Prima guerra macedonica

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Prima guerra macedonica
parte delle Guerre macedoniche
Alcune delle città interessate all'azione
Alcune delle città interessate all'azione
Data 214 a.C. - 205 a.C.
Luogo Macedonia
Casus belli Lotta per l'egemonia dell'Egeo
Esito Vittoria romana
Schieramenti
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La prima guerra macedonica (214 a.C.-205 a.C.) venne combattuta da Roma, dal 211 alleatasi con la Lega etolica e Attalo I di Pergamo, contro Filippo V di Macedonia, nel momento in cui era impegnata a combattere la seconda guerra punica (219 - 202 a.C.) contro Cartagine. La guerra non fu segnata da battaglie decisive e fu formalmente conclusa con pace di Fenice, firmata nella città di Fenice nel 205 a.C.

Durante la guerra, i Macedoni cercarono di riprendere, senza successo, il controllo su alcune zone dell'Illiria e della Grecia, cosa che li avrebbe potuti indurre ad intervenire in aiuto al generale cartaginese Annibale, nel conflitto contro Roma.

Antefatti[modifica | modifica sorgente]

Filippo V di Macedonia

La circostanza che Roma fosse impegnata sul fronte della guerra cartaginese, fornì a Filippo il Macedone la possibilità di cercare di espandere i suoi possedimenti verso occidente; secondo lo storico greco Polibio, la decisione di Filippo fu influenzata, in maniera determinante, da Demetrio di Faro, pretendente al trono di Faro (l'odierna isola di Lesina).

Demetrio, che nel 229 a.C., al termine della prima guerra illirica, con la disfatta degli Illiri guidati dalla regina Teuta, era stato posto dai romani come governatore della gran parte del territorio costiero dell'Illiria[1], nel 219 a.C. si era rifugiato alla corte di Filippo, dopo che i romani lo ebbero sconfitto nella seconda guerra illirica[2].

Mentre la Macedonia era impegnata in una guerra contro l'Etolia, un messaggero comunicò a Filippo la notizia della vittoria di Annibale sui romani nella battaglia del Lago Trasimeno nel giugno 217 a.C.. In un primo momento il sovrano mostrò il messaggio solo a Demetrio, che, probabilmente vedendo la possibilità di riconquistare il regno perduto, gli consigliò di addivenire immediatamente ad una pace con gli Etoli, e di rivolgere la sua attenzione verso l'Italia e l'Illiria. Secondo Polibio, Demetrio avrebbe detto:

« Dal momento che la Grecia è già completamente a te obbediente, e lo rimarrà in futuro: gli achei per affetto genuino e vero; gli Etoli per il terrore che i disastri nella presente guerra hanno instillato in loro. L'Italia, e la tua traversata verso di essa, è il primo passo verso l'acquisizione di un impero universale, al quale nessun altro ha un diritto maggiore del tuo. E adesso è il momento di agire, quando i romani soffrono per un rovescio di fortuna.[3] »

Filippo il Macedone fu subito convinto da queste affermazioni di Demetrio.[4]

La pace tra Filippo il Macedone e Etolia[modifica | modifica sorgente]

I plenipotenziari macedoni ed etoli si incontrarono per firmare un accordo di pace. Polibio riporta il discorso di Agelaus in favore del trattato di pace:[5] Filippo iniziò subito i negoziati con la Lega etolica, ed incontrò i rappresentanti della Lega sulla costa, nei pressi di Lepanto ;

« La cosa migliore sarebbe che i greci non andassero in guerra l'uno contro l'altro, ma ringraziassero calorosamente gli dèi di parlare con una sola voce, e unendo le mani come persone che attraversano un corso d'acqua, potrebbero essere in grado di respingere gli attacchi dei barbari, e così salvare se stessi e le loro città. Ma se anche questo fosse del tutto impossibile, almeno nella attuale congiuntura, dovremmo essere unanimi e stare in guardia, quando vediamo gli imponenti armamenti e le vaste proporzioni assunte dalla guerra in occidente. Perché anche ora è evidente a chiunque segua con appena moderata attenzione agli affari pubblici, che se i Cartaginesi sconfiggessero i Romani, o Romani i Cartaginesi, sarà molto improbabile che i vincitori rimarranno soddisfatti di aver ottenuto l'imperio in Sicilia e in Italia. Essi andranno oltre: ed estenderanno le loro forze e i loro progetti più lontano di quanto noi si possa desiderare. Perciò, vi prego tutti di stare in guardia contro il pericolo della crisi, e soprattutto te, o re. E lo fari, se abbandonerai la politica di indebolimento dei Greci, per questo facile preda per l'invasore; e al contrario terrai conto del loro bene come si farebbe per la propria persona, e avrai cura di tutte le parti della Grecia allo stesso modo, come parte integrante dei tuoi domini. Se agirai con questo spirito, i greci saranno tuoi ferventi amici e fedeli alleati in tutte le tue imprese, mentre gli stranieri saranno meno pronti a fare progetti ai tuoi danni, vedendo con sgomento la ferma lealtà dei Greci. Se sei desideroso di azione, gira lo sguardo ad occidente, e lascia che i tuoi pensieri siano abitati dalla guerra in Italia. Aspetta con freddezza la piega degli eventi lì, e cogli l'opportunità di colpire per un dominio universale. Né la crisi attuale è sfavorevole per una tale speranza. Ma io ti chiedo con forza di rinviare le controversie e le guerre con i Greci ad un momento di maggiore tranquillità, e fare il tuo obiettivo la possibilità di trattare la pace o la guerra secondo la tua volontà. Perché una volta che si consentisse alle nuvole ora raccolta in Occidente di stabilirsi in Grecia, temo assai che il potere di fare la pace o di guerra, e in una parola, tutti questi giochi che stiamo giocando l'uno contro l'altro, saranno completamente fuori dalla portata dalle mani di noi tutti, e che potremmo pregare il cielo che ci conceda almeno il potere di fare la guerra o la pace l'un con l'altro secondo nostra volontà e piacere, e di risolvere le nostre dispute »

La flotta di Filippo[modifica | modifica sorgente]

Cefalonia

Filippo, nell'inverno tra il 217 e il 216 a.C., fece costruire alle sue maestranze una flotta di 100 navi da guerra, ed addestrare gli uomini a remare; sempre secondo Polibio, era un'abitudine che quasi nessun altro re macedone aveva mai avuto[6]. Ma probabilmente al regno di Macedonia mancavano delle risorse per costruire e mantenere una flotta necessaria ad affrontare i Romani[7] Secondo Polibio Filippo non aveva alcuna speranza di battere i Romani in mare, per mancanza di esperienza.[6]

Ad ogni modo, le imbarcazioni scelte furono dei lembi, le piccole e veloci navi da guerra dagli Illiri, capaci di trasportare cinquanta soldati oltre agli uomini ai remi[8], con i quali potevano sperare di riuscire ad evitare la flotta romana, preoccupata, come avrebbe dovuto essere nelle speranze di Filippo, di combattere le truppe di Annibale [9], e comunque lontana, come in effetti era, nel porto di Marsala in Sicilia.

Nel periodo appena successivo, Filippo aveva espanso i confini del suo stato verso occidente, fino alle valli solcate dai fiumi Apsus e Genusus (l'odierno Shkumbini in Albania), ai confini con l'Illiria[10], con l'idea di conquistarne prima le coste, in seguito i territori tra le coste e la Macedonia, e usarli come base per inviare rapidamente rinforzi alle truppe in Italia[11]. All'inizio dell'estate, la flotta e il sovrano lasciarono la Macedonia, navigarono attraverso l'Euripe, circumnavigarono capo Malea, per gettare poi l'ancora tra Cefalonia e Lefkada, in attesa di sapere dove fosse localizzata la flotta romana; avuta notizia che le navi erano ancora alla loro base di Lilybaeum (l'odierna Marsala), in Sicilia, partirono alla volta di Apollonia.

Mentre la flotta costeggiava la città di Saseno, a Filippo giunse voce che alcune galere romane avevano la loro stessa destinazione; preoccupato che l'intera forza navale romana, e non solo pochi esemplari, lo stesse seguendo, diede ordine di invertire la rotta e fare ritorno a Cefalonia. Polibio ci parla di panico e disordine, descrivendo la ritirata precipitosa, e ci dice che i romani avevano in effetti inviato solo 10 navi. Questa piccola squadra aveva causato un allarme smisurato, e in questo modo Filippo aveva perduto un'ottima opportunità per raggiungere l'obbiettivo in Illiria, ritornando invece in Macedonia, in effetti senza gravi perdite, ma con notevole disonore[12].

L'alleanza con Cartagine[modifica | modifica sorgente]

Annibale Barca
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Trattato fra Annibale e Filippo V.

Dopo aver avuto la notizia della disastrosa disfatta nella battaglia di Canne subita dai romani per mano di Annibale, il re macedone pensò di inviare degli ambasciatori al campo italiano del generale, per negoziare un'alleanza. L'estate successiva alla sconfitta (nel 215 a.C.) gli inviati macedoni conclusero un trattato, il cui testo ci viene tramandato da Polibio; Annibale e Filippo si promettevano mutuo aiuto e difesa, e d'essere nemici dei nemici dell'altro, esclusi gli attuali alleati. Nel caso specifico, Filippo garantiva il proprio sostegno contro Roma ma, allo stesso tempo, Annibale aveva la possibilità di firmare la pace con Roma; in questo caso la pace avrebbe riguardato anche Filippo. Il trattato prevedeva infine che Roma fosse costretta a rinunciare al controllo delle città di Corcyra, Apollonia, Epidamnus (l'attuale Durazzo, Pharos, Dimale, Parthini, e Atintania, e di ripristinare il sistema di potere e di alleanze di Demetrius di Faro.

Il trattato, per come ci è stato tramandato da Polibio, non fa menzione di una possibile intervento in Italia da parte di Filippo, forse per la brutta figura rimediata da Filippo a Saseno, forse perché non era nel desiderio di Annibale.

Sulla via del ritorno in Macedonia, sia gli inviati di Filippo che quelli di Annibale furono catturati da Publio Valerio Flacco, comandante della flotta romana lungo la costa pugliese. In seguito venne scoperta una lettera di Annibale a Filippo, e così i termini del loro accordo.[13]

L'alleanza del macedone con Cartagine, aumentò l'apprensione a una Roma, posta sotto fortemente attacco da Annibale, e che vedeva inoltre man mano crollare il sistema di alleanze e di potere nel sud della penisola. Due ulteriori dozzine di navi da guerra vennero preparate ed inviate a raggiungere la flotta di Flacco, di stanza a Taranto, con l'ordine di tenere sotto controllo la costa italiana dell'Adriatico, cercare di capire le intenzioni di Filippo e, se fosse stato necessario, attraversare il mare per raggiungere la Macedonia, confinandolo nel suo stato.[14]

Lo scoppio della guerra in Illiria[modifica | modifica sorgente]

Nella tarda estate del 214 a.C., Filippo tentò una nuova invasione dell'Illiria via mare, con una flotta di 120 lembi. Riuscì a catturare Oricum, difesa molto blandamente, e, percorrendo l'Aous, l'odierno fiume Vjosë, arrivò ad assediare Apollonia.[15]

L'Odeon di Apollonia

Nel frattempo i romani spostavano la flotta da Taranto a Brindisi per poter continuare a controllare i movimenti di Filippo, con l'aiuto di una legione, il tutto posto sotto il comando del propretore Marco Valerio Levino.[16] Quando da Oricum arrivarono le notizie degli avvenimenti in Illiria, Levino partì con la flotta e l'esercito alla volta di Oricum, riuscendo, dopo un breve combattimento, a riconquistare la città.

Nel racconto di Tito Livio,[17] Levino, alla notizia dell'assedio di Apollonia, inviò 2.000 uomini, comandati da Quinto Nevio Crista, alla foce del fiume Aous. Evitando l'esercito di Filippo, Crista fu in grado di entrare in città di notte, inosservato; la notte successiva, prendendo l'armata macedone di sorpresa, attaccò e mise in rotta il campo nemico. Filippo riuscì a sfuggire alla cattura scappando con delle navi ormeggiate sul fiume; quindi raggiunse i monti nell'entroterra e rientrò in Macedonia, dopo aver fatto bruciare la sua flotta e lasciando alcune migliaia dei suoi uomini morti sul campo o comunque prigionieri, con tutti gli averi e le armi dell'esercito. Levino passò l'inverno con le truppe ad Oricum.

Bloccato per due volte nei suoi tentativi di invasione dell'Illiria via mare, e ora bloccato dalla flotta di Levino, Filippo nei due anni successivi (213 - 212 a.C.) cercò di avanzare in Illiria via terra, mantenendosi ad ogni modo lontano dalla costa; riuscì in questa maniera a prendere le città di Atintania e Dimale, sottomettendo le tribù illiriche dei Dassareti e dei Parthini e infine anche i più meridionali Ardiei.[18]

Filippo riuscì infine a conquistare un accesso all'Adriatico catturando la città di Lissus e la sua cittadella, ritenuta inespugnabile, fatto che causò l'immediata resa dei territori confinanti,[19]. Verosimilmente questo servì a rinvigorire le speranze del sovrano di riuscire a portare a termine la programmata invasione dell'Italia[20], anche se la perdita della sua flotta subita ad Oricum, avrebbe significato per Filippo dover ricorrere all'aiuto dei Cartaginesi per qualsiasi attraversamento dell'Adriatico, rendendo così la prospettiva di un'invasione decisamente meno attraente o possibile.

Roma cerca alleati in Grecia[modifica | modifica sorgente]

Attalo I di Pergamo

Allo scopo di impedire al macedone di aiutare Cartagine, sia sul territorio italiano che altrove, Roma cominciò a cercare degli alleati in Grecia.

Levino aveva iniziato ad esplorare la possibilità di allearsi con la Lega etolica fin dal 212 a.C.[21]. Gli Etoli, stanchi della guerra, avevano firmato la pace di Naupatto con Filippo nel 217 a.C., ma, solo cinque anni dopo, la fazione favorevole alla guerra riguadagnava terreno, e la popolazione era di nuovo pronta a prendere in considerazione l'armarsi contro lo storico nemico macedone.

Nel 211 un'assemblea di Etoli si era riunita per trattare con Roma. In questa occasione, Levino fece notare la recente cattura delle città di Siracusa e Capua come prova della crescente fortuna di Roma nella guerra contro Cartagine, offrendosi nel contempo di allearsi con loro contro i Macedoni; il trattato fu infine firmato. Gli Etoli avrebbero condotto le operazioni via terra, Roma quelle via mare; Roma avrebbe incamerato gli schiavi catturati e tutto il bottino di guerra, gli Etoli avrebbero avuto il controllo di tutti i territori conquistati. Con lo stesso trattato si permetteva l'inclusione di altre parti come alleati della lega Etolica; Elis, Sparta, Messenia e Attalo I di Pergamo, come anche Scerdilaidas e il figlio Pleuratus[22].

La campagna di Grecia[modifica | modifica sorgente]

Strategos (sconosciuto)

Più tardi, durante quella stessa estate, Levino prese possesso della città principale dell'isola di Zante, ad eccezione della sua cittadella, e della città acarnaniana di Oeniadae, oltre che dell'isola di Nasos, che venne poi consegnata agli Etoli, decidendo poi di ricoverare la flotta per l'inverno a Kerkira [23].

Avendo avuto notizia dell'alleanza romana con gli Etoli, la prima azione di Filippo fu di rendere sicuri i confini settentrionali, per poi fare delle incursioni contro Oricum e ad Apollonia, conquistando la città di Sintia, o forse Paionia, in Dardania, sulla frontiera con l'Illiria. Proseguì quindi velocemente verso sud, attraverso Pelagonia, Lincestide e Bottia per raggiungere Tempe, di cui mise a difesa 4.000 uomini armati, muovendosi ulteriormente verso la Tracia, con un breve attacco portato ai Maedi, nella loro capitale, prima di far ritorno in Macedonia.

Appena rientrato alla base, ricevette un'urgente richiesta d'aiuto da parte degli alleati di Alicarnasso; Scopas, stratego etolico, aveva mobilitato il proprio esercito e si stava accingendo all'invasione dell'Acarnania. Disperati, inferiori numericamente, ma decisi a resistere, gli abitanti della città avevano mandato in cerca di rifugio donne, anziani e bambini in Epiro, mentre gli uomini avevano cominciato a dirigersi verso il confine, dopo aver giurato di combattere fino alla morte, invocando una terribile maledizione su coloro che avessero tradito il giuramento stesso. Sentendoli così determinati e decisi, gli Etoli esitarono nella loro marcia di conquista e, alla notizia dell'avvicinamento di Filippo con le sue truppe, abbandonarono infine il proprio progetto. Filippo si diresse poi a Pella per svernare[24].

Durante la primavera 210 a.C., Levino lasciò nuovamente Kerkira con la sua flotta e, con gli Etoli suoi alleati, riuscì a conquistare Anticyra, nella Focide; Roma ridusse in schiavitù gli abitanti, mentre gli Etoli presero possesso della città[25].

Nonostante ci fossero preoccupazioni per Roma e dubbi per i suoi metodi[26], la coalizione schierata contro Filippo continuava ad allargarsi; come concesso dal trattato, Pergamo, Elis e Messenia, seguite poi da Sparta, si unirono all'alleanza contro la Macedonia[27]. Le flotte di Roma e di Pergamo controllavano il mare, mentre i macedoni con i propri alleati erano bloccati dal resto della coalizione sulla terraferma. La strategia romana di tenere impegnato Filippo in Grecia con una guerra tra greci ebbe successo, ed infatti, quando Levino tornò alla capitale per venire eletto console, fu in grado di dichiarare che la legione dispiegata contro il re macedone poteva essere ritirata senza problema alcuno[28].

Ad ogni modo, gli abitanti di Elis, di Messenia e gli spartani rimasero fermi con le ostilità fino al termine del 210 a.C., mentre Filippo invece continuava ad avanzare. Provò e riuscì a prendere Echinus, con un lungo assedio, dopo aver scongiurato un tentativo di liberare la città da parte dello stratega Dorimaco e della flotta romana, in quel momento comandata non più da Levino, ma da Publio Sulpicio Galba Massimo. Muovendosi con le sue armate verso ovest, il re macedone prese probabilmente Phalara, la città-porto di Lamia. Nel frattempo, Sulpicio e Dorimaco avevano preso Egina, un'isola nel golfo Saronico, che poi gli Etoli vendettero al re di Pergamo Attalo, per 30 talenti, in modo che lui la potesse usare come base per le sue operazioni contro la Macedonia nel mare Egeo.

Nella primavera 209, Filippo ricevette una richiesta d'aiuto dai suoi alleati della lega achea nel Peloponneso, sottoposti all'attacco di Sparta e degli Etoli. Ebbe poi anche notizia che Attalo era stato nominato come uno dei due comandanti supremi della Lega etolica e che era intenzionato ad attraversare l'Egeo partendo dall'Asia Minore[29]. Filippo quindi partì verso il sud della Grecia. Nella città di Lamia intercettò parte dell'esercito etolico, sostenuto da forze di Roma e di Pergamo, sotto il comando del stratego Firrias, collega di Attalo nella campagna militare. Filippo riuscì a vincere due battaglie a Lamia, con gravi perdite per le truppe di Firrias. Gli Etoli e i loro alleati furono costretti a ritirarsi all'interno delle mura della città, dove rimasero, evitando di dare battaglia in campo aperto.

I falliti tentativi di pace[modifica | modifica sorgente]

L'Eubea dal satellite

Filippo partì da Lamia per raggiungere Phalara, il porto; laggiù poté incontrare i rappresentanti degli stati neutrali di Rodi, Egitto, Atene e Chio che cercavano di far finire la guerra, guerra che li danneggiava nella loro attività principale, il commercio[30]. Livio ce li racconta preoccupati "non tanto per gli Etoli, più amanti dei combattimenti di quanto non fossero gli altri greci, quanto per la libertà della Grecia, che sarebbe stata seriamente in pericolo se Filippo e il suo regno avessero preso una parte attiva nella politica della stessa Grecia". Rappresentante della Lega etolica era Amynandor di Athamania. Venne firmata una tregua di 30 giorni e organizzata una conferenza di pace.

Filippo marciò verso Calcide, in Eubea, dove pose una guarnigione per impedire ad Attalo di impadronirsene, poi proseguì verso Aigio dove si teneva la conferenza, che però venne interrotta dalla notizia che Attalo aveva raggiunto Aegina, e che la flotta romana era arrivata a Lepanto. I rappresentanti etoli, resi più coraggiosi da questi eventi, chiesero come prima cosa che Filippo restituisse Pylos ai messeni, Atintania a Roma, e le popolazioni Ardiaei ai rispettivi sovrani, Scerdilaidas e Pleuratus I. Indignato, Filippo abbandonò i negoziati dicendo ai presenti che "potevano essergli testimoni di quanto lui stesse cercando una base per la pace, mentre gli altri stavano solo cercando un pretesto per fare la guerra"[31].

Le ostilità riprendono[modifica | modifica sorgente]

Da Lepanto, Sulpicio navigò verso est in direzione di Corinto e Sicione, conducendo nel frattempo anche delle incursioni. Filippo, con la sua cavalleria, catturò i romani scesi a terra e li costrinse a tornare sulle loro navi e quindi indietro a Lepanto.

Trireme romana

Filippo si riunì poi al generale acheo Cicliade, nei pressi di Dyme, per un condurre un attacco congiunto alla città di Elis, la principale base etolica delle operazioni contro gli achei [32]. Nel frattempo, Sulpicio aveva raggiunto Cillene e aveva rinforzato Elis con 4.000 uomini. Mentre guidava una carica, Filippo fu disarcionato, divenendo così l'oggetto di un aspro combattimento che si svolse attorno a lui, appiedato; il re macedone alla fine riuscì a mettersi in salvo. Il giorno successivo le forze congiunte di Filippo e Cicliade riuscirono a catturare la fortezza di Phiricus, ottenendo un bottino di circa 20 000 animali e facendo oltre 4 000 prigionieri. Alla notizia di nuove incursioni illiriche nel nord abbandonò l'Etolia per fare ritorno a Demetrias in Tessaglia[33]. Nello stesso tempo Sulpicio navigò nel mar Egeo fino a ad incontrare Attalo sull'isola di Aegina dove fece i quartieri per l'inverno.

Nel 208 a.C. la flotta, composta da 35 navi di Pergamo e 25 navi romane, non riuscì a conquistare Lemno, ma invece occupò e saccheggiò l'entroterra dell'isola di Peparethos, l'attuale Skopelos,anche questa possedimento macedone[34].

Attalo e Sulpicio, a questo punto, presero parte ad un incontro ad Heraclea Trachinia con gli Etoli, nuovamente in presenza di rappresentanti egiziani e di Rodi, che ancora perseguivano il raggiungimento della pace tra le due parti contendenti. Filippo, venuto a conoscenza dell'incontro e della presenza ad essa di Attalo, si mosse rapidamente verso sud nel tentativo di interromperla e catturare contemporaneamente i capi della coalizione nemica, arrivandovi comunque troppo tardi e fallendo nel suo piano[35].

A questo punto del conflitto, circondato da nemici, Filippo si trovò costretto ad adottare una politica difensiva,[36] distribuendo i suoi comandanti e le sue forze sul territorio, ed adottando un sistema di falò per segnalazione localizzati sulle alture, in modo da poter comunicare quasi istantaneamente i movimenti del nemico.

Sulpicio e Attalo, dopo aver lasciato Heraclea, attaccarono congiuntamente sia Oreus, sulla costa settentrionale dell'Eubea, che Opus, capitale della Locride orientale; mentre Attalo saccheggiava Opus, Sulpicio tornò ad Oreus, per raccogliervi la sua parte di bottino. A questo punto, Filippo, allertato dai segnali di fuoco, attaccò con successo Opus, lasciando ad Attalo appena il tempo di rifugiarsi su una delle sue navi.

La guerra finisce[modifica | modifica sorgente]

L'antica regione dell'Etolia

Anche se Filippo considerò la fuga di Attalo una sconfitta molto amara[37], l'episodio può essere considerato come il punto di svolta dell'intera guerra. Attalo fu obbligato a fare ritorno a Pergamo, dopo aver saputo, ad Opus, che, forse a causa delle richieste di Filippo stesso, il re di Bitinia Prusia I, imparentato per matrimonio con il macedone, si stava muovendo verso la sua città. Sulpicio invece fece ritorno ad Aegina, lasciando Filippo, libero dalla pressione delle flotte romana e di quella di Pergamo, di ricominciare le azioni offensive contro gli Etoli. Riuscì a catturare Thronium, seguita da Tithronium e Drymaea a nord del fiume Cephisus, controllando a quel punto tutta la Locride[38], e riprendendo il controllo di Oreus.[39].

Gli stati neutrali legati al commercio continuavano a cercare la pace. Ad Elateia, Filippo aveva incontrato i rappresentanti egiziani e di Rodi, gli stessi che erano ad Eraclea, e di nuovo li incontrò nella primavera del 207 a.C., ma senza alcun risultato[40]. Dopo altri incontri, la guerra proseguiva comunque a favore di Filippo, ma gli Etoli, seppur abbandonati sia da Pergamo che da Roma, non erano disponibili ad accettare le condizioni di pace richieste da Filippo. Infine, dopo un'altra stagione di combattimenti, nel 206 a.C., gli appartenenti alla Lega etolica si arresero e, senza il consenso di Roma, firmarono una pace separata alle condizioni imposte loro da Filippo.

Nella successiva primavera [41], i Romani inviarono il censore e console Publio Sempronio Tuditano con un seguito di 35 navi e circa 11 000 uomini a Dyrrachium in Illiria, dove incitò i Parthini alla rivolta e pose l'assedio di Dimale. Comunque, all'arrivo di Filippo, Sempronio sciolse l'assedio, ritirandosi all'interno delle mura della città di Apollonia, e in seguito istigò senza successo gli Etoli alla rottura del trattato firmato con il macedone.

Senza più alleati in tutta la Grecia, ma avendo comunque ottenuto l'obbiettivo di prevenire il possibile aiuto di Filippo ad Annibale, i romani erano a questo punto disponibili a firmare la pace.

Un trattato venne firmato a Fenice, nel 205 a.C., la cosiddetta pace di Fenice, ponendo in questo modo fine alla prima guerra macedonica[42].

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ (EN) Polibio, 2.11.
  2. ^ (EN) Polibio, 3.16, 3.18–19, 4.66.
  3. ^ (EN) Polibio, 5.101.
  4. ^ (EN) Polibio, 5.102.
  5. ^ (EN) Polibio, 5.103–-105.
  6. ^ a b (EN) Polibio, 5.109.
  7. ^ Walbank, p. 69; (EN) Polibio, 5.1, 5.95, 5.108.
  8. ^ Wilkes, p. 157; (EN) Polibio, 2.3.
  9. ^ Polybius, 5.109.
  10. ^ (EN) Polibio, 5.108.
  11. ^ Walbank, p. 69.
  12. ^ (EN) Polibio, 5.110.
  13. ^ (EN) Tito Livio, Livy's History of Rome.
  14. ^ (EN) Tito Livio, Livy's History of Rome. Livio prima ci dice che vennero preparate 20 navi e, insieme alle 5 che stavano trasportano gli agenti verso Roma, inviate a raggiungere la flotta di 25 altre navi di Flacco. Nello stesso passaggio, però, afferma che le navi partite da Ostia verso Taranto sono 30, parlandoci di una flotta totale di 55. Walbank, p. 75, nota 2, dice che il totale di 55 è un errore, citando anche Holleaux, 187, n. 1.
  15. ^ (EN) Livio, Livy's History of Rome, ma anche Walbank, p. 75.
  16. ^ (EN) Livio, Livy's History of Rome.
  17. ^ (EN) Livio, Livy's History of Rome, contestato da Walbank, p. 76, note 1.
  18. ^ (EN) Walbank p. 80, Livio, Livy's History of Rome, Livy's History of Rome.
  19. ^ (EN) Polibio, 8.15-16.
  20. ^ (EN) Livio, 24.13, 25.23.
  21. ^ Walbank, p. 82; (EN) Livio, 25.30, 26.24.
  22. ^ (EN) Livio, 26.40. Secondo quanto ci dice Walbank, p. 84, nota 2, "Livio omette di citare Messenia e descrive inoltre in maniera erronea Pleuratus come re della Tracia."
  23. ^ (EN) Livio, 26.24.
  24. ^ (EN) Livio, 26.25; (EN) Polibio, 9.40.
  25. ^ (EN) Livio, 26.26; (EN) Polibio, 9.39. Livio ci dice che Anticyra era Locrian, ma gli studiosi moderni non sono d'accordo, si veda anche Walbank, p. 87, note 2.
  26. ^ (EN) Polibio, 9.37–39, 10.15.
  27. ^ (EN) Polibio, 9,30.
  28. ^ (EN) Livio, 26.28.
  29. ^ (EN) Livio, 27.29.
  30. ^ Walbank, p. 89–90.
  31. ^ (EN) Livio, 27.30.
  32. ^ (EN) Livio, 27.31.
  33. ^ (EN) Livio, 27.32.
  34. ^ (EN) Livio, 28.5.
  35. ^ (EN) Polibio, 10.42; (EN) Livio, 28.5.
  36. ^ (EN) Polibio, 10.41; (EN) Livio, 28.5.
  37. ^ (EN) Polibio, 11.7; (EN) Livio, 28.7.
  38. ^ (EN) Livio, 28.7; Walbank, p. 96.
  39. ^ (EN) Livio, 28.8.
  40. ^ (EN) Livio, 28.7.
  41. ^ According to Walbank, p. 102, note 2, Livio, 29.12 "is spoilt by annalistic contamination, which, in the interests of Roman policy, tries to run the Aetolian peace and the return of the Romans as closely together as possible".
  42. ^ (EN) Livio, 29.12.