ceneri poste in urne cilindriche di piombo; gli oggetti posti accanto ad esse sono analoghi a quelli ritrovati nelle tombe costitutite da lastre di arenaria.

Una parte della necropoli (sette tombe in tutto) è visitabile presso la Caserma Villarey, dove, al di sotto del parcheggio multipiano, è stata allestita un'area archeologica.

Le stele figurate e iscritte[modifica | modifica wikitesto]

Provengono da questa necropoli quattordici stele funerarie, con scene figurate a rilievo ed iscrizione greca, non ritrovate direttamente in associazione con le rispettive tombe, perché reimpiegate in epoche successive com materiale da costruzione. Le stele, la cui datazione varia dal II al I secolo a.C., sono preziose testimonianze del persistente uso della lingua greca durante la fase di passaggio verso la romanizzazione. Le stele anconitane spiccano, tra tutte le altre testimonianze funerarie ritrovate in Italia, per l'assoluta aderenza all'arte ellenistica e su questo punto non trovano confronto neanche nelle città della Magna Grecia e della Sicilia[139]. Sono esposte al Museo nazionale delle Marche, nella sezione greco-ellenistica, tranne una, conservata al Museo della città.

La struttura delle stele è quella di un naiskos (tempietto), coronato da un piccolo frontone e da un acroterio, con due varianti tipologiche, descritte di seguito:

  • stele ad edicola, con due colonnine a capitello corinzio ed architrave a metope lisce e triglifi (ad esempio la stele "di Symmachos" e quella "di Damo").
  • stele a lastra rastremata verso l'alto (ad esempio la stele "di Arbenta" e quella "di Apollonio").

Le sculture delle stele rappresentano scene di banchetto, colloquio o commiato funebre, spesso con persone che si scambiano il gesto della dexiosis, ossia dello stringersi la mano destra, gesto che simboleggiava la fiducia reciproca, l'alleanza, il siglare un patto, ma anche l'unione che supera la morte.

Le iscrizioni ricordano il nome del defunto, o della defunta, (al vocativo), il suo patronimico (al genitivo), e infine l'estremo saluto: chrēste chaire (ΧΡΗΣΤΕ ΧΑΙΡΕ), ossia "O valoroso (buono, amorevole, prode, virtuoso, valoroso), addio!".

Le stele greche anconitane trovano confronti stringenti con quelle delle Isole Cicladi e dell'Isola di Delo, da cui alcuni esemplari provengono, mentre altri sono opera di botteghe di scultori locali, come prova l'uso di calcare proveniente da cave della zona anconitana[140]. Secondo altri archeologi, le stele greche di Ancona rimandano anche a quelle di Corfù, l'antica colonia di Korkyra[141]. Alcune stele, inoltre, rimandano ad esempi della città di Bisanzio[142].

Per la loro importanza, nella tabella sottostante si elencano tutte le stele greche esposte nei musei della città e i loro testi. Si trovano nella Sezione greco-ellenistica del Museo archeologico nazionale, tranne la stele di Arbenta, che si trova al Museo della città. Il termine "valoroso" può essere tradotto anche "buono", "amorevole", "prode", "virtuoso". Le vesti si segnalano solo se non sono greche; similmente si segnalano i nomi propri non greci. Le stele non elencate non sono esposte o, pur conservandosi le descrizioni, sono andate perdute nel corso dei secoli.

denominazione convenzionale testo greco trascrizione traduzione note
Stele dell'addio al padre iscrizione non conservata - - marmo; tipo a colonnine, ma senza frontone
Stele dell'addio alla moglie [---]ΕΝΑ ΓΑΙΟΥ [---] ΧΑΙΡΕ [---]ena, Gaiou [---], chaire [---]ena, figlia di Gaio [---], addio! calcare; tipo a colonnine, prodotta in Ancona; il nome "Gaio" è romano
Stele dei coniugi [Α]ΝΤΙΦΙΛΟΙ[...] [A]ntifiloi[...] testo incompleto marmo; tipo a lastra senza frontone; prodotta in Ancona; modelli: figure da Bisanzio, architettura da Delo
Stele di Anferistos ΑΝΦΗΡΙΣΤΕ ΑΝΦΗΡΙΣΤΟΥ ΧΡΗΣΤΕ ΧΑΙΡΕ Anfēriste Anfēristou chrēste chaire O Anferistos, figlio di Anferistos, o valoroso, addio! marmo; tipo a lastra
Stele di Apollonios ΑΠΟΛΛΩΝΙΕ ΠΑΣΙΩΝΟΥ ΧΡΗΣΤΕ ΧΑΙΡΕ Apollōnie Pasiōnou chrēste chaire O Apollonios, figlio di Pasionos, o valoroso, addio! marmo; tipo a lastra; prodotta in Ancona
Stele di Arbenta ΑΡΒΕΝΤΑ ΣΟΠΑΤΡΟΥ ΧΑΙΡΕ Arbenta Sopatrou chaire O Arbenta, figlio di Sopatros, addio! marmo; tipo a lastra; forse prodotta in Ancona; il nome "Arbenta" è italico
Stele di Aspasia ΑΣΠΑΣΙΑ ΠΡΩΤΟΥ ΧΡΗΣΤΕ ΧΑΙΡΕ Aspasìa Prōtou chrēste chaire O Aspasia, figlia di Proton, o valorosa, addio! marmo; tipo a lastra; prodotta in Ancona; la figura maschile ha la toga
Stele di Damo ΔΑΜΩ ΧΡΗΣΤΗΙ ΧΑΙΡΕ Damō chrēstēi chaire O Damo, o valorosa, addio! marmo; tipo a lastra; prodotta in Ancona
Stele di Gaulion ΓΑΥΛΙΩΝ ΔΙΟΠΟΜΠΟ[Υ] ΧΑΙΡΕ Gaylion Diopompou chaire O Gaulion, figlio di Diopompos, addio! marmo; tipo a lastra; prodotta in Ancona
Stele di Simmaco ΣΥΜΜΑΧΕ ΣΟΠΑΤΡΟΥ ΧΡΗΣΤΕ ΧΑΙΡΕ Symmache Sopatrou chrēste chaire O Simmachos, figlio di Sopatros, o valoroso, addio! marmo; tipo a colonnine; la figura maschile ha la toga

Bassorilievo con suonatrice di khitara danzante[modifica | modifica wikitesto]

Bassorilevo con suonatrice di khitara danzante.

Nel 1904 fu riportata alla luce una lastra di calcare, convessa e decorata a bassorilievo, alta 1,74 metri. L'autore dello scavo interpretò il reperto come parte di una tomba monumentale rotonda con basamento circolare in travertino, superiormente divisa in dodici facce scolpite, tra cui quella ritrovata. Il bassorilievo rappresenta una suonatrice di kithara, strumento a corde diffusissimo nell'antica Grecia, di cui si trovano spesso testimonianze nella mitologia. La suonatrice si muove con passo di danza e indossa un peplo con apoptygma ed himation, elegantemente fluttuanti per l'incedere della danza. Particolare è la chioma, raccolta in una vaporosa coda vista di prospetto, mentre il corpo è di profilo e il viso di tre quarti. La khitara è portata di traverso, stretta sotto il braccio, e la suonatrice usa un plettro a forma di pesce. Secondo alcuni studi, l'iconografia della figura può far supporre che rappresenti una musa[143].

La figura della danzatrice è incorniciata alla sommità da un fregio con motivi vegetali e, sui due lati, da mezze lesene con capitello ionico; le restanti metà delle lesene sarebbero state scolpite sulle lastre adiacenti, che tutte insieme avrebbero dato una pianta dodecagonale[144].

È esposta al Museo nazionale delle Marche, nella Sezione greco-ellenistica.

Gli archeologi contemporanei ravvisano nella scultura un'influenza del Neoatticismo e della Scuola di Pergamo, correnti artistiche del tardo ellenismo; in base a ciò, l'opera, originariamente riferita al III - II secolo a.C., è oggi ritenuta invece del II - I secolo a.C. L'appartenenza ad un monumento funerario è ancor oggi accettata, anche se si ritiene che si possa ipotizzare, in forma subordinata, anche una probabile localizzazione su un heroon o su una fontana circolare[145].

Il bassorilievo anconitano trova un confronto con la coeva "base delle danzatrici" trovata in via Prenestina (Roma)[146], costituita da sette lastre convesse scolpite (manca l'ottava), originariamente poste in cerchio a ricoprire il nucleo di un monumento[143]. Altro confronto coevo è con il basamento circolare con Nikai, ritrovato a Butrinto

Epigrafi[modifica | modifica wikitesto]

Non ci citano in questo capitolo le iscrizioni presenti nelle stele funerarie ancor oggi conservate, né quelle che si trovano negli oggetti ritrovati nelle tombe, perché descritte nei capitoli "Le stele figurate e iscritte" e "Gli oggetti di prestigio".

Nel porto di Ancona è stata ritrovata nel 1540 una colonna con una lunga epigrafe greca, dedicata dagli ἀλειφομένοι[147], ossia dai lottatori, al ginnasiarca Βάτον (Báton) in segno di gratitudine per aver ottenuto varie vittorie nei agoni ginnici tenuti in onore di Ermes e di Heracles. Il ginnasiarca si occupava di allenare, retribuire ed incoraggiare i concorrenti che erano selezionati tra gli efebi del ginnasio[148]. Alcuni autori sostengono però che l'epigrafe sia stata ritrovata ad Ancona solo perché ve la portò nel 1427 Ciriaco d'Ancona dopo averla vista e trascritta a Santorino[149]. L'epigrafe, considerata perduta sino a tempi recenti, è oggi conservata al Musée des monnaies, médailles et antiques a Parigi[150].

Un'altra epigrafe greca è stata trovata nei pressi delle mura dell'Acropoli; il testo, chiaramente pertinente ad una stele funeraria, è ΣΜΙΝΘΙΟΣ ΤΙΤΕΛΟΥ ΧΑΙΡΕ (Sminthios Titelou chaire), ossia: Sminthios figlio di Titelos, addio[151].

Infine, una stele con bassorilievo rappresentante un cavaliere ed un'iscrizione riportata dagli antichi autori ha questo testo: ΡΟΔΩΝ ΑΡΙΣΤΩΝΟΣ ΑΙΞΟΝΕΥΣ (Rodon Aristonos Aixoneys), ossia: "Rodon figlio di Aristone da Aissone"[152][151]. Autori moderni sostengono però che la stele provenga da Atene e sia stata trasportata ad Ancona in età umanistica[153].

Le sfingi[modifica | modifica wikitesto]

Agli inizi del Novecento sono state rinvenute due statue di sfingi, mostruosi esseri alati, metà donne e metà fiere, che originariamente erano collocate agli angoli dei recinti funerari, a guardia delle tombe[154]. Oggi sono poste quasi come guardiane all'ingresso della sezione ellenistica del Museo Archeologico Nazionale. Una delle due statue stringe tra le zampe una testa decapitata.

In tutta la costa adriatica italiana esistono esemplari simili solo in Veneto. Sono risalenti al II - I secolo a.C. e sono scolpite in calcare del Cònero, cosa che mostra la loro origine locale. Sia gli esemplari anconitani, sia quelli veneti derivano da prototipi orientali e sono dunque testimonianza delle relazioni intense con l'Oriente mediterraneo.

Gli oggetti di prestigio[modifica | modifica wikitesto]

Area della necropoli del IV - I secolo a.C. - la linea arancione indica il percorso stradale verso il Cònero. L'attuale corso Amendola corrisponde agli antichi toponimi "via Santa Margherita" (sino al 1914 circa) e "corso Tripoli" (dal 1914 al 1945 circa).

Alcuni reperti ritrovati nella necropoli, significativi come testimonianza delle intense relazioni con il mondo greco e del benessere raggiunto da Ankón nel II e nel I secolo a.C., sono elencati di seguito. Di alcuni si ipotizza la realizzazione in botteghe locali[155]. Non si citano gli esemplari, provenienti dalla stessa necropoli, ma della seconda metà del I secolo a.C., in quanto risalgono all'età in cui Ancona è ormai una città romana.

  • Resti di una preziosa veste sacerdotale, provenienti dalla "tomba dell'augure", del II secolo a.C.; era tinta di porpora e trapuntata d'oro (sono rimasti i fili aurei); nella stessa tomba è stata ritrovata una corona in bronzo dorato e bacche di terracotta e un lituo, il bastone augurale dei sacerdoti.
  • Resti di una veste allacciata con bottoni d'oro, provenienti da una tomba femminile del II secolo a.C.[156]. L'uso di allacciare le vesti con i bottoni era rara nelle città italiche (dove si usavano invece fibule) e tipica invece della Grecia; la presenza di bottoni nella tomba anconitana mostra quindi l'adesione della città ai modi greci.
  • Orecchini di elaborata fattura e complessa forma, gioielli preferiti dalle donne dell'antica Ancona. Sono decorati con paste vitree e a volte sono identici agli elementi usati come bottoni, mostrando versatilità nell'uso. Tra gli orecchini più singolari si citano quelli con gallo[156], quelli con cigno[157], a pavoncella[158], a testa di cavallo[159] o di bue[160].
  • Anelli di fattura raffinata, come quello con ametista incisa raffigurante Achille e Pentesilea[161][162] e quello in argento ed oro con l'incisione in Greco "ΠΙCΤΕΙC" (pisteis), ossia "pegno di fedeltà"[163], da intendersi come un pegno d'amore. Quest'ultimo anello mostra l'uso della lingua greca come lingua quotidiana ancora nel II - I secolo a.C.
  • Oggetti d'argento, che si affiancano a quelli d'oro, precedentemente quasi esclusivi nei monili preziosi, seguendo una tendenza che parte dalla Magna Grecia e si diffonde anche a Roma. Gli argenti della necropoli di Ancona appartengono soprattutto a due categorie: oggetti per la toletta (in gergo archeologico argentum balneare) e per bere (argentum potorium); gli argenti da tavola (argentum escarium) sono invece poco rappresentati. Si ricordano gli oggetti più pregiati: spatule per mescolare cosmetici, tra quella con incisione raffigurante Afrodite anadiomene[164]; un acus crinalis del tipo "spillone-pettine" con incisione raffigurante una vittoria alata[165]; una pisside con coperchio istoriata con motivi vegetali; un urceolus (brocchetta) con ansa figurata ad attore comico, che testimonia il culto del dio Dionisio e che reca, sul fondo, un augurio in lingua greca[166]. Una tazza d'argento riporta sotto al piede un'iscrizione greca abbreviata, sciolta come segue: Ηφαιστίων Βίωνος ὸ Δίβωνος ὸ μοχενής σόος πίε (ad Efaistíon da Díbonos, tuo fratello di latte, in buona salute, bevi!)[167].
  • Letti funebri (klinai) con decorazioni in osso, le cui gambe erano allocate in appositi pozzetti angolari all'interno delle tombe.
  • Coppe di vetro di raffinata fattura, tra cui una a reticello[168], una a mosaico[169] e due policrome con foglia d'oro[170] di cui esistono esemplari simili in Adriatico solo in Daunia e ad Adria. Risalgono al tardo II secolo a.C.
  • Vaso a forma di pantera (o ghepardo, o lince)[171], che trova confronti solo nella colonia greca di Metapontion e risale al 100 a.C. circa. La pantera è animale sacro a Dioniso, in quanto ritenuta assetata di vino, e nella stessa tomba sono stati ritrovati altri oggetti che testimoniano il culto di questo dio: un obolo di Caronte, una patera per l'"acqua della memoria", un "chiodo del destino" e un "uovo della rinascita", tutti oggetti che richiamano anche il culto orfico. Si ritiene che il particolarissimo vaso sia stato destinato a contenere vino o olio profumato.

Statue di Afrodite[modifica | modifica wikitesto]

Nell'immediato dopoguerra furono ritrovate, in un pozzo di Piazza del Comune (piazza B. Stracca), tre statue alte circa 50 cm. e rappresentanti Afrodite, risalenti alla fine del II secolo a.C. o all'inizio del secolo successivo. Sono di marmo bianco, mancano della testa e una delle tre è del tipo "Tiepolo". Sono un'ulteriore testimonianza del culto di Afrodite in città[172].

Attività economiche[modifica | modifica wikitesto]

Navigazione[modifica | modifica wikitesto]

Ankón, secondo Strabone, era "fertile di grano".
Ankón, secondo Strabone, era "produttrice di vino buono e abbondante".
Il murice comune, da cui si estraeva la porpora.

Naturalmente, le principali attività economiche della colonia erano legate al porto ed alla navigazione, che erano stati i motivi della sua fondazione. Le rotte più battute dai navigatori anconitani e da coloro che arrivavano nel porto dorico sono note soprattutto per l'età ellenistica, meglio documentata archeologicamente: erano quelle dirette verso i centri del Mediterraneo orientale e della Magna Grecia. In particolare i centri più frequentati erano: Alessandria d'Egitto, Delo, Rodi, Corfù, Bisanzio, Taranto ed Eraclea.

Artigianato[modifica | modifica wikitesto]

Le testimonianze archeologiche di età ellenistica (descritte nel capitolo "Media e tarda Età Ellenistica") ci permettono di formulare delle ipotesi su alcune tipologie di artigianato presenti nella colonia: tintura di stoffe di lana, scultura del marmo per la realizzazione di stele, produzione di oggetti di prestigio per l'ornamento del corpo e per il banchetto.

Agricoltura e pesca[modifica | modifica wikitesto]

Strabone, nel passo riportato all'inizio del capitolo "La fondazione siracusana", ci informa delle principali colture praticate nel territorio della colonia di Ankón.

L'espressione "σφόδρα δ'εὔοινός" (sfódra d'eyoinόs), che è riferita ad Ankón, significa "produttrice di vino buono e abbondante"; in particolare, il termine "eyoinόs" (produttrice di buon vino) è riferito dallo stesso scrittore anche all'isola di Lesbo, terra di produzione dei vini Pramno ed Omphacite, proverbialmente noti per la loro finissima qualità e per le proprietà curative[173]. Similmente, il termine "eyoinόs" è riferito dallo stesso scrittore anche alle terre che si affacciano sul lago di Marea, specchio d'acqua salmastra a sud di Alessandria d'Egitto, dove si produceva il vino Mareotico, molto amato anche da Cleopatra[174].

Il termine "εὐπυροφόρος" (eypyrofόros) significa invece "fertile di grano", fatto particolarmente apprezzato dai Greci della madrepatria, che importavano questo cereale in grandi quantità, data l'insufficiente produzione locale.

Si può ipotizzare anche la coltura dell'olivo, per la produzione di olive e di olio per la mensa e per l'illuminazione. L'olivicoltura è deducibile dalle precedenti usanze agricole picene e dalle successive romane, oltre che dalle possibilità offerte dal clima. Sempre in via ipotetica, potrebbe essere stata praticata la pesca, che alcuni studiosi citano tra le attività presenti in base alla testimonianza di Giovenale, che nel passo riportato all'inizio del capitolo "Il tempio di Afrodite" cita la pesca di un rombo di straordinaria mole; la presenza del porto e le precedenti attività picene suffragano l'ipotesi[175].

L'industria della porpora[modifica | modifica wikitesto]

(LA)

« Stat fucare colus nec Sidone vilior Ancon murice nec Libyco »

(IT)

« ...tra questi stava Ancona, non seconda a Sidone, né alla porpora libica nel tingere la lana »

(Silio Italico, Le guerre puniche, VIII, 436-437.)

Come testimonia Silio Italico nel brano riportato sopra, ad Ancona era attiva un'industria della porpora che poteva competere con quelle famose di Sidone e della Libia. Come è noto, tale industria era basata sulla difficile lavorazione del murice, e produceva un colorante assai prezioso e ricercato, che era alla base di traffici intensi. La preziosità del rosso porpora era dovuta al fatto che questo colorante era l'unico rosso resistente ai lavaggi ed anche perché, per riuscire a tingere una sola veste, occorrevano migliaia di esemplari di murice: solo in pochi, quindi, potevano esibire in pubblico questo colore. Secondo un'interessante tradizione locale[176], in occasione della costruzione del palazzo della provincia di Ancona sarebbero state ritrovate ingenti quantità di murici, che danno supporto archeologico alla testimonianza scritta di Silio Italico.

L'industria fu attiva in città assai a lungo: nel VII sec. d.C. ancora si parla ancora della lana di Ancona[177]. Ancor oggi il murice si trova con abbondanza nel mare antistante la città (dove è chiamato ragusa), ed è anche intensamente pescato a scopo alimentare.

Silio Italico scrive in realtà nel I secolo d.C., epoca in cui Ancona era già da quasi duecento anni una città romana. Alcuni autori, però, pensano che un'industria della porpora di così alta qualità non si sia potuta improvvisare e che possa quindi risalire all'epoca greca[178].

L'ipotesi riduzionista[modifica | modifica wikitesto]

La stele di Symmachos, del tipo a colonne corinzie e architrave con metope e triglifi. L'iscrizione recita: "ΣΥΜΜΑΧΕ ΣΟΠΑΤΡΟΥ ΧΡΗΣΤΕ ΧΑΙΡΕ" (Symmache Sopatru, chrēste chaire), ossia "O Simmachos, figlio di Sopatros, o valoroso, addio!". L'uomo indossa la toga, nonostante il suo nome greco; ciò è interpretato come testimonianza del fondamentale carattere italico di Ancona, pur rivestito di forme greche, oppure come prova del ruolo della città come punto di fusione della cultura greca ed italica.

Nei primi anni del XXI secolo, finalmente fu effettuato uno studio complessivo sulla necropoli anconitana del IV-I secolo a.C., che ha prodotto alcune pubblicazioni, fondamentali per conoscere le caratteristiche e le usanze della popolazione dell'epoca. Lo studio permette di ricostruire anche gli intensi contatti di Ancona con l'oriente mediterraneo. L'autore di queste ricerche è stato lodato per la sua ricerca approfondita e dettagliata, ed anche per l'accento posto sulla multiculturalità dell'Ancona greca, descritta nei capitoli "Multietnicità" e "I rapporti con i Galli Sènoni e con i Piceni".

Nelle sue conclusioni, lo studioso sostiene che la colonizzazione siracusana di Ancona sia stato un evento effimero e di scarse conseguenze. Egli, infatti, nega la relazione tra le ricche testimonianze greche del II e del I secolo a.C. e la fondazione siracusana del IV secolo a.C. Interpreta invece questi dati archeologici come espressione del desiderio di una classe dominante, essenzialmente di cultura italica, di rivendicare una specificità culturale greca. Lo studioso interpreta tutta una serie di dati archeologici come espressione della volontà degli anconitani di ellenizzare le proprie usanze: l'uso del greco nelle stele funerarie, l'emissione di una moneta con legenda in greco ed infine la presenza nella necropoli di una messe di reperti che testimoniano intensi contatti con il mondo greco, che, a dire dello stesso studioso, non trova confronto in altre città al di fuori della Magna Grecia.

Nei suoi testi, lo studioso nota la scarsità di testimonianze archeologiche relative al IV e III secolo ed evidenzia gli influssi romani nei corredi funerari e nelle stele del II e I secolo a.C.; ad esempio, nel bassorilievo di una stele, un uomo indossa una toga, ed alcuni nomi scritti in greco sono etimologicamente italici. Partendo da questi dati, egli parla della grecità di Ancona come di "un caso di tradizione inventata" e descrive l'Ancona del II e I secolo a.C. come una città di cultura fondamentalmente italica, con una componente greca che viene enfatizzata a scopo politico nel periodo in cui la potenza romana si sta affermando nel versante adriatico. La fondazione siracusana viene perciò descritta come un fenomeno "appannato e poco convincente"[179].

Questa posizione riduzionista è legata alla necessità, condivisa da tutti gli studiosi, di superare le tante incertezze relative alla fase greca di Ancona, descritte nei capitoli precedenti. Cionondimeno l'ipotesi è stata anche criticata per la sua unilateralità e per la posizione eccessivamente scettica e pessimistica nei confronti della grecità anconitana; inoltre viene rilevata la mancanza di cautela nel trarre conclusioni che smentiscono la tradizione secolare rappresentata in primis da Strabone, Pseudo-Scilace, Catullo e Giovenale. Uno studioso, critica infine l'ipotesi riduzionista ricordando che l'onus probandi incumbit ei qui dicit (è compito di chi accusa portare le prove delle proprie affermazioni), e nota appunto la mancanza di prove positive a sostegno di essa[180].

Chi critica le posizioni dello studioso, spiega la scarsità dei reperti dell IV e III secolo a.C. in modi più semplici: cancellazione delle testimonianze a causa dello sviluppo urbano antico, ricerche archeologiche non sistematiche e legate solo all'occasionalità[181], localizzazione sul Montagnolo della colonia o anche perché alcuni reperti significativi sono finiti in musei esteri[182]. Già gli studiosi del XX secolo spiegavano la scarsità di testimonianze del IV e della prima parte del III secolo a.C. ipotizzando la perdita della parte della necropoli situata nei pressi della zona della costa alta, a causa di frane[183]. Anche gli influssi romani nei corredi funerari e nelle stele del II e nel I secolo a.C. sono spiegabili in altro modo, ossia pensando alla localizzazione di Ankon, che in quel periodo era circondata completamente da territori romanizzati o in corso di rapida romanizzazione[180].

Inoltre, chi critica l'ipotesi riduzionista ricorda che se nell'Ancona del II e I secolo esisteva davvero una tendenza ad enfatizzare la propria grecità, il fatto può essere spiegato più semplicemente come coscienza delle proprie origini, piuttosto che come esaltazione o invenzione di una tradizione inconsistente[184].

Celebrazione dei 2400 anni dalla fondazione[modifica | modifica wikitesto]

Rievocazione dell'accensione del fuoco sacro.

Nel 2013 si sono celebrati i 2400 anni dalla fondazione greca di Ancona con una serie di iniziative, sotto l'alto patronato del Presidente della Repubblica. Il quattro maggio (festa del patrono San Ciriaco) il gruppo di rievocazione storica "Simmachia Ellenon" ha celebrato il rito di fondazione della colonia greca[185], che iniziava accendendo un fuoco da quello sacro che ardeva perennemente davanti all'altare di Estia, nel pritaneo della madrepatria (in questo caso l'antica Siracusa), conservandolo con ogni cura durante il viaggio indicato dall'oracolo ed infine accendendo con esso il fuoco sacro della nuova città. Dopo l'accensione del fuoco i rievocatori hanno compiuto una danza pirrica e un duello rituale.

La rievocazione è stata seguita da un concerto di tutte le corali cittadine, riunite in un gruppo di novanta elementi, e da una festa aperta alla cittadinanza[186]. Anche papa Francesco ha rivolto alla città un augurio e una benedizione particolare per l'importante anniversario[187].

Inoltre, sino alla fine del 2013 si sono tenute conferenze dedicate alla grecità di Ancona[188] e nel giro di due anni sono stati pubblicati gli ultimi studi sull'argomento[189].

Il Comune ha organizzato infine una serie di visite guidate volte a favorire la conoscenza delle testimonianze archeologiche risalenti al periodo greco di Ancona; per l'occasione è stata riaperta la panoramica terrazza del Museo archeologico, da cui si è potuta ammirare la morfologia della costa che è all'origine del nome Ankón; inoltre, finalmente la cittadinanza ha avuto accesso alla zona archeologica del tempio di Afrodite, al di sotto del Duomo, che era chiusa al pubblico da decenni. I due luoghi sono stati chiusi nuovamente al termine delle celebrazioni[190].

Alcuni momenti della rievocazione del 4 maggio 2013

Ancona greca nella letteratura[modifica | modifica wikitesto]

Gli specchi ustori, che, secondo una leggenda, furono nascosti ad Ancona per salvarli dai Romani dopo la conquista di Siracusa[191].
Filisto[192].

L'umanista Giovanni Antonio Campano, del XV secolo, scrisse un epigramma dedicato ad Ancona greca, in cui chiede al lettore di non meravigliarsi se dopo la caduta di Costantinopoli i greci si siano rifugiati in Ancona. L'espressione "fiero tessalo" indica i Pelasgi, antichissimi abitanti della Grecia, che secondo l'autore[193] furono i primi abitanti di Ancona, dove introdussero l'addomesticamento del cavallo[194].

(LA)

« Quae nunc Adriaci custos sum litoris Ancon
olim se nesci dorica terra fui.
Finibus eiecti patrii regnoque Pelasgi
haec quae nunc spectas moenia condiderunt
nec me Graiorum turpe est insignibus uti.
Armavit primos tessalus acer equos.
Ergo mirari Danaos huc ire fugatos
desinam vetus hoc hospitium est Danais »

(IT)

« Io che ora sono custode dell'Adriatico mare
se non lo sai, fui una volta dorica terra.
I Pelasgi cacciati dai confini e dal regno patrio
queste mura che vedi edificarono
né mi torna a disonore il servirmi delle insegne dei Greci.
Il fiero tessalo armò i primi cavalli.
Cessa dunque di meravigliarti che i Danai fuggitivi qui vengano
poiché questo è per i Danai luogo di antica ospitalità. »

(Giovanni Antonio Campano, epigramma V, f. 37 r)

Il periodo greco di Ancona è rievocato anche in alcuni romanzi. Se ne segnalano due:

In un capitolo il libro descrive la vita animata di Ankón, immaginata come luogo in cui arriva Filisto, fratello di Dionisio il grande, proveniente da Adria. In particolare il libro parla del porto, dell'acropoli con il tempio che si affaccia sul mare, dei Celti sènoni stanziati nei dintorni della polis. Si descrive inoltre l'agorà gremita di Greci delle metropoli e delle colonie, di mercenari celti che aspettavano di essere reclutati, ma anche di Piceni, Etruschi ed Umbri. Quando arriva nell'agorà Filisto si sentì rinascere: finalmente respirava di nuovo l’atmosfera di una polis, anche se un po’ meticcia[196].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Solo Adrìa, nell'Adriatico settentrionale e Tanais, nel Mar d'Azov avevano una posizione più isolata.
    Erano situate più a nord di Ankón solo Adrìa e le numerose colonie settentrionali del Mar Nero. Le colonie greche francesi hanno una latitudine più o meno simile a quella di Ankón. Esse erano: Nikaia (Nizza), Massalia (Marsiglia), Agathe Tyche (Agde), Olbia (Hyères), Monoikos (Monaco), Antipolis (Antibes) Tauroention (Le Brusc).
  2. ^ Per tutto l'incipit la fonte principale è: Maurizio Landolfi, Ancona greca e romana, in Scultura nelle Marche, a cura di Pietro Zampetti, Nardini editore, 1993.
  3. ^ a b Alessandra Coppola, Ancona e la presenza greca nel Piceno, in Piceni popolo d'Europa, Roma, De Luca, 1999, ISBN 978-88-8016-355-8..
  4. ^
    • Maria Elisa Micheli, Sepolti nel marmo: il caso di Ancona, in Dalla Valdelsa al Conero. Ricerche di archeologia e topografia storica..., Notiziario della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana. Supplemento 2 al n. 11/2015, a cura di Giacomo Baldini, Pierlugi Giroldini (pagina 315). ISBN 9788878147638. Consultabile su Google Libri.
    • Maria Elisa Micheli, Anna Santucci, Ellenismo: produzioni e consumo. Le evidenze dal territorio marchigiano, in Bollettino di archeologia on line, consultabile a questa pagina;
    • Mogens Herman Hansen, Thomas Heine Nielsen, An Inventory of Archaic and Classical Poleis, OUP Oxford, 2005. ISBN 9780198140993.
  5. ^ In alcuni testi, al posto del termine "Sanunitas" (Σαυνίτας), cioè Sanniti, compare il termine "Daunitas" (Δαυνίτας), ossia Dauni; secondo gli storici l'inserzione di "Daunitas" è opera di una correzione del testo originario, operata dagli antichi copisti che non conoscevano i Sanniti, ma solo i Dauni. Si veda: G. Colonna, I popoli del medio Adriatico e le tradizioni antiche sulle loro origini, in Piceni popolo d'Europa, pagina 11
  6. ^ Con il termine "Ombrikoi" (Ὀμβρικοὶ), cioè Umbri, qui si intendono genericamente i popoli italici diversi dai Sanniti. Si veda: G. Colonna, I popoli del medio Adriatico e le tradizioni antiche sulle loro origini, in Piceni popolo d'Europa, pagina 11
  7. ^ Con il nome di "Pseudo Scilace" si indica l'autore che nel IV secolo a.C. rivide ed aggiornò il Periplo di Scilace, navigatore e geografo del VI sec.a.C.
  8. ^ a b c Per i ritrovamenti sul Montagnolo, colle oggi alla periferia della città:
  9. ^ Per la spirale nell'arte micenea: Il simbolo della spirale. Per il significato di evoluzione:
    • Gianluca Bocchi, Mauro Ceruti, Origini di storie, Feltrinelli Editore, 2000 (pagina 39). ISBN 9788807102950.
    • Luigi Luca Cavalli-Sforza in Le radici prime dell'Europa: gli intrecci genetici, linguistici, storici, Pearson Italia S.p.a., 2001 (pagina XXV). ISBN 9788842497318.
    Per gli altri significati:
    • Felice Vinci, Homer in the Baltic: An Essay on Homeric Geography, Fratelli Palombi Editore, 1998.
    • J.C. Cooper, Dizionario dei simboli, Franco Muzzio Editore, Padova 1988.
  10. ^
    • Lorenzo Braccesi, Mario Luni, I Greci in Adriatico, L'ERMA di BRETSCHNEIDER, 2004 (pagine 40 e 120). ISBN 9788882652661
    • Per Pelagosa: Anna Margherita Jasink,Grazia Tucci,Luca Bombardieri, MUSINT: le collezioni archeologiche egee e cipriote in Toscana: ricerche ed..., Firenze University Press, 2011 (pagina 216).
    • Per il culto di Diomede a Pola: MUsti, 1980; Aigner Foresti 2002; Vanotti 2002.
  11. ^ Sul fatto di considerare insieme le Tremiti e le isole di Pelagosa: Anna Margherita Jasink,Grazia Tucci,Luca Bombardieri, MUSINT: le collezioni archeologiche egee e cipriote in Toscana: ricerche ed..., Firenze University Press, 2011 (pagina 217). Consultabile su Google Libri a questa pagina.
  12. ^ Come testimonia Plinio (Naturalis historia, 3, 141.).
  13. ^ a b c Per tutto il capitolo: Lorenzo Braccesi, Hellenikos kolpos, supplemento a Grecità adriatica, L'ERMA di BRETSCHNEIDER, 2001 (capitolo IX su Ankon, capitolo X, sul culto di Diomede ed Afrodite in Adriatico). ISBN 9788882651534
  14. ^ a b Per il rapporto tra Dionisio I e il culto di Diomede si veda inoltre:
    • Alessandra Coppola, Siracusa e il Diomede Adriatico, in Prometheus nº 14, 1988 (pagine 221-226);
    • Lorenzo Braccesi, Grecità di frontiera: i percorsi occidentali della leggenda, Esedra, 1994 (pagine 85 e seguenti);
    • Attilio Mastrocinque, Da Cnido a Corcira Melaina: uno studio sulle fondazioni greche in Adriatico, Università degli studi di Trento, 1988
  15. ^ Tito livio, 10, 2, 4.
  16. ^ Strabone, 7, 317.
  17. ^ Lorenzo Braccesi, Hellenikos kolpos, supplemento a Grecità adriatica, L'ERMA di BRETSCHNEIDER, 2001 (capitolo I L'adriatico greco, considerazioni introduttive). ISBN 9788882651534.
  18. ^ La derivazione di Cònero da kòmaros è l'ipotesi etimologica più diffusa; l'ipotesi è suffragata anche dal fatto che ancor oggi, nel dialetto locale, sia la pianta sia il suo frutto sono detti cocomero, termine che deriva anch'esso dal greco kòmaros con raddoppiamento della sillaba iniziale. Si veda ad esempio:
    • Luigi Paolucci, Sul significato dei nomi volgari attribuiti agli animali e alle piante, 1901
    • Sandro Pignatti, Flora d'Italia, volume II, pagina 261, Edagricole, 1982. ISBN 9788820623128
    • Mario Panzini, Dizionario del vernacolo anconitano, volume I, voce cucomero, Sagraf 1996
  19. ^ Per il legame tra il corbezzolo e Dionisio: Corbezzolo - Arbutus unedo
  20. ^ Alla foce del Drilon, importante fiume il cui corso era risalito dalle antiche imbarcazioni per raggiungere l'Illiria interna.
  21. ^ I toponimi elecati sono quelli antichi. Si fornisce un elenco dei corrispettivi moderni (quando esistenti); i casi rimanenti sono oggi aree archeologiche. Epidamnos: attuale Durazzo; Buthoe: attuale Budua; Lissos: attuale Alessio; Epidayron: attuale Ragusa Vecchia; Melitta: attuale Meleda; Korkyra Melaina: attuale Curzola; fiume Naron: attuale Narenta; Pharos: attuale Cittavecchia di Lesina; Issa: attuale Lissa; Elaphussa: attuale Brazza; Idassa: attuale Zara; Enona: attuale Nona.
  22. ^ Il nome "Numana" è secondo una delle varie ipotesi, di origine greca e significherebbe “la giusta” (da nomos, legge). Si veda: Giovanni Marinelli, Il linguaggio Numanese nel Novecento: Dizionario, modi di dire. Origine ed evoluzione delle parole, 2010.
  23. ^ Lorenzo Braccesi, Grecità adriatica: un capitolo della colonizzazione greca in Occidente, Pàtron, 1977 (pagine 75-78).
  24. ^ Lorenzo Braccesi, Grecità adriatica': un capitolo della colonizzazione greca in Occidente, Pàtron, 1977.
  25. ^ Tutti gli studi sulle rotte di navigazione adriatiche in età antica successivi al 1990 esprimono quest'ipotesi. Tra gli altri autori, si ricorda: Mario Luni, Itinerari transappenninici e scali marittimi in Piceni popolo d'Europa, Roma, De Luca, 1999. (pagina 144). ISBN 978-88-8016-355-8..
  26. ^ Il villaggio in questione è di cultura protovillanoviana; secondo alcuni stui recenti Plinio il vecchio, parlando della fondazione di Ancona da parte dei Siculi, si sarebbe riferito proprio al popolo di questa cultura, che, prima del suo arrivo in Sicilia, viveva lungo la penisola.
  27. ^ Per i tre centri abitati si veda, in generale:
    • Maurizio Landolfi, Ancona, in Enciclopedia dell'arte antica, Treccani, 1994. Consultabile a questo indirizzo
    Per l'abitato del Colle dei Cappuccini si veda, nello specifico:
    • Delia Lollini, L'abitato preistorico e protostorico di Ancona, in Bollettino Paletnologico Italiano, X, LXV (pagine 237 - 262);
    • Delia Lollini La Civiltà Picena, Biblioteca di storia patria, 1976 (pagina 164).
  28. ^ I reperti di ceramica greca sono stati ritrovati da Delia Lollini; si veda: Stefania Sebastiani, Ancona: forma e urbanistica, L'ERMA di BRETSCHNEIDER, 1996 (pagina 20). ISBN 9788870629507.
    Il fatto che la colonia siracusana sia sorta in un luogo ove sussisteva già un centro abitato è un fatto assodato già nelle pubblicazioni del dopoguerra (valga per tutti Mario Natalucci, Ancon dorica, in Ancona attraverso i secoli volume I Dalle origini alla fine del Quattrocento, Unione arti grafiche, 1960); tutti gli ultimi studi, però, stranamente considerano la coscienza di ciò un'acquisizione recente.
  29. ^ Stefania Sebastiani, Ancona: forma e urbanistica, L'ERMA di BRETSCHNEIDER, 1996 (pagina 21). ISBN 9788870629507.
  30. ^ Per il ruolo dei Corinzi nel rivitalizzare i culti citati, si veda: Lorenzo Braccesi, con la collaborazione di Benedetta Rossignoli, hellenikos kolpos - supplemento a Grecità Adriatica, L'Erma di Bretscheneider, 2001 (pagine 82-83).
  31. ^ Per tutto il capitolo e in particolare per la provenienza dei navigatori greci che frequentavano l'Adriatico, si veda: Lorenzo Braccesi, Hellenikòs kolpos, supplemento a Grecità adriatica, L'ERMA di BRETSCHNEIDER, 2001, pagina 66. ISBN 9788882651534.
  32. ^
    • Lorenzo Rocci, Vocabolario Greco - Italiano, Società Editrice Dante Alighieri, 2002 (voci "ἄγκών" e "Ἄγκών");
    • Rendich Franco, Dizionario etimologico comparato delle lingue classiche indoeuropee: Indoeuropeo - Sanscrito - Greco - Latino, Rendich Franco, 2013 (pagina 102). Disponibile su Google Libri a questa pagina.
  33. ^ In greco antico il suono nasale "ṅ" è reso, davanti alla lettera kappa, con una gamma, avente in questo caso lo stesso valore fonetico (si legge "n"). La radice aṅk è presente anche nelle parole greche antiche ὰγκυρα (ànkyra, cioè "ancora"), ὰγκυσρον (ànkystron, cioè "amo da pesca"), ἁγκυλόω (ankylòo, ossia "curvare") ed altre.
  34. ^ a b Maurizio Landolfi, Dalle origini alla città del tardo impero, in Ankon l. Una civiltà fra Oriente ed Europa, Ancona 1992
  35. ^ La data è dedotta in base ai seguenti dati:
    • periodo in cui Dionisio il grande fu tiranno di Siracusa (dal 405 al 367 a.C.);
    • data della colonia siracusana di Alessio, considerata l'inizio della colonizzazione dell'Adriatico: Diodoro Siculo la dice fondata prima del 385 a.C.;
    • data di fondazione della colonia pario-siracusana di Pharos, sull'isola di Lesina (385 a.C.);
    • alleanza tra Dionisio e i Galli (387/386), premessa per le colonie adriatiche;
    • esilio dei seguaci di Filisto e Leptine (386 - 385), secondo alcuni da identificare con coloro che "fuggivano la tirannide di Dionisio" ricordati da Strabone.
  36. ^ La notizia della fondazione greca di Ancona è data dal passo di Strabone sopra citato, nell'opera Geografia, al capitolo 5, paragrafo 4, comma 2.
  37. ^ Lorenzo Braccesi, Hellenikos kolpos, supplemento a Grecità adriatica, (capitolo "Ancona"), L'ERMA di BRETSCHNEIDER, 2001. ISBN 9788882651534
  38. ^ Lorenzo Braccesi, Hellenikòs kolpos, supplemento a Grecità adriatica, L'ERMA di BRETSCHNEIDER, 2001, pagina 81. ISBN 9788882651534.
  39. ^ Lorenzo Braccesi, Grecità adriatica: un capitolo della colonizzazione greca in Occidente, Pàtron, 1977 (capitolo II Rotta padana ed empori nautici)
  40. ^ Luca Antonelli, I Piceni: corpus delle fonti: la documentazione letteraria, L'ERMA di BRETSCHNEIDER, 2003 (pagina 72). ISBN 9788882652425. Consultabile su Google Libri a questa pagina.
  41. ^ Statuto del Comune di Ancona, allegato B. Consultabile a questa pagina.
  42. ^
    • Lorenzo Braccesi, Terra di confine: archeologia e storia tra Marche, Romagna e San Marino, L'ERMA di BRETSCHNEIDER, 2007 (pagina 21). ISBN 9788882654283. Consultabile su Google Libri a questa pagina
    • Alessandra Coppola, I due templi greci di Ancona, in: Lorenzo Braccesi, Hesperìa: studi sulla grecità di occidente, Volume 3, L'ERMA di BRETSCHNEIDER, 1993 (pagina 190). ISBN 9788870628098. Consultabile su Google Libri a questa pagina.
  43. ^ La fonte principale di questo capitolo è: Lorenzo Braccesi, Hellenikos kolpos, supplemento a Grecità adriatica, L'ERMA di BRETSCHNEIDER, 2001. ISBN 9788882651534. Alle pagine 81 e 82 l'autore riassume le due ipotesi contrapposte ed espone la terza, di sintesi.
  44. ^ Autori vari, Ankon dorica - i Greci in Occidente, catalogo della mostra omonima tenutasi al Museo nazionale delle Marche nel 1996 (schede 2, 11, 16-19, redatte dagli archeologi della Soprintendenza archeologica).
  45. ^ Poche fonti (basate su: Novak, Strena Buliciana, Spalato-Zagabria 1924 - pagina 665 e seguenti) citano questa colonia, perché la sua esistenza è basata solo su un'abbreviazione presente in una moneta, di interpretazione dubbia. Tra le fonti che ne sostengono l'esistenza: Croazia. Zagabria e le città d'arte. Istria, Dalmazia e le isole. I grandi parchi nazionali, del Touring Club Italiano (capitolo L'isola di Lesina). Tra le fonti che la negano: Lorenzo Braccesi, Grecità Adriatica: un capitolo della colonizzazione greca in Occidente, Pàtron, 1977; (pagina 336, nota 72).
  46. ^
    • Lorenzo Braccesi, Grecità Adriatica: un capitolo della colonizzazione greca in Occidente, Pàtron, 1977; (capitoli Ancona (e Numana), Issa e Lissos, Pharos: colonia paria, Issa e Pharos, ultime vicende dei Greci in Adriatico; solo per le colonie di Issa: pagine 309 e 320; solo per l'emporio di Salona: pagina 318);
    • Bulletin d'archéologie et d'histoire dalmate - Edizione 68 - Pagina 126 (tranne che per la colonia di Dimos).
  47. ^ a b c d e Lorenzo Braccesi, Grecità Adriatica: un capitolo della colonizzazione greca in Occidente, Pàtron, 1977; (capitoli Ancona (e Numana).
  48. ^ a b c
    • Autori vari, Ankon dorica - i Greci in Occidente, catalogo della mostra omonima tenutasi al Museo nazionale delle Marche nel 1996 (scheda 2, pag. 6);
    • Fabio Colivicchi, La necropoli di Ancona (4.-1. sec. a.C.): una comunità italica fra ellenismo e romanizzazione, Loffredo, 2002 (Volume 7 di Quaderni di Ostrakà). Fabio Colivicchi, Hellenism and Romanisation at Ancona. a case of "invented tradition", in Journal of Roman Archeology, 21, 2008 (pagine 31-46). Fabio Colivicchi, Dal pallium alla toga: Ancona tra ellenismo e romanizzazione, in Ostraka (Per it. 123)
  49. ^ a b Maurizio Landolfi, Continuità e discontinuità culturale nel Piceno del IV secolo a.C., in AA.VV., Piceni. Popolo d’Europa, Roma, De Luca, 1999, (pagina 177). ISBN 9788880163558.
  50. ^
    • Francesca Berlinzani, Convivenze etniche, scontri e contatti di culture in Sicilia e Magna Grecia, Tangram Ediz. Scientifiche, 2012. Consultabile a
    questa pagina;
  51. ^ a b c d e Tra la vasta letteratura in proposito, si veda:
    • Alessandra Coppola, I due templi greci di Ancona, in Esperia 3, 1993, pagine 189-191 ISBN 9788870628098;
    • Lidiano Bacchielli, Le origini greche di Ancona: fonti e documentazione archeologica, in C. Centanni, L. Pieragostini, La cattedrale di San Ciriaco ad Ancona. Rilievo metrico a grande scala, interpretazione strutturale e cronologia della fabbrica, Ancona, 1996 (pagine 49–55).
    • Lidiano Bacchielli, Domus Veneris quam dorica sustinet Ancona, in Archeologia Classica volume XXXVII, 1985 (pagine 106-137) - l'estratto dell'articolo è stato nel pubblicato dall'Erma di Bretschneider nel 1985;
    • Nicola Bonacasa, Lorenzo Braccesi, E. De Miro, La Sicilia dei due Dionisî - atti della Settimana di studio, Agrigento, 24-28 febbraio 1999, L'ERMA di BRETSCHNEIDER, 2002 (pagina 120). Il testo è consultabile su Google libri a questa pagina
    • Lorenzo Braccesi, Hellenikòs kolpos, supplemento a Grecità adriatica, L'ERMA di BRETSCHNEIDER, 2001, pagina 82. ISBN 9788882651534.
  52. ^ In particolare:
    • Per il tratto di strada ritrovato nella zona dell'Anfiteatro: Gaia Pignocchi, L'abitato preromano ed ellenistico-romano di Ancona... (tutto il capitolo), in Ancona greca e romana e il suo porto, a cura di Flavia Emanuelli e Gianfranco Iacobone, dell'Accademia Marchigiana di Scienze, lettere ed arti; edizioni Italic, 2015. ISBN 9788869740039.
  53. ^ Per l'ipotesi della colonia sul Montagnolo:
    • Delia Lollini, La civiltà picena, in Popoli e civiltà dell'Italia antica, V volume, 1976 (pagina 164);
    • Maurizio Landolfi, Dalle origini alla città del tardo impero, in Ankon l. Una civiltà fra Oriente ed Europa, Ancona 1992.
    Per il tratto di strada basolata:
    • Mario Pagano, Ancona greca e Taranto, entrambi in Ancona greca e romana e il suo porto, a cura di Flavia Emanuelli e Gianfranco Iacobone, dell'Accademia Marchigiana di Scienze, lettere ed arti; edizioni Italic, 2015 (pagina 132). ISBN 9788869740039
  54. ^ Ad esempio Mario Luni, I Greci nel kolpòs Adriatico - i porti di Ankon e di Numana, in I Greci in Adriatico, a cura di Lorenzo Braccesi e Mario Luni, (pagina 32). Consultabile su Google Libri a questa pagina
  55. ^ Riassunta da Mario Natalucci, Ancon dorica, in Ancona attraverso i secoli volume I Dalle origini alla fine del Quattrocento, Unione arti grafiche, 1960
  56. ^ Tito Livio, "Ab Urbe Condita", V, 3, 35.
  57. ^ Delia Lollini, La civiltà picena, in Popoli e civiltà dell'Italia antica, Roma, Biblioteca di Storia Patria, 1976, vol. V.
  58. ^ a b Venceslas Kruta, I Senoni nel Piceno, in AA.VV., Piceni. Popolo d’Europa, Roma, De Luca, 1999, (pagina 175). ISBN 9788880164326.
  59. ^ Per l'influenza della cultura greca di Ancona sui Galli Senoni, si veda:
    • Zuffa, I Celti nell'area adriatica, in Introduzione alle antichità adriatiche, atti del I Convegno di Studi sulle Antichità Adriatiche (Chieti-Francavilla al Mare, 27-30 giugno 1971), 1975 (pagina 114 e seguenti);
    • L. Mercando, L'ellenismo nel Piceno, in Hellenismus in Mittelitalien, Gottinga 1976 o 1974.
  60. ^ Gaia Pignocchi, L'abitato preromano ed ellenistico-romano di Ancona... (tutto il capitolo), in Ancona greca e romana e il suo porto, a cura di Flavia Emanuelli e Gianfranco Iacobone, dell'Accademia Marchigiana di Scienze, lettere ed arti; edizioni Italic, 2015. ISBN 9788869740039.
  61. ^
    • Luisa Franchi Dell'Orto, Eroi e regine: Piceni popolo d'Europa, De Luca, 2001 (pagina 174). ISBN 9788880164326.
    • AA. VV. I Greci in Occidente, Bompiani, 1996 (pagina 587).
  62. ^ Per i rapporti intensi con le popolazioni circostati si veda: Fabio Colivicchi, La necropoli di Ancona (4.-1. sec. a.C.): una comunità italica fra ellenismo e romanizzazione, Loffredo, 2002 (Volume 7 di Quaderni di Ostrakà). Fabio Colivicchi, Hellenism and Romanisation at Ancona. a case of "invented tradition", in Journal of Roman Archeology, 21, 2008 (pagine 31-46). Fabio Colivicchi, Dal pallium alla toga: Ancona tra ellenismo e romanizzazione, in Ostraka (Per it. 123)
  63. ^ Si tratta di un anonimo codice latino, dedicato per lo più a questioni grammaticali: Anectoda helvetica - Gramm. lat., ex recensione H. Keilli, Lipsiae 187o, Suppl. p. 187.
  64. ^ Valga come esempio Atti e memorie della R. Deputazione di storia patria per le Marche del 1938, da cui si cita: È invece da relegarsi tra le favole la frase dell'anonimo grammatico che i Galli «ab urbe Romana revertentes condiderunt secus mare civitatem vocantes Anchonam velut hanc unam».
  65. ^ Lorenzo Braccesi, Hellenikos Kolpos, L'erma di Bretschneider, 2001 (pagina 87). La fonte che parla dello stanziamento gallico nella zona di Adria è: Stefano Bizantino, voce Atrìa, M. p. 43.
  66. ^ Giorgio Mangani, Ciriaco d’Ancona e l’invenzione della tradizione classica, in In limine Esplorazioni attorno all’idea di confine, a cura di Francesco Calzolaio, Erika Petrocchi, Marco Valisano, Alessia Zubani. Consultabile a questo indirizzo.
  67. ^ Satira 4, 40
  68. ^ Sergio Sconocchia, Ancona greca nelle fonti antiche, in Autori vari: Ancona greca e romana e il suo porto, a cura di Flavia Emanuelli e Gianfranco Iacobone, dell'Accademia Marchigiana di Scienze, lettere ed arti; edizioni Italic, 2015, (pagina 24). ISBN 9788869740039.
  69. ^ a b c d e Sono diversi i criteri di numerazione adottati per descrivere le scene della Colonna Traiana. La numerazione qui usata è quella di Salomon Reinach. La stessa scena, secondo i criteri di altri autori, è la nº 79 (C. Cichorius, Die Reliefs der Trajanssäule, Berlino 1896-1900) oppure la nº 139 (S. Settis, A. La Regina, G. Agosti, V. Farinella, La Colonna Traiana, Torino 1988).
  70. ^ [1]
  71. ^ Il termine greco "Ἀγκών" è infatti della terza declinazione e del gruppo dei nomi con tema in nasale; pertanto all'accusativo sarà "Ἀγκόνα".
  72. ^ Lo studioso che per primo ha formulato l'ipotesi del tempio dorico è stato l'archeologo Lidiano Bacchielli, nell'articolo Domus Veneris quam dorica sustinet Ancona, in Archeologia Classica volume XXXVII, 1985 (pagine 106-137) - l'estratto dell'articolo è stato nel pubblicato dall'Erma di Bretschneider nel 1985; lo stesso Lidiano Bacchielli ha poi ripreso l'argomento, con nuove considerazioni, in Le origini greche di Ancona: fonti e documentazione archeologica, in C. Centanni, L. Pieragostini, La cattedrale di San Ciriaco ad Ancona. Rilievo metrico a grande scala, interpretazione strutturale e cronologia della fabbrica, Ancona, 1996 (pagine 49–55).
  73. ^ a b Lo studioso che ha proposto per primo l'ipotesi del tempio corinzio è Mario Luni, in San Ciriaco: la cattedrale di Ancona: genesi e sviluppo, Volume 1°, a cura di Maria Luisa Polichetti, F. Motta Editore, 2003 (pagine 49-93).
  74. ^
    • Lidiano Bacchielli, Le origini greche di Ancona: fonti e documentazione archeologica, in C. Centanni, L. Pieragostini, La cattedrale di San Ciriaco ad Ancona. Rilievo metrico a grande scala, interpretazione strutturale e cronologia della fabbrica, Ancona, 1996 (pagine 49–55).
    • Stefania Sebastiani, Ancona, forma ed urbanistica, della collana Città antiche d'Italia, L'Erma di Bretschneider, 1996, pagina 33.
  75. ^ Per le considerazioni sulla rappresentazione del tempio anconitano di stile dorico nella Colonna Traiana, si veda:
    • Mario Luni, in San Ciriaco: la cattedrale di Ancona: genesi e sviluppo, Volume 1°, a cura di Maria Luisa Polichetti, F. Motta Editore, 2003 (pagine 82-83)
    • Lidiano Bacchielli, nell'articolo Domus Veneris quam dorica sustinet Ancona, in Archeologia Classica volume XXXVII, 1985 (pagine 136)
  76. ^ Mario Natalucci, Ancon dorica, in Ancona attraverso i secoli volume I Dalle origini alla fine del Quattrocento, Unione arti grafiche, 1960 (pagina 42, nota 1). Secondo Natalucci, gli autori antichi che sostenevano che il Duomo fosse stato edificato sopra al tempio pagano erano il Saracini e il Peruzzi.
  77. ^ Lo studioso che per primo ha esposto l'ipotesi del tempio periptero sine postico è Giovanni Annibaldi, che diresse i lavori di scavo del tempio e che fu il principale artefice della rinascita della soprintendenza archeologica marchigiana e del Museo Archeologico Nazionale dopo la Seconda Guerra Mondiale. Il testo in cui espone la sua tesi è: Il tempio dell'acropoli di Ancona, in: Manlio Marinelli, L'architettura romanica di Ancona, a cura della reale Deputazione di Storia Patria per le Marche, 1921 (pagina 150). Il testo è stato ristampato nel 1961 a cura Cassa di Risparmio Anconitana.
  78. ^ Mario Natalucci, Ancon dorica, in Ancona attraverso i secoli volume I Dalle origini alla fine del Quattrocento, Unione arti grafiche, 1960 (pagina 42, nota 1). L'autore dice espressamente che la scoperta di quelle colonne fu "cosa da pochi notata".
  79. ^ Copia romana conservata al Louvre)
  80. ^
    • Enciclopedia Treccani, voce Cnido.
    • Felice Ramorino, Mitologia classica illustrata, HOEPLI EDITORE, 1984 Consultabile su Google Libri a pagina 93.
  81. ^ Lorenzo Calvelli, Cipro e la memoria dell'antico..., in Memorie, volume 133, Istituto veneto di Scienze, Lettere ed Arti, 2009. ISBN 9788895996158.
  82. ^
    • Tra i testi che sostengono che il tempio di Ancona sia stato dedicato a Venere euplea si citano i seguenti titoli ottocenteschi, poi seguiti da numerose guide della città:
      • Ancona descritta nella storia e nei monumenti, pei tipi di G. Cherubini, 1870 (pagina 74);
      • Agostino Peruzzi, Storia d'Ancona dalla sua fondazione all'anno 1532, , Volume 1, Tipografia Nobili, 1835 (pagina 18);
      • Carisio Ciavarini, Sommario della storia di Ancona: raccontata al popolo anconitano, edito dall'autore (pagina 26).
    • Tra gli studiosi moderni che sostengono l'epiclesi di "Euplea" per l'Afrodite venerata nel tempio di Ancona:
      • Domenico Musti, in I Greci in Adriatico, a cura di Lorenzo Braccesi e Mario Luni, L'ERMA di BRETSCHNEIDER, 2002 (pagina 38), Consultabile su Google Libri a questa pagina;
      • Benedetta Rossignoli, L'Adriatico greco e culti minori, L'erma di Bretschneider, 2004. Consultabile su Google Libri a questa pagina.
  83. ^ Sulla cima del colle, invece, nella scena della Colonna Traiana è raffigurato il tempio di Afrodite
  84. ^
    • Stefania Sebastiani, Ancona: forma e urbanistica, L'ERMA di BRETSCHNEIDER, 1996. ISBN 9788870629507.
    • Anna Margherita Jasink, Grazia Tucci, Luca Bombardieri, MUSINT, Firenze University Press, 2011, capitolo Diomede nel medio Adriatico (pagine 234-235). Consultabile su Google Libri a questa pagina.
  85. ^ Per il dibattito sul tempio di Diomede, si veda: Sergio Sconocchia, Ancona greca nelle fonti antiche, in Ancona greca e romana e il suo porto, a cura di Flavia Emanuelli e Gianfranco Iacobone, dell'Accademia Marchigiana di Scienze, lettere ed arti; edizioni Italic, 2015.
  86. ^ Vincenzo Pirani, Storia della chiesa di Ancona, consultabile a questa pagina.
  87. ^ La fonte orale di questa leggenda è riportata i vari libri di Sanzio Blasi. La leggenda è altrimenti localizzata nella zona dello scoglio del Trave, circa 8 chilometri più a sud.
  88. ^ La datazione delle mura al periodo della fondazione siracusana è sostenuta da autori che scrivono nella seconda metà del XX secolo, ma anche da autori che scrivono dopo il 2000. Si veda:
    • Nereo Alfieri, Topografia storica di Ancona antica, Fabriano, 1938;
    • M. Moretti, capitolo Ancona, in Italia romana: Municipi e colonie, Roma, 1945.
    • Sergio Sconocchia, Ancona greca nelle fonti antiche, in Ancona greca e romana e il suo porto, a cura di Flavia Emanuelli e Gianfranco Iacobone, dell'Accademia Marchigiana di Scienze, lettere ed arti; edizioni Italic, 2015.
  89. ^ Anxche in questo caso l'ipotesi è sostenuta sia da autori che scrivono nella seconda metà del XX secolo, sia da autori che scrivono dopo il 2000
    • Giovanni Annibaldi, L'architettura dell'antichità nelle Marche, in Atti dell'XI Congresso di Storia dell'architettura (1959), Roma, 1965.
    • Fabio Colivicchi, La necropoli di Ancona (4.-1. sec. a.C.): una comunità italica fra ellenismo e romanizzazione, Loffredo, 2002 (Volume 7 di Quaderni di Ostrakà).
  90. ^ Stefania Sebastiani, Ancona: forma e urbanistica, L'ERMA di BRETSCHNEIDER, 1996 (pagina 82). ISBN 9788870629507
  91. ^ Mario Natalucci Ancona antica (pagina 47).
  92. ^ Ancona greca e romana e il suo porto, a cura di Flavia Emanuelli e Gianfranco Iacobone, dell'Accademia Marchigiana di Scienze, lettere ed arti; edizioni Italic, 2015. ISBN 9788869740039. In particolare:
    • Per il tratto di strada ritrovato nella zona dell'Anfiteatro: Gaia Pignocchi, L'abitato preromano ed ellenistico-romano di Ancona... (tutto il capitolo);
    • Mario Pagano, Ancona greca e Taranto (pagina 132).
  93. ^ M. Moretti, rendiconto dell'Istituto Marchigiano di Scienze Lettere ed Arti, 1929 (pagine 93-99).
  94. ^ Mario Luni, in aa.vv., Ancona greca e romana e il suo porto, a cura di Flavia Emanuelli e Gianfranco Iacobone, dell'Accademia Marchigiana di Scienze, lettere ed arti; edizioni Italic, 2015. ISBN 9788869740039.
  95. ^ a b
    • Marco Dubbinelli, Giancarlo Mancinelli, Storia delle monete di Ancona, edito dal Lavoro editoriale nel 2009, ISBN 978-88-7663-451-2, che riporta accuratamente tutte le tesi formulate nel tempo. A pagina 16, in particolare, si espongono le varie ipotesi sulla lettera presente nel recto.
    • Stefania Sebastiani, Ancona, forma ed urbanistica, L'ERMA di BRETSCHNEIDER, 1996 (pagina 24). Testo consultabile alla seguente pagina
  96. ^ In alcuni esemplari i raggi sono sette.
  97. ^ Tra gli studi più antichi, si veda: G. Castellani, Numismatica marchigiana, in Atti e memorie R. Deputazione di Storia Patria delle Marche 1906, (pagina 240 e seguenti). Per gli studi recenti che propendono per il lungo periodo di emissione, si veda: Marco Dubbinelli, Giancarlo Mancinelli, Storia delle monete di Ancona, edito dal Lavoro editoriale nel 2009, ISBN 978-88-7663-451-2
  98. ^ Michele Asolati, Per la storia di Ancona greca: elementi di datazione della monetazione, in Hesperia 9, L'Erma di Bretscheneider, 1998 (pagina 149). ISBN 9788882650087. Consultabile su Google Libri a questa pagina.
  99. ^ Giorgio Casagrande, La monetazione di Ancona all'epoca della colonizzazione greco-siracusana (IV - III secolo a.C.), Ancona, 1985.
  100. ^ Gaia Pignocchi, L'abitato preromano ed ellenistico-romano di Ancona..., in Autori vari, Ancona greca e romana e il suo porto, a cura di Flavia Emanuelli e Gianfranco Iacobone, dell'Accademia Marchigiana di Scienze, lettere ed arti; edizioni Italic, 2015 (pagina 169). ISBN 9788869740039.
  101. ^ a b Giovanni Gorini, La moneta greca in area alto e medioadriatica, in Atti e memorie della Deputazione di Storia Patria delle Marche, volume 102 (1997), edito nel 2001.
  102. ^ Le citazioni relative, dello Pseudo Scilace e di Strabone, sono state già riportate sopra.
  103. ^ Enciclopedia Treccani, voce Dioscuri
  104. ^ Benedetta Rossignoli, L'Adriatico greco e culti minori, L'erma di Bretschneider, 2004. Consultabile su Google Libri a questa pagina.
  105. ^ Fonti sulla vendetta di Afrodite:
    • G. Tzeses, Ad Lyc. 603, 1093;
    • Scholl. ad Iliade, 5,412;
    • Mimnermo, frammento 17 G-P.
  106. ^ Servio Danielino, nel suo commento all'Eneide, 11, 246.
  107. ^ Il culto corinzio di Afrodite nella colonia corinzia di Durazzo è noto grazie alla testimonianza di Catullo, nello stesso carme in cui si ricorda il tempio di di Ancona.
  108. ^ Per la parte del mito di Diomede ambientata in Adriatico e nella Daunia, per il collegamento tra Diomede, i dioscuri e il cavallo, per il culto adriatico di Afrodite precedente la colonizzazione siracusana, si veda:
    • Benedetta Rossignoli, L'Adriatico greco: culti e miti minori, L'ERMA di BRETSCHNEIDER, 2004 (l'argomento è ricorrente, in questo testo). Consultabile su Google Libri
    a questa pagina.
    • Ditti Di Creta, L'altra Iliade: Il diario di guerra di un soldato greco. Con la storia della distribuzione di Troia di Darete Frigio e i testi bizantini sulla guerra troiana, Giunti (pagina 685). ISBN 9788858770528.
  109. ^ Per il collegamento tra Ancona, Issa, i Dioscuri e la costellazione dei gemelli, si veda:
    • Benedetta Rossignoli, L'Adriatico greco: culti e miti minori, L'Erma di Bretschneider, 2004, (pagina 196). ISBN 9788882652777.
  110. ^ Così ad esempio, in Lorenzo Braccesi, Grecità adriatica, Patron editore, 1977, da cui si cita: In seguito al tramonto della potenza dei tiranni di Siracusa, i centri di Adria e di Ancona, non più sorretti dalle rilevanti reti di rapporti commerciali con la metropoli, dovettero infatti decadere assai rapidamente.... Nel supplemento allo stesso testo, edito nel 2001, la visione è completamente cambiata, in seguito ai nuovi ritrovamenti archeologici. Se veda la nota seguente.
  111. ^ a b c
    • Nel 2001, in Hellenikòs Kolpos, edito da Bretschneider, supplemento allo stesso testo citato nella nota precedente, la prospettiva infatti è completamente cambiata: Mentre per Adria [...] non si segnalano particolari sopravvivenze di cultura ellenica, per Ancona il caso è completamente diverso. Qui la lingua greca e i caratteri distintivi dell'ellenicità sopravvivono alla stessa conquista romana. Anzi [...] la città è destinata ad incidere in profondità sul processo culturale di ellenizzazione dell'Italia centrale... Consultabile su Google Libri a pagina 87.
    • Dello stesso tenore anche Maurizio Landolfi, nel contributo Ancona greca e romana, presente in Scultura nelle Marche, a cura di Pietro Zampetti, Nardini editore, 1993.
  112. ^
    • Per i rapporti con Bisanzio: Fabio Colivicchi, scheda 17 (stele di Antifilo) in Arte romana nei musei delle Marche, a cura di Giuliano De Marinis, Istituto poligrafico e Zecca dello Stato, Libreria dello Stato, 2005. ISBN 9788824012065.
    • Per i rapporti con Corfù: Lidiano Bacchielli, Le origini greche di Ancona: fonti e documentazione archeologica, in C. Centanni, L. Pieragostini, La cattedrale di San Ciriaco ad Ancona. Rilievo metrico a grande scala, interpretazione strutturale e cronologia della fabbrica, Ancona, 1996 (pagina 50).
    • Per i rapporti con Taranto, Delo e Alessandria d'Egitto, si vedano i testi citati nella nota precedente.
    • Per i rapporti con Taranto ed Eraclea: Lorenzo Braccesi, Hesperìa: studi sulla grecità di occidente - Volume 12 (pagina 159), L'erma" di Bretschneider, 2000.
  113. ^ a b Fabio Colivicchi, in Autori vari, Ancona greca e romana e il suo porto, a cura di Flavia Emanuelli e Gianfranco Iacobone, dell'Accademia Marchigiana di Scienze, lettere ed arti; edizioni Italic, 2015 (pagina 72). ISBN 9788869740039.
  114. ^ Pirro Marconi, Luigi Serra, Il Museo nazionale delle Marche in Ancona, La Libreria dello stato, 1934 (pagina 15).
  115. ^ Si tratta di Xenotimos figlio di Ereunos. Vedi Maurizio Landolfi, Dalle origini alla città del tardo impero, in Ankon l'. Una civiltà fra Oriente ed Europa, Ancona 1992.
  116. ^ Precisamente a Nicostrato, figlio di Zotico.
  117. ^ Enciclopedia Treccani - I Appendice (1938), voce Soterie.
  118. ^
    • Per tutto questo paragrafo le fonti sono:
    • Maria Elisa Micheli, Anna Santucci, Ellenismo: produzioni e consumo. Le evidenze dal territorio marchigiano, ministero dei beni culturali - bollettino di archeologia on line. Consultabile a questa pagina.
    • Giacomo Manganaro, Delfi, Brindisi ed Ancona, in Zeitschrift für Papyrologie und Epigraphik volume 142, Habelt, 2003 (pagine 134-138).
    • Per il ruolo del pròxenos: Massimo Pallottino - Enciclopedia Italiana Treccani (1935), voce Prossenia.
    • Per il ruolo del theorodòkos: Emanuele Greco, Le Olimpiadi tra antico e moderno, in Civiltà del Mediterraneo, Guida Editori, 2004 (pagina 44). Consultabile su Google Libri a questa pagina.
  119. ^ Tito Livio scrive: Romae terrorem praebuit fama Gallici tumultus ad bellum Etruscum adjecti: eo minus cunctanter foedus ictum cum Picenti populo est. (X, 10, 13-15)
  120. ^ a b c d Lo status di "civitas foederata" per Ancona è solo un'ipotesi storiografica ed è datato variamente dal 298 (alleanza con Roma durante della Terza Guerra Sannitica), al 295 a.C. (fine della Terza Guerra Sannitica), al 268 a.C. (fine della Guerra Picentina) o al 218 - 202 a.C. (Seconda Guerra Punica). Per le varie ipotesi si veda:
    • Gaia Pignocchi, L'abitato preromano ed ellenistico-romano di Ancona...;
    • Roberto Rossi, La monetazione di Ankon: indizi per una nuova cronologia, entrambi in: Autori vari, Ancona greca e romana e il suo porto, a cura di Flavia Emanuelli e Gianfranco Iacobone, dell'Accademia Marchigiana di Scienze, lettere ed arti; edizioni Italic, 2015 (pagina 84, nota 8 e pagina 160). ISBN 9788869740039.
    • Per l'ipotesi del patto di alleanza in seguito alla Guerra Picentina: Elio Lodolini, Cenni storici, in Conoscere l'Italia, volume Marche, Istituto Geografico De Agostini Novara, 1982 (pagina 17).
  121. ^ George Mousourakis, A Legal History of Rome, Routledge, 2007 (pagine 198 e 210). ISBN 9781134131983.
  122. ^ Secondo Livio nel 290 a.C., secondo Polibio alla conclusione della guerra sannitica, nel 284-282 a.C.
  123. ^ Silio Italico, Punica (poema) VIII, 436-437: quos pascunt scopulosae rura Numanae,net quis litoreae fumant altaria Cuprae,nquique Truentinas seruant cum flumine turris, cernere erat: clipeata procul sub sole corusco agmina sanguinea uibrant in nubila luce. stat fucare colus nec Sidone uilior Ancon murice nec Libyco, statque umectata Vomano Hadria et inclemens hirsuti signifer Ascoli.
  124. ^ Tito Livio, Ab Urbe condita libri, XIL, 1 2. Una traduzione è presente nel testo La Storia Romana di Tito Livio recata in Italiano da J. Nardi, aggiunti i Supplementi del Freinshemio nuovamente tradotti da F. Ambrosoli, Volume 7, ed è consultabile su Google Libri a pagina 284.
    Un riassunto delle guerre istriane è presente nel sito Istrapedia a questa pagina.
  125. ^ Lorenzo Braccesi, Dorica Ancon e problemi connessi in Adriatico tra IV e III sec. a.C, a cura di Maurizio Landolfi, L'ERMA di BRETSCHNEIDER, 2000 (pagina 9). Consultabile su Google Libri a questa pagina. ISBN 9788882651213.
  126. ^ Antonio Leoni, autore di Istoria d'Ancona, scritta nel 1810, dice che da bambino aveva assistito al ritrovamento di lastre di arenaria appartenenti a tombe greche ("allorquando ero in tenera età"). I primi ritrovamenti coscienti di tombe della necropoli risalgono quindi agli ultimi decenni del 1700.
    Carlo Rinaldini descrive il ritrovamento di una tomba ellenistica avvenuto nel 1862 nel "fondo Tarsetti", nei pressi del Palazzo di Giustizia, che poi ha restituito altre tombe e la "stele di Anferisto".
    Nel 1902, fuori Porta Cavour, nel "fondo Fiori", altri importanti ritrovamenti.
    I primi ritrovamenti di tombe nell'area della Caserma Villarey risalgono all'epoca della sua costruzione; nel 1892 fu scavato nella zona un vaso di pasta vitrea di tipo alessandrino, che all'epoca fece scalpore per la sua raffinatezza e tecnica esecutiva.
    Le notizie di questa nota sono tratte da: Mario Natalucci, Ancon dorica, in Ancona attraverso i secoli volume I Dalle origini alla fine del Quattrocento, Unione arti grafiche, 1960.
  127. ^ Per la suddivisione dell'Ellenismo in periodi, la fonte è: Giuseppe Nifosì, Arte in opera. vol. 1 Dalla preistoria all'arte romana, Gius.Laterza & Figli Spa, 2015. Consultabile su Google Libri a questa pagina.
  128. ^ Dalla tomba 406 Villarey.
  129. ^ Maurizio Landolfi, Ancona greca e romana, in Scultura nelle Marche, a cura di Pietro Zampetti, Nardini editore, 1993.
  130. ^ Il sito del Museo riporta l'immagine e la scheda descrittiva a questa pagina.
  131. ^ Dal nome del mecenate statunitense Pierpont Mòrgan, che nel 1917 la donò al Metropolitan Museum di New York.
  132. ^ L'esemplare proviene dalla zona di Falconara. Si veda: Benedetta Rossignoli, L'Adriatico greco: culti e miti minori, L'Erma di Bretschneider, 2004. (pagina 28). ISBN 9788882652777. Consultabile su Google Libri a questa poagina
  133. ^ Scheda ed immagine del reperto, dal sito del museo: si veda questa pagina
  134. ^ Conferenza sull'ambra Morgan tenuta nel 2012 da Maurizio Landolfi: Una coppia speciale di amanti su un'ambra figurata dal Piceno a New York.
  135. ^ a b c Lorenzo Braccesi, Mario Luni, I Greci in Adriatico 2, L'ERMA di BRETSCHNEIDER, 2004 (pagina 33)
  136. ^ Scheda ed immagine del reperto, dal sito del museo: si veda questa pagina
  137. ^ I trapezofori (dal greco τραπεζόϕορος) sono sostegni di piani orizzontali, come ad esempio una tavola. Per sostenere il piano di una tavola rotonda se ne impiegavano uno solo centrale, oppure un gruppo di tre mensole, radiali. Per le tavole rettangolari i trapezofori erano quattro, semplici, o due, doppi. I trapezofori si caratterizzavano per la raffinatezza artistica. Vedi enciclopedia Treccani, alla voce Trapezoforo.
  138. ^ Lidiano Bacchielli, Le origini greche di Ancona: fonti e documentazione archeologica, in C. Centanni, L. Pieragostini, La cattedrale di San Ciriaco ad Ancona. Rilievo metrico a grande scala, interpretazione strutturale e cronologia della fabbrica, Ancona, 1996 (pagina 50).
  139. ^ Tutti gli autori che si sono accupati della grecità di Ancona descrivono le stele greche. Tra gli altri si cita:
    • Maurizio Landolfi, Ancona greca e romana, in Scultura nelle Marche, a cura di Pietro Zampetti, Nardini editore, 1993.
    • Lidiano Bacchielli, Le origini greche di Ancona: fonti e documentazione archeologica, in C. Centanni, L. Pieragostini, La cattedrale di San Ciriaco ad Ancona. Rilievo metrico a grande scala, interpretazione strutturale e cronologia della fabbrica, Ancona, 1996 (pagina 50)
    • Fabio Colivicchi, schede 15, 16 e 17 (stele di Simmaco, di Arbenta e di Antifilo) in Arte romana nei musei delle Marche, a cura di Giuliano De Marinis, Istituto poligrafico e Zecca dello Stato, Libreria dello Stato, 2005. In quest'ultimo testo l'informazione sulla mancanza di confronti in Magna Grecia e in Sicilia, per il carattere puramente ellenistico.
    ISBN 9788824012065.
  140. ^ Per tutto questo capitolo la fonte è: Maurizio Landolfi, Ancona greca e romana, in Scultura nelle Marche, a cura di Pietro Zampetti, Nardini editore, 1993.
  141. ^ Per la somiglianza delle stele anconitane con quelle di Kòrkyra, si veda: Lidiano Bacchielli, Le origini greche di Ancona: fonti e documentazione archeologica, in C. Centanni, L. Pieragostini, La cattedrale di San Ciriaco ad Ancona. Rilievo metrico a grande scala, interpretazione strutturale e cronologia della fabbrica, Ancona, 1996 (pagina 50).
  142. ^ Fabio Colivicchi, scheda 17 (stele di Antifilo) in Arte romana nei musei delle Marche, a cura di Giuliano De Marinis, Istituto poligrafico e Zecca dello Stato, Libreria dello Stato, 2005. ISBN 9788824012065.
  143. ^ a b Giacomo Baldini, Pierlugi Giroldini, Dalla Valdelsa al Conero. Ricerche di archeologia..., All’Insegna del Giglio, 2016 (pagine 317-319). ISBN 9788878147638,
  144. ^ Un'immagine tridimensionale virtuale dell'opera è visibile nel sito Virtualmuseum.
  145. ^
    • Mario Natalucci, Ancon dorica, in Ancona attraverso i secoli volume I Dalle origini alla fine del Quattrocento, Unione arti grafiche, 1960 (datazione al III-II secolo a.C.;
    • Maurizio Landolfi, Lastra marmorea di monumento circolare, in Arte romana nei musei delle Marche, a cura di Giuliano De Marinis, Istituto poligrafico e Zecca dello Stato, Libreria dello Stato, 2005 (datazione al I secolo a.C.).
    • scheda del catalogo dei beni culturali della regione Marche (II - I secolo a.C.). Scheda consultabile a questa pagina.
  146. ^ Il reperto è esposto al Museo nazionale romano.
  147. ^ Dal greco antico ἀλέιφω (alèifo), ossia "ungere", per l'usanza che avevano i lottarori di ungersi il corpo.
  148. ^ L'iscrizione è oggi nota con la sigla IG XII, 3, 331. È riportata da Janus Gruterus, Inscriptiones antiquae totius orbis Romani: in absolutissimum corpus, volume I, pagina 327. La notizia è riportata da Mario Natalucci, Ancon dorica, in Ancona attraverso i secoli volume I Dalle origini alla fine del Quattrocento, Unione arti grafiche, 1960 (pagina 57), che a sua volta la riprende da Dissertazioni anconitane del canonico Peruzzi, volume primo (pagina 149).
  149. ^ Questi studiosi sono:
    • Maurizio Landolfi, Giuliano De Marinis, Kouroi Milani: ritorno ad Osimo, De Luca, 2000 (pagina 81);
    • Fabio Colivicchi, La necropoli di Ancona (IV-I sec. a.C.): una comunità italica fra ellenismo e romanizzazione, volume 7 di Quaderni di ostraka, Loffredo, 2002 (pagina 467).
  150. ^ Manuela Kahn-Rossi, Alberto III e Rodolfo Pio da Carpi collezionisti e mecenati..., Comune di Carpi, Museo Civico, 2004.
  151. ^ a b Si veda:
    • Lodovico Antonio Muratori, Novus thesaurus veterum inscriptionum: in praecipuis earumdem..., Volume 2, ex Aedibus Palatinis, 1739 (pagina MXX);
    • Stefania Sebastiani, Ancona: forma e urbanistica, L'ERMA di BRETSCHNEIDER, 1996. L'autrice riporta la bibliografia precedente: Saracini, 1675 (pagina 44); Leoni, 1810 - I volume (pagina 98); Peruzzi (pagine 45 e 64); Dall'Osso, 1915 (pagina 330); Alfieri, 1938 (pagine 53 e 76).
  152. ^ Aissone è un demo dell'Attica o una città della Magnesia. La stele è oggi dispersa
  153. ^ Per la provenienza da Atene e per la sua dispersione si veda: Gianfranco Paci, Sergio Sconocchia, Ciriaco d'Ancona e la cultura antiquaria dell'umanesimo, Diabasis, 1998. ISBN 9788881030316.
  154. ^ Sito "Archeoveneto" articolo sul Museo Archeologico Nazionale di Altino di Quarto d'Altino. Non essendo mai rinvenute nel contesto originario, esistono altre ipotesi sulla collocazione delle sfingi: acroteri di stele a pseudoedicola, coperture di urne-ossuari, coronamenti di mausolei. Queste ipotesi sono elencate nelle schede di Margherita Tirelli, (18 e 19) in Arte romana nei musei delle Marche, a cura di Giuliano De Marinis, Istituto poligrafico e Zecca dello Stato, Libreria dello Stato, 2005. Nella scheda 19 è presente un errore di stampa: "d.C." al posto di "a.C.".
  155. ^ Per tutti i reperti elencati di seguito le fonti sono:
    • Fabio Colivicchi, La necropoli di Ancona (4.-1. sec. a.C.): una comunità italica fra ellenismo e romanizzazione, Loffredo, 2002 (Volume 7 di Quaderni di Ostrakà);
    • Nicoletta Frapiccini, Ankon dorica. Simboli di prestigio tra oriente e occidente dell'Ancona ellenistica, in Autori vari Ancona greca e romana e il suo porto, a cura di Flavia Emanuelli e Gianfranco Iacobone, dell'Accademia Marchigiana di Scienze, lettere ed arti; edizioni Italic, 2015;
    • Margherita Tirelli, schede 18 e 19 (statue di sfinge del II-I sec. a.C.) e Gabriele Baldelli, schede 20, 21, 22, 23 e 24 (coppe di vetro, brocchetta con ansa ad attore comico, vaso a forma di pantera) in Arte romana nei musei delle Marche, a cura di Giuliano De Marinis, Istituto poligrafico e Zecca dello Stato, Libreria dello Stato, 2005.
    ISBN 9788824012065.
  156. ^ a b Tomba 384 Villarey.
  157. ^ Tomba 7 Villarey.
  158. ^ Tomba 32 Villarey
  159. ^ Tomba 227 Villarey.
  160. ^ Tomba 388 Villarey.
  161. ^ Tomba 45. L'anello trova il suo confronto più diretto nei ritrovamenti della Casa dei Sigilli di Delo, una casa appartenuta a più generazioni di negozianti che si dedicavano al commercio del vino con l’Italia.
  162. ^ Una descrizione dell'ametista e una immagine dettagliata della gemma è consultabile al seguente collegamento: Bollettino di archeologia - pagina 33.
  163. ^ Tomba 409 Villarey. La forma del sigma usata nell'iscrizione incisa nell'anello (C) è il "sigma lunato", utilizzato al posto di "Σ" nelle colonie greche; a parte la forma, esso non ha niente a che vedere con la lettera "C".
  164. ^ tomba 227 Villarey.
  165. ^ tomba 8 Villarey.
  166. ^ Tomba XXXV di corso Tripoli.
  167. ^ L'iscrizione è riportata da Mario Natalucci, Ancon dorica, in Ancona attraverso i secoli volume I Dalle origini alla fine del Quattrocento, Unione arti grafiche, 1960 (pagina 57).
  168. ^ Tomba tra corso Amendola e via Battisti.
  169. ^ Tomba XLII di via Santa Margherita.
  170. ^ Tombe XXXI e XXXII di via Santa Margherita.
  171. ^ Tomba 7 Villarey
  172. ^ Dalle tabelle descrittive del Museo archeologico nazionale delle Marche.
  173. ^ Sul vino di Lesbo: Andrea Ciacci, Paola Rendini, Andrea Zifferero, Archeologia della vite e del vino..., All’Insegna del Giglio, 2012 (pagina 366). Consultabile su Google Libri a questa pagina
  174. ^ Sul Mareotico: Viti e vino nell’antico Egitto.
  175. ^ Le ipotesi riguardanti la pesca e l'olivicoltura sono in Mario Natalucci, Ancon dorica, in Ancona attraverso i secoli volume I Dalle origini alla fine del Quattrocento, Unione arti grafiche, 1960. Per i preesistenti usi piceni: Delia Lollini, La Civiltà Picena, Biblioteca di storia patria, 1976. Per la pesca: Luisa Franchi Dell'Orto, Eroi e regine - Piceni popolo d'Europa, Roma, De Luca, 2001. (pagina 174). ISBN 978-88-8016-355-8
  176. ^ Stefania Sebastiani, Ancona, Forma e urbanistica, Roma 1996, (pagina 28, nota 46)
  177. ^ M. Moretti, capitolo Ancona, in Italia romana: municipi e colonie, Volume 8, Istituto di studi romani, 1945
  178. ^ Mario Natalucci, Ancon dorica, in Ancona attraverso i secoli volume I Dalle origini alla fine del Quattrocento, Unione arti grafiche, 1960.
  179. ^ Fabio Colivicchi, La necropoli di Ancona (4.-1. sec. a.C.): una comunità italica fra ellenismo e romanizzazione, Loffredo, 2002 (Volume 7 di Quaderni di Ostrakà). Fabio Colivicchi, Hellenism and Romanisation at Ancona. a case of "invented tradition", in Journal of Roman Archeology, 21, 2008 (pagine 31-46). Fabio Colivicchi, Dal pallium alla toga: Ancona tra ellenismo e romanizzazione, in Ostraka (Per it. 123)
  180. ^ a b Per l'apprezzamento del lavoro svolto dal dott. Colivicchi e per le critiche alle sue conclusioni, si veda: Sergio Sconocchia, Ancona greca nelle fonti antiche, in Autori vari: Ancona greca e romana e il suo porto, a cura di Flavia Emanuelli e Gianfranco Iacobone, dell'Accademia Marchigiana di Scienze, lettere ed arti; edizioni Italic, 2015. ISBN 9788869740039.
  181. ^ Per la difficoltà di ritrovare resti antichi all'interno del perimetro della città medievale (Ancona è una città che ha avutto continuità di vita sempre nella stessa area) e per le scoperte archeologiche dovute solo a lavori edilizi occasionali e non a ricerche sistematiche, si veda: Mario Luni, in San Ciriaco: la cattedrale di Ancona: genesi e sviluppo, Volume 1°, a cura di Maria Luisa Polichetti, F. Motta Editore, 2003 (pagina 51).
  182. ^ Per i reperti finiti in musei esteri, si veda il capitolo Tarda Età Classica - prima Età Ellenistica
  183. ^ Alcune tombe sono state infatti ritrovati nei pressi delle rupi, nella zona della Batteria di San Giuseppe, nel Parco del Cardeto, in una zona cioè soggetta a smottamenti regolari del terreno che causano un arretramento del ciglio delle rupi calcolabile in un centimetro all'anno circa. Si veda Mario Natalucci, Ancon dorica, in Ancona attraverso i secoli volume I Dalle origini alla fine del Quattrocento, Unione arti grafiche, 1960.
  184. ^ Opinione di Gianfranco Paci, riportata in Ancona greca nelle fonti antiche, in Autori vari: Ancona greca e romana e il suo porto, a cura di Flavia Emanuelli e Gianfranco Iacobone, dell'Accademia Marchigiana di Scienze, lettere ed arti; edizioni Italic, 2015. ISBN 9788869740039.
  185. ^ Si veda la descrizione dell'evento nel sito dell'associazione "Simmachia Ellenon": Ankon - Celebrazione dei 2400 anni dalla fondazione illustrata dalla fotografa Sara Imbesi.
  186. ^ Festeggiamenti per i 2400 anni di Ancona
  187. ^ Vedi questa pagina.
  188. ^
    • 27 marzo 2013: Tavola rotonda con la Soprintendenza per i beni archeologici delle Marche, a cura dell'Accademia Marchigiana di Scienze, Lettere ed Arti (La fondazione di Ancona). La tavola rotonda è stata presieduta dal Soprintendente Mario Pagano ed ha visto come partecipanti Gabriele Baldelli, Nicoletta Frapiccini, Maurizio Landolfi, Nora Lucentini, Mario Luni, Gianfranco Paci, Sergio Sconocchia. Si veda: Al museo per i 2400 anni della fondazione greca di Ancona.
    • 11 aprile 2013: Ancona 2400 anni: cosa dice l'archeologia? Relatrice la prof.ssa Stefania Sebastiani. Vedi la locandina dell'evento.
    • 28 giugno 2013: Incontro con la grande Storia, con il prof. Luciano Canfora (La democrazia ateniese) - introduce il prof. Giorgio Petetti (La fondazione di Ancona); vedi Incontro con la grande Storia..
  189. ^ Autori vari: Ancona greca e romana e il suo porto, a cura di Flavia Emanuelli e Gianfranco Iacobone, dell'Accademia Marchigiana di Scienze, lettere ed arti; edizioni Italic, 2015 ISBN 9788869740039.
  190. ^ Le visite sono state organizzate dal dottor Sergio Sparapani, del Settore Beni e Attività Culturali del Comune, con consulenza di Giorgio Petetti. Vedi il pieghevole dell'iniziativa: Itinerari alla scoperta di Ancona, edito nel 2013, e il sito della Regione Marche: Per i 2400 anni dalla fondazione.
  191. ^ Dipinto di Cherubino Cornienti - XIX sec.
  192. ^ Ritratto ottocentesco di fantasia
  193. ^ Che si basa su Plinio e Silio Italico.
  194. ^ L'epigramma è riportato, tra gli altri, da:
    • Lodovico Antonio Muratori, Giosuè Carducci, Vittorio Fiorini Rerum italicarum scriptores: raccolta degli storici italiani dal cinquecento al millecinquecento,, volume 6, edizione 3 S. Lapi, 1937 (pagina 10);
    • Mario Natalucci, Ancon dorica, in Ancona attraverso i secoli volume I Dalle origini alla fine del Quattrocento, Unione arti grafiche, 1960;
    • Paul Oskar Kristeller, Iter Italicum. Vol. 6, BRILL, 1963 (pagina 333);
    • Rinaldo Rinaldi, Le imperfette imprese: studi sul Rinascimento Tirrenia Stampatori, 1997 (pagina 126). ISBN 9788877639097.
  195. ^ Joyce Lussu, Sherlock Holmes, anarchici e siluri, Robin Edizioni IT, 2000 (pagine 95-96). ISBN 9788886312561. Consultabile su Google Libri a questa pagina
  196. ^ Valerio Massimo Manfredi, Il tiranno, Edizioni Mondadori, 2010. ISBN 9788852010651. Consultabile su Google Libri a questa pagina

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Mario Natalucci, Ancon dorica, in Ancona attraverso i secoli volume I Dalle origini alla fine del Quattrocento, Unione arti grafiche, 1960
  • Lorenzo Braccesi, Grecità adriatica: un capitolo della colonizzazione greca in Occidente, Pàtron, 1977;
  • Lidiano Bacchielli, Domus Veneris quam dorica sustinet Ancona, in Archeologia Classica volume XXXVII, 1985 (pagine 106-137) - l'estratto dell'articolo è stato pubblicato dall'Erma di Bretschneider nel 1985;
  • Maurizio Landolfi, Dalle origini alla città del tardo impero, in Ankon l. Una civiltà fra Oriente ed Europa, Ancona 1992;
  • Alessandra Coppola, I due templi greci di Ancona, in Esperia 3, 1993, ISBN 9788870628098
  • Maurizio Landolfi, Ancona greca e romana, in Scultura nelle Marche, a cura di Pietro Zampetti, Nardini editore, 1993.
  • Maurizio Landolfi, Ancona, in Enciclopedia dell'arte antica, Treccani, 1994;
  • Lidiano Bacchielli, Le origini greche di Ancona, fonti e documentazione archeologica, in La cattedrale di San Ciriaco ad Ancona - rilievo metrico a grande scala..., edito dall'Accademia marchigiana di scienze lettere ed arti, 1996;
  • Stefania Sebastiani, Ancona: forma e urbanistica, L'Erma di Bretschneider, 1996. ISBN 9788870629507.
  • Autori vari, Ankon dorica - i Greci in Occidente, catalogo della mostra omonima tenutasi al Museo nazionale delle Marche nel 1996;
  • Alessandra Coppola, Ancona e la presenza greca nel Piceno, in Piceni popolo d'Europa, Roma, De Luca, 1999, ISBN 978-88-8016-355;
  • Maurizio Landolfi (a cura di), Adriatico tra IV e III sec. a.C, L'Erma di Bretschneider, 2000 (capitoli Dorica Ancon e problemi connessi, di Lorenzo Braccesi; I Galli e l'Adriatico, di Maurizio Landolfi). ISBN 9788882651213.
  • Lorenzo Braccesi, con la collaborazione di Benedetta Rossignoli, Hellenikos kolpos, supplemento a Grecità adriatica, L'Erma di Bretschneider, 2001 - consultabile a questa pagina. ISBN 9788882651534.
  • Nicola Bonacasa, Lorenzo Braccesi, E. De Miro, La Sicilia dei due Dionisî - atti della settimana di studio, Agrigento, 24-28 febbraio 1999, L'Erma di Bretschneider, 2002. ISBN 9788882651701;
  • Fabio Colivicchi, La necropoli di Ancona (4.-1. sec. a.C.): una comunità italica fra ellenismo e romanizzazione, Loffredo, 2002 (Volume 7 di Quaderni di Ostrakà).
  • Mario Luni, Ancon-Ancona e la domus Veneris sul colle di San Ciriaco, in San Ciriaco: la cattedrale di Ancona: genesi e sviluppo, Volume 1°, a cura di Maria Luisa Polichetti, F. Motta Editore, 2003 (pagine 49-93).
  • Giacomo Manganaro, Delfi, Brindisi ed Ancona, in Zeitschrift für Papyrologie und Epigraphik, volume 142, Habelt, 2003.
  • Benedetta Rossignoli, L'Adriatico greco: culti e miti minori, L'Erma di Bretschneider, 2004, ISBN 9788882652777;
  • Mario Luni, I Greci nel kolpos adriatico - i porti di Ancona e di Numana, in Lorenzo Braccesi, Mario Luni, I Greci in Adriatico L'Erma di Bretschneider, 2004, ISBN 9788882652661.
  • Maria Elisa Micheli, Anna Santucci, Ellenismo: produzioni e consumo. Le evidenze dal territorio marchigiano, in Bollettino di archeologia on line
  • Autori vari: Ancona greca e romana e il suo porto, a cura di Flavia Emanuelli e Gianfranco Iacobone, dell'Accademia Marchigiana di Scienze, lettere ed arti; edizioni Italic, 2015. Contributi di Sergio Sconocchia, Mario Luni, Fabio Colivicchi, Francesco Prontera, Roberto Rossi, Monica Salvini, Mario Veltri, Mario Pagano, Oscar Mei, Nicoletta Frapiccini, Gaia Pignocchi. ISBN 9788869740039.
  • Maria Elisa Micheli, Sepolti nel marmo: il caso di Ancona, in Dalla Valdelsa al Conero. Ricerche di archeologia e topografia storica..., Notiziario della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana. Supplemento 2 al n. 11/2015, a cura di Giacomo Baldini, Pierlugi Giroldini (pagina 315). ISBN 9788878147638.