Ibla

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Ibla e gli Iblei: la statua del sito ibleo di Grammichele, la necropoli di Pantalica, il miele ibleo e le rovine di Megara Iblea

Ibla è il nome di diversi antichi siti preistorici della Sicilia orientale appartenuti con ogni probabilità al popolo dei Siculi, i quali ebbero persino un re che portò tale appellativo: re Iblone. Da Ibla deriva il nome dei monti Iblei e del miele ibleo che in tali monti si produceva e si produce tutt'oggi. Gli Iblei veneravano una dea della quale sfugge il nome, ma che ha conservato l'appartenenza al suo popolo e per questo nota come dea Iblea (una sorta di Grande Madre, signora della primavera o signora degli inferi, identificata ora con Persefone, Flora e ora con Artemide).

La collocazione di questi antichi siti è fonte di dibattito tra gli studiosi moderni poiché non vi sono prove certe che permettano di identificare le Ible di cui parlano le fonti primarie con alcune città siciliane. Ad oggi una sola Ibla, o meglio una sua fondazione, è stata identificata certamente: si tratta di Megara Iblea, così chiamata, secondo la tradizione, dai Greci di Megara in onore di Iblone che concesse loro la terra; nelle immediate vicinanze di Augusta (provincia di Siracusa). Secondo le fonti di Strabone e di Eforo di Cuma Megara Iblea si chiamerebbe così non per via di Iblone ma piuttosto perché sorta sulle rovine di un'antica Ibla.

Resta decisamente il mistero più assoluto sulle restanti Ible denominate da Stefano di Bisanzio con l'appellattivo di Ibla la Major, Ibla la Minor e Ibla la Parva. Anche se un geografo del XVI secolo, Cluverio, volle identificare la Ibla Minor (l'Ibla Erea menzionata nell'Itinerario antonino e nella Tavola Peutingeriana) con il sito archeologico di Ragusa, la quale in tal senso ha recentemente intitolato il suo centro storico Ragusa Ibla (il cambio di nome avvenne solo nel 1922) proprio in onore di tale identificazione che però negli studi rimane incerta, poiché incerta e dubbiosa è stata definita la traduzione del Cluverio e la sua conseguente identificazione con il sito siculo ragusano.

Altre città che sono state spesso accostate con le antiche Ible sono: Paternò, nel catanese, Avola, Pantalica e Melilli (la più vicina a Megara Iblea), nel siracusano, Piazza Armerina, nell'ennese.

Le origini di Ibla[modifica | modifica wikitesto]

L'origine dell'etnonimo Ibla è molto incerta. Da esso traggono il nome vari centri abitati della Sicilia antica e i rispettivi abitanti (in greco antico: ῾Υβλαῖος, Hyblaeus); i monti Iblei (rilievi montuosi siti sul lato sud-orientale dell'isola) e il famoso miele ibleo, tanto noto nell'antichità.[1]

(LA)

« Non tot caducas frondes Eryx,
nec vere flores Hybla tot medio creat,
cum examen orto nectitur densum globo »

(IT)

« Non fa spuntare altrettante foglie Erice, né altrettanti fiori nel pieno della primavera crea l'Ibla, quando un denso sciame d'api avvolge in un fitto globo »

(Seneca, Oedipus, Creonte durante la discesa di Tiresia all'Ade, trad. Giancarlo Giardina[2])

Tuttavia soffermandosi sulla diffusione e sull'antichità di questo etnonimo si scopre che esso fu in auge in altri luoghi, già diversi millenni prima che giungesse nelle cronache siciliane. Infatti, secondo diversi studiosi, l'origine di Ibla va ricercata al di fuori della Sicilia.

L'Ibla della regione siriaca[modifica | modifica wikitesto]

Esempio di scrittura cuneiforme sul mappamondo di Babilonia

In quella che è considerata la prima e più antica mappa al mondo, proveniente da Gasur (200 miglia a nord di Babilonia), sito della Mesopotamia, compare il nome di Ibla: la mappa incisa nel III millennio a.C.[3] su una tavoletta di argilla con caratteri cuneiformi, sembrerebbe raffigurare la valle della Mesopotamia, anche se il luogo specifico resta tutt'oggi un mistero;[N 1] i nomi delle città sono racchiuse in dei cerchi, ai bordi vi sono tre dei quattro punti cardinali. Oltre all'appellativo di Azala, posto al centro, il solo nome leggibile di questa mappa è quello indicato in basso a sinistra; ed è proprio quello di Ibla: Maikàn-Dûr-Ibla,[4] (Mas-gan-bad-ib-la se letto come nome sumerico[5]) che tradotto significherebbe «the site of the fortress Ibla» ovvero l'insediamento o il forte di Ibla.[6] Molti sostengono che questa Ibla corrisponda all'omonima città siriaca, meglio conosciuta come Ebla,[7] ma non tutti concordano, poiché non vi sono prove tangibili che colleghino questa antica località, che appare come un sito dalle dimensioni ridotte, con l'Ibla capitale di un vasto regno nella Siria settentrionale.[8]

Altre volte compare il nome di Ibla ni pressi della regione mesopotamica: il re Sargon di Akkad, comandante dell'impero accadico, i cui confini giungevano fino al mar Mediterraneo, nei suoi annali scrisse che il suo dominio comprendeva Mari, Yarmuti e Ibla: «fino alla foresta dei cedri e alle montagne d'argento».[9][10] Il re Naram-Sin conquistò Ibla insieme ad una città di nome Arman, e il re Gudea ricorda la città di Ursu «sulla montagna di Ibla», vicino alla foresta dei cedri.[11]

Dato il territorio circostante, sembra che Ibla si trovasse vicino alla parte superiore dell'Eufrate e non troppo distante dal mar Mediterraneo.[12] Questa Ibla del Vicino Oriente antico è stata identificata con la ritrovata Ebla. L'ultima testimonianza scritta su questa città è data dal faraone egizio Thutmose III, il quale la menziona Ebla.[13]

Stele di Naram-Sin: il sovrano accadico che conquistò Arman e Ibla
Le rovine del regno di Ibla (o Ebla) in Siria (palazzo reale, 2400-2250 a.C.)

« Sebbene da molto tempo nessun re fosse riuscito a distruggere la città di Arman e Ibla, ora il dio Nergal aprì il cammino al possente Naram Sin e gli diede Arman e Ibla. Gli diede anche, come dono, Amanus, la Montagna dei Cedri, fino al Mare Superiore. »

(Iscrizione riguardante l'antica Ibla del tempo accadicco.[14])

Ibla ed Ebla sembrano essere un unico etnonimo: in Sicilia, e più in generale in Europa, nel medioevo si riscontra il nome di persona Eblato, dal greco-bizantino Ηβλάτος, da cui deriva la forma latina Ebaletus; indicati anche come Ibleto, da Ibla (Υβλα).[15]

Fiorita intorno al III millennio a.C., fu capitale di un vasto regno dalle cui rovine provengono antichissimi documenti che attestano i suoi vivaci rapporti commerciali con il Mediterraneo.[16] Alcuni studiosi sostengono che il nome dell'Ibla siriaca significa «pietra bianca», poiché essa venne costruita su della tenera roccia calcarea bianca[17] o da Abla che vuol dire «collina bianca». I primi suoi re portavano il nome di Ibla: Arib-Ibla e Paib-Ibla e trarrebbero origine dalla lingua hurrica.

Secondo alcuni storici, dal siriaco deriverebbe anche il nome dei Galeoti: dalla parola sira «Gala» ovvero «rivelare».[18]

In Anatolia[modifica | modifica wikitesto]

Ibla potrebbe essere stato in origine un nome legato alla sacralità dell'Anatolia, in quanto apprendiamo da Ateneo di Naucrati, il quale cita Menodoto (storico samio), che nella Caria (Asia Minore già Anatolia) vi era un oracolo di Apollo in una città chiamata Ibla (Υβλα), presso il quale i carii si recarono;[19] tale oracolo avrebbe potuto risiedere nell'isola di Samo poiché in questa località, separata dalla Ionia solo da un brevissimo tratto di mare, il nome personale Iblesio risulta molto frequente (vd. es. l'iscrizione della Cuma eolica dove si parla dell'Iblesio di Samo figlio di Astianaktos).[20][21]

Sono in molti a sostenere che tra gli indigeni della Sicilia e la terra anatolica vi fossero dei significativi contatti, e ciò potrebbe spiegare perché numerosi termini anatolici, come Ibla, si ritrovano in Sicilia.[22][N 2]

Gli indovini che popolavano l'Ibla siciliana[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Galeoti.

La notizia di un oracolo divinatorio nell'Ibla della Caria si riallaccia al popolo di indovini che secondo Pausania il Periegeta, che cita lo storico siracusano Filisto, abitava l'Ibla siciliana detta Gereatide (il più delle volte identificata con l'Ibla Galeatide menzionata da Tucidide), ed essi erano barbari, «esegeti di prodigi e sogni».[24] Così come Stefano di Bisanzio colloca degli indovini nell'Ibla megarese sorta sulla costa siracusana, ovvero abitatori di Megara Iblea, e dice che essi erano detti Galeoti; provenienti dall'Iperborea, si divisero tra la Caria e la Sicilia.[25] La loro influenza all'interno delle Ible siciliane sarebbe stata notevole, al punto tale che lo storico antico Esichio di Alessandria quando parla del termine «Iblese» gli attribuisce il significato di «indovino»[26]

A queste importanti testimonianze che creano un collegamento con l'elemento mantico presente nella Ionia, si aggiunge la notizia della Suda secondo la quale il noto re cretese Minosse, divenuto dominatore della Caria, invitò al suo palazzo un famoso taumaturgo proveniente dalla Galeatide;[27] questa ignota terra secondo diversi storici va identificata con la patria dei Galeoti e quindi collegata con l'Ibla siciliana.[28]

L'Artemide di Rodi con il corpo di ape e il miele ibleo: le api e il miele erano gli emblemi dell'Ibla siciliana e avevano nell'antichità una forte simbologia

Quanto detto nella Suda potrebbe ricondurre in maniera ancora più solida all'Ibla megarese se si tiene conto che l'origine della leggenda mantica di Minosse appartiene a Megara Nisea (patria dei megaresi che vennero ad abitare l'Ibla sulla costa siceliota), la quale aveva fondato in Asia Minore diverse colonie (ad esempio fondò Bisanzio nel Bosforo e fu la prima a stringere alleanza nella Caria, con Mileto) e contro Minosse aveva persino combattuto una guerra.[29] Polido, l'indovino qui indicato come proveniente dalla Galeatide, era nativo di Megara (anche se alcuni lo dicono di Argo), il che lascia intravedere un legame tra la tradizione di Stefano che appella i megaresi «Iblei Galeoti» e la tradizione dei greci della Ionia che fanno provenire il loro indovino Polide dalla Galeatide.[30] Da questo contesto emerge inoltre un contatto tra la Sicilia e la sfera della civiltà minoica e micenea;[31] la quale era comunque già stata riscontrata da rinvenimenti archeologici, soprattutto nel siracusano,[N 3] ma anche nella Sicilia più interna (si pensi ad esempio alla saga di Dedalo e Icaro; lo stesso Minosse infine avrebbe trovato la morte alla corte del re sicano Cocalo).[33]

I Galeoti, sostiene lo storico moderno Emanuele Ciaceri, sarebbero giunti in Sicilia insieme ai megaresi provenienti dalla Caria; sarebbero dunque barbari (come gli esegeti di sogni e prodigi citati da Pausania) e dalla loro prima sede iblea, sita sulla costa siracusana, sarebbero infine arrivati nell'Ibla Gereatide (che il Ciaceri colloca presso Paternò), tramite il legame positivo instaurato con gli influenti tiranni di Siracusa.[N 4] Ma la sua teoria viene contrastata dallo storico Luigi Pareti, suo contemporaneo, il quale nega qualsiasi collegamento tra la Galeotide di Minosse, gli indovini della Caria e le Ible; egli sostiene che i Galeoti fossero una stirpe di indovini greci, dal nome greco, i quali sarebbero stati diffusi su tutto il territorio siceliota.[N 5]

Dionisio I e la Spada di Damocle; fu uno dei tiranni più potenti di Siracusa. Sarebbe stato lui a elaborare l'origine iperborea dei Galeoti

Sulle vicende che concernono i Galeoti ricorre un legame particolare con la simbologia delle api e del miele: Claudio Eliano narra che Dionisio I di Siracusa volle sapere da questi indovini qual'era il significato della sua mano ricoperta da uno sciame d'api ed essi gli risposero che era il presagio di una grande fortuna per il suo regno. Il miele ricorre inoltre anche nella leggenda caria che vede il taumaturgo della Galeatide riportare in vita il figlio di Minosse affogato in una giara ricolma di miele.[36] Le api furono effigiate nelle monete di Ibla e il suo miele fu tanto lodato da divenire un topos letterario che attraversò i secoli.[37]

Nella narrazione di Stefano questi indovini, discendenti di Apollo e Temisto, giunsero dall'Iperborea per poi seguire le indicazioni dell'oracolo di Dodona e dividersi quindi tra la Caria e la Sicilia:[38] va comunque rilevato che secondo diversi studiosi l'origine iperborea dei sacerdoti di Ibla è una leggenda nata nel IV secolo a.C. quando i Galeoti, vicini alla corte siracusana entrarono nelle grazie del dinasta Dionisio I per via dei loro positivi responsi nei confronti dei regali e furono legati all'alleanza celtica (da qui la presunta origine nordica) che il Siracusano aveva instaurato con i mercenari del proprio esercito, il quale comprendeva sia i Galli che i Siculi.[39]

Ibla e Iblone[modifica | modifica wikitesto]

Dal sito di Megara Ibla la statua di una Grande Madre

Tucidide parlando dei megaresi che si stabilirono in Sicilia dice che essi ottennero dal re Iblone la terra sulla quale edificare la loro città.[40][41] Stefano di Bisanzio[42] ricalca tale notizia senza però chiarire se Iblone fosse un re eponimo (come nel caso di Siculo con i Siculi) o se, come sembra più probabile, a sua volta colse l'appellativo da Ibla; una città per molti, per altri una presunta divinità. Erodiano asserisce che Iblone derivava il proprio appellativo da Ibla, città della Sicilia.[43]

Sappiamo inoltre da Strabone[44] e da Eforo di Cuma[45] che Megara Iblea fu la seconda colonia greca più antica di Sicilia (solo Nasso la precedette) o comunque fu contemporanea di Siracusa - non concorda con la loro versione cronologica Tucidide, il quale dipende da Antioco[46] - e poiché i due studiosi sostengono che Megara Iblea sorse sul luogo di un'antica Ibla, dalla quale prese il nome (differentemente dalla versiose tucididea, essi ignorano la figura di Iblone), diversi studiosi moderni credono possibile che in origine l'Ibla di Sicilia fosse solo quella dove poi sorse Megara Ibla o Iblea, nel siracusano, e dalla sua complessa diaspora si formarono in seguito altre Ible: una nel catanese e un'altra nel ragusano, abbracciando così l'intera area della Sicilia sud-orientale.[47]

« ...la moltiplicazione delle Hyblai è un fenomeno tardo probabile conseguenza dell’abbandono di Megara nel 483 a.C. e della dispersione dei suoi abitanti ( Hdt VII 156 ): la diaspora megarese ha comportato un trasferimento di culti verso nord ( al di là di Catane ) e verso sud ( zona di Ragusa) nei territori indigeni che sfuggono in parte al controllo di Siracusa... »

(Studi megaresi, p. 34, n. 108.)

Interessante inoltre apprendere da Strabone che il nome di Ibla ai suoi tempi era già strettamente lagato alla produzione di miele, in quanto egli dice che di Megara, ormai scomparsa, perdurava solo l'appellativo di Ibla per l'eccellenza del miele ibleo.[48]

La dea Iblea[modifica | modifica wikitesto]

Gli acroliti di Morgantina raffiguranti le dee misteriche Demetra e Kore; entrambe legate al simbolismo delle api e alle più antiche pratiche religiose[49] Ibla viene spesso associata a Demetra.[50]
Illustrazione del ceppo rinvenuto a Paternò, conservato presso il museo del Castello Ursino a Catania

Pausania il Periegeta afferma che nell'Ibla detta Gereatis i Barbari (gli Iblei, definiti da Filisto come i più pii della Sicilia) veneravano una dea Iblea; egli però tace il nome di questa divinità.[51] Dal suo passo sono sorte numerose ipotesi. Secondo diversi storici la Gereatide di Pausania andrebbe identificata con la Geleatide di Tucidide, ed entrambe sarebbero legate ai Galeoti; stirpe di indovini che secondo Stefano abitava Ibla Megara e giungeva dall'Iperborea (vd. sezione di appr.). Emanuele Ciaceri sostiene invece che il nome di Gereatide derivi dalla natura della dea venerata: una divinità fecondatrice, produttrice; dal termine «gerra» che nella lingua sicula indica i genitali maschili e femminili,[52] in sostanza si tratterebbe di una Grande Madre.[53] A supporto della sua tesi egli cita la lapide rinvenuta nel sito di Paternò, la quale recita:

« Veneri Victrici Hyblensi »

(C.I.L. X 7013 I.L.S. 3178.)

Fu un dono votivo elargito da un certo Caio Publicio Donato. Da qui l'accostamento con la dea Iblea di Pausania e la supposizione che la primordiale divinità degli Iblei fosse stata assimilata in seguito dalla Venere dei Romani (già Afrodite per i Greci)[54]; rappresentante la genitrice del popolo dell'urbe.[55] Per altri storici tuttavia non sussiste alcun serio motivo per ipotizzare che l'anonima dea Iblea sia divenuta la sopracitata divinità romana.[54] Quanto poi alla convinzione che la lapide segnasse il luogo dove sorse l'Ibla di Pausania, Luigi Pareti afferma un pensiero condiviso da numerosi altri storici:[56][57]

« ...ma recentemente il Beloch, sostenendo con buoni argomenti che Paternò corrisponde alla antica Inessa, fece notare che l'Afrodtie di Ibla poteva essere venerata anche nei centri abitati circostanti, e che l'aggiunta dell'epiteto Hybelnsi rende anzi verosimile che la dedica sorgesse non in Ibla stessa, ove l'epiteto sarebbe stato inutile, ma in località dove giungeva il culto per l'Afrodite del tempio di Ibla..[58] »

Per Otto Gruppe si trattava in realtà della Venus Victrix tanto venereta dall'esercito romano ai tempi del dittatore Silla, ed essa, associata alla guerra, non andrebbe identificata con la dea menzionata da Pausania.[59] È stato supposto anche che il culto della dea romana venne imposto agli Iblei come simbolo del potere di Roma sulla Sicilia conquistata.[60] La scritta Hyblensi, infine, secondo alcuni indicherebbe il luogo reale di Ibla, che quindi sarebbe Paternò, il quale venne abitato da una colonia romana, inizialmente stanziata a Catane per volere di Augusto, che avrebbe dedicato alla propria dea questa scritta.[61] Tuttavia si tratta di una serie di ipotesi difficilmente dimostrabili.

Altri invece identificano la dea Iblea con la figura effigiata nelle monete di Ibla, e in base ai simboli di questa indicano o la dea Demetra, definendo gli Iblei ierofanti della divinità,[62] oppure una dea infera come Ecate,[63]

Le monete di Ibla[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Monetazione delle Ible.

Nei testi antichi[modifica | modifica wikitesto]

Erodoto[modifica | modifica wikitesto]

Bassorilievo di Erodoto (Louvre)
La valle dell'Anapo nella quale i primi Siracusani si addentrarono

Lo storico greco di V secolo a.C. Erodoto, contemporaneo di Tucidide, narra di come il tiranno Ippocrate di Gela perdette la vita sotto le mura di Ibla (egli non cita alcun appellativo supplementare, né sembra conoscere altre Ible) combattendo nel tentativo di conquistarla, nell'anno 491-490 a.C.[64] La medesima notizia è riportata da Polieno (V, 6). La vicenda si inserisce in un quadro più ampio che vedeva Ippocrate impegnato nella conquista della Sicilia orientale e, nello specifico, alle prese con la chora siracusana: egli al momento dell'assalto a Ibla aveva da poco sconfitto i Siracusani presso il fiume di Eloro, dopodiché, stando alla testimonianza di Diodoro Siculo, si accampò tra le mura di Siracusa cercando un pretesto per introdursi nel suo governo, ma vedendo svanire ogni velleità di conquista, decise di rivolgere la sua offensiva verso il territorio dei Siculi: assalì quindi Ergezio, con la quale in precedenza aveva sempre avuto rapporti pacifici e la cui presa viene descritta da Polieno nei suoi Stratagemmi, dopodiché rivolse la sua spada contro Ibla.

Possibili cause dell'assalto a Ibla[modifica | modifica wikitesto]

Secondo l'itineario dei theoroi delfici, risalente alla prima metà del II secolo,[65] Ibla si trovava tra Camarina ed Ergezio, seguiva Noai (anche quest'ultima d'incerta collocazione ma identificabile forse con l'antica Noto); si parla dunque, con ogni probabilità, dell'entroterra dei monti Iblei e dei confini della chora aretusea.

Il motivo che spinse Ippocrate a soggiogare Ergezio e ad attaccare Ibla, dichiarandosi d'un tratto contro l'elemento siculo, andrebbe ricercato nel tentativo, infine risultato vano, di penetrare all'interno del territorio siracusano e nella volontà di annientare uno dei confini geopolitici per i Greci rappresentato da Ibla. A rendere possibile questa visione storica vi è il dato archeologico della zona in cui si ipotizza potesse sorgere l'Ibla che sconfisse Ippocrate: l'altopiano di Ispica-Modica-Ragusa a est dell'Irminio, privo di elemento greco nel VI secolo a.C.; tali alture avrebbero potuto rappresentare un caparbio blocco siculo-ibleo contro la crescente egemonia greca. Infatti, nonostante i Siracusani si fossero diretti fin dal principio all'interno delle valli iblee, fondando sulle alture dei monti colonie come Akrai, Casmene e Akrillai e arrestando, si sostiene, l'egemonia di Pantalica[66] (spesso etichettata come capitale dei Siculi o identificata con una delle Ible)[67] comunque «l'infiltrazione greca nella Sicilia orientale non era riuscita ad imporsi interamente sul territorio».[68]

Pantalica, entrata Sortino: il torrente Calcinara nella valle dell'Anapo

« [..] è possibile attribuire ai Siculi stanziati a nord del comprensorio ibleo il motivo che indusse Ippocrate, per quanto vittorioso sull'Eloro, a rinunciare all'occupazione di Siracusa? »

(Daniela Sinatra, Camarina: città di frontiera? in Hesperia 9, a cura di Lorenzo Braccesi, 1998, pp. 53-53.)

La studiosa Sinatra osserva che la mediazione politica di Corinto e della Corcira, narrata da Erodoto, per far desistere Ippocrate dall'occupare Siracusa, stranamente non è contemplata nei fatti occorsi né da Tucidide e nemmeno da Filisto,[69] si domanda dunque se in realtà a far retrocedere il tiranno geloo dai suoi propositi potessero essere stati i Siculi, il cui ethnos, ancora forte e ben presente sul territorio, era in grado di tentare una ribellione nei confronti dell'espansione greca (come più avanti accadrà con Ducezio), magari approfittando del fatto che Ippocrate in quel momento fosse impegnato in altre vicende: da qui il repentino voltafaccia del tiranno geloo verso l'elemento indigeno dell'isola. Potendo contare sulla sua nuova postazione strategica, Camarina; ceduta dai Siracusani in cambio della libertà dei propri prigionieri, Ippocrate riuscì a sottomettere la sicula Ergezio, ma fallì una volta giunto a Ibla.[70]

Tucidide[modifica | modifica wikitesto]

Tucidide non specifica mai l'esatto numero delle Ible, per cui non si può dire con certezza a quanti e quali luoghi egli si riferisse, sta di fatto che nel suo testo, la guerra del Peloponneso, ricorre diverse volte il toponimo di Ibla.[71][72]

L'Ibla dei Megaresi[modifica | modifica wikitesto]

Tomba del Mulinello: Megara Iblea
Capitello proveniente da Megara Iblea
(GRC)

« ...οἱ δ' ἄλλοι ἐκ τῆς Θάψου ἀναστάντες Ὕβλωνος βασιλέως Σικελοῦ προδόντος τὴν χώραν καὶ καθηγησαμένου Μεγαρέας ᾤκισαν τοὺς Ὑβλαίους κληθέντας. [2] καὶ ἔτη οἰκήσαντες πέντε καὶ τεσσαράκοντα καὶ διακόσια ὑπὸ Γέλωνος τυράννου Συρακοσίων ἀνέστησαν ἐκ τῆς πόλεως καὶ χώρας »

(IT)

« ...mentre i suoi, espulsi da Tapso, eressero Megara denominata Iblea, poiché il re dei Siculi Iblone aveva concesso loro la terra, anzi ve li aveva condotti di persona. E per duecentocquarantacinque anni fu la loro sede, finché Gelone tiranno di Siracusa li espulse dalla città e dal suo contado. »

(Tucidide, la guerra del Peloponneso, VI 4.)

La colonia dorica di Megara Iblea rappresenta la più antica menzione di Tucidide sulle Ible; l'unica la cui collocazione possa dirsi certa: ubicata nell'odierno territorio costiero di Augusta. Tuttavia la notizia secondo la quale Megara Iblea si sarebbe così chiamata per perpetuare il nome del re dei Siculi Iblone, si contraddice con quella di Eforo di Cuma e di Strabone, i quali asseriscono che nel posto in cui sorse Megara prima vi era una città denominata Ibla e da essa Megara prese il nome. La presenza del sovrano siculo Iblone con quella di un'antica Ibla nei dintorni potrebbe comunque coesistere: secondo Erodiano Iblone prese il nome da Ibla; città della Sicilia.[73]

« L'Ibla siracusana è scomparsa presto e nei suoi pressi è sorta Ibla Megara o Megara Iblea, fondata dai megaresi.[74] »

Numerosi storici, tra cui il Pareti, sostengono che la sede dell'Iblone tucidideo - se esistette realmente e non nacque piuttosto come leggenda fondativa legata ai Megaresi,[75] dato che questi non avevano un ecista al momento dell'insediamento (Lamis era morto a Tapso)[76] - non poteva trovarsi troppo distante dalla terra che possedeva (Tucidide specifica che il re accompagnò di persona i Megaresi presso il sito costiero); dunque alle spalle di Megara sorgono i monti Climiti, propaggine degli Iblei, i quali dominano il golfo di Augusta, ovvero la sede di Ibla Megara, e la penisola di Tapso, il luogo dal quale provennero i coloni che abitarono l'Ibla. Il territorio maggiore che odiernamente occupa queste alture è Melilli e viste le sue numerose zone archeologiche sono in diversi a sostenere che sia da ricercare qui, in questa zona, l'origine di Iblone e di Ibla. Il nome stesso di Melilli, come si vedrà, sarebbe un lascito dell'antica Ibla mellifera.

Tucidide torna a menzionare Megara Iblea quando descrive la guerra tra Siracusani e Ateniesi: egli narra che il generale Lamaco voleva fare di Megara la sede della flotta navale dell'esercito ateniese e da lì attaccare di sorpresa Siracusa, data la vicinanza al sito, ma la sua proposta fu respinta dagli altri due generali.[77][78] Racconta ancora Tucidide che nel 415 a.C. si giunse allo scontro all'interno dell'Iblea, ormai divenuta una fortezza dei Siracusani, e furono questi a trionfare.[79][80]

Vista panoramica da Melilli.jpg

« Melilli offre un panorama bellissimo,
alle falde del colle dove ubicata è il seno megarese,
il porto di Augusta e la penisola di Tapso oggi Magnisi.
 »

(Santo Policastro, Stiella o Tiella oggi Melilli in La Sicilia "dall'êra paleolitica al 1960 d.C. [...], 1961, p. 186.)

L'Ibla Geleatide[modifica | modifica wikitesto]

In Tucidide si riscontra per la prima volta il toponimo di Ibla Geleatide (Ὕβλα Γελεᾶτις). Lo storico ateniese racconta che sul volgere dell'estate del primo anno di combattimenti in terra siciliana, i generali ateniesi, dopo la partenza di Alcibiade, con metà delle loro forze militari, compresi i Siculi arruolati durante la loro propaganda per l'isola, avevano attaccato Ibla Geleatide; città che si era dichiarata loro nemica, senza però riuscire a conquistarla.[81]

Battaglia tra Ateniesi e Siracusani: anche Ibla venne attaccata dalle truppe di Atene

Molte ipotesi sono sorte per cercare di comprendere dove fosse situata questa Geleatide (o Galeote): spesso è stata associata all'Ibla della megaride, per conciliare la fonte di Stefano di Bisanzio, il quale dice che gli Iblei megaresi erano detti Galeoti; dalla stirpe di indovini; termine che ha grande assonanza con il toponimo di Geleatide o Galeate. Potrebbe inoltre esistere un ulteriore collegamento con quanto afferma Pausania: egli dice che la Ibla Gereatide (da molti vista come corruzione del termine Geleatide e quindi identificata con la stessa) era abitata da indovini «esegeti di prodigi e sogni», anche se nello specifico egli non dice quale fosse il nome di questa stirpe di sacerdoti, ciò non toglie, date le evidenti similitudini storiche e lingiustiche, che potrebbe trattarsi proprio dei Galeoti.[82] .

Altri in tempi moderni, seguendo l'assonanza del nome, hanno associato la Geleatide al territorio di Gela: fu Tommaso Fazello il primo a desumere che Tucidide si riferisse all'agro gelese, la sua ipotesi però non ha alcuna base storica a supporto, poiché Tucidide non menziona mai Gela in collegamento con Ibla.

Inessa e Ibla[modifica | modifica wikitesto]

La terza volta l'Ateniese si rierisce a una nuova Ibla, priva però di appellativo: egli dice che i soldati di Atene, usciti da Catania, compirono dei saccheggi nelle zone limitrofe e avviarono il loro esercito verso Centuripe; una città dei Siculi sita a nord-ovest della Sicilia che costrinsero a entrare a patti con loro. Lungo questo tragitto incendiarono i raccolti delle città di Inessa e di Ibla: la località di Inessa (luogo in cui furono confinati i Siracusani dopo la cacciata da Aitna ai tempi della guerra contro i Siculi di Ducezio), anch'essa d'incerta localizzaione, è dunque un prezioso indizio, anche se approssimativo, in quanto potrebbe rappresentare il luogo più vicino all'Ibla dell'entroterra.

Tucidide inoltre, nel narrare gli avvenimenti della spedizione ateniese in Sicilia, fa dire al siracusano Atenagora, capo del partito democratico, quando ormai l'assedio alla sua città era prossimo, che i Siracusani potevano contare sull'alleanza di una città che per grandezza era pari alla stessa Siracusa e che era posta sui loro confini;[83] tale misteriosa città, di cui Tucidide non fa rivelare il nome, potrebbe essere una delle Ible.[84]

Diodoro Siculo[modifica | modifica wikitesto]

Manoscritto medievale (XV secolo) recante il testo di Diodoro Siculo
(GRC)

« μετὰ δὲ ταῦτα Δουκέτιος ὁ τῶν Σικελῶν ἀφηγούμενος τὰς πόλεις ἁπάσας τὰς ὁμοεθνεῖς πλὴν τῆς Ὕβλας εἰς μίαν καὶ κοινὴν ἤγαγε συντέλειαν... »

(IT)

« Ducezio, postosi a capo dei Siculi, sottomise tutte quante le città della stessa stirpe in un'unica e comune confederazione, tranne Ibla... »

(Diodoro Siculo, Bibliotheca historica, XI, 88, 6.[85])
Il laghetti vulcanici di Naftia, siti nella piana di Catania tra gli Iblei e gli Erei, con Ducezio divennero sede del santuario dei Palici, venerati dai Siculi a Palikè: loro nuova capitale distrutta dai Siracusani

Ducezio, nato a Mene e sconfitto a Nea (città contese da Mineo e da Noto), fu un importante personggio storico del V sec. a.C.; mettendosi a capo di una syntèleia divenne l'ultimo re dei Siculi. Inizialmente alleato del governo siracusano, approfittò della caduta dei Dinomenidi, e del vuoto di potere che si venne a creare, per tentare di riportare l'egemonia dell'isola nuovamente nelle mani dei Siculi. Dopo aver riportato importanti vittorie sui Greci, spaziando dal territorio agrigentino a quello catanese, capitolò infine per mano dei Siracusani a Nea e da questi ottenne la grazia, venendo esiliato a Corinto, per poi fare ritorno in Sicilia nel 444 a.C.

L'estraneità di Ibla[modifica | modifica wikitesto]

La notizia di Ibla - priva di appellativo supplementare - che non volle entrare nella confederazione di Ducezio, e che per questo alcuni studiosi non esitano a definire «fedele alleata di Siracusa»,[86] può essere connessa a quell'Ibla che, come informa Tucidide, si dichiarò nemica degli Ateniesi quando questi approdarono in Sicilia, nel 415 a.C., con l'intento bellico di sottomette l'isola al controllo dell'Attica, dichiarando principalmente guerra all'egemone Siracusa.[87] Lo storico Pareti collega la presunta alleanza Ibla-Siracusa con la politica pro-etnea portata avanti dai tiranni aretusei, identificando il tòpos indigeno in questione con l'Ibla Gereatide; collocandola a nord di Ibla Megara, alle falde dell'Etna.[88] Il Pareti, inoltre, intravede nei passi degli antichi una notevole indipendenza concessa a Ibla Gereatide, almeno fino al tempo di Dionisio I:[89] l'indipendenza di cui godeva potrebbe essere dunque un'altra causa dell'estraneità di Ibla nei confronti di Ducezio e di quelle popolazioni autoctone che invece erano desiderose di maggiore libertà;[90][91] una condizione che giungerà loro solo nel 405 a.C. con il governo di Dionisio I, quando questi firmò con Cartagine un trattato che accordava l'indipendenza alle città dei Siculi.[92]

Diodoro: fiume o monte Ibleo[modifica | modifica wikitesto]

Il monte Lauro, al confine tra il siracusano e il ragusano. È la cima più alta dei monti Iblei dalle cui sorgenti nasce l'Irminio

Diodoro, pur non menzionando un'ulteriore Ibla, informa che presso l'Ibleo, durante la prima metà del III sec. a.C., avvenne lo scontro finale tra le forze di Iceta di Siracusa e le truppe agrigentine di Finzia. I Siracusani ebbero la meglio, frenando una volta per tutte le pretese espansionistiche di Akragas.[93][94]

Lo storico di Agira non specifica cosa sia esattamente l'Ibleo: alcuni sostengono sia un monte di Ibla, altri, la maggior parte, lo identificano con un torrente, con un fiume. Secondo lo storico Litterio Villari il termine usato da Diodoro è ambiguo e può riferirsi tanto al monte quanto al fiume poiché egli scrisse alle soglie della Roma imperiale; al tempo di Giulio Cesare e Augusto quando i fatti occorsi erano ormai lontani e possibilmente contaminati.[95]

Per il filologo tedesco Julius Schubring si tratta di un monte dell'Heraia: «freddo, sassoso, selvaggio altopiano a ovest di Ragusa» mentre per Adolf Holm il passo diodoreo si riferisce a un fiume, sempre sul territorio dell'attuale Ragusa.[96] Il Villari sostiene invece che si tratti della valle del torrente Braemi (affluente dell'Imera), nei pressi di Piazza Armerina dove egli colloca l'Ibla Geleate.[97] Altri ancora sostengono che l'antico Ibleo vada identidicato con il fiume Dirillo[98] o con l'Irminio.[99]

Pausania[modifica | modifica wikitesto]

Copertina medievale del testo di Pausania

« Pausania [...] afferma che “...due furono le città di Sicilia col nome di Ibla, una Gerati; l'latra, Maggiore. Ancor oggi esse mentengono gli antichi nomi. Una di queste due, nella piana di Catania, è del tutto disabitata; l'altra nello stesso territorio è ridotta a dimensioni di villaggio. »

(Pausania, Periegenesi della Grecia, V. Cfr. T. Fazello, Storia di Sicilia, cap. IV, p. 201.[100])

Pausania rivela solamente due Ible.[72] Egli dice che la Maggiore era ormai in stato di abbandono, mentre la Gereatis, che egli chiama «villaggio dei Catanesi» conservava un tempio dedicato alla dea Ibla, alla quale i Siculi portavano doni. Pusania, citando Filisto, dice che gli abitatori di questa Ibla erano degli indovini: «Filisto figlio di Arcomenide dice che essi sono esegeti di prodigi e sogni e che emergono tra i Barbari di Sicilia per la loro religiosità».[101]

Il Periegeta sostiene che furono proprio i Siculi della Gereatis che portarono a Olimpia la statua donata a Zeus e posta accanto al carro di Gelone: gesto unico tra i Siculi; segnale di una forte ellenizzazione,[101] anche se secondo lo storico Pareti - il quale si rifà a Konrad Ziegler - tale gesto starebbe a indicare solamente la neutralità di Ibla, poiché i piccoli centri indigeni avevano capito da tempo che per il quieto vivere era bene comportarsi amichevolmente con i potenti vicini delle colonie greche.[102] Tuttavia tale tesi, come mostra il Ciaceri, non è condivisa da tutti.[103] Sul significato del nome di Gereatis si è parecchio discusso; secondo il Pareti «Gereatide» sarebbe una distorsione di «Galeatide», mentre secondo il Ciaceri in origine fu Gereatide, ma poi, per compiacere Gela e Gelone mutò il proprio nome in Galeatide - e propone per l'etnonimo Gereatide il significato di «fecondatrice, produttrice»[104] -, per cui Pausania userebbe il nome corretto, mentre Tucidide uno intermedio; anche questa tesi resta controversa.[105]

Forti dubbi persistono sulla localizzazione di queste due Ible menzionate da Pausania; tra l'altro, diversi studiosi sostengono che nonostante Pausania ricordi solo due Ible, ciò non vuol dire che non ve ne fossero altre, anche se per qualche ragione egli sembra non conoscerle o ignorarle; secondo Pareti egli semplicemente voleva menzionare le Ible che potevano aver donato la statua a Olimpia.[106]

Stefano di Bisanzio[modifica | modifica wikitesto]

Stefano ne elenca esplicitamente tre.[72] La Major, la Minor , la Parva.

Altre menzioni su Ibla[modifica | modifica wikitesto]

L'informazione di Eforo di Cuma sarà in seguito presente anche in Strabone, ovvero egli nelle sue Storie dice che i megaresi si insediarono in una città che in precedenza si chiamava Ibla. Si parla dunque dell'origine di Megara Iblea.[107]

La menzione di Plutarco è assimilabile a quella di Tucidide: si parla di una Ibla assalita dagli Ateniesi ma non conquistata, poiché i soldati di Nicia desistettero dal prenderla provocando in questo modo la pungente ilarità dei nemici che seguivano le loro mosse. Plutarco aggiunge a questa Ibla l'aggettivo di «piccola città».[108]

Strabone, come sopracitato, dice che i megaresi abitarono una città chiamata Ibla, posta sulla costa tra Catania e Siracusa e ricolma di corsi d'acqua che andavano a formare dei porti eccellenti. Di essa, ai tempi dello storico di Amasya, rimaneva ancora il nome di Ibla per l'eccellenza del miele prodotto.[109] Sempre Strabone narra che Tauromenio (odierna Taormina) venne fondata da coloni di Zancle (Messina) che abitavano l'Ibla (priva di ulteriore appellativo).

L'Ibla siciliana nella letteratura latina[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Miele ibleo.
Il monte Climiti: ultima propaggine degli Iblei (la prima vista da Siracusa) con la sua pietra bianca tra Solarino e Melilli; possibilie sede di Ibla
Il miele: il principale elemento che sancisce la notorietà di Ibla
(LA)

« Nunc adsis faveasque. precor; nunc omnia fetu pubescant virgulta velis, ut fertilis Hybla invideat vincique suos non abnuat hortos. »

(IT)

« Sorridimi, ora, ti prego, sii con me benigno, fa che le gemme diventino frutti, sì che la fertile Ibla m'invidi e non neghi la sconfitta dei suoi giardini. »

(Claudio Claudiano, La madre dei fiori invoca Zefiro da Il ratto di Proserpina, II.[110])

Le Ible[modifica | modifica wikitesto]

Certe collocazioni[modifica | modifica wikitesto]

Possibili collocazioni[modifica | modifica wikitesto]

La sede del re Iblone[modifica | modifica wikitesto]

Molte e discusse sono le possibili collocazioni della sede originaria del mitico re menzionato da Tucidide. Poiché Iblone concedette l'area costiera adiacente la Penisola di Thapsos (all'interno dell'odierno triangolo industriale Priolo-Melilli-Augusta e vicinissima all'ingresso nord di Siracusa), alcuni studiosi hanno ipotizzato che la città del re siculo non potesse trovarsi troppo distante dalla terra che egli possedeva e che quindi questa sperduta città sarebbe da ricercarsi nella valle del Marcellino, la quale sorge nei pressi di Villasmundo; frazione collinare tra Melilli ed Augusta.[111]

Note[modifica | modifica wikitesto]

Note esplicative
  1. ^ Alcuni hanno ipotizzato che si possa trattare persino della mappa del Giardino dell'Eden (cit. George Potter, Ten More Amazing Discoveries, 2005, p. 76). La mappa mostra due catene montuose (una a destra e l'altra a sinistra) divise al centro da quello che sembra essere un grande fiume che a sua volta si dirama in altri corsi. Inoltre, poiché "Azala" (uno dei soli due nomi leggibili della mappa) è messo vicino a dei numeri che indicano la grandezza del terreno (354 iku = 12 ettari) si suppone che Azala sia il nome del proprietario di questa terra (cfr. The History of Cartography, vo. 1, University of Chicago Press), ma altri studiosi invece vi vedono il nome di una località (The Akkadian and Cappadocian Texts from Nuzi, JStor). Mentre sulla classificazione di Ibla in quanto località non sembrano esservi dubbi. Vd. immagine originale della mappa.
  2. ^ La storica Birnbaum sostiene che l'Ibla siciliana detta Erea al principio fosse conosciuta solo come Ibla Nera: dal culto per la dea nera anatolica Cibele:
    (EN)

    « Ibla Nera, called black by classical roman writers as well as by scilians, was the diminutive affectionate contraction of the name of the west asian divinity Cybale, whose images were probabily brought to Sicily by migrating anatolian farmers after 10,000 BCE. »

    (IT)

    « Ibla Nera, chiamata nera dagli scrittori classici romani oltre che dai siciliani, era il diminuitivo affettivo contratto del nome della divinità asiatica occidentale Cibele, la cui immagine probabilmente fu portata in Sicilia dalla migrazione di agricoltori anatolici a partire dal 10.000 a.C. »

    (Lucia Birnbaum citando Raffaele Solarino, Dark Mother: African Origins and Godmothers, 2001, p. 86.)

    Solo in seguito i Greci ne avrebbero mutato il nome in Ibla Erea, per esaltare il culto della divinità greca legata a Zeus (senza però riuscire a far svanire del tutto il nome di Nera dalle memorie storiche)[23]

  3. ^

    « il museo di Siracusa contiene le armi più importanti per studiare le relazioni del popolo minoico coll' Italia. »

    (Alessandro della Seta, Angelo Mosso, Guido Manacorda, Della poesia latina in Germania durante il rinascimento, 1906, p. 525, 533)
    Al punto da sostenere che in siti come la penisola di Tapso vi abitasse una colonia di siculo-micenei.[32]
  4. ^ Inoltre, a conferma della loro origine estera, afferma il Ciaceri, vi sarebbero i passi di Esichio e di Archippo che pongono in correlazione il nome dei Galeoti con quello dei pescispada dello Stretto di Messina detti galeotes. Per cui pesci = mare, quindi navigazione, ovvero approdo da un'altra terra per questi indivini che popolavano le Ible.[34]
  5. ^ Per far questo, il Pareti valuta come corrotta la notizia di Stefano di Bisanzio e non risale all'origine della leggenda mantica che conduce a Megara Nisea (egli analizza solo il rapporto tra la colonizzazione megarese della Caria e quella siciliana, valutando come non "dorica" ma "attica" la migrazione dalla megaride alla Ionia). Tuttavia anche la sua chiusura totale verso qualsiasi collegamento tra i Galeoti delle Ible e la Caria - arrivando addirittura a dubitare dell'integrità della fonte di Stefano di Bisanzio (salvo poi non dubitarne affatto per quanto concerne altre notizie dello stesso Stefano) e di quella di Ateneo (secondo il Pareti anche Ateneo è stato mal tradotto; egli non avrebbe mai parlato di una Ibla nella Caria) non trova riscontro negli altri studiosi che invece aprono ad un collegamento (vd. il Manni o il Pais).[35]
Fonti
  1. ^ iblèo, in Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 15 marzo 2011..
  2. ^ Cit. Carmelo Ciccia, pp. 28-29.
  3. ^ Cfr. datazione in Gregorian Biblical, Biblica, p. 421.
  4. ^ Cfr. BAGROW L., History of Cartography, C.A. Watts & C., London, 1964.
  5. ^ Theophile James Meek, The Akkadian and Cappadocian Texts from Nuzi, 1932, pp. 2-5.
  6. ^ Cita: «mas—kan BAD Ib—la, “threshing-floor (or settlement) of Fort Ibla”»; Biblica, p. 421.
  7. ^ Bulletin of the American Schools of Oriental Research, ed-. 42-70; University Museum Bulletin, vol. 2, ed. 6 , p. 189, 1931;
  8. ^ A. R. Millard, Strays from a 'Nuzi' Archive, in Studies on the Civilization and Culture of Nuzi and the Hurrians, ed. Martha A. Morrison and David I. Owen, 433-41 (contributed by Karl-Heinz Deller). Cfr. Cartography in the Ancient Near East - A. R. MILLARD (PDF), su press.uchicago.edu. URL consultato l'8 ottobre 2016. (EN) , p. 113.
  9. ^ Una copia dell'iscrizione di Sargon è giunta in lingua paleo-babilonese.
  10. ^ Si sostiene che i confini dell'impero, del quale faceva parte Ibla, corrispondessero alla foresta dei cedri libanese, al monte Amano (che separa la Siria dalla Cilicia) e alla catena montuosa del Tauro( montagne d'argento).
  11. ^ Il re Gudea ricorda Ibla quando parla del legno di cedro: «As for Ibla, it is also mentioned by Gudea when he brought cedar wood from Amanus; "mountain trees" were brought to him from the city of Ursu, from the mountain of Ibla».
  12. ^ The Cambridge Ancient History (a cura di I. E. S. Edwards,C. J. Gadd,N. G. L. Hammond), 1971, p. 326.
  13. ^ Thureau-Dangin, Les inscriptions de Sumer de d'Akkad, p. 108 f., Statue B, col. v.1; 28; Germ ed., p. 68 f. Cfr. in Alexandre Moret, Histoire de l'Orient, 1941, 414. Vd anche Monuments of Syria: A Guide, 2009, p. 156; Zecharia Sitchin, Le cronache terrestri rivelate, 2011, voce Ebla p. 85.
  14. ^ Cfr. testo e contesto in Studi omerici ed esiodei, 19723, p. 21; Università degli studi di Trieste. Istituto di filologia classica, 1965, Pubblicazioni, ed. 10-14 , p. 21; Zecharia Sitchin, Guerre atomiche al tempo degli Dei, 2013;
  15. ^ Carmelo Ciccia, p. 13, n. 12.
  16. ^ Vd. a tal proposito Atti della Accademia delle scienze di Torino, volume 104, II, p. 635.
  17. ^ Curiosamente anche gli Iblei di Sicilia mostrano la medesima tipologia di roccia: famosa nei secoli è divenuta la cosiddetta pietra bianca di Siracusa, diffusa in tutta l'area iblea. Ma ovviamente servirebbero numerosi pareri storici per stabilire se possa esistere realmente un nesso tra le due omonime città.
  18. ^ Così il Boucart e il Solarino. Cfr. in Storia del Regno di Sicilia, vol. I, 1861, p. 71; Lessico, Galeoti, su www.summagallicana.it. URL consultato il 18 settembre 2016..
  19. ^ Ateneo di Naucrati, XV, 13, 1. Cfr. con fonte moderna: Carmelo Ciccia, pp. 13, 15, 20; Kokalos volumi 1-2; volumi 39-40, 1993, p. 627.
  20. ^ Mele, Napolitano, Visconti Luciano, Eoli ed Eolide: tra madrepatria e colonie, 2005, p. 573.
  21. ^ Carmelo Ciccia, p. 13; Hybla caria e Hybla sicana in Studi sulla Sicilia Occidentale in onore di Vincenzo Tusa, 1993, p. 147.
  22. ^ Vd. es. Critica storica, vol. 17, 1980, pp. 3, 7; Eugenio Manni, Sicilia Pagana, 1963, p. 96.
  23. ^ Lucia Birnbaum, Dark Mother: African Origins and Godmothers, 2001, pp. 86-87; Gabriele Uhlmann, Der Gott im 9. Monat: Vom Ende der mütterlichen Gebärfähigkeit und dem..., 2015.
  24. ^ Pausania il Periegeta, V, 23, 2.
  25. ^ Stefano di Bisanzio, Nomi Etnici, 644-24.
  26. ^ Esichio di Alessandria, Lessico alfabetico, III y, 29.1; Cfr. fonte moderna: Carmelo Ciccia, p. 13, n. 12 e p. 20.
  27. ^ Hyg. Fab. 136; schol. Lyk. Alex. 811.
  28. ^ Così Eugenio Manni in Kókalos, p. 69 e in Sicilia pagana, 1963, pp. 96-99, ma anche Ettore Pais citato in Luigi Pareti, p. 344 e diversi altri studiosi.
  29. ^ Appr. Teseo e il filo di Arianna, 2010; Eroi: Le grandi saghe della mitologia greca, 2013.
  30. ^ Studi megaresi, p. 205). Manni invece suppone che a creare questa leggenda alternativa tra Minosse e Galeote furono i megaresi di Ibla nell'VIII sec. a.C. (Kókalos, p. 70); dunque non dalla Caria alla Sicilia ma dalla Sicilia alla Caria si sarebbe diffusa la leggenda mantica.
  31. ^ Così in Critica storica, vol. 17, 1980, pp. 15-16.
  32. ^ Cfr. es. in Vassos Karageorghis, Cipro: crocevia del Mediterraneo orientale 1600-500 a.C, 2002, p. 37.
  33. ^ Cfr. Kōkalos, vol. 46, 2004; R. Sammartano, Dedalo, Minosse e Cocalo in Sicilia, in Mythos I, 1989; Atti del V congresso internazionale di studi sulla Sicilia antica, vol. 26-27, 1984, p. 375.
  34. ^ Cfr. passi antichi e opinione del Ciaceri in Luigi Pareti, pp. 342-343.
  35. ^ Cfr.Luigi Pareti, pp. 344-346.
  36. ^ Il collegamento tra le api e i Galeoti d'Ibla è presente in Seia 1994, p. 80.
  37. ^ La Libreria dello Stato, Bollettino d'arte vol. 65-67, 1991, p. 20.
  38. ^ GALEOTI (Γαλεῶται, Galeōtae), in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
  39. ^ Per approfondire i collegamenti tra Dionisio e l'Iperborea vd. Alessandra Coppola: I Tespladi e gli Aborigeni in Archaiologhía e propaganda: i Greci, Roma e l'Italia.
  40. ^ Vd. più avanti, nel capitolo tucidideo, il passo citato: Tucidide, la guerra del Peloponneso, VI 4.)
  41. ^ Su Iblone vd. N. Cusumano, Iblone e i Megaresi: confini culturali e metamorfosi antropologiche in Una terra splendida e facile da possedere. I Greci e la Sicilia, 1994, 86-91.
  42. ^ Stefano di Bisanzio, Nomi Etnici, 439-11.
  43. ^ Erodiano, III 1.
  44. ^ Strabone, VI 2, 2, C 267. Cfr. con fonti moderne: Luigi Pareti, p. 335; Carmelo Ciccia, p. 17.
  45. ^ Eforo di Cuma, FGrHist 70 F.
  46. ^ Tucidide, La guerra del peloponneso, VI, 3, 1. Secondo alcuni antichi Teocle l'ateniese, giunse in Sicilia con un gruppo di Calcidesi, Ioni e Dori; con egli giungevano i Megaresi che avrebbero popolato l'Ibla. Secondo altri antichi invece fu Archia, ecista di Siracusa, a portare i Megaresi in Sicilia. Cfr. le varie ipotesi e i passi in Studi megaresi, pp. 70-74.
  47. ^ Gras Tréziny Broise 2004, 338-339, citati in Studi megaresi, p. 34.
  48. ^ Strabone, VI 2, 2.
  49. ^ Gli antichi «chiamarono api le sacerdotesse di Demetra in quanto iniziate della dea ctonia e Kore stessa...». Cit. «L'ape è un attributo di diverse divinità, incluse la Grande Madre Universale, le dee Cibele e Artemide, nonché Demetra, la dea greca della fertilità». Cit. Enciclopedia illustrata dei simboli, p. 44.
  50. ^ Il loro culto, così come quello della dea Iblea, sarebbe stato incentivato da Gelone (Istituto italiano per gli studi storici, Annali dell'Istituto italiano per gli studi storici, 1991, p. 178) e riscontrato a Megara Iblea, la quale lo avrebbe introdotto a Selinunte (Mesogheia (Project). Convegno, Greci e punici in Sicilia tra V e IV secolo a.C., 2008, p. 106).
  51. ^ Pausania, Guida alla Grecia, V 23, 6-7.
  52. ^ Carmelo Ciccia, p. 10.
  53. ^ Archivio storico siciliano, p. 389, 2004.
  54. ^ a b Atti del IX Congresso Internazionale di Studi sulla Sicilia Antica, 1999, p. 787.
  55. ^ Immagini divine. Devozioni e divinità nella vita quotidiana dei Romani, p. 59, 2007.
  56. ^ Vd. fonti sopracitate.
  57. ^ Vd. anche quanto scritto da A.Cunsolo - B.Conti:

    « Questa iscrizione posta alla base di un simulacro della dea iblense, non ci pare argomento probante per dichiarare che quel luogo sia Hybla; proprio come se oggi, trovandosi fra le rovine uno zoccolo col nome di Francesco d'Assisi, si pretendesse quel luogo essere Assisi. »

  58. ^ Luigi Pareti, pp. 332-333.
  59. ^ Silla, a seguito delle vittorie militari conseguite fece scrivere nelle insegne dei legionari romani le parole «Marte», «Venere», «Vittoria» associando al dio della guerra la Venere Vincitrice. Cfr. Storia romana da Gaio Mario a Lucio Cornelio Silla, 2016 e cit. di Gruppe in Luigi Pareti, p. 334, n. 3.
  60. ^ {{Cita|Ignazio Cazzaniga|p. 139.
  61. ^ Esiste anche una lapide con su scritto «Paternò Hybla Maior» che un frate nativo di Paternò, fra Placido Bellìa (autore di una storia locale nel 1808), afferma di aver trovato nel suo convento e che in seguito venne custodita nel museo di Catania, insieme alla scritta della Venere sopraciatata. Tuttavia non si dà peso a tale documento poiché basta il solo nome di Paternò, nato in epoca normanna come Paternionis (qui è addirittura nella lingua successiva al latino), a tradirne la modernità. Poiché il Cluverio nel 1600 sostenne che Paternò era una delle Ible, così come avvenne per Ragusa Ibla - che in tempi più moderni giunse a mutare il nome di Ragusa Inferiore in Ibla - è probabile che anche a Paternò sia stata abbracciata la tesi cluveriana con conseguente nascita di documenti cartacei e marmorei. Sull'argomento cfr. A.Cunsolo - B.Conti; Note storiche su Paterno, vol. I, 1972; Memorie della Classe di scienze morali, storiche e filologiche, 1904, p. 441.
  62. ^ Studi megaresi, p. 35.
  63. ^ Cit. Emanuele Ciaceriin Luigi Pareti, pp. 334-335.
  64. ^ Erodoto, Le guerre persiane, 7, 155, 1.
  65. ^ Sinatra Hesperia 9, p. 43 la quale rimanda a G. Manganaro, Città di Sicilia e santuari panellenici nel III e II sec. a.C. «Historia» 13, 1954, 414-439, pert. 415 ss.
  66. ^ Per approfondire vd. Cordano, Di Salvatore, p. 64.
  67. ^ Al riguardo vd. es. Muscato Daidone, p. 24; Giuseppe Briganti, Erbesso Pantalica Sortino, 1969; Ignazio Concordia, Filisto di Siracusa. Testimonianze e Frammenti, 2016, p. 83.
  68. ^ Sinatra, Hesperia 9, p. 51.
  69. ^ Per il trattato patrocinato da Corinzi e Corcidesi vd: Erodoto, VII, 154, 3. Va comunque fatto notare che secondo altri studiosi l'intervento delle polis egee avvenne realmente e fu fondamentale per evitare che Ippocrate si stabilisse nella neo-colonia corinzia; una sorta di «Commonwealth corinzio in Sicilia» ha definito la vicenda lo storico Domenico Musti (cfr. in Lo stile severo in Grecia e in Occidente: aspetti e problemi, 1995, p. 2).
  70. ^ Sinatra, Hesperia 9, p. 53.
  71. ^ Carmelo Ciccia, p. 16.
  72. ^ a b c Kókalos, p. 61.
  73. ^ Erodiano, III 1.
  74. ^ Carmelo Ciccia, p. 82.
  75. ^ Così, tra gli altri, Ettore Pais. «cascherebbe tutta la leggenda di Iblone, degna di molto credito per la fonte molto più antica ed attendibile da cui deriva.» (Bullettino di paletnologia italiana, vol. 16-17, 1860, p. 55) Cfr. Studi storici per l'antichitá classica, vol. 2, 1909, p. 166; Kōkalos, vol. 17, 1971, p. 171.
  76. ^ Studi megaresi, p. 82: « l’intervento di un re locale Hyblon, quasi a ricoprire la funzione, quella dell’ecista, lasciata vacante dalla morte di Lamis».
  77. ^ Tucidide, la guerra del Peloponneso. VI 49.
  78. ^ Sull'argomento vd. Jannelli, Longo, I greci in Sicilia, p. 53; Gabba, Vallet, La Sicilia antica: pt. 1. Indigeni, Fenici-Punici e Greci, p. 602.
  79. ^ Il fortino (phrourion), scenario dello scontro, è stato archeologicamente individuato (in via ancora ipotetica) nei pressi della porta occidentale della futura città ellenistica. Cfr. MEGARA HYBLAEA, in Enciclopedia dell'arte antica, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.. Il passo di Tucidide: La Guerra del Peloponneso, VI, 94.
  80. ^ Tucidide, La Guerra del Peloponneso, VI, 94.
  81. ^ Tucidide, La guerra del Peloponneso, VI, 62.
  82. ^ Vd. es. la Treccani la quale afferma: « Pausania, invece, Gereatide. Egli dice che ivi esisteva il culto della dea Ibla e ricorda la corporazione degl'indovini denominati Galeoti, che spiega il terzo epiteto e l'etnico dei suoi abitanti». IBLA Galeotide, in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
  83. ^ Tucidide, La guerra del Peloponneso, VI, 37, p. 101.
  84. ^ Cfr. Muscato Daidone, p. 19.
  85. ^ Cit. presente in Carmelo Ciccia, p. 17; cfr. medesima citazione in Muscato Daidone, p. 20.
  86. ^ Cfr. Francesco Rizzo, La repubblica di Siracusa nel momento di Ducezio, 1970, p. 46.
  87. ^ Cfr. Acme: annali della Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università degli Studi di Milano, vol. 50, 1997, p. 32; Francesco Rizzo, La repubblica di Siracusa nel momento di Ducezio, 1970, p. 46, il quale ipotizza che tale fedeltà significa che «codesta Ibla (la Gereatide secondo il Rizzo) non aveva, al pari degli altri Siculi, interessi da difendere contro Siracusa [...]» e aggiunge che Ibla «gravitava nell'orbita non soltanto politica, ma anche culturale di Siracusa [...]» (p. 45).
  88. ^ Luigi Pareti, p. 340.
  89. ^ Luigi Pareti, p. 339.
  90. ^ Siracusa a causa del suo riarmo, nel 439-438 a.C., aveva speso ingenti somme per il settore navale e terrestre, quindi pretendeva dai Siculi tributi più alti (Diod. Sic. XII 30); secondo alcune versioni questa sarebbe stata una delle cause che spinse Atene ad agire contro i Siracusani divenuti ormai imprevedibili e pericolosi. Cfr. Agrigento e la Sicilia greca (a cura di Lorenzo Braccesi, Ernesto De Miro) 1992, p. 115.
  91. ^ Per i rapporti tra Ibla, Ducezio e Siracusa vd. n. 3 (Rizzo, p. 45).
  92. ^ Diodoro Siculo, XIII, 114. Bengtson 1962, 152-153; Hans 1983, 60-61; Anello 1986, 415-422. Cfr.in Domenico Musti, Introduzione alla storia greca.
  93. ^ Diodoro Siculo, XXII, 2, 1.
  94. ^ La guerra con gli agrigentini va inserita in un panorama più vasto: era da poco caduto il dominio di Agatocle, Cartagine si era inserita nuovamente nelle vicende dell'isola. Iceta, esaltato dalla vittoria presso l'Ibleo, si era spinto ad affrontare i Cartaginesi lungo il fiume Teria, venendo infine sconfitto. Ciò provocò l'ascesa di Pirro re dell'Epiro in Sicilia, il quale prese il posto di Iceta. Cfr. Elena Santagati Ruggeri, Un re tra Cartagine e i Mamertini: Pirro e la Sicilia, 1997.
  95. ^ Villari, p. 31.
  96. ^ Cfr. le due ipotesi in Carmelo Ciccia, p. 55. Approf. Schubring «RM» 28, 1873, 110.
  97. ^ Villari, p. 29.
  98. ^ Gaetano de Sanctis, Storia dei Romani, vol. 2 , 1907, p. 406; Ignazio Scaturro, Storia di Sicilia, l'età antica: Dal 264 a.C. al sec. IX d.C, 1951, p. 497.
  99. ^ Emilio Gabba, Georges Vallet, La Sicilia antica, parte I, 1980, p. 346; Konrad Ziegler in Lorenzo Braccesi, Hesperìa 14, 1990, p. 185.
  100. ^ Cit. in Muscato Daidone, p. 20.
  101. ^ a b Pausania, 5, 23, 6. Cit. in Convivenze etniche e contatti di culture (a cura di), p. 226.
  102. ^ Luigi Pareti, p. 340.
  103. ^ Per il pensiero opposto: ovvero i Siculi si erano realmente convertiti alla religione greca; vd. Emanuele Ciaceri, Studi storici per l'antichità classica, Pisa, Spoerri, 1909.
  104. ^ Il Ciaceri riportato, e in parte condiviso, in Carmelo Ciccia, p. 10 e, non condiviso, in Luigi Pareti, p. 334.
  105. ^ Ciaceri analizzato in Luigi Pareti, pp. 334; 341.
  106. ^ Luigi Pareti, pp. 336.
  107. ^ Eforo di Cuma, III, 2a, 70, 137.
  108. ^ Plutarco, Vita di Nicia, 15, 3.
  109. ^ Strabone, Geografia, VI 2, 2, C 267. Cfr. {{Cita|Carmelo Ciccia|p. 17.
  110. ^ Cit. presente in Elvira Marinelli, La poesia delle origini in Poesia: antologia illustrata, 2002, p. 51.
  111. ^ Cordano, Di Salvatore, p. 130.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Luigi Pareti, I Galeotai, Megara Iblea, ed Ibla Geleatide in Studi siciliani ed italioti, con tre tavole, F. le Monnier, 1920.
  • Ignazio Cazzaniga, Una moneta di Hybla ed il V. 45 del Pervigilium Veneris: nec ceres nec bacchus absunt, Studi Classici e Orientali, 1954.
  • Kókalos, vol. 20, Banco di Sicilia, 1974.
  • Litterio Villari, Ibla Geleate, la Villa Romana di Piazza Armerina, D. Guanella, 1985.
  • Carmelo Ciccia, Il mito d'Ibla nella letteratura e nell'arte, Pellegrini Editore, 1998, ISBN 9788881010431.
  • Lorenzo Braccesi (a cura di), Hesperia 9, L'ERMA di BRETSCHNEIDER, 1998, ISBN 9788882650087.
  • Concetta Muscato Daidone, Avola. Storia della città. Dalle origini ai nostri giorni, CMD EDIZIONI,, 2011, ISBN 9788890227097.
  • Federica Cordano, Massimo Di Salvatore, Il Guerriero di Castiglione di Ragusa: greci e siculi nella Sicilia sud-orientale : atti del Seminario, Milano, 15 maggio 2000, L'ERMA di BRETSCHNEIDER, 2002, ISBN 9788882651633.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]