Grande Madre

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La Grande Madre (e anche Grande Dea, o Dea Madre) è una divinità femminile primordiale, che si concretizza in forme molto diverse in una vasta gamma di culture, civiltà e popolazioni di varie aree del mondo sia nel periodo paleolitico, coinvolgendo quindi le civiltà di cacciatori-raccoglitori, sia nel periodo neolitico, interessando civiltà già centrate sull'agricoltura e l'allevamento animale. In quanto tale, la Grande Madre si incarna non soltanto in figure di dee concrete, con le loro corrispondenti mitologie, ma anche in una vasta gamma di simboli, che coinvolgono sia il mondo animale sia gli oggetti inanimati. Essa esprime dunque l'interminato ciclo di nascita-sviluppo-maturità-declino-morte-rigenerazione che caratterizza sia le vite umane sia i cicli naturali e cosmici. Il femminile risulta quindi un necessario elemento mediatore fra il mondo umano e quello divino.

Per quanto riguarda l'orizzonte temporale, questo intreccio fra mitologia e cosmologia caratterizza un periodo molto esteso che, almeno in Europa, va dal 35.000 a.C. al 3.000 a.C. circa. Anzi, in talune aree del Mediterraneo (Creta) il mondo della Grande Madre continua a permanere fino al II millennio a.C. inoltrato. In ogni caso la figura della Grande Madre esercita profonde influenze anche nella religione e nelle mitologie di tutte le civiltà indoeuropee dell'età classica, da quella latina a quella greca, da quella celtica a quella baltica, da quella germanica a quella slava, con una presenza decisiva anche nella formazione delle religioni e mitologie indiane.
La presenza del culto della Grande Madre attesterebbe l'esistenza di strutture matrifocali nelle civiltà del Paleolitico e del Neolitico: tuttavia non c'è un legame diretto, perché tanti esempi delle civiltà classiche continuano a venerare figure di dee espressione della Grande Madre, anche in presenza di società più o meno rigidamente patriarcali.

Mitologia[modifica | modifica wikitesto]

Scultura prenuragica - Madre Mediterranea (Sardegna, III millennio a.C.)
Madonna scolpita nella Pieve dei Santi Vito e Modesto a Corsignano, probabile retaggio di antichi culti della Grande Madre risalenti a Iside [1]

Il culto della Grande Madre risale al Neolitico e forse addirittura al Paleolitico, se si leggono in questo senso le numerose figure femminili steatopigie (cosiddette "Veneri") ritrovate in tutta Europa, di cui naturalmente non conosciamo il nome.

Nel corso del tempo, con l'esplosione demografica dovuta alle origini dell'agricoltura e alla conseguente crescita di complessità delle culture, le "competenze" della Grande Madre si moltiplicarono in diverse divinità femminili. La Grande Dea, pur continuando ad esistere e ad avere culti propri, assumerà personificazioni distinte, per esempio per sovrintendere all'amore sensuale (Ishtar-Astarte-Afrodite pandemia-Venere), alla fertilità delle donne (Ecate triforme, come tre sono le fasi della vita), alla fertilità dei campi (Demetra / Cerere e Persefone / Proserpina), alla caccia (Kubaba, Cibele, quindi Artemide-Diana).

Siccome il ciclo naturale delle messi implica la morte e la rinascita del seme, la Grande Dea è connessa anche a culti legati al ciclo morte-rinascita, simboleggiato dalla Luna, che lo rappresenta sin da tempi antichissimi (i più arcaici di questi riti sono riservati alle donne, come quello di Mater Matuta o della Bona Dea). Nelle feste e nei misteri in onore del gruppo Demetra / Cerere-Persefone / Proserpina, il culto della Dea Madre segna il volgere delle stagioni, ma anche la domanda universale degli esseri umani di rinascere proprio come il seme rinasce dalla terra. In particolare, la rigenerazione era rappresentata dalla dea rana, dalla dea pesce, dalla dea porcospino, dalla clessidra, con i suoi doppi triangoli quali simboli di rinascita, e dalle pietre triangolari che danno una rappresentazione stilizzata della dea, connessa a rami e germogli.

L'evoluzione mitografica e mitopoietica della figura della Grande Madre, in civiltà particolarmente stratificate come quelle europee, mesopotamiche e indiane, produce una moltitudine di sincretismi e di connessioni fra divinità antiche e divinità innovative. Nei politeismi delle civiltà classiche, ad esempio, un interessante elemento di connessione consisteva nella parentela mitologica attestata da mitografi e poeti antichi (ad esempio, Ecate è figlia di Gea; Demetra è figlia di Rea).

Altro carattere che permette di riconoscere le tracce della Grande Dea neolitica nelle sue eredi della civiltà classica è poi la permanenza di specifici attributi iconologici e simbolici che richiamano l'orizzonte originario.

Ad esempio:

  • il dominio sugli animali, che accomuna i leoni alati che accompagnano Ishtar, la cerva di Diana e il serpente ctonio della dea cretese;
  • l'ambientazione tra rupi (o in caverne, a ricordare il carattere ctonio della divinità originaria) e boschi, o presso acque;
  • il carattere e i culti notturni.

Anche nelle trasformazioni religiose sul lungo periodo, la memoria della divinità arcaica, "signora" di luoghi e di bisogni umani primari, si mantenne, si trasmise e persino si diffuse, dando luogo a culti dal forte carattere sincretico, che arrivano fino ai nostri giorni (si pensi all'estrema importanza delle Madonne Nere venerate un po' in tutta Europa).

Nell'area mediterranea e medioorientale conosciamo i nomi e le storie di molte incarnazioni storiche della Grande Madre:

Una variante della Grande Madre nell'estremo occidente è, secondo Robert Graves, la Dea Bianca della mitologia celtica (colei che a Samotracia si chiamava Leucotea e proteggeva i marinai nei naufragi). Questo è segno di un'antichissima circolazione mitologica negli spazi euromediterranei, e forse anche di stratificazioni etniche a tutt'oggi solo intraviste e ancora da chiarire (come sarebbe indicato dall'asserita presenza di elementi afro-asiatici nelle lingue celtiche, che sarebbero indizio di migrazioni dalle regioni dell'Africa settentrionale verso l'Europa occidentale).

Dei del cielo e dee della terra[modifica | modifica wikitesto]

Le civiltà del pianeta, passate e presenti, e in maniera molto intensa soprattutto quelle delle aree europee, medioorientali e indiane, sono impregnate da miti, leggende e riti nei quali viene presentato il ciclo vitale alimentato da un continuo legame fra il regno della madre (terra) e il regno del padre (cielo). Storicamente ciò nasce soprattutto da una serie plurimillenaria di contatti e di conflitti che hanno messo in relazione le civiltà agricole, stanziali, del bacino del Mediterraneo con le civiltà delle steppe, nomadiche, basate sull'allevamento animale (indoeuropei delle coste del Mar Nero e dell'Asia Centrale, semiti delle steppe arabiche). Fra queste stratificazioni etniche assai diverse talvolta prevalse il conflitto, talvolta la simbiosi: e questo insiemi di conflitti e di simbiosi generò poi le civiltà dell'eta classica - latina, greca, iranica, indiana e così via - profondamente sincretiche, e nello stesso tempo celanti al loro interno forti tensioni simboliche.

In forma matura, elaborata dalla mitologia, le connessioni fra dee della terra e dei del cielo esprimono una cosmologia dinergica dell'armonia e dell'integrazione della dualità, in cui ognuna delle due polarità rimanda indissolubilmente all'altra. La dinergia immanente è iscritta nella simbologia dell'uovo (simbolo latente e potenziale della trasformazione e del mistero che antecede l'essere). Ciò è presente anche in talune figuri di dei maschili, Kronos/Saturno e Hermes/Mercurio, che posseggono rappresentazioni andro-gine o erm-afrodite, evidenzianti l'intrecciarsi tra uomini e donne, dei e dee, cielo e terra. Col tempo, la simbologia degli dei del cielo si sovrappose alla simbologia delle dee della terra, senza però annullarla. Anche se questa simbologia venne il più delle volte marginalizzata, essa continuò ad informare di sé in maniera decisiva le creazioni artistiche e le nuove forme di religiosità. Venne così a crearsi una duplice nostalgia: per il mondo neolitico, arcaico della dea madre e per le divinità maschili signori delle volte celesti che guidavano le migrazioni dei popoli delle steppe.

Particolarmente importanti sono le ibridazioni e le contraddizioni che caratterizzano le società greca e indiana del I millennio a. C. In entrambi i casi l'interazione dinergica tra maschile e femminile asserita sul piano religioso e mitologico fu contrastata e depotenziata entro le strutture di una società androcratica, ma continuò a fecondare profonde radici di pensiero. La vediamo espressa in maniera esemplare nel tempio rupestre a Elephanta di Shiva, “ il signore la cui metà è donna”. Nella tradizione spirituale dell'India la cosmologia dinergica è espressa in maniera particolarmente chiara dalla simbiosi fecondatrice fra Shiva, divinità maschile, principio di ordine e forma, coscienza pura che pervade l'universo, e la consorte Shakti, divinità femminile, espressione dinamica dell'energia, delle potenzialità generatrici insite nelle creature e nel cosmo. Shiva è desiderio unito a Shakti che è tempo. Il pensiero astratto può manifestarsi solo attraverso la potenza creatrice: "Shiva senza Shakti è un cadavere".

I compagni della Grande Madre[modifica | modifica wikitesto]

L'universo cultuale della Grande Madre possedeva anche, in molti contesti culturali, figure maschili, inizialmente descritte come figure plurime o collettive (come i Dattili di Samotracia).

L'evoluzione di tali figure e la loro progressiva personificazione individuale sembrano confermare l'idea di un'origine matrifocale delle civiltà agricole, sia per l'appellativo di "figlio della dea" che viene attribuito a talune divinità maschili particolarmente legate alla terra (come Dioniso), sia perché la trasformazione in senso patriarcale del pantheon è attestata in epoca relativamente tarda, quando i maschi avevano compreso appieno il loro ruolo nel processo generativo. Un tratto fondamentale delle religioni arcaiche, in molti contesti culturali, è il rapporto misterioso che corre tra la Grande Dea e il suo compagno, caratterizzato dall'essere minore di lei, per età e per poteri, e che spesso si presenta, almeno inizialmente, come una figura di giovane amante, assai simile ad un figlio (si veda in proposito la coppia Cibele-Attis).

Nell'Europa antica gli animali e gli esseri umani maschili sono di stimolo e di rinforzo alla vita. Il fallo è un simbolo importante, che viene riprodotto da solo o che viene fatto emergre dall'utero della donna, o tra due corna. Nelle sculture l'energia divina del fallo viene anche mostrata confusa nel corpo femminile, creatore della vita, e anche questa è una manira di esibire la complementarità tra i due sessi.

Successivamente, le divinità maschili compaiono come partner della Dea. Il compagno della Grande Dea, in particolare, era un protagonista dei riti delle nozze sacre (hieros gamos), collegati al ciclo della vegetazione per assicurare la fertilità della terra, e quindi in genere celebrati in primavera. In epoca storica vediamo praticati questi riti presso i Sumeri e altre culture del Medio Oriente, con un'unione sessuale in cui i partecipanti umani assumevano le caratteristiche delle divinità. Il rito era spesso praticato dal monarca e da una sacerdotessa della divinità.

Esiste una copiosa iconografia delle nozze sacre, con il tema ricorrente dello sposo che giungeva dal mare e che consumava le nozze nel santuario della dea: in particolare qusto scenario viene rappresentato nell'Affresco della Barca della Casa Occidentale di Akrotiri, a Thera, che risale al periodo immediatamente antecedente alla disastrosa eruzione del 1627 a.C., che distrusse questo importantissimo centro della civiltà egea. Nell'affresco troviamo anche la dea-sacerdotessa, con il ruolo di sposa, che si affaccia dal balcone: l figure femminili sono in genere rappresentate in una collocazione più elevata rispetto ai maschi, che le raggiungono portando come dono animali sacrificati. La barca dello sposo maschio è dcorata con simboli della dea: ghirlande di fiori di croco stilizzati, farfalle e girasoli. Sui fianchi della barca sono invece dipinti delfini e leoni.

Questa tradizione matrifocale prosegue anche nella Grecia classica, ad esempio nel rito delle nozze sacre che si celebrava nel santuario dedicato a Hera. Un altro esempio si trova nel santuario di Orithia, con un affresco in avorio, risalente al sesto secolo a. C., che ritrae lo sposo teneramente accolto dalla dea.

Psicologia e simbolismo[modifica | modifica wikitesto]

Lugansk, Ucraina (datazione ignota)
  • Nella psicologia di Jung la Grande Madre è una delle potenze numinose dell'inconscio, un archetipo di grande ed ambivalente potenza, nello stesso tempo distruttrice e salvatrice, nutrice e divoratrice.
  • Nell'opera di Erich Neumann, che più di tutti gli allievi di Jung dedicò i propri studi ai vari aspetti del femminile, l'archetipo della Grande Madre (tendenzialmente conservativo e nemico della differenziazione) è il principale ostacolo allo sviluppo del individuale, che per conquistare la propria parte femminile deve sviluppare le proprie capacità di separazione e di autoaffermazione.
  • La figura (e l'archetipo) della Grande Madre riappare non di rado nelle opere creative della tradizione occidentale: dalla figura di Medea, che ha attraversato i secoli da Euripide a Pasolini, alla Regina della Notte del Flauto Magico di Mozart, a certe battute e immagini del cinema di Woody Allen.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Andrea Romanazzi, Guida alla Dea Madre in Italia. Itinerari fra culti e tradizioni popolari, Roma, Venexia, 2005, ISBN 88-87944-35-0.
  • Marija Gimbutas, Miriam Robbins Dexter e Martino Doni, Le dee viventi, Milano, Medusa, 2005, ISBN 978-88-7698-009-1.
  • Marija Gimbutas, Il linguaggio della dea, Roma, Venexia, 2008, ISBN 978-88-87944-62-4.
  • Robert Graves, La Dea bianca. Grammatica storica del mito poetico, 4ª ed., Milano, Adelphi, 2012 [1992], ISBN 978-88-459-2359-3.
  • Vittorio Dini, Il potere delle antiche madri, Firenze, Pontecorboli, 1995, ISBN 88-85207-31-6.
  • Eric Neumann e Antonio Vitolo, La Grande Madre. Fenomenologia delle configurazioni femminili dell'inconscio, Roma, Casa Editrice Astrolabio, 1981, ISBN 88-340-0706-9.
  • Roberto La Paglia, La Grande Madre. I culti femminili e la magia lunare, San Giorgio Jonico, Edizioni Akroamatikos, 2008, ISBN 978-88-903535-9-8.
  • Laura Rangoni, La grande madre. Il culto del femminile nella storia., Milano, Xenia, 2005, ISBN 88-7273-554-8.
  • Eric Neumann e Matelda Talarico, La psicologia del femminile, Roma, Casa Editrice Astrolabio, 1975, ISBN 88-340-0100-1.
  • Eric Neumann e Donatella Besana, La terra Madre e Dea. Sacralità della natura che ci fa vivere, Como, Red, 1989, ISBN 88-7031-729-3.
  • Gianluca Bocchi e Mauro Ceruti, Origine di storie, Milano, Feltrinelli, 1993, ISBN 88-07-08118-0.
  • Erich Neumann, Carl Gustav Jung e Gianfranco Tedeschi, Storia delle origini della coscienza, Roma, Astrolabio-Ubaldini, 1978, ISBN 88-340-0099-4.

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