Vestale

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Vestale (Roma, Palazzo Braschi)

Le Vestali erano sacerdotesse consacrate alla dea Vesta. A Romolo, primo re di Roma, o al suo successore, Numa Pompilio, è attribuita l'istituzione del culto del fuoco, con la creazione delle vergini sacre a sua custodia, chiamate Vestali.[1][2]

La leggenda delle origini[modifica | modifica wikitesto]

L'antichità del culto e dell'ordine sacerdotale è attestata dalla leggenda della fondazione di Roma, secondo la quale la madre di Romolo e Remo, Rea Silvia, era una vestale di Albalonga.[3][4] E secondo Tito Livio[5] le Vestali, esplicitamente derivate dall'analogo culto di Albalonga, furono tra i primi ordini sacerdotali creati da Numa Pompilio: subito dopo i Flàmini, e prima dei Salii e dei Pontefici.

Il loro compito era di mantenere sempre acceso il sacro fuoco alla dea Vesta, che rappresentava la vita della città, e compierne il culto a nome, appunto, della città. Erano inoltre incaricate di preparare gli ingredienti per qualsiasi sacrificio pubblico o privato, come la mola salsa, una focaccia di farina di farro tostata mista a sale, con cui si cospargeva la vittima (da qui il termine immolare).

Al tempo di Augusto, Svetonio racconta che:

« Aumentò il numero, il prestigio, ma anche i privilegi dei sacerdoti, in particolare delle Vestali. Quando era necessario scegliere una vestale in sostituzione di una morta, vedendo che molti non volevano dare le loro figlie in sorte, giurò[chi?] che se le sue nipoti avessero avuto l'età adatta, egli stesso le avrebbe offerte. »
(SvetonioAugustus, 31.)

Onori[modifica | modifica wikitesto]

Vestale di Frederic Leighton (1830-1896)

In principio le vestali erano quattro (o tre) fanciulle vergini[6], in seguito il loro numero fu portato a sei fanciulle che erano sorteggiate all'interno di un gruppo di 20 bambine di età compresa fra i 6 e i 10 anni appartenenti a famiglie patrizie. La consacrazione al culto, officiata dal Pontefice massimo avveniva tramite la captio o cattura (un rito paranuziale che ricalca il matrimonio per rapimento). Dopo che il Pontefice aveva pronunciato la frase di rito "Ego te amata capio" (io ti prendo,amata) le fanciulle erano consacrate a Vesta. Al Pontefice massimo erano sottoposte come ad un marito e a lui dovevano rispondere in caso di eventuali mancanze. Dovevano portare sempre un'elaborata acconciatura a trecce, i "seni crines", attorcigliati e sormontati da un'infula (benda sacra) che girava in più spire sul capo, e terminava in due bende finali, che ricadevano sulle spalle. Il tutto era coperto da un velo fissato da un spilla. Il servizio aveva una durata di 30 anni: nei primi dieci erano considerate novizie, nel secondo decennio erano addette al culto mentre gli ultimi dieci anni erano dedicati all'istruzione delle novizie. In seguito erano libere di abbandonare il servizio e sposarsi. La vestale più anziana aveva il titolo di "Virgo Vestalis maxima".[7]

Resti della Casa delle Vestali nel Foro Romano

La loro vita si svolgeva nell'Atrium Vestae, accanto al tempio di Vesta, dove dovevano mantenere acceso il fuoco sacro e preparare la "mola salsa", una focaccia che veniva offerta agli dei nelle cerimonie solenni. Potevano però uscire liberamente e godevano di privilegi superiori a quelli delle donne romane, nonché di diritti e onori civili: mantenute a spese dello Stato, affrancate dalla patria potestà al momento di entrare nel Collegio, erano le uniche donne romane che potevano fare testamento (e custodi a loro volta, grazie all'inviolabilità del tempio e della loro persona, di testamenti e trattati[8]), potevano testimoniare senza giuramento e i magistrati cedevano loro il passo e facevano abbassare i fasci consolari al loro passaggio. Questo per quanto attiene al loro status sociale.

Atteneva invece piuttosto al loro ruolo sacerdotale il diritto di chiedere la grazia per il condannato a morte che avessero incontrato casualmente (perché il nefas rappresentato da questo incontro fosse immediatamente compensato) e quello di essere sepolte entro il pomerio, a significare che la loro esistenza era così sacra che neppure le loro ceneri erano nefas.

Proibizioni e condanne[modifica | modifica wikitesto]

Le uniche colpe che potevano sovvertire questo statuto di assoluta inviolabilità erano lo spegnimento del fuoco sacro e relazioni sessuali, che venivano considerate sacrilegio imperdonabile (incestus), in quanto la loro verginità doveva durare per tutto il tempo del servizio nell'ordine.

In questi casi la vestale non poteva essere perdonata, ma neppure uccisa da mani umane, in quanto sacra alla dea. Se perdeva la verginità o lasciava spegnere il fuoco sacro, la Vestale veniva dunque frustata e poi vestita di abiti funebri e portata in una lettiga chiusa, come un cadavere, al Campus sceleratus, che era situato presso la Porta Collina ma ancora dentro le mura (sul Quirinale)[9]. Là veniva lasciata in una sepoltura con una lampada e una piccola provvista di pane, acqua, latte e olio, il sepolcro veniva chiuso e la sua memoria cancellata[10]. Il complice dell'incestus subiva invece la pena degli schiavi: fustigazione a morte, la stessa cui era soggetta la Vestale in Albalonga.[11]

Rilievo con vestale. Opera romana di età adrianea (117-138). Roma, Antiquario del Palatino

In realtà, almeno fino alla fine della repubblica, la condanna a morte di una Vestale pare assai simile ad un sacrificio umano mascherato, destinato a placare gli dèi che sembrano corrucciati e inviano catastrofi pubbliche (come l'assedio di Brenno o la disfatta di Canne), o segni funesti in periodi di irrequietezza sociale – come la condanna della vestale Oppia, attesta nel 483 a.C., non negando l'accusa di incesto, ma sottolineando molto le lotte interne ed esterne e i prodigi mostruosi che si erano verificati in quel periodo[12][13].

Dionigi di Alicarnasso narra della vestale Orbilia che nel 472 a.C., quando a Roma si cercavano i motivi che avevano portato la pestilenza in città, fu trovata colpevole di aver mancato al proprio voto di castità, e per questo delitto, mandata a morte. A seguito della condanna, uno dei suoi due amanti si suicidò, mentre l'altro fu giustiziato nel foro[14].

Livio narra[15] di una vestale, Minucia, condannata ad esser sepolta viva per un abbigliamento non adeguato alla posizione occupata (337 a.C.), ma anche dello scagionamento miracoloso (attribuito a Vesta stessa) di una vestale, Tuccia, nel 230 a.C., accusata di non aver conservato la sua verginità.[16]

Ovidio nei Fasti narra che la vestale Claudia, accusata di infedeltà, dimostrò la sua innocenza disincagliando alla foce del Tevere la nave che portava dalla Frigia la statua di Cibele; in questa era la pietra nera (lapis niger), propiziatrice della sorte di Roma nella seconda guerra punica contro Annibale. La vestale chiese a Cibele di aiutarla e riuscì a trainare la nave fuori dalla secca, solo tirandola con la sua cintura.

Nel tardo impero, sappiamo da una lettera che Quinto Aurelio Simmaco chiese al prefectus urbi e successivamente al vicario di Roma di condannare la Vestale di Alba, Primigenia, per aver violato il voto di castità, assieme al suo amante Maximus.

Aquilia Severa, la vestale imperatrice[modifica | modifica wikitesto]

L'imperatore Eliogabalo, che si identificava con il dio sole, sposò in seconde nozze la vestale Aquilia Severa nel 220, in un matrimonio che simulava quello delle due divinità.[17] Tale matrimonio fu di scandalo per la popolazione romana, poiché si trattava della rottura di una antichissima e onorata tradizione romana, tanto che, per legge, una vestale che avesse perso la propria verginità veniva seppellita viva.[18] Non diede eredi all'imperatore, il quale divorziò da Aquilia nel 221 per sposare Annia Faustina.[19] Quando questo matrimonio naufragò, Eliogabalo riprese con sé Aquilia, affermando che il loro divorzio non era valido.[17] Non si hanno notizie di Aquilia dopo l'uccisione di Eliogabalo nel 222.

Cossinia, la vestale fedele[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1929 fu scoperta, nei pressi del Tempio di Vesta (Tivoli), l'unica tomba di Vestale che si conosca. Il ritrovamento è documentato da un filmato dell'Istituto Luce. Si tratta della vestale Cossinia, morta a circa 75 anni e sepolta lungo la sponda destra del fiume Aniene, nei pressi della via Valeria. Databile tra la fine del II e l’inizio del III secolo, il sepolcro si compone di due basamenti, uno con cinque gradini - su cui poggia il cippo funerario - e l’altro di tre gradini, sotto il quale giaceva la defunta. Sulla parte anteriore del cippo, in un’elegante corona di quercia con nastro, si legge "V. V. COSSINIAE L. F.": "alla Vergine Vestale Cossinia figlia di Lucio". Sotto è inciso: "Lucio Cossinio Eletto", forse un suo parente. Sul lato posteriore del cippo un'iscrizione metrica informa: "Qui giace e riposa la Vergine, trasportata per mano del popolo, poiché per sessantasei anni fu fedele al culto di Vesta. Luogo concesso per decreto del Senato". Nella tomba fu rinvenuta una preziosa bambolina d’avorio, adorna di monili e con una elegante acconciatura, ora conservata nel Museo Nazionale Romano, forse un ricordo d'infanzia della vestale.

Claudia, la vestale convertita[modifica | modifica wikitesto]

Prudenzio parla di una Vestale, Claudia, che si era convertita al cristianesimo nel tardo IV sec. Nell'inno dedicato a S. Lorenzo, viene descritta entrare nel santuario del martire: ""aedemque, Laurenti, tuam Vestalis intrat Claudia". Si è voluto identificare questa Claudia con una Vestale di cui parla Quinto Aurelio Simmaco, in qualità di pontifex maior in una lettera, dove auspica la smentita da parte di una Vestale delle voci secondo cui lei voleva lasciare, prima dei limiti previsti, la clausura. Il motivo poteva essere proprio il passaggio dal paganesimo al cristianesimo, ma l'epistola di Simmaco non lo spiega. Sarebbe l'unico caso certo di abbandono del sacerdozio pagano per conversione ad altra religione. Se è molto dubbio che questa Claudia possa essere la Vestale Massima a cui fu dedicata una statua nel 364, la cui dedica è stata erasa, è invece probabile che sia la stessa Claudia, sepolta nella Basilica di San Lorenzo fuori le mura.

Celia Concordia, l'ultima vestale[modifica | modifica wikitesto]

L'affermazione del Cristianesimo nell'Impero non causò, per i primi secoli, la fine dell'ordine. Al contrario le Vestali, ministre di un culto millenario caro alle donne e alla città, continuarono ad essere amate ed onorate dal popolo romano fino al IV secolo. L'ultima gran sacerdotessa fu Celia Concordia (384).

Divenuto il credo niceno religione di Stato nel 380 con l'editto di Tessalonica, a partire dal 391 Teodosio I, con una serie di decreti, proibì il mantenimento di qualunque culto pagano e il sacro fuoco nel tempio di Vesta venne spento, decretando la fine dell'ordine delle Vestali. Ferdinand Gregorovius descrive così la scena finale, all'ingresso di Teodosio in Roma:

« I cristiani di Roma trionfavano. La loro tracotanza arrivò al punto, lamenta Zosimo, che Serena, sposa di Stilicone, entrata nel tempio di Rea, prese dal collo della dea la preziosa collana e se la cinse. Assistendo a questa profanazione, l'ultima vestale versò lacrime disperate e lanciò su Serena e su tutta la sua discendenza una maledizione che non andò perduta. »

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Plutarco, Vita di Romolo, 22, 1.
  2. ^ Dionigi di Alicarnasso, II, 64, 5; II, 66, 3.
  3. ^ Floro, Epitoma de Tito Livio bellorum omnium annorum DCC, I, 1.2.
  4. ^ Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, I 76.3
  5. ^ Tito Livio, Ab Urbe condita libri, I, 20
  6. ^ Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, II, 67,1.
  7. ^ Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, II, 67,2.
  8. ^ SvetonioAugustus, 101 racconta che, ad esempio Augusto redasse il suo testamento un anno e quattro mesi prima di morire. Lo scrisse su due fogli e lo depositò presso le Vergini Vestali, che lo consegnarono unitamente ad altri tre rotoli anch'essi sigillati.
  9. ^ Luigi Castiglioni, Scevola Mariotti, Vocabolario della lingua latina, pag. 2256, ed. Loescher.
  10. ^ Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, II, 67,4.
  11. ^ Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, I 78.5
  12. ^ Tito Livio, Ab Urbe Condita Libri, Libro II, 42.
  13. ^ Dionigi, Antichità romane, Libro VIII, 89.
  14. ^ Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, Libro IX, 40
  15. ^ Tito Livio, Ab urbe condita libri, VIII, 15.
  16. ^ Moormann-Uitterhoeve Miti e personaggi..., B.Mondadori, Milano 1997, p.736
  17. ^ a b Cassio Dione, LXXX, 9.
  18. ^ PlutarcoNuma Pompilio, X.
  19. ^ Erodiano, V, 6; van Zoonen 2005.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]