Corpus iuris civilis

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Corpus Iuris Civilis
Altri titoliCorpus Iuris Iustinaeum
Mosaic of Justinianus I - Basilica San Vitale (Ravenna).jpg
Giustiniano raffigurato su un mosaico in San Vitale a Ravenna
Autorecarbonio
1ª ed. originale534
Editio princepsMagonza, 1468
(Peter Schöffer)
Genereraccolta di leggi
Lingua originalelatino

Il Corpus iuris civilis o Corpus iuris Iustinianeum (529-534), in italiano Corpus Giustinianeo, è la raccolta di materiale normativo e materiale giurisprudenziale di diritto romano, voluta dall'imperatore bizantino Giustiniano I (imperatore dal 527 al 565) per riordinare il sistema giuridico dell'impero bizantino.

Ha rappresentato per secoli la base del diritto comune europeo, sino agli inizi del XIX secolo quando venne considerato superato dal codice napoleonico.

Cenni storici[modifica | modifica wikitesto]

Il Corpus rimase per secoli l'architrave (almeno teorica) del diritto dell'Impero Romano d'Oriente, come è dimostrato indirettamente dall'ampia diffusione dell'Ecloga. L'Ecloga era infatti una versione riassunta, tradotta in greco e parzialmente modificata del Corpus fatta predisporre dall'Imperatore Leone III Isaurico tra il 726 e il 741 per la conoscenza e l'applicazione pratica del Corpus da parte dei funzionari dell'Impero.

In Occidente la vigenza diretta del Corpus fu limitata ai territori di tempo in tempo posti sotto il dominio bizantino. Tuttavia, nel XII secolo esso fu riscoperto da Irnerio, iniziatore della scuola bolognese, che iniziò a studiarlo e a riadattarlo alla realtà a sé contemporanea tramite note a margine (glossae), in ciò seguito dai suoi allievi. Tale riscoperta del Corpus ne fece il fondamento del diritto comune all'Europa Occidentale del secondo Medioevo e della prima Modernità (ius commune), determinando una marginalizzazione progressiva del diritto feudale egemone presso i Regni romano-germanici dell'Alto Medioevo.

Nel Medioevo la copia delle Pandette, un'antologia giuridica che costituisce una parte del codice, era conservato ad Amalfi, fu in seguito asportato dai Pisani come bottino di guerra. Dal XII secolo è stato conservato a Pisa nella chiesa di San Pietro in Vinculis come un tesoro fino al 1406, quando i Fiorentini, che conquistarono Pisa, lo portarono a Firenze. Attualmente il Codex Pisanus è conservato nella Biblioteca Laurenziana di Firenze.

Contenuto e struttura[modifica | modifica wikitesto]

L'opera fu iniziata poco dopo l'ascesa dell'imperatore Giustiniano e proseguì fino alla sua morte. Lo scopo della sua redazione fu essenzialmente religioso, come espressamente riconosciuto nella costituzione programmatica Deo auctore, del 530, che apre la silloge dei Digesta, o nella costituzione Haec quae necessario, del 529, che introduce la raccolta del Codex (emanato "in nomine Domini nostri Iesu Christi"): lo stesso imperatore definì se stesso uomo "iuris religiosissimus", "religiosissimo del diritto" (const. Imperiatoriam maiestatem pr.), e asserì che le pronunce dei giuristi raccolte nei Digesti avrebbero dovuto essere considerate come emanate "a nostro divino ore profusa", scaturenti "dalla divina bocca dell'imperatore". Le attività di ricerca e selezione del materiale e la compilazione furono condotte da una commissione, comprendente giuristi, divisa in tre sottocommissioni con l'incarico di spogliare le antiche opere dei giuristi appartenenti ai tre generi letterari tradizionali della giurisprudenza, in particolare Triboniano.

È composto da:

I primi tre testi sono scritti in latino mentre l'ultimo, le Novellae Constitutiones, è scritto parte in latino e parte in greco.

Edizioni[modifica | modifica wikitesto]

L'edizione più importante del Corpus iuris civilis, comunemente impiegata anche come base delle traduzioni nelle lingue moderne, è quella curata da Theodor Mommsen, Paul Krüger, Rudolf Schöll e Wilhelm Kroll (Corpus Iuris Civilis, I-III, Berlin, Weidmann, 1889-1895):

  1. Institutiones, recogn. Paul Krüger; Digesta, recogn. Theodor Mommsen, 1889;
  2. Codex Iustinianus, recogn. Paul Krüger, 1892;
  3. Novellae Constitutiones, recogn. Rudolf Schöll (†) et Wilhelm Kroll, 1895.

Altre edizioni:

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