Guerra degli alleati (357-355 a.C.)

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Guerra degli alleati
Data 357-355 a.C.
Luogo Mar Egeo, Asia minore
Esito Vittoria degli alleati
Modifiche territoriali Atene, sconfitta, riconosce l'indipendenza delle città alleate
Schieramenti
Comandanti
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La guerra degli alleati (in greco antico πόλεμος συμμαχικός [1], traslitterato in pòlemos symmakhikòs) fu combattuta tra il 357 a.C. e il 355 a.C. da Atene, con la sua Seconda lega delio-attica, contro le città alleate di Chio, Rodi, Coo, Caria e Bisanzio.

Cause del conflitto[modifica | modifica wikitesto]

Esasperati dalla crescente influenza ateniese sulle città della seconda lega delio-attica, le città di Chio, Rodi e Coo rovesciarono il governo democratico allora in vigore e si separarono dalle altre città della lega, con l'aiuto di Bisanzio e su istigazione di Mausolo, satrapo persiano di Caria.[3] Ai generali ateniesi Carete e Cabria[2] veniva dunque affidato il controllo della flotta ateniese.[1][3]

Svolgimento[modifica | modifica wikitesto]

Entrata in guerra e sconfitta ateniese[modifica | modifica wikitesto]

Nel pieno dell'estate del 357 a.C. la flotta di Cabria venne sconfitta durante l'attacco dell'isola di Chio, nel quale egli stesso rimase ucciso: secondo le fonti antiche egli, rifiutando di ritirarsi a nuoto verso le altre navi della flotta come avevano fatto i suoi compagni, avrebbe combattuto fino alla morte.[3][1] A Carete venne affidato il comando completo della flotta ateniese; egli decise la ritirata in Ellesponto per combattere contro Bisanzio.

Menesteo, appena diventato stratega, venne inviato a Samo, accompagnato dal suocero Timoteo e del padre Ificrate; Carete si diresse lì con le sue truppe non appena avuta la notizia. Tuttavia le tre flotte vennero sorprese da una tempesta, e Menesteo decise di dirigersi da solo a destinazione, intimando agli altri di seguirlo. Rifiutando gli altri la battaglia per via della burrasca, Menesteo affrontò i nemici da solo, insieme a Carete; ciò sarà causa della definitiva disfatta ateniese a Embata (356 a.C.), in cui gran parte delle navi ateniesi andranno perdute.

Per discolparsi, Menesteo nel suo rapporto ufficiale asserì che la battaglia sarebbe stata vinta se i suoi accompagnatori non lo avessero abbandonato; venne indetto un processo, in cui Timoteo venne condannato al pagamento di una ammenda di cento talenti. Timoteo, perciò, si ritirò in Calcide; la sua famiglia dovette aspettarne la morte perché nove decimi della multa venissero condonati.[4] Nel frattempo, nel 356 a.C., gli alleati in rivolta saccheggiarono le isole lealiste di Lemno e Imbro, ma strinsero d'assedio soltanto Samo, perché difesa dai cleruchi.

Intervento di Filippo II[modifica | modifica wikitesto]

Filippo II di Macedonia sfruttò la guerra per promuovere gli interessi del regno macedone nell'Egeo. Nel 357 a.C. catturò Anfipoli, da utilizzare come magazzino per le miniere del vicino monte Pangeo e per ottenere legname; conquistò inoltre Pidna e Potidea, quest'ultima per conto di Olinto. Altra importante conquista fu quella della città di Crenides, che ribattezzò Filippi.[5]

Intervento persiano e fine della guerra[modifica | modifica wikitesto]

Carete, ottenuto il comando completo della campagna, aveva bisogno di denaro per il suo sforzo bellico, ma esitava a chiedere aiuti alla madrepatria; perciò, costretto in parte dai suoi mercenari, si mise al servizio di Artabazo, satrapo persiano in rivolta. Gli ateniesi inizialmente apprezzarono la collaborazione, ma in seguito ordinarono di interromperla a causa delle lamentele del re persiano Artaserse e per via della preoccupazione che i Persiani si schierassero a favore delle colonie in rivolta.[6]

Inoltre, a causa delle costanti operazioni di guerra ateniesi nei pressi dell'impero persiano, nel 356 a.C. la Persia chiese ad Atene di abbondonare l'Asia minore, minacciando la guerra. Nel 355 a.C. Atene, non pronta per un'altra guerra, accettò e ritirò le truppe, riconoscendo l'indipendenza degli alleati; il partito di Carete venne sostituito, sotto Eubulo, da uno pacifista. Le risorse finanziarie che erano state stanziate per la guerra vennero spese in intrattenimento pubblico.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d Diodoro, XVI, 7, 3-4.
  2. ^ a b Nonostante Diodoro Siculo affermi che Cabria abbia ricevuto il comando della flotta, Cornelio Nepote afferma invece che egli, combattendo come privato cittadino, si guadagnò il favore delle truppe, che lo ritenevano di fatto un loro superiore.
  3. ^ a b c NepoteCabria, XII.
  4. ^ NepoteTimoteo, XIII.
  5. ^ Diodoro, XVI, 8, 2-7.
  6. ^ Diodoro, XVI, 22.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Fonti primarie
Fonti secondarie
  • George Cawkwell, Notes on the Failure of the Second Athenian Confederacy in Journal of Hellenic Studies, vol. 101, The Society for the Promotion of Hellenic Studies, 1981, pp. 40–55, DOI:10.2307/629842, JSTOR 629842.
  • (DE) Martin Dreher, Hegemon und Symmachoi. Untersuchungen zum Zweiten Attischen Seebund, Berlin, de Gruyter, 1995, pp. 287–292, ISBN 3-11-014444-1.
  • Scott Peake, A Note on the Dating of the Social War in Greece & Rome, vol. 44, nº 2, Cambridge University Press, 1997, pp. 161–164, DOI:10.1093/gr/44.2.161, JSTOR 643057.
  • Stephen Ruzicka, Epaminondas and the Genesis of the Social War in Classical Philology, vol. 93, 1998, pp. 60–69, DOI:10.1086/449375.
  • Raphael Sealey, Athens after the Social War in Journal of Hellenic Studies, vol. 75, The Society for the Promotion of Hellenic Studies, 1955, pp. 74–81, DOI:10.2307/629172, JSTOR 629172.