Biblioteca (Pseudo-Apollodoro)

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Biblioteca
Titolo originale Βιβλιοθήκη
Altri titoli Biblioteca di Apollodoro
Bibliotheke des Apollodor.JPG
Frontespizio della Biblioteca, da un'edizione del 1805
Autore Pseudo-Apollodoro
1ª ed. originale II secolo d.C. circa
Genere raccolta
Sottogenere mitologica
Lingua originale greco antico

La Biblioteca è un antico testo suddiviso in tre libri che contiene un'ampia raccolta di leggende tradizionali appartenenti alla mitologia greca e all'epica eroica.
Attribuito inizialmente ad Apollodoro di Atene, attualmente il suo autore è convenzionalmente indicato con il nome di Pseudo-Apollodoro.

Unica opera di questo tipo a essere giunta fino a noi dall'antichità classica, la Biblioteca è una guida fondamentale allo studio della mitologia greca, che tratta a partire dalle leggende sull'origine dell'universo fino alle vicende della guerra di Troia. La Biblioteca è stata usata come fonte dai classicisti a partire dall'epoca della sua compilazione - I secolo / II secolo - fino a oggi, e ha esercitato la sua influenza su scrittori di tutte le epoche. Contiene la storia completa dei miti greci e racconta la cronologia di tutte le più importanti dinastie eroiche, raccontando diffusamente gli episodi legati alle figure degli eroi e delle eroine principali come Giasone, Perseo, Eracle ed Elena. Fonte primaria per la mitologia greca, la Biblioteca è un'opera indispensabile per chiunque sia interessato alla mitologia classica, considerando sia per la sua particolarità di compendio completo, sia per gli spunti che fornisce per comprendere come gli stessi antichi Greci vedessero la loro tradizione mitica.

Alcuni dei manoscritti sopravvissuti attraverso i quali l'opera è giunta fino a noi, riportano come autore un certo "Apollodoro"[1] Questo Apollodoro è stato erroneamente identificato con Apollodoro di Atene (nato circa nel 180 a.C.), un allievo di Aristarco di Samotracia, principalmente perché si sa - da riferimenti presenti in alcuni scolia apposti alle opere di Omero - che Apollodoro di Atene scrisse un compendio mitologico in versi simile a questo. Il testo di cui siamo venuti in possesso cita invece un autore romano, Castore l'Annalista, che fu contemporaneo di Cicerone e visse quindi nel I secolo a.C. L'attribuzione sbagliata va fatta risalire all'opera degli studiosi dell'epoca del Patriarca Fozio I di Costantinopoli.

Sfortunatamente la Biblioteca, che originariamente si componeva di quattro libri, non è giunta completa fino a noi: parte del terzo libro e tutto il quarto sono andati perduti. Siamo comunque in possesso di un'epitome realizzata sulla base dell'opera completa, che permette di ricostruire in parte i contenuti delle parti perdute.

I libro: i miti più famosi[modifica | modifica sorgente]

La nascita dell'Universo e la guerra degli Dei[modifica | modifica sorgente]

Saturno che divora un figlio, dipinto di Francisco de Goya (1823)

Inizialmente regnava il Caos e da questi nasce Gea, la Terra. Dall'accoppiamento di questa con il Caos nacque il dio Urano e anche i giganti Centimani e i Titani. I primi erano esseri orrendi a vederli di grandissima statura e pieni di braccia infinite, tanto spaventosi che furono presto confinati da Urano nella montagna del Tartaro, dato che temeva che potessero prendere il potere e sopprimerlo. Urano governava l'Olimpo con crudeltà e così la madre Gea, partorito l'ultimo nato a cui dette il nome di Crono, lasciò che il dio l'avrebbe vendicata di tutte le crudeltà. E di fatti Crono divenuto forte con un inganno trasse a sé l'attenzione di Urano e con un falcetto che aveva nascosto gli tagliò il pene che poi gettò giù dal Cielo. Il membro finì in mare e dalla spuma delle onde nacque Afrodite. Tolto di mezzo Urano, Crono iniziò a governare l'Olimpo, ma anche lui era preso dal timore di venire spodestato dai figli che avrebbe avuto dall'unione con la nuova sposa Rea. Infatti Crono ingoiò l'uno dopo l'altro tutti i neonati che scodellava la madre, ossia Poseidone, Demetra, Ade, Era. A causa della ferocia di Crono anche l'ultimo nato di Rea sarebbe stato divorato, ovvero Zeus; ma la madre riuscì a nasconderlo in un cava nei pressi del Mar Egeo. Infatti la dea al posto del bambino nascose una pietra grande tra le fasce che fece ingoiare allo stolto marito. Come unica compagna Zeus aveva una vecchia capra che lo riscaldava e lo nutriva con il latte, fino a quando il dio non divenne adulto. Uccisa la capra per farsi un mantello, Zeus risalì in Cielo e costrinse il padre Crono con un magico filtro a vomitare ancora interi e vivi tutti i suoi fratelli e anche la sorella Era che poi sposò. Crono fu subito esiliato dal figlio in una terra lontana, e così iniziò l'Era Olimpica degli Dei.

Il demone Tifone in un affresco etrusco

Tuttavia ben presto Zeus e gli altri dei si trovarono costretti ad affrontare una battaglia cruenta con i nemici storici degli avi: i Giganti e i Titani. Infatti una volta esiliato Crono, Zeus volle assumere il controllo dell'Olimpo senza liberare i figli di Gea che fece uscire comunque dal Tartaro dove erano ingabbiati. La reazione degli Dei è immediata e ognuno si ritrova a combattere con un nemico. Tra gli olimpici vi sono anche Apollo, dio vendicativo nato dalla madre Latona, e l'eroe corpulento e robusto Eracle. In men che non si dica tutti i Giganti e i Titani vennero sconfitti, uccisi o riconfinati nel Tartaro; ma a questo punto Gea infuriata più che mai per il crudele trattamento del nipote riguardo ai suoi figli, generò un mostro chiamato Tifone. Questi aveva il viso d'uomo ma il corpo e gli arti di un dragone con ali da pipistrello e teste varie di serpente che gli fuoriuscivano dalla parte inferiore del corpo. All'inizio Zeus aveva la meglio durante lo scontro immediato con Tifone, cercando anche di ricacciarlo ferito giù dall'Olimpo. Tuttavia il demone, avvalendosi anche dei suoi poteri riguardo al controllo dei venti, scatenò una violenta tempesta su Zeus, tramortendolo e poi strappandogli dalle braccia e dalle gambe i tendini, affinché rimanesse innocuo e inoffensivo. Non potendosi più muovere, Zeus venne catturato e confinato in un antro della dimora di Tifone. Dopo vari anni di prigionia un eroe di nome Cadmo si diresse nella dimora di Tifone con scopo di liberare il Padre degli Dei: egli dato che era molto esperto nell'arte del canto, fece addormentare il dio suonando la lira e poi gli rubò la chiave della stanza ove era tenuto prigioniero Zeus e anche i tendini che erano stati usati dal mostro come corde di una cetra enorme. Riacquistati i poteri, Zeus bombardò Tifone di fulmini e saette, ma dato che il demone non soccombeva, egli prese un masso gigante e glielo tirò addosso schiacciandolo. Dal tremendo schianto sulla Terra di Tifone col masso nacque la Sicilia e di seguito il Monte Etna.

Il mito di Prometeo[modifica | modifica sorgente]

La tortura di Prometeo, dipinto di Jean-Louis Cesar Lair (1819)

Prometeo era un titano figlio di Giapeto e Climene. Egli era il beniamino del popolo degli umani visto che li aveva creati lui usando la terra e il fuoco, ma questi erano malamente considerati da Zeus e dagli dei che li ritenevano minori e inutili. Come fratello Prometeo aveva lo sciocco Epimeteo il quale, quando gli fu dato assieme al fratello l'incarico di donare alle creature dei doni per sopravvivere, contò male i poteri e le qualità, trascurando completamente l'uomo. Successivamente Zeus si schierò apertamente contro l'umanità a causa di un torto ordito da Prometeo. Infatti durante una celebrazione di sacrifici in onore del dio, Prometeo per l'offerta tolse la carne e gli organi, lasciando al sacerdote solo le ossa e il grasso. Quando Zeus se ne accorse privò l'umanità del fuoco. Così Prometeo deciso a riprenderselo, partì per l' Olimpo e usando il carro dorato di Elio, dio del Sole, rubò il fuoco agli Dei. L'affronto, spifferato inoltre al Padre degli Dei da Epimeteo per timore di essere punito, sconvolse l'Olimpo e così Prometeo fu prelevato dal dio fabbro Efesto, nonché suo parente, e condannato ad essere incatenato sulle rocce del Caucaso con un'aquila che gli mangiava il fegato ogni giorno, su legge divina che l'organo sarebbe ricresciuto di notte per lo strazio del giorno successivo. Ad Epimeteo come premio, ma in realtà come prova, fu data da Zeus e dal contributo di tutti gli altri dei creatori la donna Pandora. Ella simboleggiava la furbizia e l'infedeltà, tanto che assieme a lei, Zeus donò al titano un vaso che avrebbe dovuto essere custodito dalla donna, senza mai aprirlo.

Deucalione e Pirra[modifica | modifica sorgente]

Zeus era molto amico di Licaone il quale possedeva oltre cinquanta figli. Una sera che il dio scese a mangiare a casa sua, i figli del nobile greco, non credendo che l'ospite del padre fosse realmente un dio, uccisero il fratello minore per darlo in pasto a Zeus. Se il Padre degli Dei avesse riconosciuto la carne umana allora avrebbe dato prova di avere poteri magici, tuttavia le reazioni di Zeus non furono previste dai figli i quali vennero immediatamente tramutati in cani lupo e Licaone spedito immediatamente all'Inferno. Successivamente Zeus vide che la crudeltà umana, come aveva previsto, aveva superato i limiti e così mandò un Diluvio Universale su tutta la Terra. Solo due persone si sarebbero salvate: Deucalione e Pirra, con scopo di ripopolare di gente buona e saggia il pianeta. Dopo l'alluvione, i due personaggi, usciti dall'arca che si erano fabbricati, ricevettero l'ordine da Zeus di raccogliere pietre e di gettarle dietro di loro. Dai sassi lanciati da Deucalione nasceranno uomini e da quelli di Pirra spunteranno le donne.

La storia degli Argonauti[modifica | modifica sorgente]

Re Pelia incontra il nipote Giasone

Giasone è un giovane figlio di un potente re, spodestato però dal crudele fratello Pelia. Così l'eroe vive gran parte della sua infanzia in povertà non sapendo le sue origini fino a quando non viene a saperlo da una dea al quale, travestita da vecchia, dà una mano ad attraversare un impetuoso fiume. Nella traversata il giovane Giasone perde un sandalo, ma la dea lo rassicura rivelandogli che compirà grandi imprese e di recarsi subito alla corte dello zio per reclamare il trono.
Lo zio, riconoscendo il nipote, non vuole cederglielo, ma inventa una scusa raccontando di un famoso "Vello d'oro" custodito da creature magiche nella lontana Colchide e di volerlo ottenere in cambio del trono. Giasone accetta e si mette in viaggio arruolando una schiera di volontari, tra i quali Eracle, Laerte e molti genitori dei grandi eroi che oggi conosciamo. Così gli Argonauti partono per la Colchide e facendo prima sosta si fermano nell'isola di Lemno. Questo è un luogo abitato da sole donne, punite da Artemide con il puzzo, per un mancato sacrificio, costrette a emanare fetore per l'eternità. Giasone approda, ma non tiene conto all'odore e si unisce alla regina Ippolita, e i compagni con le popolane in un'enorme orgia.
Solo dopo settimane gli eroi si decidono a ripartire superando voragini grazie all'aiuto degli dei e uccidendo feroci arpie garantendosi il buono auspicio da un indovino cieco, fino ad arrivare alla terra del Vello.

Medea mescola le sue pozioni, dipinto di Anthony Frederick Augustus Sandys

Giasone e i compagni vengono ricevuti a corte e l'eroe s'innamora della bella maga Medea la quale anch'essa s'innamora aiutandolo nel prendere il vello, facendo addormentare il custode: un potente drago sputafuoco. Alla fine Giasone, tradendo la fiducia del re, fugge via con Medea, il vello e il fratello minore di questa che poi verrà ucciso per rallentare le barche del sovrano.
In Grecia Giasone diventa finalmente re non prima della morte violenta dello zio Pelia, sempre a opera di Medea. Con un astuto trucco la ragazza si traveste da vecchia e propone a Pelia di ringiovanirlo, immergendolo in un calderone di acqua bollente. Il re non ci crede, ma dopo un altro abile tranello di Medea che consiste nell'immersione di un vecchio capro per poi tirare fuori dalla pentola un agnellino, le figlie del re accettano la proposta e con la forza gettano Pelia nel calderone, uccidendolo. Così Giasone assume il comando, ma dopo un po' deve prendere accordi con un popolo nemico, sposando la figlia del monarca. Medea monta su tutte le furie, giacché era felice con suo marito, dandogli alla luce anche due bei figli, ma Giasone è irremovibile e compie il sacro rito. Medea vendicandosi regala una tunica avvelenata alla nuova consorte che muore tra mille dolori e fa squartare con l'inganno il monarca nemico, per poi uccidere i suoi due adorati figli.

Oto ed Efialte contro l'Olimpo[modifica | modifica sorgente]

Questi erano due giganti che ritenevano fosse possibile scalare il Monte Olimpo, sede degli Dei. Infatti i due presero il Monte Ossa e di seguito l'altura Pelio sopra la dimora degli Immortali, attirandosi la loro ira. In particolare fu Artemide con l'aiuto di Apollo ad uccidere i due mostri. Dato che Ares era stato già catturato e rinchiuso in un vaso magico, Oto ed Efialte si misero a caccia di dee da violentare, tra le quali Afrodite, Era e Atena che si rifugiarono appena in tempo. Artemide si trasformò in cerva e fu inseguita a lungo da Oto ed Efialte con gli archi. Ingannandoli la dea comparve dinanzi a loro abbastanza a lungo affinché i due potessero tendere l'arco e scomparve appena i due scoccarono le frecce, uccidendosi a vicenda.

Il mito di Admeto e Alcesti[modifica | modifica sorgente]

Admeto era un potente re della Tessaglia, sposo di Alcesti e padrone per un breve tempo del dio Apollo

Admeto deve morire, da Charles Mills Gayley, "The Classic Myths in English Literature and in Art", Ginn and Company, Boston 1893.

Apollo aiutò Admeto ad ottenere la mano della principessa Alcesti, figlia di Pelia re di Iolco. Alcesti aveva così tanti pretendenti che Pelia stabilì per loro un compito apparentemente impossibile: per ottenere la mano di Alcesti avrebbero dovuto legare al giogo di una biga un cinghiale ed un leone[2]. Apollo imbrigliò gli animali, e Admeto guidò la biga fino a Pelia, riuscendo così a sposare Alcesti. Admeto, comunque, si dimenticò di fare sacrificio ad Artemide. La dea, offesa, riempì la camera nuziale di serpenti[2], e nuovamente Apollo giunse in aiuto di Admeto: gli consigliò di effettuare un sacrificio ad Artemide e, una volta fatto, la dea tolse i serpenti.

L'aiuto più grande che Apollo diede ad Admeto fu di persuadere le Moire a rimandare il giorno della sua morte. Apollo fece ubriacare le Moire, e queste accettarono il rinvio se Admeto fosse stato in grado di trovare qualcuno che morisse al suo posto. Admeto credette inizialmente che uno dei suoi anziani genitori sarebbe stato lieto di prendere il posto del figlio, ma così non fu. Quando questi non si mostrarono disponibili, fu sua moglie Alcesti a scegliere di morire al suo posto. La scena della morte viene descritta nell'Alcesti di Euripide, dove Tanato, il dio della morte, conduce Alcesti negli Inferi. Mentre Alcesti vi discende, Admeto scopre di non voler più vivere. La situazione venne salvata da Eracle, che si riposava a Fere mentre era in cammino alla ricerca delle cavalle di Diomede, mangiatrici di uomini. Venuto a conoscenza della situazione di Admeto, Eracle discese negli Inferi per salvare Alcesti. Lottò quindi con Thanatos fin quando il dio accettò di liberare la donna, che fu ricondotta nel mondo dei mortali.

II libro: i miti più famosi[modifica | modifica sorgente]

Nascita e fatiche di Eracle[modifica | modifica sorgente]

Eracle che cattura Cerbero

Eracle era figlio di Anfitrione e Alcmena, entrambi provenienti dalla Tessaglia. Quando l'uomo si recò a combattere una tribù nemica, il dio Zeus, invaghitosi da tempo della bellezza di Alcmena, ordinò ad Ermes e ad Elio il Sole di aiutarlo nell'impresa di congiungersi finalmente con lei. Ermes ebbe il compito di tenere bloccato lo sciocco servitore di famiglia Sosia prendendo le sue stesse sembianze, mentre Elio bloccò l'Aurora affinché sulla Terra vi fosse buio per tre giorni e tre notti. Zeus concludendo la messa in scena prese gli aspetti del marito Anfitrione tornato dalla battaglia vittorioso, tanto che mentre faceva l'amore con Alcmena le raccontava gli eventi più violenti e gloriosi della sua guerra. Quando il vero Anfitrione tornò in casa subito si accorse dell'equivoco e dello scambio di persona, visto che Alcmena si rifiutava di congiungersi con lui e di sentire le sorti della battaglia, avendole ascoltate mentre copulava con Zeus varie volte. Così sotto questo tetro clima nacque Eracle, appena in tempo da far discendere nuovamente Zeus sulla Terra per dichiarare il suo atto alla famiglia. Già infante, Eracle strozzò due serpenti mandatili contro da Giunone più che infuriata per il tradimento di Giove. In seguito da giovane uccise il Leone nemeo il quale era nutrito dalla dea Luna in un antro buio e ostile. Con la sua pelle ci si fece un mantello che usò sempre. Di seguito decapitò l'Idra di Lerna la quale aveva nove teste, con l'aiuto di Tifone. L'Idra era immortale perché ogni volta che le si tagliava una testa, al suo posto ne rispuntavano due. Eracle con un tizzone tagliava le teste e bruciava le ferite per impedire la nuova ricrescita e infine recise il capo centrale, facendo stramazzare il mostro. Terzo, Eracle doveva catturare viva la Cerva di Cerinea, animale dalle corna d'oro e zoccoli di bronzo, sacro alla dea Diana. Per questo, dato che non poteva ucciderla, Eracle la inseguì soltanto, ma il giro durò un anno e infine, feritala con una freccia, l'eroe la portò in Frigia da Euristeo, padrone dell'eroe.
In seguito egli uccise il Cinghiale di Erimanto. Poi sterminò gli Uccelli del lago Stinfalo dell'isola di Marte i quali erano coperti da penne di bronzo e ferro. Eracle li uccise con molte frecce. Successivamente ripulì in un solo giorno le sozze stalle di Augia, che non venivano mai controllate e curate da nessuno, nemmeno dal re. Eracle compì la fatica deviando con l'aiuto di Giove due fiumi, facendo sgorgare l'acqua sulle stalle.
Poi Eracle catturò e portò da Euristeo il Toro di Creta, quello con cui si accoppiò la regina Pasifae,generando il terribile Minotauro. Ottava fatica: catturare le Cavalle di Diomede; Eracle giunse sul posto con Abdero; mentre cenava dal guardiano le quattro cavalle carnivore, lasciate in custodia al ragazzo, lo sbranarono e fuggirono. Eracle, inseguito da Diomede che aveva capito l'inganno, ritrovò le cavalle e fece divorare Diomede. I cavalli si chiamavano Xanto, Podargo, Lampone e Dino. In seguito Eracle rubò la cintura magica ad Ippolita, regina delle Amazzoni, figlia di Marte e Otrera, che infine fu catturata e data in sposa a Teseo. Decima impresa: catturare il mostro Gerione, figlio di Crisauro, il quale aveva tre corpi, sei braccia, sei gambe e tre teste. In seguito Eracle giunse nel Giardino delle Esperidi dove incontrò il gigante Atlante che reggeva la Volta Celeste, Dato che doveva raccogliere le famose mele dorate, proibite per i mortali, Eracle prese il cielo e ci fece andare il gigante e poi con l'inganno si riprese le mele, rifacendo crollare su Atlante il doloroso supplizio. Per ultimo l'eroe scese nell'Inferno e catturò il cane a tre teste Cerbero, figlio del mostruoso Tifonee lo portò sulla Terra da Euristeo.

Le imprese di Perseo[modifica | modifica sorgente]

Andromeda in un dipinto di Gustave Doré

Il re Acrisio, dato che la sua donna fu posseduta da Zeus il quale penetrò nella sua stanza sotto le sembianze di pioggia dorata, decretò che lei fosse rinchiusa in una cassa sigillata e gettata in mare assieme al figlioletto ancora dentro il ventre. Salvata la donna, partorirà poco dopo il figlio Perseo che compierà grandi imprese tra le quali il salvataggio di Andromeda da un mostro e l'uccisione della gorgone Medusa. Andromeda. Infatti ella, figlia di Cefeo, si vantava del fatto che fosse la più bella delle mortali, perfino della stessa Afrodite. Così, provocandosi l'ira degli Dei, fu costretta ad essere legata su uno scoglio molto alto per essere offerta in pasto ad un cetaceo marino, affinché l'intera città non pagasse per il suo maltorto. Tuttavia poco prima che il mostro raggiungesse la vittima, il nobile Perseo, figlio di Danae la fanciulla segregata in una cassa dal marito e gettata in mare con l'accusa di adulterio (anche se era stata ingravidata da Zeus), giunse volando grazie ai calzari offerti da Mercurio e, uccidendo il mostro, liberò Andromeda per poi sposarla. Oltre a ciò le ninfe ricordano il prodigio dell'eroe il quale uccise la gorgone Medusa nei pressi della Lidia. Fu proprio il padre dell'eroe Acrisio a mandarlo lì, visto che non voleva riconoscergli la paternità, ma l'eroe seppe farsi valere. Innanzitutto fu aiutato dalla Dea protettrice Atena che gli fornì uno specchio da cui poter guardare le mosse del mostro. Infatti Medusa a causa di un sortilegio dei divini possedeva capelli serpentiformi ed inoltre aveva la capacità di pietrificare chiunque la guardasse negli occhi. Così Perseo, aiutato anche dal cavallo alato Pegaso, giunse nella sua dimora e facendo uso dello specchio per non essere tramutato in pietra, decapitò la gorgone e nascose il viso in un panno. Quando Perseo riportò la testa al re, questi guardò per sbaglio gli occhi del mostro, che avevano ancora potere, e fu trasformato in sasso.

La famiglia di Edipo[modifica | modifica sorgente]

Edipo e la Sfinge, di Jean Auguste Dominique Ingres, c. 1805

Dopo che Edipo, figlio di Laio e Giocasta superò l'età di fanciullo, diventò fortissimo tra tutti i quali provavano per lui molta invidia. E dato che era anche molto intelligente, Polibo decise di mandarlo nella città di Delfi ove risiedevano i suoi veri genitori. Ben presto Edipo pretese di diventare il re e così si accese una forte disputa tra lui e Laio (di cui non conosceva la paternità) e Edipo lo uccise. Morto Laio, Creonte occupò il trono, esiliò Edipo e mise una Sfinge, figlia di Tifone, nelle zone di Tebe in Beozia affinché tormentasse gli abitanti. La Sfinge tormentava i passanti formulandole degli enigmi: “ Quale animale ha quattro, tre, due gambe e che contrariamente alle leggi del più forte se ha più gambe è più debole?”. Dato che nessuno sapeva rispondere, la Sfinge divorava i malcapitati. Edipo si recò in Beozia per ascoltare gli indovinelli della Sfinge e li seppe risolvere, pretendendo in sposa Giocasta, sua madre. La profezia della Sfinge si era avverata e dall'unione di Edipo e Giocasta nacquero Eteocle, Polinice, Antigone e Ismene. Tuttavia la pace nel regno durò poco perché un terribile flagello e una carestia si abbatterono su Tebe. Edipo interrogò il celebre indovino Tiresia il quale rispose che la peste sarebbe sparita se la morte di Lico fosse stava vendicata. Meneceo, padre di Giocasta per la disperazione si gettò da un muro. Edipo infuriato sosteneva che Lico fosse morto per mando dei banditi di un “trivio” e che suo vero padre fosse Polibo. Tuttavia dopo un po' di tempo Edipo cominciò a credere che davvero lui avesse ucciso il padre Lico e la situazione precipita quando viene informato della morte di Polibo, suo tutore.
Alla notizia Giocasta perse la ragione si uccise, mentre Edipo si accecò con degli spilli. Di seguito, ceduto il trono nuovamente a Creonte, Edipo fuggì con Antigona.

Eteocle e Polinice di Giambattista Tiepolo

Polinice era figlio di Edipo assieme al gemello Eteocle. Divenuti grandi giunse il momento di regnare su Tebe e il sorteggio scelse Eteocle che, dato che Polinice si opponeva al suo progetto, lo fece esiliare. Polinice si recò da Adrasto il quale prese d'assedio Tebe con sette generali. Capaneo il quale si dice che volesse conquistare la città contro il volere di Giove, scavalcando sfacciatamente un muro per giungere a Tebe, fu fulminato. Amfiarao sprofondò nella terra, ed Eteocle e Polinice si affrontarono sul campo di battaglia, uccidendosi l'un l'altro. Cremati i due cadaveri, dalla pira si elevò un fumo altissimo che oscurò il cielo. Tiresia, figlio di Evero, fu costretto a fuggire dalla città dato che i tebani non si fidavano più delle sue profezie. Meneceo, dato che la sorte di Tebe stava quasi per capitolare, salì sul muro riportando la vittoria in campo.
Dato che Creonte, figlio di Meneceo, aveva proibito la sepoltura del corpo di Polinice dato che questi aveva dichiarato guerra a Tebe, la sorella Antigone e l'amica Argia presero il cadavere e lo cremarono assieme a quello del fratello Eteocle. Subito dopo il funerale Argia fuggì, mentre Antigone fu catturata dai soldati del re e imprigionata. Successivamente il re Creonte diede l'ordine al figlio Emone di uccidere la traditrice, ma il giovane, essendo innamorato di lei, non lo fece, ma Antigone fu ugualmente giustiziata. Successivamente Creonte, morto anche Emone di disperazione, diede sua figlia Megara al prode Ercole i quali genereranno Terimaco e Ofilite.

La nascita di Dioniso[modifica | modifica sorgente]

Un giovane mesce il vino a Dioniso (Museo del Louvre, Parigi)

è uno degli dei più bizzarri e multiformi dell'Olimpo, visto che può apparire in un momento assai allegro ed eccessivo nel bere e nel danzare, dall'altro feroce e vendicativo appunto per lo smisurato uso della sua bevanda. Già da infante ebbe un'infanzia travagliata e strepitosa: dato che era nato dalla coscia di Zeus, essendo morta folgorata la madre Semele, la dea Giunone ordì un complotto ai suoi danni e assieme alle Nereidi e alla venerabile Rea uccisero il piccolo e lo gettarono in pezzi in un calderone. Tuttavia Giove punì le donne per il turpe gesto e ricompose con l'aiuto di altri Dei il corpicino di Bacco per poi affidarlo ai satiri e le ninfe della Laconia. Egli fu istruito nell'arte del bere il vino dal saggio Sileno, capo dei satiri, e da grande si creò un gruppo di Menadi, donne esaltate dall'eccesso del bere, che lo seguivano dappertutto. Dioniso conquistò i Traci, giunse in Lidia e perfino in India dove sottomise il re locale e fece conoscere al popolo le usanze della Grecia.

III libro: i miti più famosi[modifica | modifica sorgente]

La storia di Adone[modifica | modifica sorgente]

Egli era figlio della bella Mirra la quale ebbe un rapporto incestuoso con il padre ubriaco Cinira. Quando l'uomo si riebbe e seppe ciò che aveva commesso si lanciò all'inseguimento della figlia per ucciderla, ma la ragazza fortunosamente fu salvata dagli Dei venendo tramutata in pianta, ciò non impedì però al severo padre di infierire col coltello sull'albero. Trascorsero nove mesi, e Mirra fu colta dalle doglie. Il suo tronco s'incurvò ma la metamorfosi privò la fanciulla d'una voce potente con cui potesse emettere gemiti. Lucina s'impietosì, s'avvicinò all'albero e posò le mani sulla corteccia per pronunciare la formula del parto. Subito s'aprì un piccolo varco, da cui affiorò il piccolo Adone. Le Naiadi lo raccolsero e lo unsero con le lacrime di sua madre.

Allevato dalle Naiadi, riuscì letteralmente a stregar con la sua sfolgorante bellezza la stessa Afrodite, che lo amò appassionatamente, e poi anche Persefone. Afrodite lo mandò da Persefone in una cassa di legno, affinché quest'ultima lo tenesse al sicuro in un angolo buio. Persefone, spinta dalla curiosità, aprì il cofano e vi scorse il bellissimo bambino. Se ne innamorò e lo tenne con sé nel suo palazzo. Afrodite fu informata della faccenda e si precipitò irata nel Tartaro per rivendicare Adone, ma Persefone rifiutò di restituirlo ad Afrodite, ed essa s'appellò allora al verdetto di Zeus.

Afrodite e Adone, vaso Attico a figure rosse, ca 410 a.C., Parigi, Louvre.

Zeus, che ben sapeva che Afrodite in un modo o nell'altro si sarebbe unita con il bel fanciullo, rifiutò di risolvere una questione così sgradevole e l'assegnò ad un tribunale meno prestigioso, presieduto dalla Musa Calliope. La dea stabilì che Afrodite e Persefone meritavano pari autorità su Adone, perché la prima l'aveva salvato al momento della nascita, e la seconda in seguito, scoperchiando il cofanetto e rinvenendo il fanciullo. Calliope risolse la disputa ordinando al ragazzo di passare un terzo dell'anno con Afrodite, un terzo con Persefone e un terzo con la persona di sua scelta. Secondo altri, Zeus stesso s'interessò alla questione ed emise il verdetto.

Afrodite s'infuriò perché Adone non le era stato concesso solo per sé e sfogò il suo sdegno instillando nelle Menadi un disperato amore per Orfeo, figlio di Calliope. Il musico respinse le fanciulle invasate ed esse, offese, lo dilaniarono. Poi indossò una cintura magica che stimolava il desiderio sessuale verso chi la portasse e attirò Adone fra le sue braccia, inducendolo a trascorrere con lei anche la porzione annuale destinata alla libertà e riducendo il periodo che spettava a Persefone. Un giorno, la Musa Clio insultò Afrodite per la sua storia d'amore con il fanciullo, e la dea, furente, l'accecò d'amore per Piero, figlio di Magnete. Ovidio narra che Afrodite fu involontariamente colpita da una freccia del figlioletto Eros avvolgendolo in un abbraccio e per questo s'innamorò alla follia di Adone ormai adulto, bello e fiero. Per amore del giovane, Afrodite trascurò di visitare Citera, Pafo e altri suoi luoghi di culto, e non smise per un istante di seguirlo nei boschi e nelle selve, liberando i cani da caccia contro cervi, lepri e caprioli per facilitare all'amato le prede.

Durante una battuta di caccia Adone fu ucciso da un cinghiale inviato dal geloso Apollo con l'aiuto di Artemide, o da Ares amante della dea Afrodite. Dal sangue del giovane morente crebbero gli anemoni e da quello della dea, ferita tra i rovi mentre era corsa a soccorrerlo, le rose rosse. Zeus commosso per il dolore di Afrodite concesse ad Adone di vivere quattro mesi nel regno di Ade, quattro sulla Terra assieme alla sua amante e quattro dove preferiva lui.

Minosse e Pasifae[modifica | modifica sorgente]

Pasifae con il Minotauro in braccio

Minosse era il famoso re di Cnosso, capitale dell’isola di Creta. Tanto era abile e frizzane la sua arte nel parlare e prendere decisioni che Dante Alighieri volle metterlo come giudice dei dannati nell ‘Inferno della Divina Commedia. Purtroppo però anche nelle nobili famiglie vi è una pecora nera, ovvero la moglie Pasifae la quale, offendendo la dea Afrodite per aver fatto voto di castità, fu obbligata a concedersi a chiunque incontrasse. La notizia sconvolge Minosse che la fa portare in una residenza in montagna per tenerla tranquilla, ma Pasifae è sempre vittima del sortilegio della dea, che le fa desiderare di accoppiarsi con gli animali; è così che facendo l’amore con toro travestita da vacca, Pasifae fa nascere il Minotauro, creatura mezza umana e mezza bestia. Minosse, inorridito dal gesto e dall’ilarità del suo popolo, fa rinchiudere il mostro in un labirinto costruito da Dedalo e dal figlio Icaro, dato che non aveva il coraggio di ucciderlo, essendo in un certo senso anche suo genitore, e da ordine all’Attica che ogni anno quattordici giovani maschi e femmine vengano sacrificati per saziare la sete del Minotauro. Un giorno tra i ragazzi s’imbarcherà anche Teseo che ucciderà la bestia.

Atena ed Aracne[modifica | modifica sorgente]

L'Atena Giustiniani, copia romana di una statua greca di Pallade Atena – Musei Vaticani

Atena è la personificazione della saggezza. Infatti non a caso ella è nata uscendo fuori dalla testa di Zeus il quale si lamentava di un forte mal di testa e non per pura fantasia la capitale della Grecia riporta il suo nome. La dea oltre alla sapienza simboleggiava anche la castità e si riteneva invincibile nelle gare, anche se una volta, contro Aracne ha perso in una gara di tela. Infatti la ragazza era considerata in Grecia tra la migliore in assoluto nel tessere bellissimi ricami e ciò offendeva molto Atena. Così si è organizzata una gara il cui esito era la premiazione per chi avrebbe tessuto l’arazzo più bello. Mentre Atena, non essendo esperta in quell’arte, compì un semplice disegno, la ragazza ricamò varie scene erotiche il che oltraggiò moltissimo la dea che fece fuggire dalla paura Aracne. La ragazza, disperata, si uccise ma Atena per punirla la trasformò in ragno affinché ricamasse per sempre tele per poi vedersele disfatte dal vento o dall’uomo.

Poseidone e la punizione di Atene[modifica | modifica sorgente]

Statua bronzea che rappresenta molto probabilmente Poseidone - 460 a.C. circa - Trovata nel 1928 al largo della costa di Capo Artemisio - Museo archeologico nazionale di Atene

Poseidone era il fratello di Zeus ed Ade, signore del Mare. Aveva un carattere molto burbero ed era anche lui molto sfortunato oltre ad Efesto. Quasi tutti i suoi figli, tranne alcuni come Perseo, erano degli orrendi mostri, basti pensare al ciclope Polifemo, e le sue moglie erano tutte vendicative, come Anfitride che trasformò l0amante del dio: Scilla in un orrendo essere a sei teste di cane e dodici zampe unghiate e allungabili all’infinito. Oltre a ciò di Poseidone si ricorda la famosa disputa con Atena per il governo di Atene. Infatti la città all’epoca era solo un piccolo villaggio e il popolo avrebbe scelto il suo protettore in colui o colei che avesse recato il più belle dei doni. Mentre Poseidone fece nascere una cascata dall’Acropoli, Atena fece crescere un ulivo ed a lei spettò la vittoria e il governo. Sebbene Poseidone, adirato, abbia sconvolto la città con violenti maremoti, si tranquillizzò non appena gli ateniesi, coniando le loro prime monete, oltre alla civetta, simbolo dell’intelligenza e quindi della protettrice, aggiunsero sulla facciata anche un tridente.

Il pomo della discordia e il giudizio di Paride[modifica | modifica sorgente]

Il giudizio di Paride, dipinto di Sandro Botticelli

Nell'Olimpo tutti gli dei, sia buoni che cattivi, hanno una loro occupazione e dignità, tranne Eris, la famosa dea della discordia. Lei non è mai presa in considerazione dagli altri perché ritenuta portatrice di sventure, sebbene non l'abbia mai fatto. Infatti la colpa è di un malvagio informatore che va da tutte le divinità a raccontare frottole ai danni di Eris che, un giorno decide di farla finita. Così, dato che di lì a poco si sarebbero celebrate le nozze della dea Teti e del mortale Peleo (padre di Achille), la dea decide di creare finalmente discordia nell'Olimpo, infatti crea una mela d'oro con scritto "alla più bella" e lo fa rotolare proprio nel momento in cui Zeus, gli sposi e tutti gli altri stanno brindando alla cerimonia.
Da questo fatto nascerà un litigio tra le dee, che porterà all'inizio della famosa contesa tra achei e troiani. Il nobile Paride, un tempo povero contadino abbandonato dal re Priamo per un triste presagio della folle figlia Cassandra, viene convocato in una pianura della sua casupola rustica da tre dee: Era, Atena e Afrodite. Le donne, reduci da una furiosa lite per chi era la più bella, hanno stabilito che il giovane pastore Paride debba decidere il verdetto e per questo fanno di tutto per convincere l'uno a scegliere l'altra. Si mostrano nude, si manifestano con splendidi abiti, gli promettono doni infiniti e immensi, ma Paride è irremovibile fino a quando Afrodite gli promette la mano di Elena, la bellissima sposa di Menelao, re di Sparta. Paride è entusiasta della proposta e consegna il pomo alla dea, mentre Era e Atena meditano la vendetta contro Troia.

I renitenti della leva: Ulisse e Achille[modifica | modifica sorgente]

Achille alla corte del re Licomede, tavola di un sarcofago Attico, circa 240 a.C., Parigi, Louvre.

Sebbene in Grecia tutti i soldati fossero contentissimi e desiderosi di partire in guerra per Troia, due tra i più famosi eroi: Ulisse e Achille erano molto riluttanti e fecero di tutto per evitare di immischiarsi. Durante un giuramento di pace fra le contee achee, i re più importanti avevano deciso che chiunque offendesse l’onore di Elena, sposa di Menelao, tutti loro sarebbero partiti per riprendersela. In questa situazione Ulisse, che aveva proposto il patto, aveva anche ricevuto in cambio la futura sposa Penelope, colei che avrebbe dovuto aspettare vent’anni di solitudine per rivedere di nuovo lo sposo dopo la partenza.
Dato che scoppia la guerra, ora Ulisse non ne vuole sapere di partire e si finge pazzo, facendosi trovare da Agamennone, il fratello Menelao e da Palamede sulla spiaggia di Itaca mentre è intento ad arare la sabbia gettandosi dietro del sale, aggiogano un bue e un asino. I tre compagni pensano che egli sia diventato pazzo e quindi inservibile per la battaglia, ma Palamede non la beve e mette il figlioletto di Ulisse: Telemaco davanti a lui che, infatti, devia l’aratro, mostrando così, la sua lucidità.
Achille invece fu istigato dalla madre Teti a nascondersi nella reggia di Licomede travestito da donna, dato che la dea aveva previsto la sua morte sul campo di battaglia. Il trucco nella corte funziona ed Achille se la spassa anche durante le sere con le fanciulle, fino a quando Ulisse e Diomede i quali, per niente ingannati dal mascheramento, portano dei doni a corte, nascondendo sotto di essi alcune armi. Appena il vassoio enorme viene posto sul tavolo, Achille riconosce le sue armi e le brandisce balzando sul tavolo e urlando di rabbia e di furore.

La guerra di Troia[modifica | modifica sorgente]

Scena di battaglia fra achei e troiani, kylix attico a figure rosse (490 a.C.), Museo del Louvre

Paride partì per Sparta come ambasciatore e così, corteggiandola, si fece amante Elena, mentre Menelao era a Creta per il funerale di un amico. Tuttavia durante il viaggio i due spasimanti fecero naufragio in Egitto e il re di allora sostituì Elena con un simulacro, per punire l'impudenza del principe troiano.
Tutti gli achei, comandati da Agamennone e Menelao erano pronti a partire per Troia, ma la dea Artemide impediva loro di imbarcarsi con forti maremoti. Infatti Agamennone sapeva bene che la dea era arrabbiata con lui per un'offesa recatale durante una battuta di caccia e ora l'indovino Calcante voleva che il re sacrificasse al figlia Ifigenia. Per prelevare la ragazza Agamennone mandò Odisseo e Diomede con la scusa di una celebrazione di nozze con il fortunato Achille. Ifigenia si lasciò convincere e così solo alla fine si accorse del macabro destino, ma si lasciò agguantare dai sacerdoti e farsi sgozzare dal carnefice. Ora finalmente gli achei si riversarono sulle spiagge di Troia e si susseguono ogni giorno scontri violenti e sanguinosi. Tra i primi vi sono quelli di Achille e di Aiace Telamonio con Telefo, Teutranio e Tessandro. Durante il primo sbarco sulle spiagge nemiche morì anche l'eroe Protesilao, dato che una profezia annunciava che per volere degli dei sarebbe stato il primo a morire sul campo troiano chi sarebbe sceso per primo dalla nave. Così Achille spinse il giovane dall'imbarcazione che fu trafitto da Ettore.
Il traduttore menziona molti altri combattimenti svoltisi i primi anni della guerra, citando anche alcune imprese di Ditti assieme ad Idomeneo e come sempre l'arrivo di nuovi alleati elencando gli eroi e le navi guidate.

Achille che cura Patroclo, vaso con figure rosse del pittore di Sosia

Dopo il decimo anno, nonostante una profezia di Calcante avesse annunciato la caduta di Troia proprio dopo un decennio esatto dalla prima battaglia, la roccaforte non era stata ancora nemmeno scalfita dal bronzo acheo. Non restava altro che un duello per concludere la battaglia: i campioni furono Menelao e Paride. Tuttavia quest'ultimo, mentre stava per soccombere ai colpi dell'altro, viene salvato da Afrodite e mandato immediatamente a godere l'amore con Elena nel palazzo della città. Tempo prima durante i primi scontri Achille aveva rinunciato a prendere parte ai combattimenti per via di un torto fattogli da Agamennone. Questi non aveva voluto ascoltare il dio Apollo che, con frecce avvelenate, uccideva molti soldati per via di un'offesa recata a un suo sacerdote. Il re di Argo doveva solo restituire la figlia al sacerdote, ma preferì prendersi in cambio Briseide, concubina di Achille. Così l'eroe non combatté più.
Un responso aveva predetto che solo con il furto del Palladio Troia sarebbe caduta e così vengono incaricati dell'impresa gli eroi Odisseo e Diomede, sebbene il primo, nonostante molto amico del secondo, lo abbia cercato di uccidere durante il ritorno. Durante un ennesimo scontro pare proprio che la flotta achea stesse per ripiegare in mare e che i troiani, incitati da Ettore a cavallo, fosse per sfondare un muro di protezione eretto dagli Argivi tempo prima. Durante l'assalto muore anche il prode semidio Sarpedonte. Così Patroclo, molto amico di Achille, ottiene il permesso dall'eroe di prendere le armi e di combattere contro i troiani. L'eroe stava quasi per sfondare le porte nemiche quando Apollo e di seguito Ettore fermarono Patroclo per poi ucciderlo a colpi di lancia. Prima di esalare l'ultimo respiro Patroclo predice ad Ettore la sua morte per mano di Achille, ma questi non gli dette retta e gli rubò le armi di Achille. L'eroe, fuori di sé dalla rabbia e dalla disperazione, organizzò i giochi funebri che durarono dodici giorni, in cui si svolgevano riti sacri, discorsi e giochi ginnici, e di seguito fece pace con Agamennone.
Fabbricate nuove armi per Achille dal dio fabbro Efesto, l'eroe si scagliò contro i troiani in campo, sterminandone a centinaia e catturandone un buon numero per sacrificarli sulla tomba dell'amico. Durante l'assedio sopraggiunsero sul campo anche molti degli dei dell'Olimpo, dividendosi immediatamente in coloro che proteggevano i troiani e coloro che stavano contro, per guerreggiare furiosamente. Tutti i nemici ripiegarono dietro le porte, tranne Ettore, pronto a sfidare l'eroe. Durante il breve duello, in cui sopraggiunge anche Atena, spacciandosi per Deifobo, fratello di Ettore, il troiano cadde a terra morto, trafitto dalla spada di Achille. Di seguito l'eroe prese una fune e legò i piedi dell'eroe al carro, per trascinarlo nel campo acheo, promettendosi di non seppellirlo.
Priamo si recò quella stessa notte nell'accampamento, implorando Achille affinché gli restituisse il cadavere martoriato e così avvenne dopo che Priamo ricordò alcuni momenti felici ad Achille col padre Peleo.
Concessi i funerali per Ettore, Achille s'incontra con Polissena, giovane fanciulla troiana. Già da qualche tempo si frequentano nascostamente, ma dopo un po' Polissena, nonostante gli impegni di Achille per la guerra, decide di spostarlo in un tempio poco lontano da Troia. La cerimonia si sarebbe dovuta svolgere a notte tarda con solo pochi testimoni amici sia di Achille che della sposa. Ma Polissena ha di nascosto complottato contro l'eroe e prima dell'inizio della celebrazione, nel tempio, la ragazza fa un cenno a Paride, nascosto dietro una colonna, che trafigge con le sue frecce il tallone di Achille, facendolo morire di un dolore atroce.
Infatti la ragazza troiana voleva la morte dell'eroe per un preciso motivo. Molto tempo prima del primo incontro con Polissena, Achille si era perdutamente innamorato di un ragazzo nel pieno delle forze che combatteva al fianco dei troiani: Troilo, fratello di Polissena. Achille non sapeva del legame di parentela che univa i due, ma i sentimenti di affezione e di piacere che provava per il giovane erano troppo forti (anche perché l'amante Patroclo era già morto) e non riusciva più a contenere le sue intenzioni.

Achille guarda il corpo di Ettore. Tondo da una figura rossa attica, 490-480 a.C., museo del Louvre, Parigi.

Dato che il ragazzo si rifiutava di ricambiare il suo amore, un giorno Achille lo inseguì fino nel folto di un bosco, dove era edificato un tempio. Troilo si rifugiò lì dentro, nella speranza che il greco non lo raggiungesse, ma Achille gli saltò addosso abbracciandolo passionalmente. Ma la forza del desiderio era talmente forte che Achille finì per stritolargli il torace, uccidendolo.
Polissena per le nozze scelse lo stesso tempio dove era morto il fratello.
Morto l'eroe, Gli amici di Achille, nascosti dietro degli alberi, si precipitano cercando di uccidere i due congiurati senza riuscirci, e riportano in lacrime il corpo dell'eroe nell'accampamento dove si accenderà una forte disputa per l'assegnazione delle armi divine che finirà con la vittoria di Odisseo e il suicidio di Aiace Telamonio per l'invidia. Infatti l'eroe vagò di notte per i campi, sterminando mandrie di capre, credendole i suoi nemici greci e poi si trafisse l'ascella, unico suo punto debole.
Giunti al decimo anno della guerra, i greci non ne possono più: la scusa di Menelao di riprendersi la sposa non regge più e i soldati (e anche Agamennone) vogliono tornarsene a casa per riabbracciare le famiglie. Così l'eroe più astuto di tutti Ulisse pensa di costruire un grande cavallo di legno che possa contenere un buon numero di valorosi per entrare in città e allo stesso tempo di far allontanare dietro un'isoletta vicina il resto dell'armata achea.
Avviene la costruzione che viene lasciata sulle rive del mare con un'iscrizione dedicata alla dea Atena. I troiani si recano a vedere il colosso, ma non sanno se bruciarlo o portarlo in città per onorare la dea; non credono neanche alla testimonianza del povero Sinone. Egli era cugino di Ulisse che lo ha usato per completare l'inganno ai troiani, facendolo trovare legato sulla spiaggia davanti ad un altare per i sacrifici dimodoché egli dicesse ai troiani di essere scampato alla morte mediante lo sgozzamento per una folata d vento fornita da Atena, facendo partire i greci per sempre. Quando il sacerdote Laocoonte impreca gridando che il cavallo è un piano ordito da Ulisse per ingannare i troiani e la profetessa Cassandra urla che il mostro di legno vomiterà demoni nemici, Priamo i troiani decidono di lasciarli perdere e di portare il cavallo in città, distruggendo gran parte dell'arco delle Porte Scee per far entrare la costruzione.
Quella notte i greci escono dal ventre del cavallo, facendo segnale alle navi in mare di avvicinarsi e si danno all'assedio più sfrenato, spazzando via Troia una volta per tutte. Deifobo, morto Paride in un duello con l'arciere Filottete, si sposò con Elena e così Menelao, trovandoli insieme, tagliò a pezzi il corpo del nemico per poi finirlo con la lancia.
Intanto Enea scappava con il padre Anchise e il figlio Ascanio tra le braccia per fondare una nuova città verso Occidente.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Diller 1983, op. cit.
  2. ^ a b Pseudo-Apollodoro, Biblioteca libro I, 9, 15.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Diller Aubrey, Studies in Greek Manuscript Tradition (Studi sulla tradizione dei manoscritti greci), Amsterdam 1983, pp. 199-216. Riferimento.
  • Monique van Rossum-Steenbeek, Studies on a selection of subliterary papyri (Mnemosyne Suppl. 175), Leiden 1997, 25 ss.

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]