Culti e templi dell'antica Siracusa

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Jump to navigation Jump to search
I templi e i culti di Siracusa; in sequenza: il tempio di Atena, il culto di Artemide, il tempio di Apollo
Nelle campagne della polis di Siracusa la ninfa elea Aretusa dialoga con la dea Demetra (dipinto del XVIII secolo, Francesco Sleter)

I culti e templi dell'antica Siracusa risalgono all'epoca preistorica, greca e romana della città.

Siracusa (in greco antico: Συϱάϰουσαι, Syrakousai) durante l'epoca greca fu il principale centro culturale e religioso della Sicilia. Grazie ai contatti con i diversi popoli del Mediterraneo la polis si arricchì di culti e dèi venerati presso i templi; a tal proposito risultano particolamente presenti a Siracusa gli influssi della religione egizia.

Nella città si trovano i resti archeologici del più antico tempio siciliano edificato in stile dorico e dedicato al dio del sole Apollo. Nel parco archeologico della Neapolis, inoltre, sorge una delle più vaste aree votive dell'antichità: l'Ara di Ierone.

Una peculiarità siracusana è quella di avere incorporato interamente uno dei suoi templi più importanti, il tempio di Atena, facendolo divenire una chiesa cristiana (cattedrale della Natività di Maria Santissima); ancora oggi è possibile ammirarne le imponenti colonne in entrambi i lati delle navate dell'edificio. Un altro antichissimo tempio, consacrato a Demetra e Kore, è stato incorporato nell'area del santuario della Madonna delle Lacrime di Siracusa.

Contesto storico[modifica | modifica wikitesto]

«Essi adorarono il Sole, la Luna, il Cielo e le stelle che, dallo studio del loro movimento periodico chiamarono “Thein”, dal verbo “thein” che vuol dire correre: tale attività o movimento ful il primo attributo della divinità, e da “thein” derivò la voce greca “Theos”, che vuol dire Dio. Le divinità adorate dai primi siracusani furono Celesti, Terrestri e Infernali [...] Oltre alle dodici divinità maggiori, i siracusani adoravano altre divinità secondarie, entità tra gli dei e gli uomini. Adoravano anche i semidei - individui nati da un Nume e da un mortale - e gli eroi, uomini che acquistarono fama di benefattori dell'umanità.[1]»

Siracusa e le ninfe[modifica | modifica wikitesto]

«È nell’area culturale corinzia, di Siracusa e delle sue sub-colonie (Akrai, Kasmenai, Kamarina), che la dimensione acquatica gioca un ruolo di assoluto rilievo nella strutturazione del sacro, intrecciando le sue dinamiche alle storie di ninfe celebri, Aretusa e Ciane.»

(Siracusa: storie di ninfe celebri.[2])
L'incontro tra il dio fluviale Alfeo e la ninfa Aretusa (dipinto di Abraham Bloteling)
La fonte Aretusa che sgorga nell'isola di Ortigia

Siracusa è un luogo ricolmo di acqua, sia dolce che salata. Circondata dal mare, al suo interno si sviluppano numerose sorgenti, grazie alla falda freatica iblea. Sorgenti, letti di fiumi e paludi vennero consacrate dai Siracusani a divinità del mondo acquatico. Per comprendere la grande importanza dell'acqua per questa città, basti considerare che finanche il suo nome, secondo le fonti, deriverebbe da una delle sue paludi: «Syraka», il cui significato sarebbe per l'appunto «abbondanza di acqua».

Le sue sorgenti divennero ben presto sede delle ninfe: creature femminili protettrici della natura e degli esseri umani. Siracusa legò particolarmente il suo nome a due ninfe: Aretusa e Ciane; entrambe furono tumultuosamente tramutate in acqua pura: la prima divenne la fonte che sgorga nell'isola consacrata ad Artemide, Ortigia, mentre la seconda formò la fonte consacrata a Kore, sua divina compagna. Il fatto che entrambe le fonti furono sede di culto - i pesci della fonte Aretusa erano sacri e nelle acque della fonte ciane si compivano sacrifici - acuisce la sacralità rappresentata dall'elemento acquatico: l'acqua come simbolo di vita, di purificazione, di rinascita.

Per i Siracusani la fonte Aretusa recava in sé le acque sacre del fiume Alfeo proveniente dall'Elide (Ibico, Scoli a Teocrito, I, 117), poiché il suo eponimo, il dio fluviale Alfeo, figlio del Titano Oceano, si era perdutamente invaghito di una ninfa seguace di Artemide, Aretusa; questa per sfuggirgli invocò la sua dea che colta da pietà la mutò in fonte. Alfeo ridiventò a sua volta fiume ed entrambi sprofondarono sottoterra nel solco aperto da Artemide, riaffiorando in superficie nell'isola sacra di Artedime, Ortigia. In verità si narra che un tempo la bramosia di Alfeo fosse rivolta alla stessa Artemide, in Siracusa infatti si venerava l'Artemide Alfeiola, solo in seguito la sua figura sarebbe stata sostituita da quella della ninfa.

La ninfa Ciane ebbe un popolare culto a Siracusa, probabilmente trasportato dall'Eubea - poiché in origine Siracusa è stata coinvolta dalla presenza euboica - e la fonte Ciane potrebbe essere un ricordo euboico delle argonautiche rupi o isole-roccia Cianee (vd. anche la figura di Cianippo che indica sia un re di Argo e sia il padre di Ciane in un'altra versione meno nota del mito).[3] Il culto per Ciane è legato al letto del fiume Ciane, sito appena fuori la porta sud di Siracusa, e alla sua omonima fonte. Ciane, in greco antico: Κυανῆ, Cyăne, significa «azzurro», narra il mito che fosse compagna della dea Kore, detta Persefone, figlia di Demetra e signora della primavera.

Le ninfe e l’oracolo di Maie ad Akrai[modifica | modifica wikitesto]

Il legame tra Ciane, Kore, Aretusa e Demetra[modifica | modifica wikitesto]

Ciane esce dall'acqua tentando di fermare il dio Plutone che rapisce Kore (dipinto di Nicolas Mignard, XVII sec.)

Narra Ovidio che Kore venne rapita presso le campagne fiorite di Enna dal dio Plutone, re dell'Ade, e che Ciane, sua amica, tentò di salvarla cercando di trattenere il carro del dio, ma questi giunto alle porte di Siracusa, con il suo tridente trasformò Ciane in una fonte e si immerse in essa, scomparendo sott'acqua con Kore e aprendo da lì un varco per il suo tenebroso regno. La madre Demetra giunta presso la fonte incontrò Aretusa la quale le disse di aver visto in quelle acque galleggiare Persefone, divenuta ormai regine dell'Ade. Demetra colta dall'ira devastò allora le campagne della Sicilia.[4]

Aretusa informa Demetra del rapimento di Kore (dipinto di William Hamilton, XVIII sec.)

«Allora l’amata di Alfeo levò il suo capo dalle acque elee, scostò dalla fronte i capelli umidi verso le orecchie, e disse: “Tu che sei madre della vergine che cerchi per tutto il mondo, e madre anche delle messi, smetti l’immensa fatica e non essere in collera con questa terra, che ti è fedele. Non ha colpa la terra se contro la sua volontà si è aperta al rapitore. Non supplico per la mia patria: qui venni ospite. Sono nata nell’Elide e la mia patria è Pisa; abito la Sicilia da straniera, ma mi è più cara di qualunque altra terra; qui adesso io, Aretusa, ho i miei penati e la mia casa: tu salvala, benigna dea!»

(Ovidio, Metamorfosi, V, 487-497.[5])

Ercole arrivato a Siracusa si recò presso la fonte e in onore di Persefone vi sacrificò uno dei suoi tori più belli, ordinando e insegnando ai Siracusani come fare i sacrifici ogni anno per commemorare il rapimento di Kore, la figlia della dea della Terra e il gesto eroico di Ciane, divinità della natura. Si istituirono così, per volere di Ercole, le panegiris.[6]

Il tempio di Ciane[modifica | modifica wikitesto]

Probabile raffigurazione della ninfa Ciane, VI secolo a.C., rinvenuta a est del fiume Ciane

Diodoro Siculo dà testimonianza di un tempio dedicato a Ciane nei pressi del tempio di Zeus Olimpico: lo storico di Agira afferma che Dionisio I e il suo esercito, nel 396 a.C., per sorprendere i Cartaginesi durante uno degli assedi perpetrati durante le guerre greco-puniche, si accampò presso il tempio di Ciane.[7]

I resti calcarei di questo tempio, o santuario, sono stati riconosciuti dall'archeologo Francesco Saverio Cavallari in un sito poco distante dal fiume Ciane, nei pressi delle sue sorgenti, tra Cozzo Pantano e Cozzo Scandurra, nel quale sono stati rinvenuti elementi architettonici e votivi d'epoca arcaica.[8] Alcuni di essi, come dei grandi recipienti trovati allineati lungo la parete, ricordano esattamente il culto delle ninfe, alludendo alla descrizione omerica dell'antro delle Naiadi presso Itaca:

«Dentro anfore stanno e crateri
di pietra; e là fanno il miele le api.
Telai di pietra vi sono, altissimi, dove le ninfe
tessono manti di porpora, stupore a vederli;
e vi sono acque perenni»

(Omero, Odissea, 13, 105-109, trad. di R. Calzecchi Onesti.[9])

Vicino a questo sito è stata rinvenuta una testa di una divinità, identificata come tale grazie alla presenza in cima al capo del Polos; ornamento che conferiva sacralità alle figure femminili, essa è stata scolpita in stile dedalico agli inizi del VI secolo a.C. con il calcare del Plemmirio (sito siracusano prossimo al Ciane e all'Anapo), ed è divenuta celebre poiché vi si è identificata, data la vicinanza con il presunto santuario, il volto della ninfa Ciane.[8][10]

Gli Olimpi[modifica | modifica wikitesto]

Afrodite[modifica | modifica wikitesto]

L'Afrodite Callipigia di Siracusa[modifica | modifica wikitesto]

Afrodite è venerata sotto diversi nomi, ma soprattutto tramite la leggenda delle sorelle Kallipige. Cicerone[11] parla dell'esistenza di un tempio in Ortigia.

Il culto dell'Afrodite siracusana in Adriatico[modifica | modifica wikitesto]

Apollo[modifica | modifica wikitesto]

(GRC)

«τοῦτο δέ τοι ἐρέω, ὅ μ' ἀνείρεαι ἠδὲ μεταλλᾷς.νῆσός τις Συρίη κικλήσκεται, εἴ που ἀκούεις, Ὀρτυγίης καθύπερθεν, ὅθι τροπαὶ ἠελίοιο. ἀλλ᾽ ὅτε γηράσκωσι πόλιν κάτα φῦλ᾽ ἀνθρώπων, ἐλθὼν ἀργυρότοξος Ἀπόλλων Ἀρτέμιδι ξὺν οἷς ἀγανοῖς βελέεσσιν ἐποιχόμενος κατέπεφνεν. Ἔνθα δύω πόλιες, δίχα δέ σφισι πάντα δέδασται· τῇσιν δ' ἀμφοτέρῃσι πατὴρ ἐμὸς ἐμβασίλευε, Κτήσιος Ὀρμενίδης, ἐπιείκελος ἀθανάτοισιν.»

(IT)

«Eccoci or dunque a dirti quello, di che m'interroghi e cerchi. Evvi c'ert'isola, Siria nomata, se forse l'udisti, al di sopra di Ortigia, dove si volta il sole. Ma lì quando invecchiano le stirpi degli uomini, arriva Apollo dall'arco d'argento con Artemide, e li colpisce e li uccide con i suoi dardi pietosi. Ci sono lì due città, e tutto è diviso fra loro a metà: su entrambe regnava mio padre, Cyesio Ormenide, simile agli immortali.[12]»

(Omero, Odissea, libro XV, vv. 402-404; 409-414;)

Ad Apollo era dedicato il primo tempio greco della Sicilia in Ortigia. Inoltre Cicerone[13], parla di una statua di Apollo Temenite presso l'omonimo colle. Plutarco[14] parla delle feste Carnee, dedicate ad Apollo Carneio.

Panoramica del tempio di Apollo

Ares[modifica | modifica wikitesto]

La polis come sacro terreno di Ares[modifica | modifica wikitesto]

(GRC)

«μεγαλοπόλιες ὦ Συράκοσαι,
βαθυπολέμου τέμενος Ἄρεος,
ἀνδρῶν ἵππων τε σιδαροχαρμᾶν δαιμόνιαι τροφοί,
ὔμμιν τόδε τᾶν λιπαρᾶν ἀπὸ Θηβᾶν φέρων μέλος ἔρχομαι ἀγγελίαν τετραορίας ἐλελίχθονος»

(IT)

«Siracusa la grande,
tempio di Ares dalla vasta guerra,
ispirata nutrice
di eroi e cavalli che ardono nel ferro,
vengo da Tebe chiara
recando a te un canto messaggero.»

(Pindaro, Pitica II, ΙΕΡΩΝΙ ΣΥΡΑΚΟΣΙῼ, ΑΡΜΑΤΙ,[15] vv. 1-11.)
Il dio della guerra Ares

Il tebano Pindaro definisce Siracusa «tempio» del dio della guerra Ares (traducibile anche come «sacrario»[16] e «sacro terreno»[17] di Ares), tuttavia il culto per questo bellicoso dio non sembra aver messo salde radici in Sicilia né tanto meno a Siracusa; è pur vero che esso compare nelle monete dei siracusani, ma solo dopo il 212 a.C., ovvero dopo l'avvenuta conquista della polis da parte dei Romani.[18] La frase dunque che fa di Siracusa un luogo sacro al dio della guerra è attribuibile esclusivamente al ruolo egemone ricorperto dalla città sul campo di battaglia; innumerevoli sono infatti i conflitti intrapresi dai Siracusani in epoca antica.

L'epoca in cui scrive Pindaro è quella del tiranno Ierone I, periodo in cui la polis di Siracusa doveva apparire in perenne stato di guerra:[19] Ierone, ereditando l'apparato bellico introdotto da Gelone, fece largo uso di mercenari; situazione che sarà accentuata sotto Dionisio I, che farà dell'esercito siracusano il primo per numero di mercenari, facendolo divenire il più variegato del mondo greco (a Siracusa giungevano guerrieri dalla Gallia, dall'Italia, dall'Iberia, dall'Africa e dalla Grecia). Ritornando al periodo di Pindaro, il 476 a.C. è anche l'anno in cui la polis aretusea dichiarò guerra alle città ioniche di Nasso e Katane, conquistandole e deportandone gli abitanti. Nel frattempo, 474 a.C., le sue navi giunte nel mar Tirreno si scontrarono con quelle etrusche, riportando la vittoria nelle acque di Cuma e facendo di Pitecusa un altro possedimento siracusano, chiudendo in questo modo le porte del Tirreno ad Atene. Si alimentava così la rivalità egemonica degli Ateniesi nei confronti dei Siracusani che avrebbe infine portato al celebre scontro tra le due poleis. Il Tebano fu testimone di tutto ciò e scrisse di Siracusa osservando gli eventi da Aitna, nuova fondazione ieroniana di dori Siracusani e peloponnesiaci alle falde dell'Etna. In altri scritti pindarici è la guida della polis Ierone I, «padre eponimo di riti venerandi, fondatore di Etna»,[20] che viene velatamente comparato a un dio, allo stesso Zeus Etneo, figlio di Crono, il cui culto fu dal Siracusano stabilito ad Aitna/Etna.[20]

«Acconsenti, ti prego, o figlio di Crono, che il Fenicio e l'esercito dei Tirreni restino tranquillamente nel loro suolo, avendo visto lo scempio luttuoso della loro flotta davanti a Cuma.»

(Pindaro, sui nemici dei Siracusani, Pitiche, 1, vv. 133-142.[21])

Approfondendo quindi il contesto storico appare più che giustificata l'espressione di Pindaro che vede in Siracusa un luogo caro alla più bellicosa delle divinità olimpiche.[22]

La polis di Siracusa giocò inoltre un ruolo primario, se pur indirettamente, nella diffusione in alcune aree dell'isola del culto di Ares, poiché fu essa ad assoldare i Mamertini, mercenari italici della Campania devoti al dio della guerra (essi si dicevano suoi discendenti), i quali ribellatisi ai Siracusani si stabilirono presso Messana, portando con sé la devozione per Ares, città nella quale compaiono a seguito della loro presenza le monete di Ares giovanile con alloro sul capo.[18]

Artemide[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Origini di Siracusa § Leggende minori e Leggenda sulla fondazione di Siracusa § Il legame con Magnesia al Meandro.
Processione al tempio di Diana (Artemide) di una sposa di Siracusa (opera d'arte di Frederic Leighton, The Syracusan Bride, XIX sec.)
(GRC)

«ἄμπνευμα σεμνὸν Ἀλφεοῦ,
κλεινᾶν Συρακοσσᾶν θάλος Ὀρτυγία,
δέμνιον Ἀρτέμιδος,
Δάλου κασιγνήτα, σέθεν ἁδυεπὴς
ὕμνος ὁρμᾶται θέμεν
αἶνον ἀελλοπόδων μέγαν ἵππων, Ζηνὸς Αἰτναίου χάριν»

(IT)

«Luogo di riposo sacro di Alfeo, Ortigia,
germoglio della celebre Siracusa,
giaciglio di Artemide, sorella di Delo,
da te sgorga un inno di dolci parole
per rendere grande lode
ai cavalli dai piedi di tempesta in onore di Zeus Etneo»

(Pindaro, Nemean I, ΧΡΟΜΙΩι ΑΙΤΝΑΙΩι ΙΠΠΟΙΣ, 1-6.[23])

La dea Artemide ha un forte riscontro nell'isola di Ortigia dove sorgeva un suo tempio[24] e uno dei culti più importanti in Sicilia. Inoltre la rappresentazione della dea in alcune monete, la fa associare alla protezione della città. Probo e Diomede parlano di una festa ad essa dedicata poiché la dea liberò la città da un morbo che avrebbe colpito il bestiame; per questo motivo alla festa partecipavano i pastori. Durante l'assedio romano, Livio e Plutarco parlano della celebrazione di una festa in onore di Artemide[25] che avrebbe potuto liberare la città dall'assedio.

Artemide e Aretusa[modifica | modifica wikitesto]

Atena[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Tempio di Atena (Siracusa).
(LA)

«Syracusis aedes Minervae ita spoliata ac direpta est, ut non ab aliquo hoste, sed a barbaris praedonibus vexata esse videatur. In ea servaba~ tur, in tabulis picta, Agathoclis regis pugna equestris: iis autem tabulis interiores templi parietes vestiebantur. Nihil erat ea pictura nobilius, nihil in urbe mirabilius.»

(IT)

«In Siracusa, il tempio di Minerva venne spogliato e saccheggiato a tal punto che sembrava essere stato razziato non già da un nemico, quanto da barbari corsari. In esso era custodita, rappresentata su dipinti, una battaglia equestre del re Agatocle; con questi quadri, inoltre, erano rivestite le pareti interne del tempio. Nulla vi era di più nobile e famoso di quella rappresentazione, nulla di più bello da vedere in quella città.»

(Cicerone, Verrine, Actionis in C. Verrem Secvndae, IV, 52.[26])
Atena raffigurata su di una moneta siracusana d'età agatoclea, 304-289 a.C.
Testa femminile proveniente dall'acroterio dell'Athenaion di Siracusa
Le colonne dell'Athenaion di Siracusa incorporate nel Duomo

Come testimoniano Cicerone e le tante raffigurazioni della dea sulle monete della polis, Atena era molto amata dai Siracusani; essa era considerata la protettrice dei navigatori e la sua saggezza guidava alla vittoria le armate delle poleis. In cima all'Athenaion di Siracusa un grosso scudo dorato aveva proprio il compito di indicare ai naviganti la costa, come fosse stato un enorme faro luccicante. E l'incisore Eukleidas, operante a Siracusa nel tempo in cui detennero il potere Ermocrate e Dionisio I, ebbe il compito di raffigurare la dea Atena sui conii emessi dalla polis attorniata da delfini; noto simbolo di Siracusa, per celebrare la vittoria sulle armate di Atene, ottenuta con il favore della dea.[27]

Marco Claudio Marcello conquistata la città propiziò doni ad Atene di Lindo, mentre il pretore Verre spoliò il tempio siracusano da ogni oggetto prezioso. Probabilmente furono i Dinomenidi, tramite il primo tiranno di Siracusa, Gelone, a importare nella polis il culto per questa dea. Il suo tempio sorse sulle fondamenta di uno più antico e affiancato ad un altrettanto antico e raro tempio ionico, conosciuto come l'Artemision di Siracusa. L'Athenaion che Cicerone descrive sontuosamente, edificato sul lato di levante dell'isola di Ortigia, venne verso il IV secolo d.C. consacrato a Cristo in quanto divenuto nuovo tempio del Cristianesimo e dedicato alla Madonna.

Se pur si è concordi nell'identificazione del tempio, sono sorti alcuni dubbi riguardo alla frase di Ateneo, il quale nel descrivere lo scudo dorato dell'Athenaion dice che esso era l'ultima cosa che i marinai vedevano prima che Siracusa scomparisse alle loro spalle; si è quindi ipotizzato che il luogo ideale dove si verificasse ciò non fosse l'area sacra posta al centro dell'isola ma un punto più aperto vicino al mare, come il lato di ponente della stessa isola.[28]

Demetra e Kore[modifica | modifica wikitesto]

Il culto e il mito per le divinità ctonie a Siracusa[modifica | modifica wikitesto]

«...molti popoli rivendicano la “scoperta” del frutto del grano, affermando di essere stati i primi dai quali la dea fu vista, e ai quali ella insegnò sia la natura che l’uso del grano... Ma i Sicelioti, che abitano l’isola sacra a Demetra e a Kore, affermano che è ragionevole che questo dono sia stato dato per primi a coloro che occupano il paese più caro alla dea...[29]»

Busto di Kore rinvenuto nel tempio delle due dee cotnie a Siracusa, V secolo a.C., museo archeologico regionale Paolo Orsi
Busto di Demetra, V secolo a.C., provenienza ignota, coll. Biscari, castello Ursino

Il culto di Demetra e Kore, come visto, si intreccia a Siracusa profondamente con quello della ninfa Ciane e in maniera significativa anche con la figura della ninfa Aretusa. Narra il mito siciliano che dopo la scomparsa della figlia, prima che Aretusa la informasse del suo destino, Demetra la cercò per tutta l'isola, salendo fin sulla cima dell'Etna, adoperando la lava del vulcano per accendere grosse fiaccole che potessero aiutarla nella ricerca. Non potendo riavere Kore al suo fianco, la Madre-Terra si rifiutò di risalire in cielo e ciò comportò lo sconvolgimento della natura: il suo lutto segnò l'inizio della carestia per le campagne siciliane e quelle di tutto il mondo:

«Non sa ancora dov’è, ma accusa tutte le terre, le chiama ingrate e indegne del dono del grano, e più di tutte la Sicilia, dove trovò traccia della disgrazia. E dunque con mano crudele spezzò gli aratri che fendevano il suolo, e nella sua ira diede la stessa morte a buoi e coloni, e ordinò ai campi di tradire il deposito e guastò i semi. La fertilità celebrata in tutto il mondo risulta falsa: le messi muoiono nella prima erba; ora le distrugge il troppo sole ed ora la pioggia, le rovinano gli astri ed i venti [...]»

(Ovidio, Metamorfosi, V, 474-484.[5])

Si sostiene che fu Gelone di Gela, ierofante di Demetra e Kore - ierofantia ereditata dai Dinomenidi[30] - a diffondere il culto per le divinità ctonie a Siracusa e da qui nel resto della Sicilia. Ma non tutti concordano con questa affermazione.[31] Stando alle antiche fonti, per volere del tiranno geloo venne eretto nel 480 a.C. il tempio di Siracusa consacrato a Demetra e Kore, sorto per celebrare la vittoria sui Cartaginesi sconfitti ad Imera.[32] Gelone, ierofante degli «dei ctoni»,[30] certamente ricoprì un ruolo molto importante nel propagandare il culto di Demetra e Kore, ma più verosimilmente i Greci raccolsero questa eredità culturale dalle popolazioni autoctone dell'isola che già in tempi preistorici veneravano divinità della terra, dell'agricoltura, con altri nomi;[33] un caso celebre è rappresentato dalla dea Iblea, identificata sia con una Grande Madre, la divinità che rappresenta la maternità, la creazione, e sia con Afrodite-Persefone, dea della rigenerazione della natura, della fertilità, il cui culto, dato l'epiteto della dea (se di epiteto si tratta), doveva avere avuto origine presso il sito geografico di Ibla; località siciliana egemone ignota, ma che non può trovarsi troppo distante da Siracusa, dato che le antiche fonti collocano la sua area di influenza nei dintorni della polis aretusea.[34]

Da sottolineare inoltre come il mito greco-siciliano che coinvolge Siracusa ricalchi, e in certo senso mescoli,[35] in maniera notevole i miti mesopotamici della dea sumerica Inanna (Discesa di Inanna negli Inferi) e della dea babilonese Ištar (Discesa di Ištar negli Inferi); si tratta infatti in tutti e tre i casi di dee che scendono negli inferi, costrette a rimanervi, e la loro risalita in superficie rappresenta la rigenerazione della Terra. Mentre la figura di Demetra corrisponde nel mito mesopotamico a quella maschile del dio babilonese Dumuzi, che come Demetra può avere al suo fianco la dea infera per 6 mesi l'anno e in questo arco di tempo, in cui Kore/Inanna/Ištar resuscita, la natura si risveglia e subentra la primavera e l'estate.

Il culto nelle colonie siracusane[modifica | modifica wikitesto]

La Kore proveniente dalla colonia siracusana di Casmene, monti Iblei, 570-560 a.C.
Statuetta raffigurante la madre Demetra e la figlia Kore, proveniente da Camarina, 460 a.C.

La Sicilia è strettamente legata al mito di Demetra, la dea della vita e della morte, e Kore, la dea alla quale per volere di Zeus venne concessa in dote l'intera isola.[36] Due luoghi in particolar modo compaiono nel mito e nel culto: Enna, luogo in cui Kore venne rapita e indiscusso centro del mito, e Siracusa, luogo dal quale la medesima dea raggiunse il regno di Ade e principale luogo propagandistico del culto. Interessante notare che queste due città sono tra l'altro storicamente legate, al punto tale che secondo la fonte di Stefano di Bisanzio, Henna, sorta al centro della Sicilia, venne fondata dai Siracusani nel 664 a.C.;[37] la coppia divina rinsalda questo antico rapporto.[38]

Il riscontro del culto delle due dee ctonie nelle colonie siracusane è molto importante per stabilirne la presenza anche nella madre-patria poiché, specialmente nei primi tempi, Siracusa era ben presente sotto tutti gli aspetti nelle sue fondazioni, per cui esse riflettono in maniera veritiera l'immagine socio-culturale della polis. Ad esempio nella colonia posta a sud, Eloro, che rappresentava il confine sacro della chora aretusea verso la costa,[39] è stato portato alla luce un santuario di Demetra e Kore risalente al tardo VI secolo a.C., ed esso era direttamente collegato con Siracusa tramite una strada che si suppone fosse processionale.[39] Il VI secolo a.C. è anche la datazione espressa per il busto di Kore rinvenuto nella colonia di Siracusa posta sulle cime più alte dei monti Iblei, Casmene (nei pressi dell'odierna Buscemi), sul monte Casale. Qui l'archeologo Paolo Orsi rinvenne un altro santuario consacrato a Demetra e Kore.[40] Tracce eloquenti del culto delle due dee si sono trovate anche nella colonia posta più a ovest di Siracusa, Camarina, definita apoikia in quanto autosufficiente, anche se in questo luogo il culto sembra avere più che altro caratteristiche private e non pubbliche.[41] Infine ad Akrai (odierna Palazzolo Acreide), la prima colonia degli aretusei fondata sui monti che coronavano la polis, gli scavi hanno riportato alla luce un Thesmophorion composto da circa 25 ambienti per il culto di Demetra e Kore, risalente al III secolo a.C.; sorto in età ellentistica per volere del re siracusano Ierone II, al quale era particolarmente caro il culto delle due dee poiché consapevole del grande seguito che esso aveva tra il popolo.[42] Akrai è inoltre importante perché sede di antichi culti indigeni, estranei al Pantheon greco: un esempio sono i cosiddetti «Santoni» di Akrai, notevole santuario nel quale è stato riconosciuto il principale centro di culto della dea anatolica Cibele; significativo il fatto che questa Magna Mater fosse stata identificata dall'Orsi e da Pace con Demetra.[43]

Demetra, Kore e Artemide[modifica | modifica wikitesto]

La festa e i templi di Demetra e Kore[modifica | modifica wikitesto]

La seconda area votiva di Siracusa dedicata a Demetra e Kore di cui parlava Cicerone, rinvenuta nell'Acradina. Sullo sfondo il santuario segna il sito dell'altro tempio dedicato alle due dee

Dopo la vittoria su Imera fece innalzare templi per le dee nel quartiere Neapolis[44], rafforzando il culto. Secondo Diodoro[45] Timoleonte salpando da Corinto fu accompagnato dalle dee per sorreggerlo nell'impresa di Sicilia.

Diodoro[46] racconta che a Siracusa la festa era celebrata nel tempo delle seminagioni e durava dieci giorni. Ateneo e Plutarco parlano anche delle Tesmoforie di Siracusa[47], il che fa supporre ad un legame tra le feste. Esse infatti avvenivano entrambe a ottobre. Eraclide aggiunge che per la festa delle Tesmoforie si facevano focacce di sesamo e miele, poi portati in giro in onore delle dee. C'era anche la festa delle Anagoge o Anodos di Cora, ossia il suo ritorno in cielo dalla madre[48]. Callippo inoltre giurò presso il tempio delle Tesmofore, cioè di Demetra e Core, poi anche Agatocle. Divenne comune giurare anche per le donne[49].
Le dee figuravano in molte monete antiche come fanciulle con la fiaccola in mano.

Dioniso[modifica | modifica wikitesto]

Lo storico Timeo parla dell'esistenza di una festa legata a questo culto, dove in un banchetto pubblico i convitati facevano a gara a chi lo bevesse prima. A dirigere la gara era proprio lo stesso principe Dioniso, che proponendo un premio al vincitore, ostentava un carattere democratico del suo regno. Inoltre Polemone di Atene parla di un'usanza presso i marinai, che in alto mare, quando non vedevano più lo scudo del tempio di Atena di siracusa, gettavano in mare un calice pieno di fiori e aromi in onore a Dioniso, ritenuto protettore dei naviganti.

Hermes[modifica | modifica wikitesto]

Si sa che in suo onore si celebravano delle feste, nelle quali si facevano giochi di lotta tra fanciulli in onore di Hermes Agonios. A Siracusa Dioniso innalza sull'Anapo diversi ginnasi[50], opera poi proseguita da Gerone II[51].

Poseidone[modifica | modifica wikitesto]

Essendo Corinto la madrepatria dove fioriva il suo culto, esso era giunto anche a Siracusa. Secondo Plutarco, Archia da Corinto, il mitologico fondatore della città, sarebbe giunto sulle coste siciliane a causa dell'ira di Poseidone, scatenata per via della supplica di Melisso, genitore dell'argivo Atteone; il giovane morto a causa del rapimento da parte di Archia, il quale andò incontro per questo motivo all'ira funesta di Poseidone che maledisse l'intera Corinto spingendolo ad auto-esiliarsi.[52] Mentre secoli dopo Timoleonte venuto in soccorso di Siracusa, mandò doni al dio nel tempio di Corinto[53]. Il culto appare anche nelle monete siracusane.

Zeus[modifica | modifica wikitesto]

Zeus era un dio importante per Siracusa, lo attesta la presenza di un monumento ad esso dedicato nella zona dei Pantanelli, di cui parla persino Cicerone. Un successivo tempio fu innalzato da Gerone II presso l'attuale foro. Il culto probabilmente proveniva da Corinto, città fondante.
Dopo la vittoria della battaglia di Imera Gelone aveva fatto costruire una statua del dio a Olimpia. Con la cacciata di Trasibulo di Siracusa, invece, si affermò anche il culto di Zeus Eleutherios, innalzando una statua colossale.

Per le festività in onore di Zeus si immolavano 450 buoi[54] poi estesa nella famosa Ara di Ierone.

Altre divinità[modifica | modifica wikitesto]

Asclepio[modifica | modifica wikitesto]

Il culto per la divinità della medicina[modifica | modifica wikitesto]

Testa del dio Asclepio proveniente dall'anfiteatro romano di Siracusa, risalente al 14-27 d.C., tipo Phyromachos
Statua di Igea, figlia di Asclepio, dea della salute, rinvenuta a Siracusa nei pressi del tempio di Apollo

Da Siracusa proviene la più antica attestazione del culto di Asclepio nel Mediterraneo (IV secolo a.C.).[55] Numerosi storici antichi ne testimoniano il culto nella polis: Ateneo di Naucrati afferma che il tiranno Dionisio I sottrasse una trapeza d'oro dal tempio del dio, mentre per Polieno, il tiranno mise in vendita le offerte d'oro e d'argento che i Siracusani avevano donato al dio. Gli antichi Romani Cicerone, Valerio Massimo, il berbero Arnobio e il suo allievo Lattanzio raccontano del furto della barba d'oro della statua di Asclepio sempre ad opera di Dionisio I; noto per i suoi stratagemmi finanziari volti a sostenere il costo del suo numeroso esercito e oggetto di una spietata critica anti-tirannica da parte dei filosofi del suo tempo (cfr. le critiche di Platone e quelle di Lisia nei confronti del suo governo). Ma a parte i sacrilegi compiuti da Dionisio I, che sono al centro degli scritti degli storici sopracitati, le loro testimonianze sono preziose poiché attestano con certezza la presenza del culto per il dio della medicina a Siracusa.[55]

Cicerone è inoltre particolarmente prezioso perché dà modo di associare il culto siracusano per Asclepio a quello ben noto della città dell'Argolide, Epidauro, appellando con tale toponimo la statua del dio sita in Siracusa. Oltre ciò, lo storico di Arpino informa dell'esistenza di un tempio dedicato al dio in questione, quando afferma che il pretore Verre, la cui sede era Siracusa, rubò una statua di Apollo all'interno del luogo sacro votato dai Siracusani ad Asclepio.[56]

Collocazione del suo tempio[modifica | modifica wikitesto]

Diversi i luoghi ipotizzati per l'Asklepieion: presso il Ginnasio romano dove sono stati rinvenuti reperti assimilabili ad un Asklepieion e una statua raffigurante il dio; nell'area dell'anfiteatro romano, Neapolis, dove è stata riportata alla luce una testa marmorea del dio risalente ad epoca augustea; presso l'isola di Ortigia, accanto al tempio di Apollo, ipotesi più probabile, poiché Asclepio era considerato figliod ella divinità Apollo, e a supporto di ciò sono state rinvenute in zona una statua d'epoca romana della dea della salute Igea ed un'iscrizione greca dedicata ad un medico.[57]

Il dio compare inoltre sulle monete bronzee della polis.[57]

Altri reperti siracusani raffiguranti Asclepio

Eolo[modifica | modifica wikitesto]

Plutarco parlando di Dione di Siracusa narra dei sacrifici che egli fece in favore del dio affinché arrecasse vittorie. Il dio è anche rappresentato nelle monete siracusane e il culto diffuso nelle colonie.

Iside e Serapide[modifica | modifica wikitesto]

L'esistenza di culti egiziani è confermata dall'esistenza di epigrafi dedicatorie, nonché da Cicerone[58] della presenza di un tempio di Serapide. Infatti il rinvenimento di una statua di marmo con scritte in geroglifico fa supporre la presenza del tempio nell'attuale Ginnasio Romano.

I resti del tempio dedicato al dio egizio Serapide, edificato nel Ginnasio di Siracusa
(LA)

«Leontinis, misera in civitate atque inani, tamen istius in gymnasio statua deiecta est. Nam quid ego de Syracusanis loquar? Quod non est proprium Syracusanorum, sed et illorum et commune conventus illius ac prope totius procinciae. Quanta illuc moltitudo, quanta vis hominum convenisse dicebatur tum cum statuae sunt illius deiectae et eversae! At quo loco! Celeberrimo ac religiosissimo, ante ipsum Serapium, in primo aditu vestibuloque templi. Quod nisi Metellus hoc tam graviter egisset atque illam rem imperio edictoque prohibuisset, vestigium statuarum istius in tota sicilia nullum esset relictum.»

(IT)

«I leontini, benché fosse la loro città mi sarei spogliata, nondimeno gettarono in terra la statua di costui che si vedeva nel ginnasio. E che dirò io dei siracusani, dato che questa vendetta fu loro comune con tutti i cittadini romani residenti nella loro città e con quasi tutte le provincie? Quanta folla, quanto affluenza di popolo - mi dicevano - si era radunata qui quando statue di Verre furono abbattute e rovinate? E dove? Nel luogo più frequentato il più sacro, davanti a Serapide e nel vestibolo del Tempio. E se Metello non avesse avuto a male, e comandato con la sua autorità che ciò non si facesse, in tutta la Sicilia non sarebbe rimasta traccia delle statue di Verre.»

(Cicerone, In Verrem II 2 - 160)

Tiche[modifica | modifica wikitesto]

Il culto di Tiche assume una particolare importanza anche per l'esistenza di un omonimo quartiere, dove c'era un tempio della dea, il quale pare non esistesse più al tempo di Cicerone.

Urio[modifica | modifica wikitesto]

Il culto degli eroi[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Vittorio Lucca, tav. X
  2. ^ Claudia Lambrugo, p. 134.
  3. ^ Rossignoli, p. 369.
  4. ^ Ovidio, Le Metamorfosi, 337-437; 438-508. Cfr. Vittorio Sermonti, 2014.
  5. ^ a b Trad. ita. La disperata ricerca (PDF), su online.scuola.zanichelli.it. URL consultato l'8 marzo 2017.
  6. ^ Diod. IV 23, 4 e Cic., Verrine IV 48, 107
  7. ^ Diod. XIV, 72.
  8. ^ a b Il santuario di Ciane (PDF), su antoniorandazzo.it. URL consultato il 25 febbraio 2017.; Cfr. Vito Teti, Storia dell'acqua: mondi materiali e universi simbolici, 2003, p. 56.
  9. ^ Cit. Claudia Lambrugo, p. 140.
  10. ^ Claudia Lambrugo, p. 140.
  11. ^ Verr. IV 52,118
  12. ^ Volgarizzamento in prosa dell'Odissea di Omero per Cornelia Sale-Mocnigo-Codemo, 1848, pag. 250
  13. ^ Verrine IV 57,127,128
  14. ^ Nic. 28
  15. ^ «Per Gerone di Siracusa vincitore con il carro». Traduzione italiana a cura del grecista Enzo Mandruzzato in Pindaro. Tutte le opere e i frammenti, 2010, p. 39.
  16. ^ Franco Ferrari, Pitiche, 2003, p. 20.
  17. ^ Ettore Bignone, Studia Philologica, vol. 1, 1963, p. 40.
  18. ^ a b ARES, in Enciclopedia dell'arte antica, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
  19. ^ Cfr. Domenico Musti, Introduzione alla storia greca: Dalle origini all'età romana, 2012.
  20. ^ a b Studi italiani di filologia classica, vol. 8, F. le Monnier, 1990, p. 130.
  21. ^ Trad. in Filologia e critica, vol. 26-27, 1978, p. 138.
  22. ^ André Piganiol, Le conquiste dei romani, 2010, p. 96.
  23. ^ Trad. in Paideia, vo. 64, 2009, p. 121.
  24. ^ Cic. Verrine IV 53,118
  25. ^ Liv. XXV 23, Plutarco Marcello 18
  26. ^ Cit. Progetto Ovidio, su progettovidio.it. URL consultato il 25 febbraio 2017. Cfr. Marcus Tullius Cicero,Sheila Kathryn Dickison, Cicero's Verrine Oration II.4: With Notes and Vocabulary, 1992, p. 70.
  27. ^ Alessia C. Bolis, L'immaginario e il potere nell'iconografia monetale, 2004, pp. 44-47.
  28. ^ Enzo Lippolis,Monica Livadiotti,Giorgio Rocco (a cura di), Architettura greca: storia e monumenti del mondo della polis dalle origini al V secolo, 2007, pp. 397-398.
  29. ^ Pietrina Anello, pp. 10, 11.
  30. ^ a b Burkert, p. 214.
  31. ^ Cfr. Giuseppe Mafodda, La monarchia di Gelone tra pragmatismo, ideologia e propaganda, 1996, p. 91.
  32. ^ Hdt. 7, 153; Diod. Sic. 11, 26, 7.
  33. ^ Cfr. André Piganiol, Le conquiste dei romani, 2010, p. 51.
  34. ^ Cfr. Carmelo Ciccia, Il mito d'Ibla nella letteratura e nell'arte, p. 10; Vincenzo Ussani, Scritti di filologia e umanità , p. 217.
  35. ^ Burkert, p. 317.
  36. ^ Ad esempio Pind. Nem. 1.13. Cfr. Pietrina Anello, p. 11.
  37. ^ Steph. Byz. s.v. «'Evva». Cfr. École française de Rome, La colonisation grecque en Méditerranée occidentale, 1999, p. 291.
  38. ^ Eugenio Manni, Sicilia Pagana, 1963, p. 212.
  39. ^ a b Dieter Mertens, Città e monumenti dei greci d'occidente, 2006, pp. 44-45.
  40. ^ Cfr. Enzo Di Pasquale, Il giro della Sicilia in 501 luoghi, 2014, 431.
  41. ^ Marcella Pisani, Paola Pelagatti, Giovanni Di Stefano, Camarina: le terrecotte figurate e la ceramica da una fornace di V e IV secolo a.C, 2008, p. 163.
  42. ^ Cfr. Riti e misteri sull’Acropoli di Akrai: un nuovo santuario dedicato al culto delle dee della terra (PDF), su unipa.it. URL consultato il 7 marzo 2017.
  43. ^ Cfr. Angela Bellia, I «Santoni» di Akrai. Esempi di raffigurazioni musicali del culto di Cibele in Sicilia, in Sicilia Antiqua, An International Journal of Archaeology, IV · 2007 - Academia.edu. URL consultato il 7 marzo 2017.
  44. ^ Diod. XI 26, 7
  45. ^ XVI 66
  46. ^ V 4,5
  47. ^ Ateneo XIV 647, Plutarco Dion. 56
  48. ^ Pind. Ol VI 93
  49. ^ Teocr. XV 14
  50. ^ Diod. XV 13,5
  51. ^ Athen. V 206
  52. ^ Plutarco, Moralia, Amatoriae narrationes, 772-773, II.
  53. ^ Diod. XVI 80, 6
  54. ^ Diodoro XIV 72,2
  55. ^ a b Miro, Sfameni, Calì, p. 161
  56. ^ Verr. V 57, 127-128
  57. ^ a b Miro, Sfameni, Calì, p. 162
  58. ^ Verr. II 66,160

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]