Horus

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Rappresentazione antropomorfa di Horus

Horus è una divinità egizia appartenente alla religione dell'antico Egitto. L'iconografia del dio lo vuole rappresentato da un falco, talvolta in forma antropomorfa. Il termine egizio hor significava viso, ma anche lontano[1] e, modificato nella forma femminile horet[2] indicava il cielo. Per estensione anche Horus indicò il volto del cielo in cui l'occhio sinistro era la luna mentre il destro il sole.

Benché adorato in molteplici nòmi, o distretti, egizi[3][4] il suo centro di culto principale fu ad Edfu.

Horus come fusione di altre divinità[modifica | modifica wikitesto]

Il dio Nekheni in una statua della VI dinastia rinvenuta nel 1898 dall'egittologo James Quibell (Museo egizio, Il Cairo)

In epoca preistorica molteplici furono le divinità collegate alla figura del falco talché, in origine, durante gli studi di decifrazione dei geroglifici, si pensò che il termine hor indicasse proprio tale animale[5]. Verso la fine della preistoria, e verosimilmente in età Thinita (2950-2900 a.C.), quando cioè la capitale era situata nella città di Thinis, il dio Horus venne scelto quale dio dinastico (prima o seconda dinastia) ottenendo il predominio sulle altre divinità falco tanto da essere riconosciuto come padre del re al punto che uno dei più antichi titoli regali fu appunto il Nome di Horus [6]

Il culto di Horus: nascita ed evoluzione[modifica | modifica wikitesto]

Statua di Horus (Tempio di Edfu, Egitto)

Estremamente complessa e articolata è la genealogia del culto di Horus in cui si sovrappongono anche differenti cosmogonie[7] in cui prevale, tuttavia, l'assimilazione del dio falco con il sole.

Secondo alcune ipotesi[8], Horus era originariamente un dio protettore del 3° nomo del Basso Egitto che, in periodo preistorico, aveva avuto gran parte nell'unificazione del regno sotto le dinastie eliopolitane. Da questo nomo, nel corso della III dinastia, sarebbe derivata la rivolta che avrebbe portato al superamento dello scisma sethiano (vedi sezione successiva). Da tale vittoria[9] sarebbe scaturita, peraltro, la leggenda di Horus vendicatore di suo padre Osiride sul dio Seth.

Due località, rispettivamente dell'Alto e del Basso Egitto, Behdet (forse l'odierna Edfu) e Imaret[10] nel III nomo, si contesero a lungo il titolo di primazia sulla nascita di Horus[11]. Imaret cambiò successivamente il suo nome in Dimanhoru, che recava in sé il nome del dio che echeggia ancora nel nome arabo attuale Damanhur.

A Behdet, Horus assunse forma umana con testa di falco, armato di arco e frecce e di una lancia la cui cuspide era sostenuta da una testa di falco; tale figura acquistò dignità divina guerriera, a sua volta, con il titolo di Horus Behedeti[12].

Il verso della paletta di Narmer, in cui il dio Horus sovrasta il prigioniero con i tratti somatici tipici delle popolazioni del Delta (Museo egizio, Il Cairo)

Altri studi vogliono che il culto di Horus sia nato nel Delta nilotico e che esso penetrò nell'Alto Egitto a seguito di guerre di conquista predinastiche contro popolazioni adoratrici del dio Seth; in tal senso, il conflitto e lo scontro tra Horus e Seth, come vuole la mitologia egizia, avrebbero perciò un fondamento reale[13]. Anche il nome del re Horus d'Oro avrebbe precisi riferimenti alla sottomissione di popolazioni adoratrici di Seth; il dio Horus, infatti, poggia sul geroglifico nbw (leggi nebu), ovvero oro, ed uno dei centri in cui maggiormente era adorato Seth era Nebet, ovvero Città dell'Oro.

Di converso altri studi indicano l'Alto Egitto quale patria di nascita di Horus[14] e il re Menes/Narmer, unificatore dell'Egitto e primo dei re dinastici, quale veicolo di penetrazione del culto nel Basso Egitto e nell'area del Delta. Ciò troverebbe fondamento iconografico nella Paletta di Narmer, una lastra commemorativa in siltite che evocherebbe la vittoria sui popoli del nord, in cui il re brandisce una mazza da guerra mentre si accinge a colpire un nemico; in alto, a destra, sovrastante il simbolo dei papiri che rappresentano appunto il Delta, un falco stringe nell'artiglio una fune legata al naso di un altro prigioniero che reca i caratteri somatici tipici delle genti del Basso Egitto. Sul recto della Paletta, inoltre, in una sorta di marcia trionfale del re Menes/Narmer, due stendardi dei distretti vincitori portati da altrettanti alfieri, recano alla sommità il simbolo del falco quasi a confermare la supremazia del dio.

Particolare del recto della paletta di Narmer, in cui due stendardi sovrastati dal falco partecipano alla marcia trionfale (Museo egizio, Il Cairo)

Anche la città di Nekhen, a circa 80 km. da Luxor nell'Alto Egitto, adorò fin dal periodo predinastico un dio dalla testa di falco, Nekheni, il cui capo era sovrastato da due alte piume. Una statua della VI dinastia, rinvenuta dall'egittologo Quibell nel 1898 presenta un tale copricapo pur essendo ormai il dio stato pienamente assimilato ad Horus[15]. Tale fu il radicamento del culto di Horus a Nekhen, che i greci, millenni dopo, chiamarono la città Hieraconpolis, ovvero Città del Falco.

È perciò palese[16] che Horus, già in periodo predinastico, ed ancor prima dell'unificazione della I dinastia era considerato, sia nel sud che nel nord del Paese, dio protettore dei re tanto che questi venivano indicati con il termine Horus Vivente poi confluito, in epoca dinastica, nel Nome di Horus e ribadito nel successivo nome Horus d'Oro.

Il geroglifico rappresentante il nome Horus d'Oro, bik-nebu:

G8

costituito dai due segni

G5

bk (leggi bik) e

S12

nbw (leggi nebu)

Una defunta, Djed-khonsu-iwes-ankh, porge cibo, acqua e fiori al dio Ra-Horakhti

Anche se Horus era una delle più antiche divinità dell'Egitto, ben presto i sacerdoti di Heliopolis cercarono di scalzarne il predominio ponendogli accanto il dio Ra, ovvero il sole. Si ritiene [17] che la fusione Ra-Hor-Akhti, ovvero Ra e Horus dei Due Orizzonti[18], rappresentata da un uomo con la testa di falco che reca sul capo il disco solare, sia la dimostrazione di un compromesso tra le due classi sacerdotali; tuttavia si rese necessario differenziare il culto del dio falco da quello strettamente solare dando così ad Horus la condizione di figlio di Osiride ed Iside, vendicatore del proprio padre assassinato e smembrato da Seth. Da tale situazione derivarono altre denominazioni sincretiche di Horus: Hor-Sa-Isis, ovvero Horus figlio di Iside; Hor-mer-tef, Horus vendicatore di suo Padre; Hor-Pi-chrod, Horus il bambino (sott. di Iside) [19]. Quest'ultimo epiteto verrà adottato millenni dopo dai greci con il nome di Arpocrate, rappresentato come un fanciullo con l'indice della mano destra in bocca.

Rappresentazione della forma di falco di Horus

Nella sua forma di Hor-Sa-Isis, figlio di Iside, Horus era invece considerato amico e protettore dei morti incarico in cui era aiutato da quattro altri dei, i suoi figli divenuti, durante il Secondo Periodo Intermedio, protettori dei visceri che venivano estratti dal corpo del defunto e che venivano, dapprima riposti in una cassetta a quattro scomparti. Durante il Nuovo Regno e segnatamente con la XIX dinastia, si instaura l'usanza di vasi canopici distinti, dotati di coperchi che rappresentano le teste dei quattro Figli di Horo. Anche quando, durante il Terzo Periodo Intermedio e la XXI dinastia, gli organi verranno imbalsamati a parte e reinseriti nel corpo del defunto, sopravviverà l'usanza dei vasi canopici, in questo caso solo simulacri giacché non cavi all'interno, recanti le teste dei quattro dei:

  • Hamset (umana), per il fegato;
  • Hapi (babbuino), per i polmoni;
  • Kebehsenef (falco), per gli intestini;
  • Duamutef (sciacallo), per lo stomaco.
Statuetta di Horus in forma di falco (Museo del Louvre, Parigi)

Altre ipostasi di Horus[20] erano:

  • Horus-Heri-Khenduf, ovvero Horo che siede sul suo trono, antropomorfo con testa di falco, che reca tra le mani il segno della vita, ankh, e lo scettro was. Compito di tale divinità, secondo il libro dell'Amduat, era metere in movimento le stelle e stabilire la posizione delle ore;
  • Horus-Imi-Shenut, ovvero Horus che è nella città della rete, noto anche come Horus di Sohag (dalla città ove sorgeva il suo tempio principale)[21], il cui culto è attestato tra Abido e Akhmin. Un'altra interpretazione della lettura del nome, per diversa traslitterazione, vorrebbe il nome traducibile come Horus, che fa parte dei rimorchiatori ovvero che aiuta a trainare la barca solare di Ra e che, egli stesso, rappresentazione del sole dei due orizzonti, ovvero all'alba e al tramonto;
  • Horus-Khenti-Kheti, ovvero Horus sole che si leva ad est, il cui culto è attestato nell'antica Tent, la greca Athribis, capitale del X nomo del Basso Egitto;
  • Horus-Semataui, ovvero Horus che unisce le Due Terre;
  • Horus-Shed, ovvero Horus salvatore, rappresentato come fanciullo. Durante la XVIII dinastia identificato con Harsiesis e Harmakis quest'ultimo, compendiato nella sfinge di Giza, sommante in sé la quadruplice essenza di Atum, Khepri, Ra e dello stesso Horus.

Lo scisma sethiano[modifica | modifica wikitesto]

Serekht sovrastato dal dio Seth, che sostituì per un periodo il Nome di Horus del faraone Peribsen

Verso la fine della II dinastia, con lo spostamento della capitale ad Abido, il re Peribsen, con quello che va sotto il nome di scisma sethiano, sostituì il dio dinastico Horus con il dio Seth, nemico di Horus, e il Nome di Horus scomparve, perciò, dalla titolatura regale[22] Con la III dinastia, ed il re Khasekhemwy, si pervenne ad una sorta di compromesso ed il serekht[23] venne sovrastato da entrambe le divinità affrontate. Con il prosieguo della III dinastia, il Nome di Horus venne poi ripristinato [24] e una tale condizione di dualità non si ripeterà mai più nel corso della millenaria storia dell'Egitto antico.

I miti di Horus ed il culto a Edfu[modifica | modifica wikitesto]

Molteplici sono i miti riguardanti Horus basati sulla sua nascita e sul suo ruolo di vendicatore del padre Osiride. Il Papiro Chester Beatty I, in ieratico risalente al regno di Ramses V, ma molto probabilmente riscrittura di un testo di epoca precedente, narra una delle più antiche versioni della Disputa tra Horo e Seth durata ottanta anni[25].

Serekht con il Nome di Horus del faraone Djer (Museo del Louvre, Parigi)

Nel tempio di Horus a Edfu[26], l'antica Wetjeset-Hor (ovvero Il Luogo dove si celebra Horus), viene data notevole importanza ai miti riguardanti la lotta tra Horus e Seth. Uno dei nomi del tempio[27] era, infatti Djebat, ovvero Città del Castigo, con riferimento al fatto che in questa località Horus avrebbe vendicato il padre Osiride. Ancora a dimostrazione dell'importanza del culto di Horus, si consideri che tutte le pareti del tempio sono ricoperte di testi in corsivo e geroglifico particolarmente complessi e di difficile interpretazione (tanto che molti non sono stati ancora tradotti) giacché i sacerdoti tolemaici pensarono di riportare, per iscritto, tutti gli elementi mitologici, narrativi e cultuali che, sino ad allora, erano stati tramandati verbalmente, di generazione in generazione, o trascritti su papiro facilmente deperibile [28].

Particolarmente importante era, per i sacerdoti di Horus ad Edfu, il Rito del Mattino[29]: molto prima dell'alba veniva sacrificato un bue; all'alba il re[30][31], ed in sua sostituzione il Grande Sacerdote che recava l'epiteto de "Il re stesso", entrava nella Stanza del Mattino ove si purificava con acqua, incenso e natron; si recava quindi, rigorosamente da solo, al Santuario ove spezzava i sigilli in argilla apposti la sera precedente e rivelava il volto del dio. Dopo varie liturgie purificatrici poggiava le sue mani sul dio, lo liberava cioè dagli indumenti notturni e lo lavava incensandolo; lo rivestiva quindi con un drappo bianco, seguito da uno verde ed uno rosso; fissava, infine, un collare di gemme al collo del dio purificandolo ancora con incenso. Prima di richiudere le porte del Santuario dotava il dio dei simboli regi: il pastorale, la frusta, la corona e lo scettro, gioielli vari. Il Grande sacerdote usciva quindi camminando all'indietro e spazzando il terreno davanti a sé, per cancellare le proprie orme, con una pianta detta hdn (leggi heden). L'ultima operazione consisteva nell'incensamento del Santuario, cui aveva apposto nel frattempo un sigillo di argilla, girandogli attorno. Un cerimoniale ridotto, ma sostanzialmente analogo, si svolgeva durante il Rito di mezzogiorno ed alla sera quando il dio veniva spogliato, rivestito degli abiti notturni e riposto nel suo tabernacolo per la notte.

Statuetta di un'offerta al dio Horus (Museo del Louvre, Parigi)

Anche nel mito osiriaco della morte e resurrezione del dio, Horus acquista particolare importanza giacché a lui spetta, come successore del padre Osiride e dopo l'azione vendicatrice nei confronti dei suoi nemici, l'operazione dell'apertura della bocca e degli occhi del predecessore consentendogli così di mandare fuori l'anima, di mettersi in cammino, mentre il corpo rimane legato alla terra[32]; il sorgere di Orione nel cielo meridionale, dopo il lungo periodo di invisibilità, è il segno della rinascita e dell'inizio della nuova stagione.

Altra versione del mito di Horus è reperibile, in forma poetica, nel Libro dei Morti[33][34] in cui l'intervento di Horus consente al defunto dio di risorgere e di inviare la benefica piena nilotica[35].

Risale invece ai Testi dei sarcofagi[36] un vero e proprio testo drammatico[37], che molto probabilmente veniva recitato, che si apre con l'invocazione di Osiride a Horus: Oh Horus, vieni a Busiris! ...solleva l'anima mia, istilla il rispetto per me, diffondi la mia autorità. Poco oltre Horus risponde: [Osiride]...metti in movimento l'anima tua...tu sarai il padrone completo qua [in terra].

In ogni caso Horus, anche quando non è protagonista principale del testo, appare tuttavia come salvatore del mondo ed eroe per eccellenza[38] destinato a riportare l'ordine nel caos. Nel mito che lo vuole nascosto dalla madre, Iside, tra le paludi del Delta, il suo sonno viene vegliato da grandi dee come Nephtys, Sekhat-Hor, Neith, Selkis, nonché dalle Sette vacche di Hathor che rappresentano l'intera volta celeste.

Ma i miti di Horus si perpetuarono anche in periodo cristiano. Plutarco, vissuto nel I secolo d.C., narra infatti, che Seth, fratello di Iside e Osiride, invidioso di quest'ultimo[39], organizzò un complotto e rinchiusolo in una bara a sua forma, affidò quest'ultima al mare. La Dea Iside, sposa di Osiride, ritrovò la bara contenente lo sposo/fratello a Byblos e la riportò nel Delta nilotico ove, per magia, fece resuscitare Osiride per il tempo necessario a concepire Horus che, una volta nato, nascose poi nei canneti fluviali fino a quando il dio non sfidò l'assassino di suo padre, nel frattempo smembrato in quattordici pezzi da Seth, vendicandolo.

Accenni al mito di Horus si ritrovano, infine, nel Le metamorfosi di Apuleio, II secolo d.C., testo incentrato tuttavia sui culti misterici legati alla dea Iside.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Barbara Watterson (2001), Alla scoperta degli Dei dell'Antico Egitto, Newton & Compton, p. 82.
  2. ^ Mario Tosi (2004), Dizionario Enciclopedico delle Divinità dell'Antico Egitto, Vol. I, p. 51, Ananke: con il nome Horet si identificava anche la controparte femminile di Horus da identificarsi con la dea Nebethepet di Eliopoli.
  3. ^ Distretti 2°, 3°, 12° 17° 18°, 21° dell'Alto Egitto e distretti 10°, 11°, 14°, 19°, 20° del Basso Egitto
  4. ^ Mario Tosi (2004), Dizionario Enciclopedico delle Divinità dell'Antico Egitto, Vol. I, Ananke, p. 51
  5. ^ Henri Frankfort (1951), La Royauté et le Dieux, Parigi, confutò tale ipotesi indicando come traduzione più adeguata la parola “lontano” con chiaro riferimento al volo altissimo del falco
  6. ^ I re dell'Antico Egitto non erano individuabili, per i propri contemporanei, con il nominativo seguito da un numerale (ad esempio Ramses II, o Amenhotep IV), bensì da cinque nomi di cui due facevano riferimento al dio Horus: il Nome di Horus e il nome Horus d'Oro (quest'ultimo molto probabilmente con riferimento al metallo di cui si riteneva fosse fatta la carne degli dei). Il nome che oggi siamo soliti adoperare, e che era racchiuso in uno dei due cartigli, era preceduto dal titolo Sa-Ra, ovvero figlio di Ra.
  7. ^ R.T. Rundle Clark (1959), Mito e simbolo nell'Antico Egitto, ed. EST 1999, pp. 21, 23, 40, 51, 78, 86, 100-110, 115-117, 123-130, et altre.
  8. ^ Kurt Heinrich Sethe (1930), Urgerschichte und alteste Religion der Aegypter, Leipzig
  9. ^ Sethe (1930), op. citata
  10. ^ ovvero La città degli alberi
  11. ^ Barbara Watterson (2001), Alla scoperta degli dei dell'Antico Egitto, Newton & Compton, p. 82
  12. ^ B. Watterson (2001), p. 83.
  13. ^ B. Watterson (2001), p. 83.
  14. ^ B. Watterson (2001), p. 84.
  15. ^ B. Watterson (2001), p. 83.
  16. ^ B. Watterson (2001), p. 84.
  17. ^ B. Watterson (2001), p. 84.
  18. ^ Il riferimento è ai due orizzonti dell'alba e del tramonto.
  19. ^ B. Watterson (2001), p. 85.
  20. ^ Mario Tosi (2004), p. 54 e sgg.
  21. ^ Edda Bresciani (1986), in Hommages a François Daumas, pp. 87-94, sulle varie interpretazioni del nome
  22. ^ Mario Tosi (2004), Dizionario Enciclopedico delle Divinità dell'Antico Egitto, Vol. I, Ananke, p. 52.
  23. ^ Ovvero il geroglifico che conteneva il Nome di Horus sovrastato dal falco
  24. ^ Tosi (2004), p. 52
  25. ^ B. Watterson (2001), p. 85-86.
  26. ^ Benché città di antiche origini e centro principale del culto di Horus, il tempio risale alla dinastia Tolemaica; fu costruito tra 237 e il 57 a.C. sovrapponendosi e distruggendo preesistenti templi dedicati alla stessa divinità, a dimostrazione della radicalizzazione del culto nel corso dei millenni.
  27. ^ Ne aveva due: uno era Behdet, che significa trono, o seggio risalente fin dalla III dinastia, l'altro Djeba, ovvero Cittò del Castigo
  28. ^ B. Watterson (2001), p. 85-88.
  29. ^ Émile Gaston Chassinat (1892), Le temple d'Edfou, Vol. I, El Quahirai, pp. 26 e sgg. citato da B. Watterson (2001), p. 89.
  30. ^ Il re era il supremo fra gli uomini, guerriero, cacciatore eroico, vigoroso, virtuoso e campione dei giusti, unico tramite tra il mondo terreno e quello degli dei; detentore, protettore e gestore della Maat, ovvero dell'ordine, della giustizia e della verità per il suo popolo e per le Due Terre. A lui competeva, perciò, ogni culto riservato ad ogni divinità e suo compito era, perciò, qualunque celebrazione in tutto il Paese: ogni sacerdote che officiava era, perciò, non un suo semplice rappresentante, bensì la sua stessa traslazione.
  31. ^ R.T. Rundle Clark (1959/1999), Mito e simbolo dell'Antico Egitto, EST, p. 21
  32. ^ R.T. Rundle Clark (1959/1999), pp. 115 e sgg.
  33. ^ Paragrafo 74, seconda stanza: Horus è venuto al tuo richiamo Osiride, sarai posto nelle sue braccia e sarai sicuro nel tuo potere
  34. ^ R.T. Rundle Clark (1959/1999), pp. 122 e sgg.
  35. ^ Libro dei Morti, § 74, Quanto bello sei tu che risorgi oggi. Come Horus del mondo sotterraneo che sorge oggi, apparendo dalla grande piena.
  36. ^ Testo 312; R.T. Rundle Clark (1959/1999), p. 150, cita gli studi specifici su tale testo eseguiti da A. de Buck in Journal of Egyptian Archaeology, anno XXXV, pp. 87 e sgg. e da E. Drioton in Bibliotecha Orientalis, X, pp. 169 e sgg.
  37. ^ R.T. Rundle Clark (1959/1999), pp. 138 e sgg.
  38. ^ R.T. Rundle Clark (1959/1999), pp. 182 e sgg.
  39. ^ Plutarco, De Iside et Osiride

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Barbara Watterson (2001), Alla scoperta degli Dei dell'Antico Egitto, Newton & Compton, ISBN 88-8289-645-5.
  • Mario Tosi (2004), Dizionario Enciclopedico delle Divinità dell'Antico Egitto, 2 Voll., ed. Ananke, Torino, ISBN 88-7325-064-5
  • Edda Bresciani (2005), Grande enciclopedia illustrata dell'antico Egitto, De Agostini ISBN 88-418-2005-5
  • Edda Bresciani (1969), Letteratura e poesia dell'Antico Egitto, Einaudi.
  • Paolo Scarpi (2004), Le religioni dei misteri, ed. Mondadori, Milano.
  • Autori Vari (1978), Enciclopedia delle Religioni, ed. Vallecchi, Firenze, voce Egitto.
  • James Frazer (1992), Il ramo d'oro, Newton & Compton.
  • (FR) Henri Frankfort (1951), La Royauté et le Dieux, Parigi.
  • R.T. Rundle Clark (1959), Mito e simbolo nell'Antico Egitto, ed. EST 1999.
  • (DE) Kurt Heinrich Sethe (1930), Urgerschichte und alteste Religion der Aegypter, Leipzig.
  • (FR) Émile Gaston Chassinat (1892), Le temple d'Edfou, 2 Voll., El Quahirai.
  • (EN) Miriam Lichtheim, Ancient Egyptian Literature, The University of California Press, 1975.
  • Bent Parodi, La tradizione solare nell'Antico Egitto, Asram Vidya, 2005.
  • Richard Wilkinson (2007), I templi dell'Antico Egitto, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato.
  • Claude Traunecker, Gli dei dell'Egitto, Xenia, 1994.

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