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Conosci te stesso

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Rovine del tempio di Apollo a Delfi, sul cui fronte era incisa la frase

L'esortazione «Conosci te stesso» (in greco antico γνῶθι σαυτόν, gnōthi sautón, o anche γνῶθι σεαυτόν, gnōthi seautón) è una massima religiosa greco antica iscritta nel tempio di Apollo, patrimonio della sapienza oracolare delfica[1].

La locuzione latina corrispondente è nosce te ipsum. È anche utilizzata in latino la versione temet nosce.

Origine[modifica | modifica wikitesto]

Sulla base dell'opera di Porfirio Sul «conosci te stesso»[2] essa viene fatta risalire a quattro possibili, differenti origini:

  • creata da Femonoe (già Pizia, sacerdotessa di Delfi) o da Fenotea;
  • creata da uno dei sette savi: Talete, Chilone o Biante;
  • pronunciata dall'oracolo delfico (quindi attribuita ad Apollo stesso) in risposta a un quesito di Chilone;
  • riportata sulla facciata del tempio di Apollo a Delfi quando questo venne ricostruito in pietra dopo essere stato distrutto[3].

Altri riferimenti:

Significato[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Delfi § Il tempio di Apollo.

La frase «Conosci te stesso» è indubbiamente connessa al tempio di Apollo a Delfi. Sul suo significato gli studiosi, anche se con alcune differenze, concordano sul fatto che con questa sentenza Apollo intimasse agli uomini di «riconoscere la propria limitatezza e finitezza»[4].

Nel Prometeo incatenato di Eschilo, con analoga sentenza Oceano consiglia Prometeo:

(GRC)

« ὁρῶ, Προμηθεῦ, καὶ παραινέσαι γέ σοι θέλω τὰ λῷστα, καίπερ ὄντι ποικίλῳ. γίγνωσκε σαυτὸν καὶ μεθάρμοσαι τρόπους νέους: νέος γὰρ καὶ τύραννος ἐν θεοῖς. εἰ δ᾽ ὧδε τραχεῖς καὶ τεθηγμένους λόγους ῥίψεις, τάχ᾽ ἄν σου καὶ μακρὰν ἀνωτέρω θακῶν κλύοι Ζεύς, ὥστε σοι τὸν νῦν ὄχλον παρόντα μόχθων παιδιὰν εἶναι δοκεῖν. »

(IT)

« Vedo sì, Prometeo, e voglio darti il consiglio migliore, anche se tu sei già astuto. Devi sempre sapere chi sei (γίγνωσκε σαυτὸν) e adattarti alle regole nuove: perché nuovo è questo tiranno che domina tra gli dèi. Se scagli parole così tracotanti e taglienti, subito anche se il suo trono sta molto più in alto, Zeus le può sentire: e allora la mole di pene che ora subisci ti sembrerà un gioco da bambini. »

(Eschilo, Prometeo incatenato, 307 e sgg.; traduzione di Monica Centanni, Milano, Mondadori, 2007, p. 320-1.)

Ed è proprio a partire da questa opera che lo scoliaste Eschilo indica la sentenza delfica nella forma greca a noi più nota: γνῶθι σεαυτόν (gnōthi seautón) commentando così: «conosci te stesso ed abbi la consapevolezza di essere inferiore a Zeus»[1].

L'invito a "stare al proprio posto", a non "sconfinare" in ruoli che non gli sono propri, a conoscere i propri limiti è quello mosso da Apollo a Diomede (V, 440-2) e ad Achille (X, 8-10) nell'Iliade; in quanto, come rammenta Apollo allo stesso Posidone, gli uomini non sono altro che «dei miseri mortali che, come le foglie, ora fioriscono in pieno splendore, mangiando i frutti del campo, ora languiscono e muoiono»[5].

Il significato originario è incerto, deducendo da alcune formule a noi pervenute (Nulla di troppo, Ottima è la misura [6], Non desiderare l'impossibile [7]), sarebbe quello di voler ammonire a conoscere i propri limiti, «conosci chi sei e non presumere di essere di più»; sarebbe stata dunque una esortazione a non cadere negli eccessi a non offendere la divinità pretendendo di essere come il dio. Del resto tutta la tradizione antica mostra come l'ideale del saggio, colui che possiede la sophrosyne (la saggezza), sia quello della moderazione. Secondo Giovanni Reale la comprensione del motto non può prescindere dalla conoscenza dell'elaborazione successiva effettuata da Platone e dai Neoplatonici (pur tenendo presente la maggior vicinanza di Socrate con l'originaria religione delfica). In particolare Platone, nell'Alcibiade Maggiore, sostiene che per conoscere adeguatamente noi stessi, dobbiamo guardare il divino che è in noi[8].

Non a caso troviamo questo concetto in vari elementi filosofici e religiosi del periodo ellenico e romano, gli Orfici credevano che l'anima fosse di natura divina e infatti la chiamavano dáimōn, che significa divinità minore. Inoltre per gli stoici la realizzazione, chiamata oikeiosis, avveniva attraverso la percezione interna, pratica simile se non identica alla meditazione di base induista e buddhista[senza fonte], mentre nel neoplatonismo l'anima proveniva dall'Uno ed attraverso l'estasi tornava ad Esso. Infine nello Gnosticismo, in cui la cultura greca ebbe grande influenza, la conoscenza del Divino partiva dalla conoscenza di sé che spesso si otteneva attraverso pratiche meditative.

Il conoscere se stessi può sembrare in opposizione al conoscere il mondo, ma le due conoscenze possono considerarsi due facce di una sola medaglia: la filosofia è slancio dell'uomo verso il conoscere e una conoscenza viva e attuale non può prescindere dalla mente che conosce (e dai suoi condizionamenti).[senza fonte]

Amor sulla bilancia, dalle tarsie del coro di Santa Maria Maggiore di Bergamo, carico di significati alchemici, quali l'equilibrio, l'ascesa verso l'alto, le fiamme della purificazione, che sovrasta la scritta Nosce te ipsum con cui si invita a ricercare la sapienza in se stessi.

A partire da Pitagora, che spingeva gli uomini a realizzare sé stessi[senza fonte], per arrivare a Immanuel Kant, molti filosofi hanno espresso l'importanza di conoscere se stessi nella propria autocoscienza prima di iniziare a scoprire le verità assolute. E molte altre culture hanno compreso l'importanza di questa affermazione: dalla cultura indiana, con gli Inni vedici, alle altre culture orientali, oltre a quella occidentale. Pensatori come Socrate e Krishnamurti hanno sottolineato perentoriamente l'importanza di una conoscenza diretta e viva del mondo, il che non è possibile senza rendersi conto di come funziona la propria mente, di come essa conosce e riconosce le cose[senza fonte]. Capire questo funzionamento significa potersi liberare da pregiudizi e condizionamenti culturali e poter conoscere senza filtri[senza fonte].

Nelle Enneadi di Plotino questo precetto delfico è al centro della trattazione della parte antropologica e psicologica e segna il percorso evolutivo e mistico diretto al congiungimento con la propria essenza divina.

Un concetto simile si trova anche nel monito di Sant'Agostino: "Noli foras ire, in te ipsum redi, in interiore homine habitat veritas" («Non andare fuori, rientra in te stesso: è nel profondo dell'uomo che risiede la verità»).

Il processo conoscitivo, sostiene infatti Agostino, non può che nascere all'inizio dalla sensazione, nella quale il corpo è passivo, ma poi interviene l'anima che giudica le cose sulla base di criteri che vanno oltre gli oggetti corporei.

Egli osserva come ad esempio i concetti matematico-geometrici che applichiamo agli oggetti corporei abbiano le caratteristiche spirituali della necessità, dell'immutabilità, e della perfezione, mentre gli oggetti in sé sono contingenti. Per esempio nessuna simmetria, nessun concetto perfetto si potrebbe riconoscere nei corpi se l'intelligenza non conoscesse già in anticipo questi criteri di perfezione. Da dove deriva questa perfezione? La risposta è che al di sopra della nostra mente c'è una somma Verità, una ratio superior, ossia più elevata del mondo sensibile, dove le idee restano immutate nel tempo e ci permettono di descrivere la realtà degli oggetti contingenti.

Si può notare come Agostino assimili quei concetti perfettissimi alle Idee di Platone, ma diversamente da quest'ultimo egli le concepisce come i pensieri di Dio che noi intuiamo non in virtù della platonica reminiscenza, ma per illuminazione operata direttamente da Dio.

L'intelletto umano trova la verità come Oggetto ad esso superiore: la verità misura di tutte le cose, e lo stesso intelletto è "misurato" rispetto ad essa, al punto tale che in riferimento alla verità non si potrebbe neppure parlare propriamente di oggetto, bensì di Soggetto. È come se Dio, in quanto essere intelligibile, fosse un sole che illuminando tutte le cose le rende perciò intelligibili: come è necessaria una luce corporea per vedere gli oggetti intorno a noi, così occorre gettare un'altra luce incorporea (Dio) per vedere le idee[senza fonte].

L'esigenza di sviluppare una propria autoconoscenza si evolverà progressivamente nel corso della storia della filosofia occidentale, passando attraverso il Rinascimento, fino alla filosofia moderna[senza fonte].

Recentemente, anche la fisica delle particelle subatomiche (es. Heisenberg, Bell, Bohm) ha osservato in qualche modo un'inscindibilità dell'osservato dall'osservatore, che sembrano far parte di un solo fenomeno[senza fonte].

Cultura di massa[modifica | modifica wikitesto]

Nella trilogia cinematografica di Matrix l'oracolo possiede, appesa nella sua cucina, un'effigie in legno che riporta la scritta «temet nosce», che serve da monito e da guida ai potenziali Eletti, come Neo, al fine di capire e comprendere essi stessi e assurgere così a un livello superiore di coscienza e autocoscienza.

Conoscere se stessi, ossia sapere quali sono i limiti fisici e mentali del proprio corpo, è diventato un modo di pensare e di porsi nei confronti della disciplina del parkour, al momento dell'esecuzione di un esercizio, perché il tracciatore deve essere sempre consapevole del rischio e della propria capacità di riuscita.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Ramelli, pagg. 21 e segg.
  2. ^ Fragmenta, pagg. 308-13
  3. ^ Porfirio attribuisce questa informazione ad Aristotele che la riportò nell'opera Sulla filosofia di cui tuttavia ci sono giunti solo frammenti.
  4. ^ Reale, pag. 49
  5. ^ Iliade, XXI, pagg. 464 e segg.
  6. ^ Formula attribuita a Cleobulo da Lindo
  7. ^ Formula attribuita a Chilone di Sparta
  8. ^ Reale, pag. 62

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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