Affirmanti incumbit probatio

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La locuzione latina affirmanti incumbit probatio (lett. "la prova spetta a chi afferma") esprime un principio giuridico vigente ancora oggi in diverse aree del diritto: è compito di chi accusa portare le prove delle proprie affermazioni, non di chi si difende.

Precedenti di tale principio si possono riscontrare nei Digesta (22, 3, 21) in cui si leggono le parole del giurista Paolo «Probatio ei incumbit qui dicit, non qui negat» (spetta a chi dice, non a chi nega) e «semper necessitas probandi incumbit illi qui agit».[1] Anche nel Corpus iuris civilis (4, 19, 23) si legge una disposizione valida sia per Diocleziano sia per Massimiano, che esprime proprio tale principio: Actor quod adseverat probare se non posse profitendo reum necessitate monstrandi contrarium non adstringit, cum per rerum naturam factum negantis probatio nulla sit. (lett: "l'accusatore, dichiarando di non poter provare ciò che afferma, non può obbligare il colpevole a mostrare il contrario, perché, per la natura delle cose, non c'è nessun obbligo di prova per colui che nega il fatto"). Questo principio giuridico ha la finalità di difendere la condizione dell'imputato da accuse non provabili. Questa regola è passata inoltre nel diritto contemporaneo francese, dove l'articolo 9 del codice di procedura civile enuncia «Spetta ad ogni parte di provare conformemente alla legge i fatti necessari al successo della propria pretesa».[2]

Viene adoperato per la prima volta nell'ambito della logica e dell'argomentazione nel medioevo. Già Pietro il Venerabile, in una lettera a Bernardo di Chiaravalle e nello scritto polemico anti-islamico Contra sectam sive haeresim saracenorum, usa l'espressione «agenti probatio semper incumbit»[3] nel senso di burden of proof, sostenendo che il fatto che mussulmani sostenessero (senza prove) che le Scritture siano state soggette a falsificazione (taḥrīf) induce ad appurare che non siano state affatto falsificate.[4] Solo nel '900, nella logica anglosassone di Charles Hamblin nel libro Fallacies e di Doug Walton nel libro Argument structure: A pragmatic theory, dove si sostiene che, nel caso di una disputa, spetta all'allocutore che afferma qualcosa sottoporre un'argomentazione a sostegno della propria affermazione nel caso in cui l'interlocutore avesse espresso un dubbio.[5]

Questo concetto viene talvolta usato dagli atei come argomento nel dibattito sull'esistenza di Dio: in un dibattito teologico - argomentano - sta a chi afferma l'esistenza di una divinità il compito di dimostrare la verità della propria affermazione. In quest'ottica, la situazione sarebbe paragonabile a una causa giudiziaria, nella quale è l'accusa (i credenti) che deve presentare delle prove a sostegno della propria tesi, mentre la difesa (gli atei) ha l'onere al più di invalidarle, ma certamente non quello di fornire alla giuria una dimostrazione di innocenza nei confronti di un'accusa infondata. Sarebbe quindi necessario, secondo questo principio, che gli stessi credenti si facciano carico dell'onere della prova a sostegno delle loro affermazioni.[6]

Logicamente però, sebbene la dimostrabilità della negazione di una tesi implichi l'indimostrabilità della tesi partendo da assunzioni non contraddittorie, non vale il suo converso, ovvero la non dimostrabilità di quella tesi non implica la dimostrabilità della sua negazione. Quindi l'argomento dell'onere della prova per l'inesistenza di Dio, così come per qualsiasi dimostrazione e argomentazione extragiudiziaria, è fallace dal punto di vista logico (nonostante sia un fatto banale per negare che l'esistenza di Dio sia dimostrata).

Vi sono d'altra parte atei, quali Richard Dawkins, che sostengono che l'inesistenza di Dio non può essere dimostrata[7], poiché il principio di falsificabilità proprio del metodo scientifico ricerca gli errori e non le certezze. Il filosofo Guido Canziani sostiene che sia preferibile da un punto di vista logico mantenersi su un cauto scetticismo, piuttosto che lanciarsi in affermazioni che potrebbero non trovare conferma e che non hanno dimostrazione.[8]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Cfr. anche Iustiniani Istitutiones, 2, 19, 4.
  2. ^ Dialogus. Il dialogo filosofico fra le religioni nel pensiero tardo-antico, medievale e umanistico, Città Nuova, 2014, p. 348.
  3. ^ Contra sectam, p. I, § 59, 687C, p.110,11.
  4. ^ Dialogus. Il dialogo filosofico fra le religioni nel pensiero tardo-antico, medievale e umanistico, Città Nuova, 2014, p. 347-48.
  5. ^ Ibidem.
  6. ^ Raffaele Carcano, L'[in]esistenza di Dio, UAAR.it. URL consultato il 16 settembre 2012.
  7. ^ Richard Dawkins, L'illusione di Dio, Mondadori, 2007, p. 60.
    «Che non si possa dimostrare l'inesistenza di Dio è un fatto riconosciuto.».
  8. ^ Guido Canziani, Argomentazioni giuridiche e giustizia nelle Difficultés sur la religion proposées au père Malebranche, in Giuseppe Bentivegna, Santo Burgio, Giancarlo Magnano San Lio (a cura di), Filosofia, scienza, cultura: studi in onore di Corrado Dollo, Rubbettino Editore, 2002, pp. 144-145, ISBN 978-88-498-0424-9. URL consultato il 16 settembre 2012.

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