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Oracolo di Delfi

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Coordinate: 38°28′58″N 22°30′22″E / 38.482778°N 22.506111°E38.482778; 22.506111

1leftarrow blue.svgVoce principale: Religione dell'antica Grecia.

L'Oracolo di Delfi è l'oracolo più prestigioso della religione greca del periodo arcaico[1].

Vista generale del tempio di Apollo a Delfi

Fondazione nella tradizione letteraria[modifica | modifica wikitesto]

Con l'eccezione dell'autore degli inni omerici ad Apollo, che gli attribuisce la fondazione dell'oracolo[2], i mitografi sono divisi in due gruppi: per il primo il dio ricevette l'oracolo in dono da altre divinità, come Pan o Zeus[3][4], l'altro, forse più antico, parla di una lotta col drago Pitone (Πῦθών) che era il guardiano dell'oracolo, allora posseduto da Gea (Γή, la principale divinità ctonia) per ottenerne il controllo[5]. Pito (Πῦθώ o anche Πῦθών) era in effetti l'antico nome dell'oracolo, e deriverebbe dal πυθώ (far imputridire, marcire)[6]. Per scontare l'uccisione del serpente Apollo dovette adattarsi a servire come pastore per sette anni sotto il re Admeto, che peraltro lo trattò sempre con rispetto e considerazione. Alla fine del periodo di pena, Apollo rientrò trionfalmente a Delfi sotto forma di delfino, il che va interpretato come una spiegazione paraetimologica per il nuovo nome dell'Oracolo[7].

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Collocato a 500 metri di altitudine e, in linea d'aria, a 8 km dal Golfo di Corinto, il santuario panellenico di Delfi, di cui il tempio è la principale costruzione, risale all'Età micenea, mentre le prime figurine testimonianti della sua attribuzione ad Apollo risalgono al VIII secolo a.C.. Dipendente dalla città di Delfi (che decideva ad esempio la promanzia), a partire dal VI secolo a. C. il santuario passò sotto il controllo dell'Anfizionia (ἀμϕικτιονία) pilaico-delfica[8].

Alla metà, nel 548 a.C., il tempio fu distrutto da un incendio[9]. Nel 505 terminerà la sua ricostruzione, avviata grazie ai finanziamenti dei Greci e non solo (contribuì anche il faraone Amasi), e prenderà il nome di tempio degli Alcmeonidi, per via dell'importante ruolo svolto nella ricostruzione dalla famiglia ateniese degli Alcmeonidi, qui esiliata. Nel 373 a.C., il tempio venne nuovamente distrutto, questa volta quasi certamente da un terremoto[9]. La sua ricostruzione tarderà fino al 325 a.C. per via della Terza guerra sacra (356-346).

I Persiani nel 480 a.C. ed in seguito i Galli, nel 279 a.C., razziarono la regione del golfo di Corinto, ma il santuario subì pochi danni. L'elevazione nel 168 d.C. di un monumento alla vittoria di Pidna da parte di Lucio Emilio Paolo Macedonico[10], trasformando una statua equestre di re Perseo di Macedonia[11], segna l'appropriazione del santuario da parte dei conquistatori Romani. Interventi di riparazione e ripristino del culto vennero da parte di Augusto, Domiziano e Adriano. Il culto di Apollo perdurò a Delfi fino al III secolo.

Descrizione[modifica | modifica wikitesto]

Anche se il tempio più antico scavato dagli archeologi risale al VII secolo a.C., il tempio più recente (e le cui rovine sono visibili a Delfi) risale al IV secolo a.C.[12]

Il tempio è periptero, misura 21,64 per 58,18 metri, ha sei colonne doriche sulla facciata e 15 per ogni lato[13]. All'entrata del tempio c'era la scritta: "ΓΝΩΘΙ ΣΕΑΥΤΟΝ", "Conosci te stesso"[14].

Il suo interno è diviso in tre vani: il prónaos (πρόνᾱος), dal lato delle colonne ancora rimaste in piedi), il naós (νᾱός) e l'opisthódomos (ὀπισθόδομος). Il prónaos raccoglieva le "massime" dei Sette Sapienti[15]. Il naós, dalla pianta molto allungata, ospitava invece alcuni altari tra cui quello di Estia e quello di Poseidone. Un locale posto sotto il tempio fungeva da ádyton (ἄδυτον), il luogo dove la Pythía (Πυθία, anche "pizia") pronunciava gli oracoli (χρησμός, chrēsmós).

Nella cella del tempio, davanti alla statua di culto, bruciava un fuoco perenne, alimentato solo da legno di abete[16][17]. Dal tetto pendevano innumerevoli ghirlande d'alloro[18]. Al centro del pavimento vi era una crepa, detta Χασμα, da cui si sprigionavano vapori[19] capaci di indurre una specie di trance. Al di sopra di questa crepa era piazzato il tripode su cui la pizia sedeva durante le sessioni oracolari. L'effetto dei fumi viene descritto come molto ineguale. Per lo più si limitava a indurre un delirio durante il quale la pizia pronunciava suoni e parole sconnesse, che venivano accuratamente trascritte e successivamente interpretate e comunicate all'interrogante. Talvolta l'effetto dei fumi era talmente violento da provocare alla pizia forti convulsioni, giungendo anche ad ucciderla[20]. Erodoto e altri riferiscono di occasioni in cui la voce del dio era stata udita direttamente da postulanti, senza il tramite della pizia.

Una copia romana dell'omphalós (ὀμφαλός), la pietra conservata nel tempio dove indicava il centro, l'"ombelico" dell'intero mondo[21][22].
Una kylix attica a figure rosse del 440-430 a.C, opera del Pittore di Kodros, conservata presso l'Antikensammlung di Berlino. In questa immagine Egeo, il mitico re di Atene, consulta non la pizia, ma la dea Themis, divinità della legge e in Eschilo seconda detentrice dell'oracolo, assisa sul bacile di un tripode (τρίπους) di foggia simile a quelli usati per bollire le carni sacrificali[23].

L'oracolo[modifica | modifica wikitesto]

Evidenze archeologiche hanno dimostrato che il sito in cui era collocato l'oracolo fu luogo sacro fin dall'epoca pre-greca[12]. In epoca antica la consultazione dell'oracolo conservava una periodicità annuale avvenendo il 7 del mese di Bisio (febbraio/marzo)[24], in epoca classica tale periodicità acquisì una ordinaria cadenza mensile più le consultazioni considerate straordinarie[25]. L'organizzazione templare risultava articolata: i sacerdoti (ἱερεύς) di Apollo erano due e venivano nominati a vita, essi avevano cura del culto al dio e conservavano la sua statua; seguivano gli hósioi (Ὄσιοι) in numero di cinque, nominati anch'essi a vita controllavano il rispetto dei riti lì celebrati; i prophétes (προφήτης) assistevano invece la pizia, che viveva nel santuario; seguiva altro personale addetto ai sacrifici (μάγειροι), alle pulizie, all'amministrazione[26]. La personalità più prestigiosa era la pizia, la profetessa, scelta tra le donne di Delfi senza alcuna selezione in base all'età e nominata a vita. Potevano esservi più profetesse, fino a tre, la loro esistenza sacra era regolata dalla purezza rituale e dalla continenza, condizione esibita anche per mezzo di un preciso abbigliamento[27] e per un'alimentazione regolata[26].

Nel caso delle consultazioni ordinarie (mensili), chiunque poteva chiedere responsi e il sacrificio che precedevano i riti era offerto dalla città di Delfi; per quanto attiene invece le consultazioni "straordinarie", il sacrificio che le precedeva era a spese proprie del consultante il quale, se straniero, poteva procedere solo se accompagnato da un prosseno di Delfi[25]. L'ordine della consultazione seguiva secondo alcune rigide regole: i Greci avevano la precedenza sui barbari e tra i Greci, i cittadini di Delfi avevano la precedenza; a seguire, i cittadini dell'anfizionia pilaico-delfica. Nel caso si fosse presentata la condizione di uguale diritto, si tirava a sorte. La città di Delfi si riservava comunque il diritto di riconoscere per decreto la promanzia (προμαντεία), ovvero la possibilità offerta a un consultante di essere ricevuto dall'oracolo prima di altri[25].

Prima di ogni singolo oracolo, il consultante doveva offrire il πέλανος (pelanós), una libagione in natura, e pagare una tassa il cui ammontare si differenziava in base al fatto se il consulto atteneva alla sfera privata o a quella pubblica. Seguiva un primo sacrificio cruento detto πρόθυσις (próthysis) che corrispondeva generalmente a una capra e, infine, il consultante doveva deporre sul tavolo sacro un'ulteriore parte di un'altra vittima sacrificale[28]. A questo punto si avviava la consultazione: secondo i testi, la pizia entrava nel tempio e faceva bruciare farina d'orzo e foglie di alloro sulla hestía (εστία) dal fuoco perenne[29], quindi scendeva nell'ádyton (ἄδυτον), il sacro locale posto sotto la pavimentazione del tempio dove era collocato anche l'omphalós (ὀμφαλός), la sacra pietra che indica il centro del mondo. Lì seduta su un calderone sacrificale (lebēs, λέβης) chiuso da un coperchio e poggiato su un tripode (trípous, τρίπους), tenendo un ramo d'alloro (dáphnē, δάφνη) tagliato fresco e circondata da misteriosi vapori provenienti da una fenditura del terreno che salivano verso un'apertura verticale come quella di un pozzo[29], ella pronunciava gli oracoli che il προφήτης metteva per iscritto in esametro "omerico", un verso che sarebbe anzi stato inventato da Phemonoe, la prima pizia. La lingua era generalmente dialetto ionico, ma sono noti oracoli in dorico. Non si sa dove il consultante si collocasse, né se la sua domanda venisse o meno trascritta, ma questa domanda era proposta per mezzo di un'alternativa a cui la pizia rispondeva[25].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Sourvinou-Inwood, «il supremo oracolo della Grecia» ((EN) the most important Greek oracle), p. 428.
  2. ^

    « Apollo apprese la mantica da Pan, figlio di Zeus e di Ibris, e si recò a Delfi; là in quel tempo vaticinava Temi. Poiché il guardiano dell'oracolo il serpente Pitone, gli impediva di avvicinarsi alla fenditura, egli lo uccide e si impadronisce dell'oracolo. »

    (Apollodoro, Biblioteca, IV,1 e sgg.; Traduzione di Paolo Scarpi, pp. 18-19)
    Ma anche:

    « E quel drago di fosche strie,/che gli alberi/di riflessi di porpora/ombravano,/ mostro immane a guardia di mantiche sedi,/ era lì./ Ancora bambino cingevano te/ quelle braccia materne, e tu, balzando,/morte per lui fosti, Febo, e poi dell'oracolo re./Ivi sul tripode stai nell'oro, e del veridico/trono oracoli doni agli uomini,/ da quell'adito presso la fonte Castalia, e domini/ della terra il centro./Respinta poi Temi fu,/ figlia di Gea, dalle sue mantiche sedi dal dio./ La Terra allora creò/quelle notturne visioni di sogno/ che rivelavano cose passate,/ cose future ai mortali, nei bui/giacigli, che visitavano/ sonni ctonî. »

    (Euripide. Ifigenia in Tauride 1245 e sgg.; traduzione di Filippo Maria Pontani, in Euripide, Le tragedie vol. II, Milano, Mondadori, 2007 p. 433)
  3. ^ Eschilo, Eumenidi, in Le tragedie, traduzione di Monica Centanni, Milano, Mondadori, 2007, pp. 598-601.
    «(GRC) πρῶτον μὲν εὐχῇ τῇδε πρεσβεύω θεῶν
    τὴν πρωτόμαντιν Γαῖαν• ἐκ δὲ τῆς Θέμιν,
    ἣ δὴ τὸ μητρὸς δευτέρα τόδ᾽ ἕζετο
    μαντεῖον, ὡς λόγος τις• ἐν δὲ τῷ τρίτῳ
    λάχει, θελούσης, οὐδὲ πρὸς βίαν τινός,
    Τιτανὶς ἄλλη παῖς Χθονὸς καθέζετο,
    Φοίβη• δίδωσι δ᾽ ἣ γενέθλιον δόσιν
    Φοίβῳ• τὸ Φοίβης δ᾽ ὄνομ᾽ ἔχει παρώνυμον.
    λιπὼν δὲ λίμνην Δηλίαν τε χοιράδα,
    κέλσας ἐπ᾽ ἀκτὰς ναυπόρους τὰς Παλλάδος,
    ἐς τήνδε γαῖαν ἦλθε Παρνησοῦ θ᾽ ἕδρας.
    πέμπουσι δ᾽ αὐτὸν καὶ σεβίζουσιν μέγα
    κελευθοποιοὶ παῖδες Ἡφαίστου, χθόνα
    ἀνήμερον τιθέντες ἡμερωμένην.
    μολόντα δ᾽ αὐτὸν κάρτα τιμαλφεῖ λεώς,
    Δελφός τε χώρας τῆσδε πρυμνήτης ἄναξ.
    τέχνης δέ νιν Ζεὺς ἔνθεον κτίσας φρένα
    ἵζει τέταρτον τοῖσδε μάντιν ἐν θρόνοις•
    Διὸς προφήτης δ᾽ ἐστὶ Λοξίας πατρός.
    τούτους ἐν εὐχαῖς φροιμιάζομαι θεούς.
    Παλλὰς προναία δ᾽ ἐν λόγοις πρεσβεύεται•
    σέβω δὲ νύμφας, ἔνθα Κωρυκὶς πέτρα
    κοίλη, φίλορνις, δαιμόνων ἀναστροφή•
    Βρόμιος ἔχει τὸν χῶρον, οὐδ᾽ ἀμνημονῶ,
    ἐξ οὗτε Βάκχαις ἐστρατήγησεν θεός,
    λαγὼ δίκην Πενθεῖ καταῤῥάψας μόρον•
    Πλειστοῦ τε πηγὰς καὶ Ποσειδῶνος κράτος
    καλοῦσα καὶ τέλειον ὕψιστον Δία,
    ἔπειτα μάντις ἐς θρόνους καθιζάνω.
    καὶ νῦν τυχεῖν με τῶν πρὶν εἰσόδων μακρῷ
    ἄριστα δοῖεν• κεἰ παρ᾽ Ἑλλήνων τινές,
    ἴτων πάλῳ λαχόντες, ὡς νομίζεται.
    μαντεύομαι γὰρ ὡς ἂν ἡγῆται θεός.»
    .
  4. ^ Apollodoro, Biblioteca, I, 4, 1.
  5. ^ Metamorfosi Ovidio, I, 438-462.
  6. ^ Ma la forma πυθεσται, derivazione di questo verbo, è molto simile a πυθέσθαι, forma attica di πυνθάνομαι (investigare, consultare)
  7. ^ Giuseppina Paola Viscardi, Sacerdotesse dalle denominazioni animali: lessico animale e ruolo del femminile nella divinazione (Dodona e Delfi: due studi di caso), in Journal Phasis, vol. 16, nº 18, 2013. URL consultato il 9 novembre 2017.
  8. ^ Lega di dodici popoli che risiedevano nei pressi del santuario di Demetra ad Antela e di quello di Apollo a Delfi; tale lega nominava un consiglio di 24 (due per ogni popolo) ieromnemoni (ἱερομνήμονες), assistiti dai pilagori (πυλαγόρας), che garantivano sugli eventuali conflitti, il finanziamento del santuario e le gare pitiche.
  9. ^ a b Morgan et al., p. 428
  10. ^ Plutarco, Vite parallele, Lucio Emilio Paolo e Timoleonte, 28.
  11. ^ (FR) P. Lévêque, L'identification des combattants de la frise de Paul-Emile à Delphes, in Mélanges d'archéologie et d'histoire offerts à Ch. Picard, I, Parigi, 1949, pp. 633-643.
  12. ^ a b Sourvinou-Inwood, p. 428
  13. ^ Pausania X 14 §7
  14. ^ * Bruno Snell, I sette sapienti. Vite e opinioni, prefazione e traduzione di Ilaria Ramelli, Milano, Bompiani, 2005 [1938], ISBN 88-452-3397-9.
  15. ^ Pausania X, 24.
  16. ^ Eschilo Coefore 1036.
  17. ^ Plutarco De Ei ap. Delph.
  18. ^ Eschilo, Eumenidi, 39.
  19. ^ . Come riportato nell'antichità da Plutarco e confermato da alcuni studi di geofisica, si tratterebbe di gas allucinogeni. (Gas divini, da La macchina del tempo del gennaio 2002, pag. 70).
  20. ^ Diodoro XVI, 26; Strabone IX 419 et passim ; Plutarco de orac. Def.
  21. ^ L'originale è andato perduto, cfr. Georges Roux, Delphes son oracles et ses dieux, Belles Lettres, Parigi, 1976, p. 131.
  22. ^ Sul suo risultare il "centro" della terra, cfr. Pindaro Pitiche IV, 73-74:«E giunse raggelante un responso al suo animo saggio,/articolato presso l'ombelico (ὀμφαλός) della madre fiorente di alberi.» Traduzione di Franco Ferrari, in Pindaro, Pitiche, Milano, Rizzoli, 2008, p. 117
  23. ^ Mircea Eliade e Ioan P. Couliano. Religioni della Grecia, in Religioni. Milano, Jaca Book,1992, p. 310.
  24. ^ Plutarco Quaestiones graecae (Αἴτια ἑλληνικά), 292d.
  25. ^ a b c d Schmitt-Pantel, p. 262
  26. ^ a b Schmitt-Pantel, p. 263.
  27. ^ Il suo abito era quello di una fanciulla, cfr. Diodoro Siculo, XVI, 26.
  28. ^ Schmitt-Pantel, pp. 262-263.
  29. ^ a b Walter Burkert, La religione greca, Milano, Jaca Book, 2003, p. 245.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • (EN) Christiane Sourvinou-Inwood, Delphi oracle, in Simon Hornblower, Antony Spawforth, Esther Eidinow (a cura di), Oxford Classical Dictionary, 4ª, Oxford University Press, 2012, pp. 428-429, ISBN 978-0-19-954556-8.
  • (EN) Catherine A. Morgan, Simon Hornblower e Antony Spawforth, Delphi, in Simon Hornblower, Antony Spawforth, Esther Eidinow (a cura di), Oxford Classical Dictionary, 4ª, Oxford University Press, 2012, pp. 427-428, ISBN 978-0-19-954556-8.
  • Pauline Schmitt-Pantel, Delfi, gli oracoli, la tradizione religiosa, in Storia Einaudi dei Greci e dei Romani, vol. 5, 2008.

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