Marco Manlio Capitolino

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Marco Manlio Capitolino
Roman SPQR banner.svg Console della Repubblica romana
Nome originale Marcus Manlius Capitolinus
Morte 384 a.C.
Roma
Gens Manlia
Consolato 392 a.C.

Marco Manlio Capitolino, un patrizio della Repubblica romana (in latino: Marcus Manlius Capitolinus; ... – Roma, 384 a.C.), apparteneva alla gens Manlia.

Biografia[modifica | modifica sorgente]

Consolato[modifica | modifica sorgente]

Marco Manlio Capitolino divenne console nel 392 a.C. insieme a Lucio Valerio Potito[1].

I romani sconfissero nuovamente gli Equi sul monte Algido, e per questa vittoria a Valerio fu concesso il trionfo, e a Marco un'ovazione.

Per la vittoria su Veio, furono celebrati i ludi magni e fu consacrato il tempio a Giunone Regina, voluto da Furio Camillo.

Si dichiarò poi guerra alla città di Volsinii e ai Sapienati, che però non si poté combattere perché a Roma era scoppiata un'epidemia, che colpì anche i consoli, che per questo motivo dovettero rimettere le proprie cariche anzitempo nelle mani di un interré[1].

Sacco di Roma[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Sacco di Roma (390 a.C.).

Secondo la tradizione, riportata poi da Tito Livio, nel 390 a.C. i Galli guidati da Brenno, presa Roma, assediavano gli ultimi difensori nel Campidoglio. Quando cercarono di scalarne le pendici furono fatti scoprire dallo starnazzare delle oche capitoline sacre a Giunone. Fu Marco Manlio che guidò la riscossa dei difensori e per questo fu chiamato, appunto, Capitolino.

Scontro con i Patrizi[modifica | modifica sorgente]

Amareggiato per non trovare presso la sua classe, la considerazione di cui si sentiva degno per aver salvato la rocca del Campidoglio, e per non essere stato eletto tra i tribuni consolari del 385 a.C., Manlio, primo tra i patrizi, si accordò con i magistrati plebei per portare avanti le loro istanze.

« E non contento delle leggi agrarie che ai tribuni della plebe avevano sempre fornito materia per scatenare disordini, cominciò un attacco sul pubblico credito: a suo dire i debiti erano un tormento ben più fastidioso perché facevano rischiare non soltanto la povertà e il disonore, ma terrorizzavano gli uomini di condizione libera col pensiero della frusta e delle catene. »
(Tito Livio, "Ab Urbe Condita", VI, 2, 11.)

Per questo motivo, temendo disordini in città, più che l'attacco esterno dei Volsci, che il Senato nominò Aulo Cornelio Cosso dittatore[2].

Mentre Aulo conduceva l'esercito alla vittoria contro i Volsci, Manlio portare avanti le istanze dei plebei, non perdendo occasione di aumentare la propria popolarità presso questa classe, come quando, vedendo un centurione portato in tribunale per debiti con il rischio di finire schiavo, lo sollevò dai debiti pagando di tasca propria, arrivando a vendere le sue terre per aiutare altri poveri debitori accusando nel contempo i senatori di malversazione[3].

« Allora non è proprio servito a nulla per me aver salvato la rocca e il Campidoglio con questa destra, se adesso devo vedere un mio concittadino e commilitone messo in catene e ridotto in schiavitù come se fosse prigioniero dei Galli vincitori!». Poi pagò davanti a tutti la somma dovuta al creditore, restituì la libertà al commilitone riscattato, il quale implorava gli dèi e gli uomini affinché ringraziassero Marco Manlio, suo liberatore e padre della plebe romana. »
(Tito Livio, "Ab Urbe Condita", VI, 2, 14.)

La situazione in città stava diventando sempre più difficile per i patrizi, anche per l'accusa loro mossa da Manlio, di aver sottratto all'erario l'oro dei Galli. A questo punto il Senato fece tornare Aulo Cornelio a Roma, interrompendo la campagna contro i Volsci, per sedare gli animi dei romani[4].

Aulo tornato a Roma, ancora nel pieno della sua carica, sentito il Senato, convocò Manlio, chiedendogli di dimostrare le proprie accuse contro i Senatori. Manlio, che si presentò alla seduta insieme ai propri sostenitori, dopo aver nuovamente accusato i Senatori, si rifiutò di rispondere all'intimazione del dittatore, e per questo fu incarcerato[5].

In questa circostanza la plebe non fece mancare l'appoggio al proprio rappresentante, sia nelle riunioni, sia presidiando giorno e notte il carcere, che alla fine il Senato, per non provocare altri disordine, diede ordine di liberare Manlio[6].

Processo[modifica | modifica sorgente]

Per minarne la credibilità presso la Plebe, a Roma fu fatta circolare l'accusa di aspirare al titolo di "re" che, nella Roma repubblicana è sempre stata capace di spezzare qualsiasi carriera politica.

Le voci divennero accusa formale, e Manlio fu portato in giudizio davanti ai Comizi, una prima volta nel Campo Marzio, poi, quando i Tribuni si reso conto che il luogo evocava l'impresa di Manlio, l'assemblea fu tenuta nel bosco Petelino, fuori dalla porta Flumentana, da dove non si poteva vedere il Campidoglio, e lì Manlio fu condannato a morte e per questo fatto precipitare dalla rupe Tarpea.

La sua casa sul Campidoglio fu abbattuta e i Manlii decisero che mai più un Manlio avrebbe portato il nome di Marco[7].

Critica storica[modifica | modifica sorgente]

Secondo lo storico Theodor Mommsen la storia del suo salvataggio del Campidoglio fu un'invenzione successiva per giustificare il soprannome e il suo tentativo di sollevare le sorti dei debitori un'altra invenzione del tempo di Cinna.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b Tito Livio, Ab Urbe condita, V, 3, 31.
  2. ^ Tito Livio, "Ab Urbe Condita", VI, 2, 11.
  3. ^ Tito Livio, "Ab Urbe Condita", VI, 2, 14.
  4. ^ Tito Livio, "Ab Urbe Condita", VI, 2, 15.
  5. ^ Tito Livio, "Ab Urbe Condita", VI, 2, 16.
  6. ^ Tito Livio, "Ab Urbe Condita", VI, 2, 17.
  7. ^ Tito Livio, "Ab Urbe Condita", VI, 2, 18-20.
Predecessore Fasti consulares Successore Consul et lictores.png
Lucio Lucrezio Tricipitino Flavo e
Servio Sulpicio Camerino
392 a.C.
con Lucio Valerio Potito
Lucio Lucrezio Tricipitino Flavo, Servio Sulpicio Camerino,
Lucio Emilio Mamercino, Lucio Furio Medullino VII,
Agrippa Furio Fuso e Gaio Emilio Mamercino II