Repubblica di Ancona

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Repubblica di Ancona
Repubblica di Ancona – Bandiera Repubblica di Ancona - Stemma
Motto: Ancon Dorica Civitas Fidei
Repubblica di Ancona - Localizzazione
Dati amministrativi
Nome ufficiale Comunitas Anconae fino al 1443,
poi Respublica anconitana
Lingue ufficiali Latino, italiano
Lingue parlate Dialetto anconitano
Capitale Ancona
Politica
Forma di governo Repubblica oligarchica, retta da un Consiglio di Anziani
Nascita XI-XIII secolo
Causa spontanea, lenta indipendenza dalla Marca anconitana
Fine 1532
Causa Occupazione militare pontificia
Territorio e popolazione
Bacino geografico Marche centrali, tra il mare e i fiumi Esino, Musone e Aspio
Territorio originale 264,88 km²
Massima estensione 314,97 km² nel XV secolo[1]
Economia
Valuta Agontano, denaro di Ancona
Commerci con Impero Bizantino, Repubblica di Ragusa, Impero Ottomano, Repubblica di Venezia, Repubblica di Firenze
Esportazioni Spezie, legname, stoffe, seta, carta
Importazioni vedasi esportazioni
Religione e società
Religioni preminenti Cattolicesimo
Religione di Stato Cattolicesimo
Religioni minoritarie Ebraismo, Chiesa ortodossa, Chiesa armena
Classi sociali Nobiltà, mercanti, clero, popolo
Evoluzione storica
Preceduto da Banner of the Holy Roman Emperor (after 1400).svg Sacro Romano Impero
Succeduto da Flag of the Papal States (pre 1808).svg Stato Pontificio

La repubblica di Ancona fu un libero comune[2] dell'Adriatico, la cui indipendenza durò dall'XI secolo al 1532, che si dedicò specialmente ai traffici con l'Oriente ed è considerata una delle repubbliche marinare italiane. Alleata per secoli della Repubblica di Ragusa[3] e dell'Impero Bizantino, riuscì a resistere a Venezia, che non gradiva altre città marinare nell'Adriatico e che ripetutamente tentò di danneggiare i suoi traffici marittimi o di sottometterla. La sua estensione fu sempre limitata al territorio compreso tra i fiumi Esino e Musone, dato che i suoi abitanti non erano interessati a guerre per l'ampliamento dello Stato e si dedicavano quasi esclusivamente alla navigazione, alle costruzioni navali ed ai commerci. Una caratteristica della sua storia fu la continua necessità di difendersi, aiutata in ciò dall'alleanza con Costantinopoli e con Ragusa, oltre che dai numerosi castelli che difendevano i suoi confini.

Geografia[modifica | modifica wikitesto]

La repubblica di Ancona nel XV secolo: confini, castelli, monasteri, selve

Il territorio della repubblica di Ancona comprendeva tutta la zona tra il mare e i fiumi Esino, Musone ed Aspio, ed era protetto da numerosi castelli[4]: Monte San Vito, Fiumesino, Barcaglione, Camerata, Castel d'Emilio, Falconara, Agugliano, Polverigi, Offagna, Bolignano, Camerano, Poggio, Massignano, Varano, Sirolo, Numana, Paterno, Sappanico, Gallignano, Montesicuro. Questi centri, alcuni dei quali sono oggi comuni a sé, sono infatti detti castelli di Ancona. L'estensione territoriale era di circa 265 km².

Esistevano poi alcuni castelli che non erano soggetti direttamente al governo cittadino, ma appartenevano alle più importanti famiglie nobili della città; essi erano: il Cassero, dei conti Torriglioni[5], le Torrette, dei conti Bonarelli e Castelferretto, dei conti Ferretti[5].

Per pochi anni anche Castelfidardo (tra il 1445 e il 1454[6]) e il territorio dell'Abbazia di Chiaravalle (tra il 1440 e il 1486[7]) fecero parte della repubblica anconitana.

Durante questo periodo, sotto tutti i punti di vista il più florido nella storia della repubblica, l'estensione territoriale raggiunse i 315 km².

Storia[modifica | modifica wikitesto]

L'indipendenza fu preceduta da due attacchi saraceni, quello terribile dell'839 e un altro nell'850[8].

I continui attacchi alle città adriatiche spinsero Ancona e Venezia ad allearsi nel tentativo di prevenirne altri[9].

All'inizio dell'XI secolo i documenti mostrano che la città godeva ormai di una libertà di fatto, nonostante la presenza del marchese imperiale e delle pretese della Chiesa[10].

il Palazzo del Senato di Ancona del XIII secolo.
il Palazzo del Governo con la Torre civica.

L'indipendenza non si sviluppò, come in altre città, intorno alla figura del vescovo, ma grazie alla collaborazione dei cittadini impegnati nelle attività della navigazione e del commercio, che strinsero un patto di solidarietà e stilarono un accordo con il marchese imperiale[11].

La repubblica di Ancona intratteneva rapporti commerciali privilegiati con i turchi e con l'Impero Bizantino ed era una città cosmopolita, poiché egiziani, siriani, mori, bizantini, magiari, dalmati, croati, albanesi ed ebrei erano frequentatori assidui del porto e dei mercati cittadini. A causa degli intensi scambi commerciali con Costantinopoli, la Repubblica di Ancona entrò presto in collisione con la Serenissima Repubblica di Venezia; questa inizialmente non aveva dato troppa importanza all'espansione di un'altra repubblica marinara nel Mare Adriatico, sicura di poterla assoggettare economicamente ancor prima che militarmente. Ma Ancona aveva alleati importanti, era frequentata da mercanti fiorentini e lucchesi ed era diventata una città ricca e fiorente, con fondachi e mercati in Oriente.

I veneziani non accettavano la crescita della repubblica dorica e per questo motivo, negli anni '70 del XII secolo, si allearono con l'imperatore Barbarossa per porre fine alla sua esistenza.

Ancona, che già nel 1137 aveva respinto l'imperatore Lotario II e nel 1167 l'imperatore Federico Barbarossa, si preparava ad affrontare la prova più terribile: l'assedio del 1173[12].

L'assedio del 1173[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1173[13] il Barbarossa inviò ad Ancona il suo luogotenente, l'arcivescovo Cristiano di Magonza, perché riuscisse a sottomettere una buona volta la repubblica dorica. L'assedio aveva buone garanzie di riuscita, dato che le forze imperiali che circondavano la città potevano questa volta contare anche sull'alleanza con la flotta veneziana, che bloccava il porto. Era la terza volta che l'Impero tentava di sottomettere la città nel giro di 50 anni: nel 1137 era stata assediata dall'imperatore Lotario II, nel 1167 dallo stesso Federico Barbarossa.

Il fatto che Venezia si fosse alleata con l'Impero (pur essendo formalmente in conflitto con esso, in quanto aderente alla Lega Lombarda) si spiega pensando alla rivalità commerciale che esisteva tra le due città marittime. Anche se in percentuale il traffico marittimo di Ancona verso i porti orientali non poteva essere paragonato a quello veneziano, nondimeno la Serenissima non gradiva l'esistenza in Adriatico di altre città marinare. L'assedio fu lungo e pesante e gli alleati di Ancona, ossia la Repubblica di Ragusa, l'Impero Bizantino e le città dell'ex Esarcato di Ravenna, non potevano intervenire, in quanto non erano al corrente di ciò che stava succedendo.

Dopo alcune settimane gli imperiali inviarono un'ambasciata in città chiedendo la resa, il riconoscimento del potere imperiale e la consegna del console dell'Impero Bizantino; in cambio promettevano di risparmiare la vita ai cittadini. La richiesta di resa derivava da una considerazione: dopo il lungo assedio le riserve di cibo dovevano essere quasi finite e la città non avrebbe potuto resistere ancora a lungo. Gli anconitani rifiutarono invece l'offerta e anzi riuscirono ad inviare degli emissari che, passando tra le file nemiche, si recarono a chiedere soccorso nelle città amiche della Romagna e dell'Emilia. L'episodio ispirò nell'Ottocento la tela di Francesco Podesti il Giuramento degli Anconetani.

Durante l'assedio sono da ricordare le gesta eroiche dell'eroina anconetana per eccellenza: Stamira (detta anche Stamura), una giovane vedova che con un gesto fulmineo appiccò il fuoco ad una botte piena di materie infiammabili, causando l'incendio di numerose macchine d'assedio nemiche, permettendo così ai cittadini di uscire dalle mura per rifornirsi di cibo; durante l'assedio rifulse anche l'eroismo del sacerdote Giovanni da Chiò, che in giorno di burrasca si gettò in mare per tagliare le gomene della nave Totus Mundus, ammiraglia della flotta veneziana che era ancorata nella rada del porto per il blocco del transito navale, mandandola a urtare contro altre navi e danneggiando così una parte della flotta.

Nel frattempo, alcuni cittadini erano arditamente riusciti a superare le truppe assedianti spingendosi a nord dell'Esino per richiedere una spedizione di soccorso. Con l'arrivo delle truppe della contessa di Bertinoro Aldruda dei Frangipani e del duca di Ferrara Guglielmo dei Marcheselli, si scatenò una battaglia che vide la sconfitta delle truppe imperiali. Le navi veneziane tolsero l'ancora e tornarono nella Serenissima. Ancona dunque uscì vittoriosa anche da quest'assedio, ed il periodo florido seguito alla vittoria permise di aumentare i traffici marittimi con l'Oriente e di ingrandire ed abbellire la propria cattedrale sul modello bizantino.

Manuele Comneno, imperatore di Bisanzio, inviò ingenti somme di denaro per ricompensare Ancona della fedeltà a lui dimostrata. Secondo una tradizione non confermata da documenti, Manuele donò in questa occasione alla città la bandiera rossa con una croce d'oro che è ancora oggi il vessillo della città. Nel suo libro 5°[14], il Pinaoro invece spiega che tale insegna venne assegnata al Comune di Ancona quale ricompensa per aver conquistato per primo le mura di un castello chiamato Argentario, presso Gallipoli, in Turchia. Le forze alleate di Rodi, entrate nel castello subito dopo i soldati anconetani, ottennero un vessillo simile: croce argentata su fondo rosso. Per la città il risultato più importante della vittoria fu che il Comneno autorizzò la repubblica a praticare il commercio marittimo in tutti i suoi porti, con la possibilità anche di costruire fondachi e abitazioni. Come già in epoca traianea, Ancona si avviava nuovamente ad essere per l'Italia una delle porte d'Oriente.

Guerre e scontri armati con Venezia e alleanza con la Repubblica di Ragusa[modifica | modifica wikitesto]

Sia prima che dopo l'assedio del 1173, Ancona dovette difendersi da Venezia nel corso di altri scontri armati o guerre vere e proprie:

  • 1149: scontri armati tra navi anconitane e veneziane[15];
  • 1173: la flotta veneziana e l'esercito di Federico Barbarossa assediano Ancona[13];
  • 1183: guerra tra Ancona e Venezia[15];
  • 1195: navi pisane ed anconitane si scontrano con la flotta veneziana[16];
  • 1229: guerra tra Ancona e Venezia[15];
  • 1257: guerra tra Ancona, alleata con Pisa, e Venezia[15];
  • 1273: guerra tra Venezia ed una lega antiveneziana di cui faceva parte anche Ancona[16];
  • 1277: scontro armato tra la flotta veneziana e quella anconitana[17][18];
  • 1428: guerra tra Ancona e Venezia[15].

In particolare si sottolinea che:

  • nel 1195 la flotta veneziana ebbe uno scontro armato con le flotte anconitana e pisana, in quell'occasione alleate nell'intento di rendere libera dal controllo veneziano la navigazione in Adriatico. A Venezia era stato eletto da poco doge Enrico Dandolo, saggio e già molto anziano; la sua flotta riuscì a mettere in fuga le due flotte rivali e ad inseguirle sino a Costantinopoli[16].
  • per resistere contro lo strapotere veneziano in Adriatico fu determinante soprattutto l'alleanza di Ancona con la Repubblica di Ragusa (dal 1199). Le due città rinnovavano periodicamente i loro patti e ragusini ed anconitani si consideravano abitanti di città sorelle. Molti anconitani abitavano a Ragusa, e molti ragusini abitavano in Ancona. Le due città diedero vita ad una via commerciale tra Europa occidentale e Medio Oriente alternativa a quella veneziana; questa via partiva da Costantinopoli, passava per Ragusa, Ancona, Firenze per giungere alle Fiandre e all'Inghilterra. Altre città alleate furono Pisa, Termoli e Napoli.
  • negli anni venti del Duecento, il doge Pietro Ziani intensificò i rapporti diplomatici con Bologna e varie città marchigiane, al fine di isolare Ancona[16].
  • nel 1273 contro Venezia si era formata una lega anti-veneziana composta, oltre che da Ancona, anche da Bologna, Treviso, Verona, Mantova, Ferrara, Cremona. Dopo alterne vicende Venezia riuscì infine a prevalere e stipulò un trattato di pace a sé favorevole. Ancona però non volle firmare il patto e continuò a resistere da sola, dato che era in gioco la propria libertà di navigare in Oriente: ne andava della sua sopravvivenza come potenza marinara[16]. Venezia, allora, mise in atto contro Ancona un blocco navale e terrestre[16]; nonostante ciò, nel 1277, Ancona riuscì a strappare alla più potente rivale una sonora vittoria[17][18].
  • i successivi trattati tra le due repubbliche, del 1345 e del 1366, ristabilirono i diritti di Ancona a navigare liberamente[19].

Lo Stato della Chiesa riconosce la repubblica di Ancona[modifica | modifica wikitesto]

il papa Eugenio IV rappresentato nelle Cronache di Norimberga del 1493.

Ancona ebbe una indipendenza "de facto": il papa Alessandro III (circa 1100 – 1181) la dichiarò città libera nell'ambito dello Stato della Chiesa; papa Eugenio IV confermò la posizione giuridica definita dal suo predecessore e il 2 settembre 1443 la dichiarò ufficialmente repubblica[20]; quasi in concomitanza anche Ragusa venne ufficialmente denominata "repubblica"[21][22], a conferma del legame fraterno che univa i due porti adriatici.

Quando papa Urbano V, allora residente in Avignone, rientrò in Italia, tra le tante navi delle città marinare andate ad incontrarlo, c'era una galea anconetana e proprio su questa il pontefice si imbarcò per intraprendere il suo viaggio. Narra il cronista Oddo di Biagio nel 1367:

La galea fu fatta in Ancona de tanta e tale lunghezza, quale mai si fu veduta la simile, con celle e camere dipinte e ornate come fossero stanze di palazzi. E fu armata de marinai e de vogatori de Ancona.

L'onorifica preferenza venne accordata anche ad un'altra galea, comandata dall'anconetano Nicolò di Bartolomeo Torriglioni, quando papa Gregorio XI riportò definitivamente la corte pontificia dalla Francia in Italia, nel 1377.

Sotto il giogo dei Malatesta - la rocca papale[modifica | modifica wikitesto]

Durante circa cinque secoli, l'unica eclisse di libertà ci fu nel periodo che va dal 1348 al 1383: i Malatesta, impegnati ad estendere i loro domini marchigiani, si erano impadroniti nel 1348 di Ancona, approfittando di un momento di estrema debolezza. La celebre peste nera che infuriava in tutta Europa aveva infatti messo in difficoltà la città e a ciò si era aggiunto un terribile incendio che aveva provocato vaste distruzioni, tra cui lo stesso palazzo comunale.

Nell'ambito delle azioni del cardinale Albornoz, volte a preparare il ritorno del papa da Avignone in Italia, i Malatesta vennero sconfitti nella battaglia di Paterno, un castello di Ancona, e la chiesa instaurò un dominio diretto sulla città. L'Albornoz poté entrare ad Ancona, dove fece edificare una grande rocca che doveva servire anche come sede adriatica del pontefice, una volta che fosse tornato in Italia. L'Albornoz, infatti, aveva fatto costruire l'edificio con un aspetto prettamente militare all'esterno, ma con un interno sfarzoso, ricco di giardini e di ogni comodità.

La rocca dell'Albornoz rimase in piedi fino al 1383, quando fu distrutta dal popolo dopo un difficile assedio. Causa scatenante dell'assedio fu il fatto che il castellano si era messo alle dipendenze dell'antipapa Clemente VII. All'assedio parteciparono, oltre agli anconitani, folti gruppi di soldati provenienti da tutta la Marca. La rocca infine cedette grazie allo scavo di una galleria fin sotto alle sue mura; essa venne poi completamente distrutta a furor di popolo, al fine di ristabilire l'antica autonomia cittadina[23].

In tale circostanza il Senato anconetano ricevette dai Priori delle Arti e dai Gonfalonieri di Giustizia del popolo di Firenze l'elogio più caloroso: "Avete finalmente scosso, amici carissimi, il giogo del vostro servaggio che il presidio dell'inespugnabile rocca vi teneva sopracapo! O uomini che diffondete l'odore delle virtù dei vostri progenitori! O veri italiani!"[24].

La libertà riconquistata dovette ancora essere difesa: Galeazzo Malatesta, nel 1413, tentò un assalto ad Ancona, alla collina di Capodimonte, da cui, all'epoca, passava la principale via d'accesso via terra alla città; ma la pronta e vigorosa reazione respinse il nemico che lasciò centinaia di morti e prigionieri.

Anche Francesco Sforza tentò di avere a tradimento la città; le sue spie vennero scoperte, chiuse dentro sacchi e gettate in mare con pietre al collo (1443). Tra gli sforzeschi nacque allora il detto: "Ancona da bere e non da mangiare".

I rapporti con Ragusa[modifica | modifica wikitesto]

Il porto di Ragusa

I primi rapporti commerciali sono riscontrabili lungo il secolo durante il quale si ha testimonianza della nascita della repubblica, precisamente nel 1199. I rapporti saranno sempre cordiali, di profonda amicizia e sostegno militare: era l'unico modo che entrambe avevano per resistere allo strapotere economico della Serenissima, e per quanto Venezia restò sempre padrona dell'Adriatico, il connubio fra Ancona e Ragusa permise alle due città di non soggiacere alla più potente repubblica. I rapporti, segnati da continui rinnovi di patti di alleanza, si interruppero solo durante la parentesi di dominazione veneziana su Ragusa e poi definitivamente con l'assoggettamento della repubblica dorica allo Stato pontificio (1532)[25].

Perdita dell'indipendenza (1532)[modifica | modifica wikitesto]

Con il pretesto, rivelatosi falso, di un'imminente aggressione alla città da parte dei Turchi, Papa Clemente VII si offrì di far costruire, a spese del Papato, la nuova fortificazione della Cittadella sul Colle Astagno, inviando in città l'architetto Antonio da Sangallo il Giovane.

Ancona, la Cittadella sul colle Astagno nei primi del 1900

La Cittadella con i suoi cinque bastioni è uno splendido esempio di fortificazione rinascimentale.

Essa venne usata dalle truppe papali come un cavallo di Troia per l'occupazione della città, che il Papa, ansioso di reitegrare le vuote casse vaticane dopo il Sacco di Roma, aveva venduto al cardinale di Ravenna Benedetto Accolti per una somma tra i 5700 ducati d'oro ed i 20000 scudi d'oro l'anno[26].

Il 19 settembre 1532 Ancona venne occupata e, a causa dei cannoni della Cittadella puntati sulla città e sulle sue principali vie di accesso, dovette rinunciare all'indipendenza senza possibilità di reagire; con un colpo di stato ante litteram papa Clemente VII mise fine alla libertà de facto, ponendo così la città sotto il dominio diretto dello Stato Pontificio[27].

In quell'occasione il nuovo Governatore della Marca di Ancona Bernardino Della Barba, vescovo di Monferrato, fece bruciare in Piazza Grande tutto l'archivio cittadino, antico di secoli, per rendere chiaro che il regime di libertà comunale era davvero finito[28].

Bernardino Santini, Ritratto del Cardinale Benedetto Accolti, Arezzo, Quadreria Comunale

Quando alcuni giovani esponenti della nobiltà anconetana provarono a organizzare il ripristino delle libertà perdute, essi vennero scoperti e, su ordine del nuovo Legato pontificio della Marca di Ancona Benedetto Accolti, imprigionati, torturati e uccisi; i loro corpi decapitati furono gettati in Piazza Grande a monito per tutta la cittadinanza[29].

L'Accolti, desideroso di recuperare in breve tempo l'investimento fatto con l'acquisto della legazione di Ancona e della Marca, instaurò un regime autoritario di gravi imposizioni fiscali e di repressione durissima del dissenso, con la condanna all'esilio e la confisca dei beni di molte nobili famiglie anconetane.

Alla morte di Clemente VII, il suo successore papa Paolo III lo fece arrestare sottoporre a processo:

«Ma questa legazione fu per l'Accolti causa di dolorose sventure. Paolo III il 15 aprile 1535 lo fece chiudere in Castelsantangelo, e sottoporre a rigoroso processo. Quale ne fosse il motivo chiaramente non apparisce. Il Mazzuchelli[30] quasi indovinando scrive che fu per avventura la sua mala amministrazione di Fano e della Marca. Però non sembra che la sua colpa fosse di solo peculato, come si giudica dai più, perché in tal caso, secondo anche la osservazione del Giovio, non si sarebbe trattato di decapitarlo. Alcuni vogliono che il cardinale Ippolito de' Medici, consanguineo di Clemente VII, con cui ebbe gravi controversie, appunto per la legazione della Marca, fosse autore della prigionia dell'Accolti».

«Fu sciolto dai ceppi dopo di essersi confessato reo, ma colla ammenda gravissima di cinquantanovemila scudi d'oro, somma rapportata dal Ciacconio, dall'Oldoino e da altri ancora. Uscì di carcere il dì ultimo di ottobre, anno medesimo, giovando non poco a liberarnelo i buoni officii del cardinale Ercole Gonzaga e quelli di Carlo V imperatore»[31].

Così lo storico marchigiano Carisio Ciavarini ha raccontato il processo all'Accolti intentatogli dal Vaticano su iniziativa del papa Paolo III: «Chiamato a Roma l'Accolti, e questi di natura caparbio e superbo ricusando, il papa ordinò che a forza fossevi condotto; ed un Ferretti (vedi fortuna) carceratolo eseguì la commissione. Condotto ch'ei fu in Roma, il papa, a tórre ogni ulteriore cagion di litigi e di angherie pei cittadini, come signore supremo di Ancona, ne volle a sè il governo, mandandovi suoi ministri a reggerla, prima monsignor Paolo Capizucchi vescovo di Nicastro, poi Gregorio Magalotto. Intanto volendo punire l'Accolti della ostinazione sua e delle crudeltà commesse nel governo di Ancona, chiusolo in Castelsantangelo, prese a farne processo. Da questo risultò chiaro il furto del Monte della Carità, le imposizioni gravissime di gran lunga superiori alla somma pagata da lui alla Camera [Apostolica], l'innocenza dei cinque gentiluomini anconitani uccisi, e dei tanti altri sottoposti al tormento della corda; e perciò fu condannato a morte ed a pagare alla Chiesa ottocentomila scudi, ed ottocento a ciascuna delle cinque famiglie anconitane dalla tirannide di lui private de' loro cari. Senonché, intercedente l'imperatore Carlo V, la condanna fu commutata in soli sette anni di reclusione a Ferrara: soliti abusi di protezioni e privilegi di tempi incivili. Però migliore giustizia fece la fortuna dando la meritata fine e all'Accolti ed a quanti altri ebbero parte principale nella frodolenta occupazione della repubblica anconitana. Raccontano le cronache e le storie, che Clemente [VII] morì poco dopo tornato in Roma; l'Accolti, oltre la prigionia, appena ne fu libero e andò a Firenze, quivi finì di veleno; il Della Barba che venne trasferito a Viterbo fu consunto da morbo pediculare; il vescovo Balduinetti vicelegato morì nel 1538, cioè dopo soli sei anni dalla rovinata repubblica; Luigi Gonzaga fu ucciso sotto Vigrate castello degli Orsini[32]; Pietro Accolti zio dell'Arcivescovo di Ravenna, e che primo aveva fatto il piano della conquista di Ancona, morì lo stesso anno della sua caduta (1532); ed anco un figlio del cardinale, Benedetto fu poi giustiziato in Roma per punire, come suole la fortuna, eziandio ne' figli i delitti dei genitori».[33]

Nonostante la rimozione dell'Accolti, che consentì il rientro ad Ancona di molti nobili fuoriusciti costretti all'esilio, il nuovo Papa non ripristinò le libertà repubblicane, concedendo solo una limitata autonomia al Senato anconetano sulle questioni interne alla città, sempre sotto il controllo del Legato pontificio.

Ciò determinò in breve tempo, assieme alla rarefazione delle rotte marittime conseguente alla colonizzazione delle Americhe, il declino delle attività marinare e dell'importanza del porto dorico.

Partecipazione alle crociate[modifica | modifica wikitesto]

È nota la partecipazione della Repubblica anconetana a diverse crociate, tra cui la prima. Nelle lotte fra papi ed imperatori del XIII secolo, Ancona fu di parte guelfa.

Nel 1464, ad appena undici anni dalla caduta di Costantinopoli nelle mani dei turchi, la crociata per liberare l'antica capitale dell'Impero d'Oriente promossa da papa Pio II (Enea Silvio Piccolomini), doveva partire proprio dalla città dorica: la corte pontificia si stabilì ad Ancona per organizzare tutte le potenze cristiane; nulla si fece a causa della morte improvvisa del pontefice[34].

Struttura politica ed amministrativa[modifica | modifica wikitesto]

Ancona era una repubblica oligarchica il cui governo era costituito da sei Anziani, o Signori, che erano eletti dai tre terzieri nei quali era divisa la città: S. Pietro, Porto e Capodimonte. La Repubblica Marinara di Ancona batteva moneta propria: l'agontano[35]; aveva propri codici di navigazione noti sotto il nome di "Statuti del mare", "del Terzenale (arsenale)" e "della Dogana"[36].

La struttura sociale, che vedeva nobili e popolani uniti intorno alle attività marinare, non permise l'affermarsi di signorie in città. Un'eccezione è rappresentata dall'occupazione da parte dei Malatesta nel 1348.

Commercio e navigazione[modifica | modifica wikitesto]

Pagina degli Statuti del mare

Attraverso Ancona passava la via commerciale, alternativa a quella veneziana, che dal Medio Oriente passando per Ragusa, Ancona, Firenze, le Fiandre, conduceva in Inghilterra[37]; fu perciò la porta d'Oriente dell'Italia centrale.

La città inviava consoli ed aveva fondachi e colonie in molti porti d'Oriente[38]. A Costantinopoli vi era il fondaco forse più importante, dove gli anconetani avevano una propria chiesa, Santo Stefano; inoltre nel 1261 venne loro accordato il privilegio d'avere una cappella nella basilica di S. Sofia[39][40]. Altri fondachi anconitani erano in Siria (a Laiazzo e a Laodicea), in Romania (a Costanza), in Egitto (ad Alessandria), a Cipro (a Famagosta), in Palestina (a San Giovanni d'Acri), in Grecia (a Chio), in Asia Minore (a Trebisonda). Spostandosi verso occidente, fondachi anconitani erano presenti nell'Adriatico a Ragusa e a Segna, in Sicilia a Siracusa e a Messina, in Spagna a Barcellona e a Valenza, in Africa a Tripoli.

Mentre gli anconitani (di ogni classe sociale) si dedicavano direttamente ai traffici marittimi, lo smistamento via terra delle merci importate era affidato invece a mercanti ebrei, lucchesi e fiorentini. Dal Levante giungevano nel porto di Ancona spezie e medicamenti di ogni tipo, coloranti, profumi, mastice, seta, cotone, zucchero di canna, allume; dalla Dalmazia arrivava invece legname (da Segna), sale (da Pago), metalli (da Fiume), pellami, cera, miele, (soprattutto da Ragusa, ma anche da Zara, Traù e Sebenico). Questi prodotti erano poi esportati via terra, diretti a Firenze, in Lombardia e nelle Fiandre.

Via terra giungevano nel porto di Ancona: panni pregiati da Firenze e dalle Fiandre; dalle Marche olio, grano, vino, sapone, panni, carta di Fabriano e di Pioraco; dall'Abruzzo lo zafferano, dal Montefeltro il guado. Questi prodotti erano poi esportati via mare in Oriente e in Dalmazia[41].

In città erano presenti folte comunità straniere organizzate, tra le quali quella greca e quella schiavona (ossia dalmata ed albanese), che avevano propri luoghi di culto. A queste si deve aggiungere un'attiva comunità ebraica, che è stata (ed è tuttora) parte importante della società cittadina, come prova la sinagoga (con arredi anche del XVI secolo) e il Campo degli Ebrei, cimitero israelitico tra i più antichi (XV secolo) e importanti d'Europa.

I simboli[modifica | modifica wikitesto]

La moneta della repubblica di Ancona: l'agontano

Secondo la tradizione la bandiera di Ancona, con una croce d'oro su fondo rosso, fu un dono imperiale di Bisanzio a ricompensa dei servigi e della fedeltà dimostrata a Manuele Comneno; rispecchiava le insegne bizantine, private dei simboli a forma di B nei cantoni[42][43].

Lo stemma del libero comune, un cavaliere armato, rappresentante la virtù guerriera e l'attaccamento alla libertà, è quello che anche oggi identifica la città. Secondo alcuni rappresenta l'imperatore Traiano, che in epoca antica si era dimostrato varie volte attento al ruolo di Ancona come porta d'Oriente[44]. Non è verosimile invece che, come a volte si dice, il cavaliere raffiguri San Giorgio, in quanto tale santo, tra l'altro non legato ad alcuna tradizione religiosa anconitana, non è mai rappresentato senza il drago che avrebbe sconfitto.

Altro simbolo della repubblica fu l'immagine di San Ciriaco di Gerusalemme, presente nelle monete.

Fioritura artistica[modifica | modifica wikitesto]

Il Duomo di Ancona, fusione di arte romanica e bizantina, quest'ultima evidente nella pianta a croce greca

Ad Ancona l'arte ebbe un notevole sviluppo durante i secoli della repubblica marinara.

Arte romanica, bizantina e gotica[modifica | modifica wikitesto]

la Loggia dei Mercanti con la splendida facciata espressione del Rinascimento adriatico di Giorgio da Sebenico.

Per ciò che riguarda l'architettura romanica un tratto caratterizzante fu il confluire in essa di elementi di tradizioni artistiche diverse, principalmente bizantini, islamici, prova delle intense relazioni con l'oriente[45]. Si ricorda a questo proposito soprattutto il grande cantiere della cattedrale di San Ciriaco, una delle più importanti chiese romaniche d'Italia, caratterizzata dalla pianta a croce greca; il duomo è pregevole anche per le sculture bizantine dell'interno e per quelle del portale, come i leoni stilofori, da annoverare tra i simboli della città[46]. Nell'abbazia di Santa Maria di Portonovo gli influssi bizantini e quelli del romanico europeo si fondono così intimamente da dar luogo ad una struttura del tutto originale[47]. Tra gli edifici religiosi costruiti nel semplice ed armonioso stile romanico emerge anche la Chiesa di Santa Maria della Piazza, ove lavora Mastro Filippo; in questo edificio gli influssi bizantini sono presenti nella facciata ad arcatelle cieche e in alcune sculture in essa inserite[48].

I fortunati traffici con l'Oriente arricchirono Ancona; splendide testimonianze di questa sua attività sono i palazzi che si succedono come sedi del governo cittadino: il romanico Palazzo del Senato, il gotico Palazzo degli Anziani e il Palazzo del Governo, in cui si riconosce una fase costruttiva gotica ed una rinascimentale. A quest'ultimo edificio lavorano Francesco di Giorgio Martini, senese, e i maestri Pietro e Matteo di Antongiacomo[48].

Tra Trecento e Quattrocento fiorì inoltre la scuola pittorica di Ancona, dominata dalla figura di Olivuccio di Ciccarello, esponente del Gotico internazionale.

Rinascimento[modifica | modifica wikitesto]

Nel Quattrocento la città fu una delle culle del Rinascimento Adriatico[49], ossia di quel particolare tipo di Rinascimento che si diffuse tra Dalmazia, Venezia e Marche, caratterizzato da una riscoperta dell'arte classica accompagnata però da una certa continuità formale con l'arte gotica. In architettura e scultura, l'esponente principale di questo movimento artistico fu il dalmata Giorgio Orsini, che lasciò in città spettacolari architetture e sculture[49]. Egli, su una struttura dovuta all'architetto Giovanni Pace detto Sodo, realizzò la facciata della Loggia dei Mercanti. A questo celebre architetto dalmata si devono anche i portali di Sant'Agostino e di San Francesco alle Scale, nonché la facciata del Palazzo Benincasa. Altri artisti che lasciano nobili segni del loro lavoro sono Giovanni Dalmata (che lavorò al Duomo) e Marino di Marco Cedrino, veneziano, (cui si deve il portale della Chiesa della Misericordia)[48].

Esponente in pittura del Rinascimento Adriatico fu Nicola di Maestro Antonio, le cui opere anconitane sono ora tutte disperse nei musei di vari continenti[50].

Nella pittura si segnala la presenza in città di Carlo Crivelli e di Lorenzo Lotto, che vi lasciarono preziose opere; Melozzo da Forlì decorò con affreschi i soffitti del Palazzo del Governo, oggi perduti; si deve infine ricordare che Tiziano inviò in città alcune sue opere, nel corso di tutta la sua carriera.

Personaggi celebri[modifica | modifica wikitesto]

Ciriaco d'Ancona

Tra i suoi navigatori si deve ricordare Ciriaco d'Ancona (Ciriaco Pizzecolli), umanista che nelle rive del Mediterraneo andava instancabilmente in cerca delle testimonianze della perduta civiltà classica, trascrivendo iscrizioni e disegnando monumenti; egli è perciò considerato il padre dell'archeologia"[51]. È detto il navigatore-archeologo[52] o il crononauta e i suoi colleghi umanisti lo chiamavano pater antiquitatis (padre delle antichità), perché fece conoscere ai suoi contemporanei l'esistenza del Partenone (suo è il primo disegno che lo rappresenta), delle Piramidi, della Sfinge e di altri monumenti antichi celebri e creduti distrutti.

Altri personaggi della repubblica noti a livello nazionale furono il cartografo marittimo Grazioso Benincasa, uno dei più importanti del Quattrocento[53], e il giurista Benvenuto Stracca, fondatore del diritto commerciale, entrambi legati alle attività commerciali e marittime della città.

Aspetti religiosi[modifica | modifica wikitesto]

Il legame tra la repubblica di Ancona e l'Oriente è testimoniato anche dal culto religioso: i santi venerati nella tradizione locali sono per la maggior parte originari di paesi del Levante. Il patrono principale, San Ciriaco, era di Gerusalemme e da questa città proviene il suo corpo, venerato al Duomo. Santo Stefano, il cui martirio è legato all'arrivo del Cristianesimo in città e a cui era dedicata la prima cattedrale di Ancona, era anch'egli ebreo o forse greco; inoltre il compatrono San Liberio era armeno e uno dei primi vescovi, San Primiano, era greco. Si devono ricordare a questo proposito le chiese di culto orientale che erano presenti in Ancona: Sant'Anna dei Greci e San Gregorio degli Armeni.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Testi specifici sulla repubblica marinara di Ancona
  • Mario Natalucci, Ancona attraverso i secoli edizioni Unione arti grafiche, Città di Castello, 1960, volumi I (pagine 221-558) e II (pagine 1-172);
  • Armando Lodolini, Le repubbliche del mare, edizioni Biblioteca di storia patria, a cura dell'Ente per la diffusione e l'educazione storica, Roma 1967 (il capitolo del libro riguardante Ancona è consultabile alla pagina: [4]);
  • Peter Earle, The commercial development of Ancona, 1479–1551, Economic History Review, 2nd ser., vol. 22, 1969, (pag. 28–44);
  • J. Delameau, Un ponte fra Oriente e Occidente: Ancona nel Cinquecento, Quaderni storici, n. 13, 1970
  • Deputazione di storia patria per le Marche, Ancona repubblica marinara, Federico Barbarossa e le Marche, edizioni Arti grafiche Città di Castello, 1972;
  • Sergio Anselmi, Venezia, Ragusa, Ancona tra Cinque e Seicento. Un momento della storia mercantile del Medio Adriatico, in «Atti e Memorie», serie VIII, vol. VI, Deputazione di Storia Patria delle Marche, Ancona 1972 (pagg. 41-108);
  • Eliyahu Ashtor, Il commercio levantino di Ancona nel basso Medioevo, in «Rivista storica italiana» 88, 1976;
  • Joachim-Felix Leonhard, Ancona nel Basso Medioevo. La politica estera e commerciale dalla prima crociata al secolo XV Il lavoro editoriale, Ancona 1992 (edizione originale: Die Seestadt Ancona im Spätmittelalter, Niemeyer Max Verlag GmbH, 1983);
  • Eliyahu Ashtor, Il commercio anconetano con il Mediterraneo occidentale nel basso Medioevo, in "Atti e Memorie della Deputazione di storia patria per le Marche", nº 87, 1982 (pagg. 9-71);
Aspetti particolari della repubblica marinara di Ancona
  • Sui fondachi anconitani e la presenza anconitana nel Levante:
    • Guglielmo Heyd, Le colonie commerciali degli Italiani in Oriente nel Medio Evo, G. Antonelli & L. Basadonna, 1866 (vedi pagina);
    • Gabriella Airaldi, Benjamin Z. Ḳedar, I comuni italiani nel regno crociato di Gerusalemme, Università di Genova, Istituto di medievistica, 1986 (pag. 525);
    • Alberto Guglielmotti Storia della marina Pontificia dal secolo ottavo al decimonono, Volume 1.
  • Sul ruolo di Ancona quale "porto dei fiorentini" verso il Levante:
    • Raymond R. de Roover, The Medici Bank, its Organization, Management, Operation and Decline, University Press, New York, 1948.
  • Sul ruolo della comunità ebraica nell'economia della repubblica:
    • María Luisa Moscati Begnini, Marche: Itinerari ebraici, edito da Marsilio, 1996 (pag. 25).
  • Sulla legislazione marittima della repubblica:
    • Carisio Ciavarini (a cura di) Statuti Anconitani del mare, del terzenale e della dogana e patti con diverse nazioni, BiblioBazaar, 2010;
    • Mariano d'Amelio, Caratteri unitari del diritto marittimo dell'Adriatico, riportato alla pagina [5].
  • Sulla moneta della repubblica:
    • Marco Dubbini e Giancarlo Mancinelli: Storia delle monete di Ancona, edizioni Il lavoro editoriale, Ancona 2009, ISBN 978-88-7663-451-2 (pagg. 31-79).
  • Sull'assedio del 1173:
    • Boncompagno da Signa, Liber de obsidione Anconae, edito da N. Zanichelli nel 1937 e nuovamente da Viella nel 1999;
    • Giunio Garavani, Stamira: scene di vita Anconitana durante l'assedio del Barbarossa, 1174, S.T.A.M.P.A., 1936.
  • Sulla distruzione della rocca papale:
    • Oddo di Biagio, Costruzione e distruzione del cassero anconitano, Ancona 1870.
  • Sui rapporti con Ragusa:
    • Sergio Anselmi, Venezia, Ancona, Ragusa tra cinque e seicento, Ancona 1969.
  • Sui castelli di Ancona:
    • Maurizio Mauro, Castelli rocche torri cinte fortificate delle Marche, Istituto italiano dei castelli, Sezione Marche, 2001.
  • Sui personaggi celebri della repubblica:
    • Benvenuto Stracca: Autori vari, Benvenuto Stracca nel quarto centenario della morte (atti del convegno di studi del 1980);
    • Ciriaco Pizzecolli: Gianfranco Paci, Sergio Sconocchia, Ciriaco d'Ancona e la cultura antiquaria dell'umanesimo, Diabasis, 1998 (pag. 12);
    • Ciriaco Pizzecolli: Giuseppe A. Possedoni (a cura di) Ciriaco d'Ancona e il suo tempo. Ancona, edizioni Canonici, 2002;
    • Grazioso Benincasa: Corradino Astengo, La cartografia nautica mediterranea dei secoli XVI e XVII, editore Erga, 2000 (pagina 107).
Testi generali che parlano anche della repubblica marinara di Ancona
  • Adolf Schaube, Storia del commercio dei popoli latini del Mediterraneo sino alla fine delle Crociate, Unione tipografico-editrice Torinese, 1915;
  • Autori vari, L'Universo, volume 31, Istituto geografico militare, 1951 (pag.345);
  • Centro di Studi per lo Geografia Antropica, Memorie di geografia antropica, volumi 9-10, edito dal Consiglio Nazionale delle Ricerche, 1954 (pagg. 8-49);
  • Guido Piovene, in Tuttitalia, Casa Editrice Sansoni, Firenze & Istituto Geografico De Agostini, Novara 1964 (pag. 31);
  • Valerio Lugoni (a cura di) Meravigliosa Italia, Enciclopedia delle regioni, edizioni Aristea, Milano 1966 (pag. 44);
  • Pietro Zampetti, in Itinerari dell'Espresso (volume Marche), a cura di Neri Pozza, Editrice L'Espresso, Roma 1980 (pagg. 33-34-189);
  • Peris Persi, Conoscere l'Italia (volume Marche), Istituto Geografico De Agostini, Novara 1982 (pag. 74);
  • Stefania Sebastiani, Ancona: forma e urbanistica, edizioni L'Erma di Bretschneider, 1996 (Capitolo "Premesse per la storia dell'insediamento");
  • autori vari, Marche guida rossa Touring Club Italiano, Touring Editore, 2005 (pagg. 88 e 104);
  • Giuseppe Sandro Mela, Islam: nascita, espansione, involuzione Armando Editore, 2005 (Google eBook, pag. 67);
  • Horst Dippel, Costituzioni Degli Stati Italiani (volume 10: Documenti costituzionali di Italia e Malta, parte 1: Ancona-Lucca) edizioni Walter de Gruyter (Germania), 2009 (pag. 130).

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ nel breve periodo in cui Chiaravalle e Castelfidardo erano sotto la sua giurisdizione
  2. ^ Vedi: voce Ancona sull'Enciclopedia Treccani e L'Europa tardoantica e medievale (Treccani)
  3. ^ Lodovico Antonio Muratori, Giosuè Carducci, Vittorio Fiorini, Istituto storico italiano per il Medio Evo, Rerum italicarum scriptores editore S. Lapi, 1942 (Raccolta degli storici italiani dal cinquecento al millecinquecento ordinata da L.A. Muratori)
  4. ^ Vincenzo Pirani, Ancona dentro le mura, Bagaloni editore.
  5. ^ a b Alvise Cherubini, Arte medievale nella Vallesina, Effeci, 2001
  6. ^ Mario Natalucci, Ancona attraverso i secoli, I volume, Unione arti grafiche, 1960, (pagina 465 e 517).
  7. ^ Chiaravalle sotto la giurisdizione di Ancona, vedi: Mario Natalucci, Ancona attraverso i secoli, I volume, Unione arti grafiche, 1960, (pagina 517); Chiaravalle viene dichiarata "abbazia nullius", cioè non soggetta a nessun centro urbano, vedi: Alvise Cherubini, Arte medievale nella Vallesina, Effeci, 2001, (pagina 224).
  8. ^ Giovanni Diacono, Cronica venetum, M. G. H. S. S., VII, (pagina 18).
  9. ^ Giacinto Romano - Arrigo Solmi, Le dominazioni barbariche in Italia, Milano, 1936.
  10. ^ Mario Natalucci, Ancona nel Medioevo, Unione arti grafiche, Città di Castello, 1960, (pagina 97).
  11. ^ Mario Natalucci, Ancona nel Medioevo, Unione arti grafiche, Città di Castello, 1960, (pagina 98).
  12. ^ Autori vari, guide rosse, volume Marche, pagina 88, Touring Editore, 1979, consultabile alla pagina
  13. ^ a b
    • La fonte maggiore su quest'assedio è il volume Liber de obsidione Anconae, di Boncompagno da Signa, edito da Nicola Zanichelli nel 1937 e nuovamente da Viella nel 1999. Da esso, composto pochi anni dopo il fatto sono tratte tutte le notizie riportate in questo paragrafo.
    • Un riassunto del testo di Boncompagno è consultabile su Storia d'Italia narrata al popolo italiano, di Giuseppe La Farina, alla pagina.
    • La data dell'assedio oscilla tra il 1173 e il 1174; nel 1937 Giulo Carlo Zimolo, editore del principale documento di riferimento, chiarì definitivamente, attraverso una lettura comparata di tutti i documenti esistenti in merito, che l'evento avvenne nel 1173. Si veda a proposito: Leardo Mascanzoni, Boncompagno da Signa, l'assedio di Ancona e Bertinoro (1173), edito nella “Nuova Rivista Storica”, XLI-III (Settembre-Dicembre 2007), pagine. 777-794.
  14. ^ Tarquinio Pinaoro, Libro V
  15. ^ a b c d e Armando Lodolini Le repubbliche del mare, pagina 204.
  16. ^ a b c d e f Vedi la pagina
  17. ^ a b c Alvise Zorzi, La repubblica del leone: Storia di Venezia, editore Bompiani. Testo consultabile su Google libri: [1]
  18. ^ a b Samuele Romanin, Storia documentata di Venezia, Volume 2, editore Naratovich, 1854 (pagina 308, testo consultabile su Google libri: [2])
  19. ^ Samuele Romanin, Storia documentata di Venezia, editore Naratovich, 1854
  20. ^ L'atto, con il nome di Liber croceus magnus, è conservato all'Archivio di Stato di Ancona
  21. ^ (HR) Josip Vrandečić, Miroslav Bertoša, Dalmacija, Dubrovnik i Istra u ranome novom vijeku, Barbat, 2007 (pagina 17)
  22. ^ (EN) James Stewart, Croatia, New Holland Publishers, 2006 (pagina 285)
  23. ^ Oddo di Biagio, Costruzione e distruzione del cassero anconitano
  24. ^ Agostino Peruzzi, Storia d'Ancona dalla sua fondazione all'anno MDXXXII, volume 2, libro XII, pagina 161, Nobili, 1835 (liberamente consultabile su Google libri alla pagina)
  25. ^ Sergio Anselmi, Venezia, Ancona, Ragusa tra cinque e seicento, Ancona 1969
  26. ^ L'importo di 5700 ducati d'oro è indicata da E. Repetti, in Dizionario geografico, fisico, storico della Toscana, Firenze, 1846, p. 35. La somma di 20000 scudi d'oro l'anno è riferita da Carisio Ciavarini, in Sommario della storia d'Ancona raccontata al popolo anconetano, Ancona, 1867, pagg.155, leggibile in Gooble Libri. Un ducato d'oro, moneta coniata dallo Stato Pontificio a partire dal 1432, equivaleva ad 1 scudo d'oro (nuova moneta adottata dal Papato nel 1531) e 9 baiocchi d'argento, ovvero 9 centesimi di scudo.
  27. ^ Autori vari, guide rosse, volume Marche Touring Editore, 1979 (pagina 88, consultabile su Google libri alla pagina)
  28. ^ Cfr. Carisio Ciavarini, in Sommario della storia d'Ancona raccontata al popolo anconetano, Ancona, 1867, pag.153, leggibile in Gooble Libri.
  29. ^ Cfr. Carisio Ciavarini, Sommario della storia d'Ancona raccontata al popolo anconetano, Ancona, 1867, pagg.153-159, leggibile in Gooble Libri.
  30. ^ (tom. I del suo Museo, p.225)
  31. ^ G. Moroni, op. cit., p. 60
  32. ^ In realtà il castello degli Orsini si trovava a Vicovaro, cittadina laziale dominante il corso del fiume Aniene e la via Tiburtina. Riferì Giorgio Merula nell'Historia Vicecomitum che il 3 dicembre del 1532 vi morì Luigi Gonzaga di Bozzolo detto "Rodomonte", generale di papa Clemente VII, nella spedizione militare contro il ribelle Napoleone di Gian Giordano Orsini, abate commendatario di Farfa e signore del luogo. Cfr. La storia di Vicovaro
  33. ^ Cfr. Carisio Ciavarini, Sommario della storia d'Ancona raccontata al popolo anconetano, Ancona, 1867, pagg.160-163, leggibile in Gooble Libri.
  34. ^ Eugenio Garin, Ritratto di Enea Silvio Piccolomini, in Ritratti di umanisti, Sansoni, Firenze, 1967
  35. ^ Marco Dubbini e Giancarlo Mancinelli Storia delle monete di Ancona, edizioni Il lavoro editoriale, Ancona 2009, ISBN 978-88-7663-451-2
  36. ^ Mariano d'Amelio, Caratteri unitari del diritto marittimo dell'Adriatico, riportato alla pagina [3]
  37. ^ Autori vari, Io Adriatico
  38. ^
    • AA. VV. Io Adriatico - Civiltà di mare tra frontiere e confini, Federico Motta editore, Milano 2001 (per conto del Fondo Mole Vanvitelliana), pagine 78-79. Questo testo, a sua volta, riporta notizie da:
    • Eliyahu Ashtor, Il commercio levantino di Ancona nel basso Medioevo, in «Rivista storica italiana» 88, 1976
    • Costanzo Rinaudo, in Rivista storica italiana, Volume 88;
    • Guglielmo Heyd Le colonie commerciali degli Italiani in Oriente nel Medioevo, Volume 1;
    • Alberto Guglielmotti Storia della marina Pontificia dal secolo ottavo al decimonono, Volume 1; Antonio Leoni, Istoria d'Ancona Capitale della Marca Anconitana, Volume 1;
    • Autori vari, Le città del Mediterraneo all'apogeo dello sviluppo medievale: aspetti economici e sociali atti del diciottesimo Convegno internazionale di studi (Pistoia, 18-21 maggio 2001), edito Centro italiano di studi di storia e d'arte, 2003 (pagina 261)
    • Susanna Avery-Quash, Carlo Crivelli, Pinacoteca di Brera Crivelli e Brera, Mondadori Electa, 2009 (pagina 127)
    • per la colonia di Famagosta: Rivista storica italiana, Volume 88,Edizioni 1-2, Edizioni scientifiche italiane, 1976 (pagina 215)
    • per la colonia di Alessandria vedi anche: Ogier d'Anglure, Le saint voyage de Jherusalem du Seigneur d'Anglure, testo del 1412 edito nel 1878 a Parigi da Bonnardot e Longnon (in questo testo Ancona è chiamata "Enconne" e gli anconitani "enconitains")
  39. ^ http://www.musinf.it/documenti/ComStampa_AraGuler.pdf
  40. ^ Antonio Leoni, Historia di Ancona del 1812
  41. ^ AA. VV. Io Adriatico - Civiltà di mare tra frontiere e confini, Federico Motta editore, Milano 2001 (per conto del Fondo Mole Vanvitelliana)
  42. ^ Persa l'indipendenza, Ancona mise al servizio del papa la tradizione marinaresca e ammainò la sua gloriosa bandiera sostituendola con un semplice bicolore rosso su giallo
  43. ^ Sulla bandiera della Repubblica di Ancona: Giancarli Tommaso, La bandiera d'oro. Una storia segreta dei vessilli di Ancona, Affinità Elettive Edizioni 2012
  44. ^ Giuseppe Barbone, Il guerriero d'oro armato di spada sul cavallo corrente e lo stemma della città di Ancona. Canonici, Ancona 2009
  45. ^ Emma Bernini, Carla Campanini, Cristina Casoli (con la collaborazione di Elisa Bellesia), Nuovo Eikon- Guida alla Storia dell'Arte, Roma-Bari, Editori Laterza, 2012
  46. ^ Giovanni Morello. Libri di pietra, Electa 1999
  47. ^ Paolo Piva, Marche romaniche, D'Auria editrice - Jaca Book, 2003 - ISBN 88-16-60302-X
  48. ^ a b c Fabio Mariano, L'architettura nelle Marche, dall'età classica al Liberty, Banca delle Marche, 1995
  49. ^ a b Fonti principali che parlano del Rinascimento Adriatico:
    • Pietro Zampetti, Pittura nelle Marche, Nardini editore, Firenze, 1988 (pagina 333);
    • Pietro Zampetti, Carlo Crivelli, Nicola d'Ancona e il Rinascimento adriatico;
    • Pietro Zampetti, Francesco Podesti, editrice Electa, Milano 1996 (pagina 38)
    • Ileana Chiappini di Sorio, Giorgio da Sebenico, in Scultura nelle Marche, Nardini editore, Firenze 1996 (pagina 264);
    • Fabio Mariano, La Loggia dei Mercanti in Ancona e l'opera di Giorgio di Matteo da Sebenico, editrice Il lavoro editoriale, 2003 ISBN 88-7663-346-4
    • Fabio Mariano, La stagione adriatica del gotico fiorito, in Architettura nelle Marche, Nardini editore Firenze 1995
    • Fabio Mariano, Giorgio di Matteo da Sebenico e il “Rinascimento alternativo” nel ‘400 adriatico, in “Critica d'Arte”, Anno LXXIII, n.45-46, gennaio-giugno 2011( 2012), Casa editrice Le Lettere, Firenze 2012, (pagine 7-34.);
    • Vittorio Sgarbi, Stefano Papetti, I pittori del Rinascimento a Sanseverino. Lorenzo D'Alessandro e Ludovico Urbani, editore Federico Motta, 2001
  50. ^ Pietro Zampetti, Pittura nelle Marche, Nardini editore, 1991
  51. ^ R. Bianchi Bandinelli, M. Pallottino, E. Coche de la Ferté, Enciclopedia dell'Arte Antica - Treccani, alla voce "Archeologia", da cui si riporta il seguente brano: "Quindi, se Ciriaco de' Pizzicolli (v. Ciriaco D'Ancona), che viaggiò in Grecia fra il 1412 e il 1448 ricercando e annotando opere d'arte e iscrizioni, può dirsi, in certo modo, il fondatore dell'archeologia in senso generale, l'archeologia nel suo carattere storico-artistico, come viene intesa oggi, può ben dirsi datare dalla pubblicazione della Storia delle arti del disegno presso gli antichi di J. J. Winckelmann, avvenuta nel 1764"; Giuseppe A. Possedoni (a cura di) Ciriaco d'Ancona e il suo tempo. Ancona, edizioni Canonici, 2002. Atti del convegno internazionale organizzato nel marzo 2000 dal centro studi oriente-occidente
  52. ^ Vedi la pagina
  53. ^ Corradino Astengo, La cartografia nautica mediterranea dei secoli XVI e XVII, editore Erga, 2000 (pagina 107)

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]