Prima guerra macedonica

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Prima guerra macedonica
parte delle Guerre macedoniche
Alcune delle città interessate all'azione
Alcune delle città interessate all'azione
Data 214 a.C. - 205 a.C.
Luogo Macedonia
Casus belli Lotta per l'egemonia dell'Egeo
Esito Vittoria romana
Schieramenti
Comandanti
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La prima guerra macedonica (214 a.C.[3]-205 a.C.) venne combattuta da Roma, dal 211 alleatasi con la Lega etolica e Attalo I di Pergamo, contro Filippo V di Macedonia, nel momento in cui era impegnata a combattere la seconda guerra punica (219 - 202 a.C.) contro Cartagine.

La Macedonia era il più forte stato ellenistico e vedeva con preoccupazione l'ingerenza romana sulla Lega Etolica e sulla Grecia in genere. Filippo temeva soprattutto l'espansione di Roma lungo le coste illiriche, cominciata con l'attacco alla regina Teuta e proseguita con la parziale conquista dell'Illiria, dove era dislocata una flotta romana, comandata prima da Marco Valerio Levino e poi da Publio Sulpicio Galba Massimo, anche per controllare i movimenti del re macedone.[4] Filippo V intervenne contro queste forze. Scoppiò così la prima guerra macedonica: da una parte Filippo V con l'alleata lega achea, dall'altra la lega etolica con il supporto romano.[5] Vennero coinvolte anche le diplomazie di Atene da una parte e di Rodi dall'altra. La guerra non fu segnata da battaglie decisive e fu formalmente conclusa con pace di Fenice, firmata nella città di Fenice nel 205 a.C.. Essa segnò il definitivo ingresso di Roma nel mare Egeo e nella politica del Mediterraneo Orientale. Durante la guerra, i Macedoni cercarono di riprendere, senza successo, il controllo su alcune zone dell'Illiria e della Grecia, cosa che li avrebbe potuti indurre ad intervenire in aiuto al generale cartaginese Annibale, nel conflitto contro Roma.

Contesto storico[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Prima guerra illirica, seconda guerra illirica e seconda guerra punica.

La circostanza che Roma fosse impegnata sul fronte della guerra cartaginese, fornì a Filippo il Macedone la possibilità di cercare di espandere i suoi possedimenti verso occidente; secondo lo storico greco Polibio, la decisione di Filippo fu influenzata, in maniera determinante, da Demetrio di Faro, pretendente al trono di Faro (l'odierna isola di Lesina).

Demetrio, che nel 229 a.C., al termine della prima guerra illirica, con la disfatta degli Illiri guidati dalla regina Teuta, era stato posto dai romani come governatore della gran parte del territorio costiero dell'Illiria[6], nel 219 a.C. si era rifugiato alla corte di Filippo, dopo che i romani lo ebbero sconfitto nella seconda guerra illirica[7].

Mentre la Macedonia era impegnata in una guerra contro l'Etolia, un messaggero comunicò a Filippo la notizia della vittoria di Annibale sui romani nella battaglia del Lago Trasimeno nel giugno 217 a.C.. In un primo momento il sovrano mostrò il messaggio solo a Demetrio, che, probabilmente vedendo la possibilità di riconquistare il regno perduto, gli consigliò di addivenire immediatamente ad una pace con gli Etoli, e di rivolgere la sua attenzione verso l'Italia e l'Illiria. Secondo Polibio, Demetrio avrebbe detto:

« Dal momento che la Grecia è già completamente a te obbediente, e lo rimarrà in futuro: gli achei per affetto genuino e vero; gli Etoli per il terrore che i disastri nella presente guerra hanno instillato in loro. L'Italia, e la tua traversata verso di essa, è il primo passo verso l'acquisizione di un impero universale, al quale nessun altro ha un diritto maggiore del tuo. E adesso è il momento di agire, quando i romani soffrono per un rovescio di fortuna.[8] »

Filippo il Macedone fu subito convinto da queste affermazioni di Demetrio.[9]

La pace tra Filippo il Macedone e l'Etolia[modifica | modifica wikitesto]

I plenipotenziari macedoni ed etoli si incontrarono per firmare un accordo di pace. Polibio riporta il discorso di Agelaus in favore del trattato di pace:[10] Filippo iniziò subito i negoziati con la Lega etolica, ed incontrò i rappresentanti della Lega sulla costa, nei pressi di Lepanto ;

« La cosa migliore sarebbe che i greci non andassero in guerra l'uno contro l'altro, ma ringraziassero calorosamente gli dèi di parlare con una sola voce, e unendo le mani come persone che attraversano un corso d'acqua, potrebbero essere in grado di respingere gli attacchi dei barbari, e così salvare se stessi e le loro città. Ma se anche questo fosse del tutto impossibile, almeno nella attuale congiuntura, dovremmo essere unanimi e stare in guardia, quando vediamo gli imponenti armamenti e le vaste proporzioni assunte dalla guerra in occidente. Perché anche ora è evidente a chiunque segua con appena moderata attenzione agli affari pubblici, che se i Cartaginesi sconfiggessero i Romani, o Romani i Cartaginesi, sarà molto improbabile che i vincitori rimarranno soddisfatti di aver ottenuto l'imperio in Sicilia e in Italia. Essi andranno oltre: ed estenderanno le loro forze e i loro progetti più lontano di quanto noi si possa desiderare. Perciò, vi prego tutti di stare in guardia contro il pericolo della crisi, e soprattutto te, o re. E lo fari, se abbandonerai la politica di indebolimento dei Greci, per questo facile preda per l'invasore; e al contrario terrai conto del loro bene come si farebbe per la propria persona, e avrai cura di tutte le parti della Grecia allo stesso modo, come parte integrante dei tuoi domini. Se agirai con questo spirito, i greci saranno tuoi ferventi amici e fedeli alleati in tutte le tue imprese, mentre gli stranieri saranno meno pronti a fare progetti ai tuoi danni, vedendo con sgomento la ferma lealtà dei Greci. Se sei desideroso di azione, gira lo sguardo ad occidente, e lascia che i tuoi pensieri siano abitati dalla guerra in Italia. Aspetta con freddezza la piega degli eventi lì, e cogli l'opportunità di colpire per un dominio universale. Né la crisi attuale è sfavorevole per una tale speranza. Ma io ti chiedo con forza di rinviare le controversie e le guerre con i Greci ad un momento di maggiore tranquillità, e fare il tuo obiettivo la possibilità di trattare la pace o la guerra secondo la tua volontà. Perché una volta che si consentisse alle nuvole ora raccolta in Occidente di stabilirsi in Grecia, temo assai che il potere di fare la pace o di guerra, e in una parola, tutti questi giochi che stiamo giocando l'uno contro l'altro, saranno completamente fuori dalla portata dalle mani di noi tutti, e che potremmo pregare il cielo che ci conceda almeno il potere di fare la guerra o la pace l'un con l'altro secondo nostra volontà e piacere, e di risolvere le nostre dispute »

Casus belli: l'alleanza con Cartagine (215 a.C.)[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Trattato fra Annibale e Filippo V.
Un busto di marmo, ritenuto di Annibale, ritrovato a Capua; alcuni storici hanno messo in dubbio la sua autenticità[11]

Dopo aver avuto la notizia della disastrosa disfatta nella battaglia di Canne subita dai romani per mano di Annibale, il re macedone pensò di inviare degli ambasciatori al campo italiano del generale, per negoziare un'alleanza. L'estate successiva alla sconfitta (nel 215 a.C.) gli inviati macedoni conclusero un trattato, il cui testo ci viene tramandato da Polibio; Annibale e Filippo si promettevano mutuo aiuto e difesa, e d'essere nemici dei nemici dell'altro, esclusi gli attuali alleati. Nel caso specifico, Filippo garantiva il proprio sostegno contro Roma ma, allo stesso tempo, Annibale aveva la possibilità di firmare la pace con Roma; in questo caso la pace avrebbe riguardato anche Filippo. Il trattato prevedeva infine che Roma fosse costretta a rinunciare al controllo delle città di Corcyra, Apollonia, Epidamnus (l'attuale Durazzo, Pharos, Dimale, Parthini, e Atintania, e di ripristinare il sistema di potere e di alleanze di Demetrius di Faro.

Il trattato, per come ci è stato tramandato da Polibio, non fa menzione di una possibile intervento in Italia da parte di Filippo, forse per la brutta figura rimediata da Filippo a Saseno, forse perché non era nel desiderio di Annibale.

Sulla via del ritorno in Macedonia, sia gli inviati di Filippo che quelli di Annibale furono catturati da Publio Valerio Flacco, comandante della flotta romana lungo la costa pugliese. In seguito venne scoperta una lettera di Annibale a Filippo, e così i termini del loro accordo.[12]

L'alleanza del macedone con Cartagine, aumentò l'apprensione a una Roma, posta sotto fortemente attacco da Annibale, e che vedeva inoltre man mano crollare il sistema di alleanze e di potere nel sud della penisola. Due ulteriori dozzine di navi da guerra vennero preparate ed inviate a raggiungere la flotta di Flacco, di stanza a Taranto, con l'ordine di tenere sotto controllo la costa italiana dell'Adriatico, cercare di capire le intenzioni di Filippo e, se fosse stato necessario, attraversare il mare per raggiungere la Macedonia, confinandolo nel suo stato.[13]

Forze in campo[modifica | modifica wikitesto]

Macedoni: la flotta di Filippo[modifica | modifica wikitesto]

Cefalonia

Filippo, nell'inverno tra il 217 e il 216 a.C., fece costruire alle sue maestranze una flotta di 100 navi da guerra, ed addestrare gli uomini a remare; sempre secondo Polibio, era un'abitudine che quasi nessun altro re macedone aveva mai avuto[14]. Ma probabilmente al regno di Macedonia mancavano delle risorse per costruire e mantenere una flotta necessaria ad affrontare i Romani.[15] Secondo Polibio, Filippo non aveva alcuna speranza di battere i Romani in mare, per mancanza di esperienza.[14]

Ad ogni modo, le imbarcazioni scelte furono dei lembi, le piccole e veloci navi da guerra dagli Illiri, capaci di trasportare cinquanta soldati oltre agli uomini ai remi[16], con i quali potevano sperare di riuscire ad evitare la flotta romana, preoccupata, come avrebbe dovuto essere nelle speranze di Filippo, di combattere le truppe di Annibale [17], e comunque lontana, come in effetti era, nel porto di Marsala in Sicilia.

Nel periodo appena successivo, Filippo aveva espanso i confini del suo stato verso occidente, fino alle valli solcate dai fiumi Apsus e Genusus (l'odierno Shkumbini in Albania), ai confini con l'Illiria[18], con l'idea di conquistarne prima le coste, in seguito i territori tra le coste e la Macedonia, e usarli come base per inviare rapidamente rinforzi alle truppe in Italia[19]. All'inizio dell'estate, la flotta e il sovrano lasciarono la Macedonia, navigarono attraverso l'Euripe, circumnavigarono capo Malea, per gettare poi l'ancora tra Cefalonia e Lefkada, in attesa di sapere dove fosse localizzata la flotta romana; avuta notizia che le navi erano ancora alla loro base di Lilybaeum (l'odierna Marsala), in Sicilia, partirono alla volta di Apollonia.

Mentre la flotta costeggiava la città di Saseno, a Filippo giunse voce che alcune galere romane avevano la loro stessa destinazione; preoccupato che l'intera forza navale romana, e non solo pochi esemplari, lo stesse seguendo, diede ordine di invertire la rotta e fare ritorno a Cefalonia. Polibio ci parla di panico e disordine, descrivendo la ritirata precipitosa, e ci dice che i romani avevano in effetti inviato solo 10 navi. Questa piccola squadra aveva causato un allarme smisurato, e in questo modo Filippo aveva perduto un'ottima opportunità per raggiungere l'obbiettivo in Illiria, ritornando invece in Macedonia, in effetti senza gravi perdite, ma con notevole disonore[20].

Fasi della guerra[modifica | modifica wikitesto]

Scoppio della guerra in Illiria (214 - 212 a.C.)[modifica | modifica wikitesto]

Il teatro degli scontri del 214 a.C. tra Romani e Macedoni

Nella tarda estate del 214 a.C., Filippo tentò una nuova invasione dell'Illiria via mare, con una flotta di 125 lembi biremi. Egli prima assediò Apollonia, poi risalì l'Aous (l'odierno fiume Vjosë), ed arrivò ad attaccare anche Oricum, che occupò senza incontrare difficoltà, poiché era priva di mura difensive e di soldati.[21]

I Romani, già dall'anno precedente (215 a.C.), avevano rafforzato la flotta a Brundisium per poter continuare a controllare i movimenti di Filippo, con l'aiuto di una legione, il tutto posto sotto il comando del propretore Marco Valerio Levino.[22] Quando da Oricum arrivarono le notizie degli avvenimenti in Illiria, Levino partì con la flotta e l'esercito alla volta di Oricum, riuscendo, dopo un breve combattimento contro il presidio lasciato da Filippo V, a conquistare la città.[23]

Tito Livio racconta che Levino, alla notizia dell'assedio di Apollonia da parte delle truppe macedoni, inviò prontamente 2.000 uomini, comandati da Quinto Nevio Crista.[24] Evitando l'esercito di Filippo, Crista fu in grado di entrare in città di notte, inosservato;[25] la notte successiva, prendendo l'armata macedone di sorpresa, attaccò e fece una grande strage nel campo nemico. Lo stesso Filippo riuscì a sfuggire alla cattura, quasi seminudo;[26] quindi raggiunse i monti nell'entroterra e rientrò in Macedonia, dopo aver fatto bruciare la sua flotta e lasciando poco meno di 3.000 dei suoi uomini, tra catturati e uccisi, con tutti gli averi e le armi dell'esercito (queste ultime vennero lasciate ad Apollonia).[3] Levino passò l'inverno con le truppe ad Oricum.[27]

Bloccato per due volte nei suoi tentativi di invasione dell'Illiria via mare, e ora bloccato dalla flotta di Levino, Filippo nei due anni successivi (213 - 212 a.C.) cercò di avanzare in Illiria via terra, mantenendosi ad ogni modo lontano dalla costa; riuscì in questa maniera a prendere le città di Atintania e Dimale, sottomettendo le tribù illiriche dei Dassareti e dei Parthini e infine anche i più meridionali Ardiei.[28]

Filippo riuscì infine a conquistare un accesso all'Adriatico catturando la città di Lissus e la sua cittadella, ritenuta inespugnabile, fatto che causò l'immediata resa dei territori confinanti,[29]. Verosimilmente questo servì a rinvigorire le speranze del sovrano di riuscire a portare a termine la programmata invasione dell'Italia[30], anche se la perdita della sua flotta subita ad Oricum, avrebbe significato per Filippo dover ricorrere all'aiuto dei Cartaginesi per qualsiasi attraversamento dell'Adriatico, rendendo così la prospettiva di un'invasione decisamente meno attraente o possibile.

Roma cerca alleati in Grecia (212 - 211 a.C.)[modifica | modifica wikitesto]

Allo scopo di impedire al macedone di aiutare Cartagine, sia sul territorio italiano che altrove, Roma cominciò a cercare degli alleati in Grecia.

Levino aveva iniziato ad esplorare la possibilità di allearsi con la Lega etolica fin dal 212 a.C.[31]. Gli Etoli, stanchi della guerra, avevano firmato la pace di Naupatto con Filippo nel 217 a.C., ma, solo cinque anni dopo, la fazione favorevole alla guerra riguadagnava terreno, e la popolazione era di nuovo pronta a prendere in considerazione l'armarsi contro lo storico nemico macedone.

Agli inizi del 211 a.C., a Marco Valerio Levino fu destinata nuovamente la difesa del litorale adriatico e della Grecia con 50 navi ed una legione.[32] Durante quello stesso anno, un'assemblea di Etoli si riunì per valutare una possibile alleanza con Roma. Valerio Levino, che in colloqui segreti aveva provato a capire quali fossero le reali intenzioni dei principali cittadini etoli, giunse con una flotta in assetto di guerra, per partecipare all'assemblea etolica. Una volta che gli venne conferita la possibilità di parlare, Levino fece notare le recenti occupazioni delle città di Siracusa e Capua come prova della crescente fortuna di Roma nella guerra contro Cartagine,[33] ed aggiunse che:

« [...] fin dai tempi antichi, era stato tramandato ai Romani il costume di trattare con onore gli alleati; alcuni tre questi erano stati in seguito accolti nella cittadinanza con pari diritti ai Romani; altri, invece, avevano ricevuto condizioni talmente vantaggiose da preferire di essere alleati che cittadini. »
(Livio, XXVI, 24.3)

Levino prometteva agli Etoli che avrebbe ricondotto in loro potere l'Acarnania, che essi mal tolleravano che non facesse più parte del loro territorio. Alle promesse del generale romano, sia Scopa che era allora il capo militare degli Etoli, sia Dorimaco, il loro capo civile, con la loro autorità, sottoscrissero le clausole del trattato, in virtù del quale gli Etoli divenivano "amici ed alleati del popolo romano"; oltre a loro si univano nello stesso trattato d'alleanza, Elei, Spartani, la Messenia (?), nonché Attalo re d'Asia, Pleurato di Tracia e Scerdiledo d'Illiria.[34]

E affinché gli Etoli potessero iniziare da subito la guerra contro Filippo, i Romani proposero loro di aiutarli inviandogli un numero di navi non inferiore a 25 quinqueremi. Delle città conquistate, a partire dall'Etolia fino a Corcira,[35] venne stabilito che:

« il suolo, le case e le mura, unitamente alle campagne, sarebbero andate in possesso agli Etoli; il restante bottino di guerra sarebbe toccato ai Romani, i quali avrebbero aiutato gli Etoli nella conquista dell'Acarnania. Nel caso poi gli Etoli avessero concluso una pace con Filippo, si impegnavano a ad aggiungere come clausola del trattato di pace, che Filippo si astenesse da ogni ostilità contro i Romani e contro i loro alleati e sudditi; allo stesso modo, nel caso in cui il popolo romano avesse concluso un trattato di pace con il re [macedone], avrebbe posto come condizione di non dichiarare guerra né agli Etoli né ai loro alleati. Queste clausole del patto vennero scolpite su tavole due anni dopo ad Olimpia dagli Etoli e depositate dai Romani sul Campidoglio, affinché fossero riconosciute come documenti consacrati. »
(Livio, XXVI, 24.11-14.)

La campagna di Grecia[modifica | modifica wikitesto]

Strategos (sconosciuto)

E sebbene gli ambasciatori degli Etoli fossero stati troppo a lungo trattenuti a Roma per ratificare il trattato concluso con Levino, ciò non fu di ostacolo all'inizio delle ostilità. Gli Etoli, infatti, mossero subito guerra a Filippo, mentre Levino si impadronì di Zacinto (a parte la rocca), una piccola isola vicina all'Etolia. Il comandante romano continuò quindi con la conquista di tre città dell'Acarania: Eniade, Nasos e Acarnano, che restituì agli Etoli. Levino, ritenendo che Filippo fosse abbastanza imbrigliato in una guerra contro le popolazioni confinanti, da non poter far fronte agli impegni presi con Annibale contro Roma, preferì ritirarsi a Corcira verso la fine dell'anno.[36]

La ribellione degli Etoli fu annunciata a Filippo a Pella, dove svernava.[37] Qui egli stava radunando e preparando le truppe in vista della guerra contro la Grecia, che sarebbe iniziate nella primavera dell'anno successivo. Il re macedone, dopo aver saputo dell'alleanza tra Etoli e Romani, decise di rendere sicuri i confini con gli Illiri, organizzando una rapida incursione contro le città di Oricum e di Apollonia. Dopo aver sparso terrore e sbigottimento, oltre ad aver saccheggiato le zone più vicine dell'Illirico, mosse le sue forze in direzione della Pelagonia e si impadronì di Sintia, città dei Dardani, che avrebbe potuto offrire un ottimo passaggio per la Macedonia. Proseguì quindi rapidamente verso sud, attraverso la Pelagonia, la Lincestide e la Bottia, per raggiungere Tempe in Tessaglia, dove sperava di trovare dei facili alleati nella guerra contro gli Etoli.[38] Dopo aver lasciato un contingente di 4.000 armati presso le gole della Tessaglia, sotto il comando di un certo Perseo, mosse verso la Tracia e poi nel territorio dei Maedi, devastandone il territorio e assediando la loro capitale, Iamphorynna, prima di far ritorno in Macedonia.[39]

Frattanto Scopa, stratego etolico, si preparò ad aprile le ostilità contro l'Acarnania, dopo aver arruolato tutti i giovani etoli. Gli Acarnani, disperati ed inferiori numericamente, ma decisi a resistere, preferirono mandare al sicuro nel vicino Epiro le loro donne, gli anziani di oltre sessan'anni e i bambini. Gli uomini, dai quindici ai sessant'anni, giurarono tutti insieme che non sarebbero tornati se non vincitori.[40] Chi fosse uscito vinto dalla battaglia

« non doveva essere accolto da nessuno, né in città, né in casa, alla mensa, al focolare. Lanciarono pertanto una tremenda maledizione contro coloro che avessero ospitato eventuali superstiti vinti e pregarono i loro ospiti di non farlo, pregarono contemporaneamente gli Epiroti affinché seppellissero tutti insieme sotto uno stesso tumulo, quelli che fossero morti in battaglia, ponendo sulla tomba la scritta:
«Qui sono sepolti gli Acarnani che affrontarono la morte per la patria, con le armi in pugno contro la violenza e l'offesa degli Etoli». »
(Livio, XXVI, 25.12-14.)

Dopo aver incitato così l'intera popolazione, posero il campo ai confini dei loro territori, di fronte al nemico. Inviati poi messi a Filippo, per fargli sapere dell'avanzata etolica e quanto grande fosse il pericolo, lo costrinsero a sospendere la guerra appena iniziata, sebbene il re macedone avesse da poco ottenuto la resa di Iamforinna.[41]

Campagna di Levino in Grecia nel 210 a.C.

Intanto gli Etoli, sentendo gli Arcanani così determinati, esitarono nella loro marcia di conquista e, alla notizia dell'avvicinamento di Filippo con le sue truppe, preferirono ritirarsi nella parte più interna del loro territorio. Filippo, giunto in prossimità di Dion a marce forzate, per impedire che gli Arcanani fossero sopraffatti, alla notizia che gli Etoli si erano ritirati, tornò a Pella per svernarvi.[42]

Durante la primavera 210 a.C., Levino lasciò nuovamente Corcira con la sua flotta e, superato il promontorio di Leucade, giunse a Naupatto (oggi Lepanto, all'imboccatura del golfo). Fece poi in modo che Scopa e gli Etoli si trovassero là pronti, annunciando loro che avrebbe mosso contro Anticira in Locride, «sulla sinistra per chi entra nel golfo di Corinto». Circa, tre giorni dopo egli cominciò l'assalto alla città per mare e per terra. Dalla parte del mare l'assalto risultò meglio gestito poiché si trattava della flotta romana, armata con strumenti di lancio e macchine da guerra di ogni tipo. In pochi giorni la città si arrese e si consegnò agli Etoli. Secondo i patti il bottino di guerra andò ai Romani. Fu proprio durante questo assedio che a Levino venne consegnata una lettera in cui gli si annunciava di essere stato fatto console e che stava per arrivare il suo successore Publio Sulpicio. Sappiamo che Levino, impedito da una lunga malattia, Levino giunse a Roma più tardi di quanto tutti prevedessero.[43]

Nonostante ci fossero preoccupazioni per Roma e dubbi per i suoi metodi[44], la coalizione schierata contro Filippo continuava ad allargarsi; come concesso dal trattato, Pergamo, Elis e Messenia, seguite poi da Sparta, si unirono all'alleanza contro la Macedonia[45]. Le flotte di Roma e di Pergamo controllavano il mare, mentre i macedoni con i propri alleati erano bloccati dal resto della coalizione sulla terraferma. La strategia romana di tenere impegnato Filippo in Grecia con una guerra tra greci ebbe successo, ed infatti, quando Levino tornò alla capitale per venire eletto console, fu in grado di dichiarare che la legione dispiegata contro il re macedone poteva essere ritirata senza problema alcuno[46].

Ad ogni modo, gli abitanti di Elis, di Messenia e gli spartani rimasero fermi con le ostilità fino al termine del 210 a.C., mentre Filippo invece continuava ad avanzare. Provò e riuscì a prendere Echinus, con un lungo assedio, dopo aver scongiurato un tentativo di liberare la città da parte dello stratega Dorimaco e della flotta romana, in quel momento comandata non più da Levino, ma da Publio Sulpicio Galba Massimo. Muovendosi con le sue armate verso ovest, il re macedone prese probabilmente Phalara, la città-porto di Lamia. Nel frattempo, Sulpicio e Dorimaco avevano preso Egina, un'isola nel golfo Saronico,[47] che poi gli Etoli vendettero al re di Pergamo Attalo, per 30 talenti, in modo che lui la potesse usare come base per le sue operazioni contro la Macedonia nel mare Egeo.

Nella primavera 209, Filippo ricevette una richiesta d'aiuto dai suoi alleati della lega achea nel Peloponneso, sottoposti all'attacco di Sparta e degli Etoli. Ebbe poi anche notizia che Attalo era stato nominato come uno dei due comandanti supremi della Lega etolica e che era intenzionato ad attraversare l'Egeo partendo dall'Asia Minore[48]. Filippo quindi partì verso il sud della Grecia. Nella città di Lamia intercettò parte dell'esercito etolico, sostenuto da forze di Roma e di Pergamo, sotto il comando del stratego Firrias, collega di Attalo nella campagna militare. Filippo riuscì a vincere due battaglie a Lamia, con gravi perdite per le truppe di Firrias. Gli Etoli e i loro alleati furono costretti a ritirarsi all'interno delle mura della città, dove rimasero, evitando di dare battaglia in campo aperto.

I falliti tentativi di pace[modifica | modifica wikitesto]

L'Eubea dal satellite

Filippo partì da Lamia per raggiungere Phalara, il porto; laggiù poté incontrare i rappresentanti degli stati neutrali di Rodi, Egitto, Atene e Chio che cercavano di far finire la guerra, guerra che li danneggiava nella loro attività principale, il commercio[49]. Livio ce li racconta preoccupati "non tanto per gli Etoli, più amanti dei combattimenti di quanto non fossero gli altri greci, quanto per la libertà della Grecia, che sarebbe stata seriamente in pericolo se Filippo e il suo regno avessero preso una parte attiva nella politica della stessa Grecia". Rappresentante della Lega etolica era Amynandor di Athamania. Venne firmata una tregua di 30 giorni e organizzata una conferenza di pace.

Filippo marciò verso Calcide, in Eubea, dove pose una guarnigione per impedire ad Attalo di impadronirsene, poi proseguì verso Aigio dove si teneva la conferenza, che però venne interrotta dalla notizia che Attalo aveva raggiunto Aegina, e che la flotta romana era arrivata a Lepanto. I rappresentanti etoli, resi più coraggiosi da questi eventi, chiesero come prima cosa che Filippo restituisse Pylos ai messeni, Atintania a Roma, e le popolazioni Ardiaei ai rispettivi sovrani, Scerdilaidas e Pleuratus I. Indignato, Filippo abbandonò i negoziati dicendo ai presenti che "potevano essergli testimoni di quanto lui stesse cercando una base per la pace, mentre gli altri stavano solo cercando un pretesto per fare la guerra"[50].

Ripresa delle ostilità[modifica | modifica wikitesto]

Da Lepanto, Sulpicio navigò verso est in direzione di Corinto e Sicione, conducendo nel frattempo anche delle incursioni. Filippo, con la sua cavalleria, catturò i romani scesi a terra e li costrinse a tornare sulle loro navi e quindi indietro a Lepanto.

Trireme romana

Filippo si riunì poi al generale acheo Cicliade, nei pressi di Dyme, per un condurre un attacco congiunto alla città di Elis, la principale base etolica delle operazioni contro gli achei [51]. Nel frattempo, Sulpicio aveva raggiunto Cillene e aveva rinforzato Elis con 4.000 uomini. Mentre guidava una carica, Filippo fu disarcionato, divenendo così l'oggetto di un aspro combattimento che si svolse attorno a lui, appiedato; il re macedone alla fine riuscì a mettersi in salvo. Il giorno successivo le forze congiunte di Filippo e Cicliade riuscirono a catturare la fortezza di Phiricus, ottenendo un bottino di circa 20 000 animali e facendo oltre 4 000 prigionieri. Alla notizia di nuove incursioni illiriche nel nord abbandonò l'Etolia per fare ritorno a Demetrias in Tessaglia[52]. Nello stesso tempo Sulpicio navigò nel mar Egeo fino a ad incontrare Attalo sull'isola di Aegina dove fece i quartieri per l'inverno.

Nel 208 a.C. la flotta, composta da 35 navi di Pergamo e 25 navi romane, non riuscì a conquistare Lemno, ma invece occupò e saccheggiò l'entroterra dell'isola di Peparethos, l'attuale Skopelos,anche questa possedimento macedone[53].

Attalo e Sulpicio, a questo punto, presero parte ad un incontro ad Heraclea Trachinia con gli Etoli, nuovamente in presenza di rappresentanti egiziani e di Rodi, che ancora perseguivano il raggiungimento della pace tra le due parti contendenti. Filippo, venuto a conoscenza dell'incontro e della presenza ad essa di Attalo, si mosse rapidamente verso sud nel tentativo di interromperla e catturare contemporaneamente i capi della coalizione nemica, arrivandovi comunque troppo tardi e fallendo nel suo piano[54].

A questo punto del conflitto, circondato da nemici, Filippo si trovò costretto ad adottare una politica difensiva,[55] distribuendo i suoi comandanti e le sue forze sul territorio, ed adottando un sistema di falò per segnalazione localizzati sulle alture, in modo da poter comunicare quasi istantaneamente i movimenti del nemico.

Sulpicio e Attalo, dopo aver lasciato Heraclea, attaccarono congiuntamente sia Oreus, sulla costa settentrionale dell'Eubea, che Opus, capitale della Locride orientale; mentre Attalo saccheggiava Opus, Sulpicio tornò ad Oreus, per raccogliervi la sua parte di bottino. A questo punto, Filippo, allertato dai segnali di fuoco, attaccò con successo Opus, lasciando ad Attalo appena il tempo di rifugiarsi su una delle sue navi.

Conseguenze[modifica | modifica wikitesto]

Il regno di Macedoni al tempo di Filippo V.

Anche se Filippo considerò la fuga di Attalo una sconfitta molto amara[56], l'episodio può essere considerato come il punto di svolta dell'intera guerra. Attalo fu obbligato a fare ritorno a Pergamo, dopo aver saputo, ad Opus, che, forse a causa delle richieste di Filippo stesso, il re di Bitinia Prusia I, imparentato per matrimonio con il macedone, si stava muovendo verso la sua città. Sulpicio invece fece ritorno ad Aegina, lasciando Filippo, libero dalla pressione delle flotte romana e di quella di Pergamo, di ricominciare le azioni offensive contro gli Etoli. Riuscì a catturare Thronium, seguita da Tithronium e Drymaea a nord del fiume Cephisus, controllando a quel punto tutta la Locride[57], e riprendendo il controllo di Oreus.[58].

Gli stati neutrali legati al commercio continuavano a cercare la pace. Ad Elateia, Filippo aveva incontrato i rappresentanti egiziani e di Rodi, gli stessi che erano ad Eraclea, e di nuovo li incontrò nella primavera del 207 a.C., ma senza alcun risultato[59]. Dopo altri incontri, la guerra proseguiva comunque a favore di Filippo, ma gli Etoli, seppur abbandonati sia da Pergamo che da Roma, non erano disponibili ad accettare le condizioni di pace richieste da Filippo. Infine, dopo un'altra stagione di combattimenti, nel 206 a.C., gli appartenenti alla Lega etolica si arresero e, senza il consenso di Roma, firmarono una pace separata alle condizioni imposte loro da Filippo.

Nella successiva primavera [60], i Romani inviarono il censore e console Publio Sempronio Tuditano con un seguito di 35 navi e circa 11 000 uomini a Dyrrachium in Illiria, dove incitò i Parthini alla rivolta e pose l'assedio di Dimale. Comunque, all'arrivo di Filippo, Sempronio sciolse l'assedio, ritirandosi all'interno delle mura della città di Apollonia, e in seguito istigò senza successo gli Etoli alla rottura del trattato firmato con il macedone.

Senza più alleati in tutta la Grecia, ma avendo comunque ottenuto l'obbiettivo di prevenire il possibile aiuto di Filippo ad Annibale, i romani erano a questo punto disponibili a firmare la pace.

Un trattato venne firmato a Fenice, nel 205 a.C., la cosiddetta pace di Fenice, ponendo in questo modo fine alla prima guerra macedonica[61].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Periochae, 24.4.
  2. ^ Livio, XXVI, 26.4.
  3. ^ a b Periochae, 24.4.
  4. ^ Polibio, VIII, 1, 6.
  5. ^ Periochae, 24.4-5.
  6. ^ Polibio, II, 11.
  7. ^ Polibio, III, 16; III, 18–19; IV, 66.
  8. ^ Polibio, V, 101.
  9. ^ Polibio, V, 102.
  10. ^ Polibio, V, 103-105.
  11. ^ Lancel, Serge (1995) Hannibal cover: "Roman bust of Hannibal. Museo Archeologico Nazionale. Naples".
  12. ^ Livio, XXIII.
  13. ^ Livio, XXIII. Livio prima ci racconta che vennero preparate 20 navi e, insieme alle 5 che stavano trasportano gli agenti verso Roma, inviate a raggiungere la flotta di 25 altre navi di Flacco. Nello stesso passaggio, però, afferma che le navi partite da Ostia verso Taranto sono 30, parlandoci di una flotta totale di 55. Walbank, p. 75, nota 2, dice che il totale di 55 è un errore, citando anche Holleaux, 187, n. 1.
  14. ^ a b Polibio, V, 109.
  15. ^ Walbank, p. 69; Polibio, V, 1, 95 e 108.
  16. ^ Wilkes, p. 157; Polibio, II, 3.
  17. ^ Polibio, V, 109.
  18. ^ Polibio, V, 108.
  19. ^ Walbank, p. 69.
  20. ^ Polibio, V, 110.
  21. ^ Livio, XXIV, 40.1-3; Walbank, p. 75.
  22. ^ Livio, XXIII, 48; e XXIV, 16-17.
  23. ^ Livio, XXIV, 40.4-6.
  24. ^ Livio, XXIV, 40.7-8, contestato da Walbank, p. 76, note 1.
  25. ^ Livio, XXIV, 40.9.
  26. ^ Livio, XXIV, 40.10-13.
  27. ^ Livio, XXIV, 40.14-17.
  28. ^ Walbank p. 80; Livio, XXVII e XXIX.
  29. ^ Polibio, VIII, 15-16.
  30. ^ Livio, XXIV, 13 e XXV, 23.
  31. ^ Walbank, p. 82; Livio, XXV, 30 e XXVI, 24.
  32. ^ Livio, XXVI, 1.12.
  33. ^ Livio, XXVI, 24.1-2
  34. ^ Livio, XXVI, 24.4-9; secondo quanto ci dice Walbank, p. 84, nota 2, "Livio omette di citare Messenia e descrive inoltre in maniera erronea Pleuratus come re della Tracia."
  35. ^ Livio, XXVI, 24.10-11.
  36. ^ Livio, XXVI, 24.15-16.
  37. ^ Livio, XXVI, 25.1.
  38. ^ Livio, XXVI, 25.2-5.
  39. ^ Livio, XXVI, 25.6-8.
  40. ^ Livio, XXVI, 25.9-11.
  41. ^ Livio, XXVI, 25.15.
  42. ^ Livio, XXVI, 25.16-17; Polibio, IX, 40.
  43. ^ Livio, XXVI, 26.1-4; Polibio, IX, 39. Livio racconta che Anticyra era nella Locride, ma gli studiosi moderni non sono d'accordo, si veda ad es. Gaetano De Sanctis, Storia dei Romani, vol. III, parte II, p. 405, n. 57; Walbank, p. 87, note 2.
  44. ^ Polibio, IX, 37–39; X, 15.
  45. ^ Polibio, IX, 30.
  46. ^ Livio, XXVI, 28.
  47. ^ Polibio, IX, 42.
  48. ^ Livio, XXVII, 29.
  49. ^ Walbank, p. 89–90.
  50. ^ Livio, XXVII, 30.
  51. ^ Livio, XXVII, 31.
  52. ^ Livio, XXVII, 32.
  53. ^ Livio, XXVIII, 5.
  54. ^ Polibio, X, 42; Livio, XXVIII, 5.
  55. ^ Polibio, X, 41; Livio, XXVIII, 5.
  56. ^ Polibio, XI, 7; Livio, XXVIII, 7.
  57. ^ Livio, XXVIII, 7; Walbank, p. 96.
  58. ^ Livio, XXVIII, 8.
  59. ^ Livio, XXVIII, 7.
  60. ^ According to Walbank, p. 102, note 2, Livio, XXIX, 12 "is spoilt by annalistic contamination, which, in the interests of Roman policy, tries to run the Aetolian peace and the return of the Romans as closely together as possible".
  61. ^ Livio, XXIX, 12.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Fonti primarie
Fonti storiografiche moderne