Sacco di Roma (390 a.C.)

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Sacco di Roma
Le Brenn et sa part de butin (Paul Jamin).jpg
Dipinto di Paul Jamin, che ritrae Brenno, capo dei Galli, e parte del bottino ottenuto dai Romani dopo il sacco di Roma
Data18 luglio[1] del 390 a.C.
LuogoRoma
EsitoSaccheggio di Roma e successiva liberazione della città da parte dei romani
Schieramenti
Comandanti
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Il sacco di Roma del 18 luglio[1] del 390 a.C. da parte dei Galli Senoni guidati da Brenno e partiti dalla loro capitale Senigallia, è uno degli episodi più traumatici della storia di Roma, tanto da essere riportata negli annali con il nome di Clades Gallica, ossia sconfitta gallica. Ne danno testimonianza Polibio,[2] Livio,[3] Diodoro Siculo,[4] Plutarco,[5] e Strabone.[6]

Contesto storico[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Battaglia del fiume Allia e Spedizioni celtiche in Italia.
Brenno, capo dei Galli, e Marco Furio Camillo, dopo il sacco di Roma.

Il tentativo romano di fermare i Galli a sole undici miglia da Roma, presso la confluenza del Tevere con il fiume Allia (oggi noto col nome di "Fosso della Bettina"), un corso d'acqua situato a 18 chilometri lungo la via Salaria, si risolse in una grave sconfitta delle truppe romane. Il giorno dell'amara sconfitta, il dies Alliensis (18 luglio[1]), divenne sinonimo di sciagura e fu registrato nei calendari imperiali come dies nefastus (giorno infausto).

I superstiti, incalzati dai Galli, si ritirarono in ordine sparso entro le mura di Roma, dimenticando di chiuderne le porte, come riportato dallo storico Livio. I Galli misero a ferro e fuoco l'intera città, ivi incluso l'archivio di stato, cosicché tutti gli avvenimenti antecedenti la battaglia risultano in gran parte leggendari e di difficile ricostruzione storica. In questo contesto di caos e distruzione, nel racconto di Tito Livio, si inserisce la figura leggendaria di Lucio Albinio, che, semplice plebeo, aiutò le vergini Vestali a mettersi in salvo, fuggendo nella città di Cere[7].

L'irruzione dei Galli in Senato vide i senatori, seduti in modo composto sui propri scranni, tutti barbaramente massacrati. Narra Tito Livio (Ab Urbe Condita libro V, 41) l'episodio del senatore Marco Papirio: un gallo gli tirò la barba per vedere se fosse vivo e l'altero vegliardo lo colpì con lo scettro eburneo; il soldato gallo reagì, dando così il via al massacro. Solo il Campidoglio resistette e venne posto sotto assedio. Livio narra che i Galli decisero di dividere il proprio esercito, lasciandone una parte ad assediare i romani, e inviando l'altra a razziare le campagne dei dintorni di Roma.[8] Intanto la notizia del sacco di Roma e delle razzie in corso nelle campagne circostanti giunse ad Ardea, dove gli ardeatini decisero di affidare il comando dei propri soldati a Marco Furio Camillo, il quale riuscì a tendere un'imboscata al contingente gallico, uscito da Roma, e ad infliggergli - sempre secondo il racconto di Tito Livio - una sonora sconfitta.[9] Allo stesso modo, anche i soldati romani che si erano ritirati a Veio riuscirono a battere in due scontri campali alcuni contingenti etruschi che, approfittando della situazione in cui versava Roma, ne stavano razziando le campagne più settentrionali.[10]

Mentre l'assedio dei Galli continuava, senza che le reciproche posizioni mutassero, a Veio si decise di inviare un messaggero a Roma, Ponzio Comino, affinché portasse al Senato la proposta di nominare Furio Camillo dittatore. Ponzio riuscì a rompere l'assedio e il Senato poté nominare Camillo dittatore per la seconda volta.[10] Subito dopo la leggenda narra che le oche sacre del tempio capitolino di Giunone avvisarono Marco Manlio, console del 392 a.C., del tentativo d'ingresso da parte dei Galli assedianti, facendo così fallire il loro piano. Intanto, mentre il dittatore preparava le necessarie operazioni belliche, Roma, ormai allo stremo per la fame, trovò un accordo con i Galli, che erano stati colpiti da un'improvvisa epidemia. Dopo diverse trattative, il tribuno Quinto Sulpicio Longo e il capo dei Galli, Brenno, giunsero ad un accordo, in base al quale i Galli sarebbero ripartiti senza arrecare ulteriori distruzioni in cambio di un riscatto pari a 1.000 libre d'oro puro.[11] In questo contesto si sarebbero verificati i famosi episodi della bilancia truccata da parte dei Galli per ottenere più oro, con Brenno che fa pesare anche la sua spada in segno di spregio, urlando: Vae victis! ("Guai ai vinti!"). Nel racconto di Livio, Marco Furio Camillo si oppose alla concessione del riscatto, in quanto stabilito illegalmente in sua assenza, e si preparò a dare battaglia ai Galli.[12]

(LA)

« Non auro, sed ferro, recuperanda est patria! »

(IT)

« Non con l'oro si difende l'onore della patria, bensì col ferro delle armi! »

I Galli, sorpresi dall'evolversi degli avvenimenti, furono sconfitti in due battaglie campali (la seconda lungo la via Gabinia), a seguito delle quali vennero completamente massacrati. Per questa vittoria il dittatore Furio Camillo ottenne il trionfo a Roma.[12] Secondo invece un'autorevole interpretazione moderna di Emilio Gabba, i Galli si ritirarono per fronteggiare gli attacchi dei Veneti, a nord dei loro territori originari, portando via il bottino di guerra.[13].

Conseguenze[modifica | modifica wikitesto]

Reazioni immediate[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Tattiche della fanteria romana.

Si racconta che i Galli sulla strada del ritorno, furono attaccati in Sabina dagli Etruschi di Caere (alleati dei Romani), i quali riuscirono a privarli del bottino che avevano depredato a Roma. I Ceretani diedero, inoltre, ospitalità a coloro che si erano rifugiati presso di loro, tra cui il fuoco perenne e le vestali ad esso preposte.[6]

Roma, colpita duramente da questa invasione, vedeva il suo prestigio momentaneamente compromesso ed i Latini, precedentemente soggiogati, tornarono a destare forti preoccupazioni da parte romana. Nei mesi successivi al saccheggio, la plebe chiese di trasferire la città nell'antica Veio che, anche se distrutta pochi anni prima dalla stessa Roma (nel 396 a.C.), appariva più sicura. La scelta di non modificare la collocazione dell'urbe si deve allo stesso Marco Furio Camillo.

Roma ne usciva con un'economia a pezzi e con le riserve auree depauperate. La plebe poteva ora imporre leggi a proprio vantaggio nei confronti dell'oligarchia senatoria. La cerchia delle mura serviane venne nuovamente potenziata dopo dodici anni di nuovi lavori (nel 378 a.C.), costruzione che secondo la tradizione letteraria antica si deve al penultimo re etrusco, Servio Tullio.

Impatto sulla storia[modifica | modifica wikitesto]

L'invasione gallica in un dipinto di Evariste-Vital Luminais.

In seguito a questi eventi i Romani potrebbero aver adottato un nuovo tipo di elmo (chiamato di Montefortino, dal nome di una necropoli vicino ad Ancona, che venne utilizzato fino al I secolo a.C. dall'esercito romano,[14]), uno scudo protetto da bordi in ferro[15] ed un giavellotto (pilum) tale, da conficcarsi e piegarsi negli scudi avversari, rendendoli inutilizzabili per il prosieguo della battaglia.[15] Plutarco racconta, infatti, che 13 anni dopo la battaglia del fiume Allia, in un successivo scontro con i Galli (databile al 377-374 a.C.), i Romani riuscirono a battere le armate celtiche, e ne fermarono una nuova invasione:[15]

« [...] Camillo portò i suoi soldati giù nella pianura e li schierò a battaglia in gran numero con grande fiducia, e come i barbari li videro, non più timidi o pochi in numero, come invece si aspettavano. Per cominciare, ciò mandò in frantumi la fiducia dei Galli, i quali credevano di essere loro ad attaccare per primi. Poi i velites attaccarono, costringendo i Galli ad entrare in azione, prima che avessero preso posizione con lo schieramento abituale, al contrario schierandosi per tribù, e quindi costretti a combattere a caso e nel disordine più totale. Quando infine Camillo condusse i suoi soldati all'attacco, il nemico sollevò le proprie spade in alto e si precipitò all'attacco. Ma i Romani lanciarono i giavellotti contro di loro, ricevendo i colpi [dei Galli] sulle parti dello scudo che erano protette dal ferro, che ora ricopriva gli spigoli, fatti di metallo dolce e temperato debolmente, tanto che le loro spade si piegarono in due; mentre i loro scudi furono perforati e appesantiti dai giavellotti [romani]. I Galli allora abbandonarono effettivamente le proprie armi e cercarono di strapparle al nemico, tentando di deviare i giavellotti afferrandoli con le mani. Ma i Romani, vedendoli così disarmati, misero subito mano alle spade, e ci fu una grande strage dei Galli che si trovavano in prima linea, mentre gli altri fuggirono ovunque nella pianura; le cime delle colline e dei luoghi più elevati erano stati occupati in precedenza da Camillo, e i Galli sapevano che il loro accampamento poteva essere facilmente preso, dal momento che, nella loro arroganza, avevano trascurato di fortificarlo. Questa battaglia, dicono, fu combattuta tredici anni dopo la presa di Roma, e produsse nei Romani una sensazione di fiducia verso i Galli. Essi avevano potentemente temuto questi barbari, che li avevano conquistati in un primo momento, più che altro credevano che ciò fosse accaduto in conseguenza di una straordinaria disgrazia, piuttosto che al valore dei loro conquistatori. »

(Plutarco, Vita di Camillo, 41, 3-6.)

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c Tacito, Annali, XV, 41.2.
  2. ^ Polibio, Storie, II, 18, 2.
  3. ^ Livio, Ab Urbe condita libri, V, 35-55.
  4. ^ Diodoro Siculo, XIV, 113-117.
  5. ^ Plutarco, Camillo, 15, 32.
  6. ^ a b Strabone, Geografia, V, 2,3.
  7. ^ Tito Livio, Ab Urbe condita libri, V, 40.
  8. ^ Tito Livio, Ab Urbe Condita, V, 4, 43.
  9. ^ Tito Livio, Ab Urbe Condita, V, 4, 43-45.
  10. ^ a b Tito Livio, Ab Urbe Condita, V, 4, 45.
  11. ^ Tito Livio, Ab Urbe Condita, V, 4, 48.
  12. ^ a b Tito Livio, Ab Urbe Condita, V, 4, 49.
  13. ^ Emilio Gabba, Introduzione alla storia di Roma, Milano, LED, 1999, p. 56
  14. ^ Erik Abranson e Jean-Paul Colbus, La vita dei legionari ai tempi della guerra di Gallia, p.7.
  15. ^ a b c Plutarco, Vita di Camillo, 41, 3-6.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]