Geografia di Ancona

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La costa alta a sud del Passetto, con grotte dei pescatori e scivoli delle barche.

1leftarrow blue.svgVoce principale: Ancona.

«Per le strade non si cammina; ci si arrampica. Sono scale di corda e sartiami, sinché, è inutile, vi ritroverete sul piazzale di San Ciriaco come sulla coffa dell'albero più alto»

(Dino Garrone, Mito di Ancona, in Sorriso degli Etruschi)

Posizione[modifica | modifica wikitesto]

La città di Ancona sorge su un promontorio formato dalle pendici settentrionali del Monte Conero (572 m. s.l.m.). Questo promontorio dà origine al golfo di Ancona, nella cui parte più interna si trova il porto naturale.

Tramonto sul porto visto dal parco del Pincio.

Ad Ancona si vede sorgere il sole dal mare, come in tutta la costa adriatica italiana ed è uno dei pochi posti in cui si può vedere sul mare anche il tramonto, nei giorni a cavallo del solstizio di Estate, visto che, grazie alla forma a gomito (da cui il suo nome, dal greco Ανκον - Ankon, ovvero gomito) della sua costa, è bagnata dal mare sia ad est che a ovest. Punti panoramici particolarmente indicati per godersi lo spettacolo dell'alba sul mare sono il Passetto e via Panoramica; per il tramonto sul golfo invece sono ottimi il faro vecchio, il belvedere di Capodimonte, il Pincio, lo scalo Vittorio Emanuele II. Dal piazzale del Duomo si vedono bene sia l'alba che il tramonto.

Costa[modifica | modifica wikitesto]

La città possiede varie spiagge; la più centrale è quella del Passetto, tipica spiaggia di costa alta, ricca di scogli, tra i quali la Seggiola del Papa (uno dei simboli della città), lo scoglio del Quadrato, molto apprezzato per la possibilità di tuffarsi nell'acqua profonda. Altra caratteristica della spiaggia del Passetto è la presenza di centinaia di grotte scavate dai pescatori alla base della rupe a partire dalla fine dell'Ottocento, allo scopo di ricoverare le proprie barche. Oggi le grotte, attrezzate con cucine a gas e tavoli, permettono a molte famiglie uno stretto contatto con il mare e creano uno degli ambienti più tipici della città

Veduta del Parco del Cardeto.

A nord del Passetto, percorrendo uno stradello che parte da via Panoramica, si raggiunge la spiaggia della Grotta Azzurra, che prende il nome dall'omonima piccola grotta naturale scavata della onde sulla roccia; un centinaio di grotte scavate dall'uomo e il panorama verso il faro e il Duomo la caratterizzano[1].

Pietralacroce - Scogliera dei Draghetti

Sotto le rupi a sud del Passetto ci sono numerose altre spiagge di scoglio, belle e poco frequentate; sono tutte costellate di grotte di pescatori e sono raggiungibili percorrendo ripidi sentieri detti stradelli. Da nord a sud esse sono:

  • la Spiaggiola (o spiaggia della piscina), sotto il Monte Santa Margherita, raggiungibile dal parco del Passetto,
  • la spiaggia della Fonte (raggiungibile da Pietralacroce),
  • la spiaggia degli Scogli Lunghi (raggiungibile da Pietralacroce),
  • la spiaggia della Scalaccia (raggiungibile da Pietralacroce),
  • la spiaggia del Campo di Mare (raggiungibile da Pietralacroce),
  • la scogliera dei Draghetti (raggiungibile da Pietralacroce),
  • la spiaggia della Vena, sotto Monte Venanzio, (raggiungibile da Pietralacroce),
  • la spiaggia della Vedova, sotto al Monte della Nave, (nel territorio della frazione di Montacuto),
  • la spiaggia dei Campani, sotto al Monte dei Corvi (nel territorio della frazione di Montacuto),
  • la spiaggia del Trave (nel territorio della frazione di Varano).
La spiaggia di Mezzavalle

Segue poi la spiaggia di ghiaia fine di Mezzavalle, molto frequentata dagli amanti della natura, raggiungibile con due sentieri scoscesi; è una delle spiagge libere più lunghe dell'Adriatico.

Si arriva infine alla frequentatissima Portonovo, raggiungibile con una strada asfaltata, attrezzata con alberghi, ristoranti e stabilimenti balneari e caratteristica per i sassi bianchissimi ed arrotondati; questa spiaggia, dominata dalle rupi del Conero, è stretta tra mare e bosco, ed è particolare per la presenza di due laghi costieri: il Grande e il Profondo. Andando a sud di Portonovo la rupe si alza fino a raggiungere più di 500 metri di altezza; si trovano le spiagge della Vela e, già in territorio del Comune di Sirolo, la Spiaggia dei Gabbiani, quella delle Due Sorelle e i Sassi Neri.

Punta della Scalaccia. La costa alta anconitana rientra nel Parco del Conero. In lontananza la punta delle Due Sorelle e il Monte Conero.

Tutte le spiagge sin qui citate rientrano del territorio del Parco regionale del Conero.

A nord del porto le costa è bassa. In questa zona da ricordare è la spiaggia di Palombina, sabbiosa, di carattere urbano e con un'aria vivacemente popolare, in vista del golfo dorico e bordata dalla linea ferroviaria.

Colline[modifica | modifica wikitesto]

Dal punto di vista orografico il territorio urbano è contraddistinto da un'alternanza di fasce collinari e di vallate. La fascia di colline più settentrionale, affacciata direttamente sul mare, comprende:

  • Colle Guasco (nell'antichità Monte Marano), o di San Ciriaco[2], sul quale svetta il Duomo
  • Colle dei Cappuccini, con il faro; la sommità fa parte del Parco del Cardeto. Sulle sue pendici si estende il rione San Pietro
  • Monte Cardeto, con le sue fortificazioni immerse nel verde: anche questo colle ha la sommità compresa nel Parco del Cardeto. Sulle sue pendici si estende il rione Cardeto

Più a sud si trova la vallata un tempo detta Valle della Pennocchiara (forse per una sua natura paludosa), poi (forse a seguito di una bonifica della zona) Piana degli Orti, oggi attraversata dai tre corsi principali e dal Viale della Vittoria. Verso ovest la vallata fa da confine ai quattro rioni più antichi della città; verso est, invece, si estende il rione Adriatico.

A sud di questa vallata c'è poi la seconda fascia collinare, con:

La vallata che si trova ancora a sud è costituita da Valle Miano e dal Piano San Lazzaro, occupato dal quartiere omonimo, il solo pianeggiante della città. Ancora a sud la fascia di colline periferiche, tra cui spicca il colle del Montagnolo, e infine la vallata dei Piani della Baraccola.

Caratteristiche geo-sismologiche[modifica | modifica wikitesto]

Il luogo dove sorge Ancona rientra in una zona a sismicità medio-alta, classificata di livello 2 dalla Protezione civile, essendo collocato nel distretto sismico dell'Adriatico centro-settentrionale, zona sismogenetica che si estende in direzione da nord-ovest verso sud-est da Cervia fino alla parte meridionale delle Marche, interessando sia il mare aperto, la fascia costiera e parte del corrispondente entroterra.[3]

Il terremoto del 1930[modifica | modifica wikitesto]

Il 30 ottobre 1930 Ancona fu gravemente colpita da un sisma (i cui effetti maggiori si ebbero a Senigallia) di magnitudo 6.0 della scala Richter, tra l'VIII ed il IX grado della scala Mercalli, con epicentro tra le province di Pesaro e Ancona; ciò comportò il consolidamento degli edifici storici danneggiati con chiavi e/o tiranti in acciaio e l'obbligo di costruzione dei nuovi edifici in cemento armato e con il rispetto delle normative antisismiche vigenti all'epoca.

Il sisma del 1972[modifica | modifica wikitesto]

Gli effetti del terremoto del 1972 ad Ancona.

Il 25 gennaio 1972, alle ore 20:25, un terremoto di magnitudo 5.4 della scala Richter, del 7º grado della scala Mercalli, con epicentro sotto il mare Adriatico, ad alcuni chilometri dalla costa antistante Ancona, colpì la città e molti centri limitrofi. La scossa ebbe una durata approssimativa di dieci secondi, e fu preceduta da un forte boato. Non vi furono danni gravi: cadde qualche cornicione e si aprì qualche crepa in edifici vecchi e già lesionati nei rioni di Capodimonte, San Pietro e Torrette[4]. Il panico negli abitanti fu grande: molti di essi trascorsero la notte all’aperto, abbandonando le proprie abitazioni. In un resoconto giornalistico del 26 gennaio non sono documentati danni[5].

Ma fu la scossa verificatasi nella notte tra il 3 ed il 4 febbraio 1972 alle ore 2:42 che portò alla fuga da Ancona di migliaia di cittadini. La scossa ebbe una durata approssimativa di 9 secondi e fu dell'8º grado della scala Mercalli[6] e, secondo le prime notizie di agenzia, causò l’apertura di crepe nei muri delle case nei rioni più antichi di Capodimonte e San Pietro e la caduta di alcune suppellettili, senza danni alle persone[7]. Fu preceduta di pochi secondi da un’onda marina gigantesca[8], dopo la quale fu notata una violenta agitazione del mare. Il quadro degli effetti di questa scossa va completato, in modo cumulativo, dalle descrizioni dei danni delle scosse successive avvenute in quel 4 febbraio. In particolare, alle ore 9:19 vi fu una scossa di 7,5 gradi della scala Mercalli: crollarono soffitti[9], infissi e muri divisori nei quartieri di Capodimonte e di S. Pietro; furono riscontrati danni anche nel quartiere Pinocchio; molte parti pericolanti furono fatte demolire. In via Astagno crollò un fabbricato già in via di demolizione[10]. Le segnalazioni di crolli e lesioni furono 150[11]. Una donna di 52 anni e un uomo anziano morirono per lo spavento e molte persone furono colte da malore. Grande panico anche nel carcere di Santa Palazia: molti detenuti furono trasferiti in altri istituti di pena[12]. Diverse abitazioni crollarono. Non vi furono vittime per i crolli, perché le case erano state già abbandonate[13]. Iniziò quindi una lunga serie di scosse telluriche che durarono fino al novembre successivo, anche più intense rispetto a quella iniziale. Dopo le scosse del 4 febbraio 3.500 Anconetani trascorsero la notte in 83 vagoni ferroviari, 600 su 36 autobus urbani. Il Ministero della Difesa inviò ad Ancona la nave della Marina Militare "Andrea Bafile" con attrezzature, materiali e rifornimenti vari. Anche l’esercito inviò uomini, ospedali da campo, tende di uso generale, materiali e generi vari[14]. Il 5 febbraio si susseguirono tre scosse forti, tutte del 7º grado della scala Mercalli: la prima alle ore 1:27 la seconda alle 7:08 e la terza alle 15:14. La scossa delle ore 1:27 causò danni diffusi e il crollo parziale di due celle nel carcere. Fu ordinata l’evacuazione degli ospedali[15]. La scossa delle 7:08 non provocò danni rilevanti. Durante la scossa delle ore 15:14 molti videro oscillare il pinnacolo di marmo e mattoni della Chiesa del Sacramento[16]. Il campanile di questa chiesa era stato riedificato dopo il crollo per il terremoto del 1930. Vi furono gravi danni che, in generale, interessarono soprattutto i vecchi fabbricati del centro storico e dei quartieri più poveri. Tra gli edifici maggiormente danneggiati vi fu il carcere, nella parte alta e antica della città: nella facciata posteriore, verso il Duomo, il muro di cinta crollò parzialmente. La galleria del Risorgimento venne chiusa a causa di una grossa fenditura apertasi nella volta[17]. Crolli e lesioni avvennero anche nella zona di Pinocchio, in corso Garibaldi, in via Mazzini, in via San Pietro e in via Scosciacavalli[18]. Gran parte degli abitanti lasciò la città per paura di nuove scosse. La scossa dell’1:34 del 6 febbraio fu del 7º grado della scala Mercalli e causò danni nella zona collinare del quartiere Pinocchio. Venne gravemente lesionato il tempio di San Michele Arcangelo; una villa vicina, "Villa Maria", crollò parzialmente; due moderni edifici, di complessivi 16 appartamenti, vennero lesionati. Secondo una dichiarazione del presidente del Consiglio Regionale, prof. Tulli, quasi tutte le scuole furono lesionate[19]; nei giorni seguenti, quattro furono dichiarate inagibili, mentre altre diciassette, per poter essere riaperte, dovettero essere sottoposte ad interventi di restauro[20]. Da un resoconto giornalistico del 6 febbraio si evince che 200 edifici nel centro storico ebbero gravi lesioni[21] e oltre 50 furono giudicati inabitabili[22]. Tra gli edifici danneggiati vi furono la prefettura, la questura, il tribunale e l’ospedale civile “Umberto I°[23]. Moltissime case furono lesionate nei quartieri vecchi: i vigili del fuoco risposero a oltre 1500 richieste di intervento[24]. I danni più gravi furono riscontrati, oltre che a San Pietro e a Capodimonte, anche nel quartiere Guasco[25]. La parte moderna della città, edificata secondo i criteri costruttivi di seconda categoria sismica, non ebbe gravi danni[26]. In seguito alla violenta replica sismica del 6 febbraio, una donna di 36 anni morì per lo spavento[27]. In una corrispondenza giornalistica del 12 febbraio è documentato il numero dei senzatetto nella città: circa 12.000[28]. In una corrispondenza giornalistica del 14 febbraio 1972 è documentato che, in seguito a 200 sopralluoghi, il numero degli edifici giudicati inagibili era salito a 75[29].

Alle 20.55 del 14 giugno 1972, per 15 secondi un terremoto di magnitudo 5.9 della scala Richter, del 10º grado della scala Mercalli scosse nuovamente Ancona.[30] La lunga durata, oltre che l'intensità, di questa serie sismica fu disastrosa per la città. Tutti gli edifici, abitazioni, aziende, uffici pubblici, furono lesionati in modo più o meno grave.[31] La scossa ebbe una durata di circa 20 secondi e causò ulteriori gravi danni agli edifici che erano stati lesionati dalle scosse precedenti. Si ebbero lesioni e crolli di cornicioni[32], molti vetri andarono in frantumi[33]; crollarono soffitti, comignoli, balconi, grondaie; si formarono crepature nei pavimenti, fenditure e deformazioni nei muri; in particolare, sono documentati danni in via Scosciacavalli[34]. Due edifici crollarono in via delle Grazie e in piazza Padella e circa 50 persone furono ferite o contuse; si ebbero molti crolli parziali nella zona di piazza della Repubblica e in via Colle Verde[35]. Furono riscontrate fenditure nei muri interni di riempimento in edifici in cemento armato[36]. La scossa causò danni alla sede comunale e, secondo una dichiarazione del Presidente della Regione Giuseppe Serrini riportata in una corrispondenza giornalistica, rese inabitabili altre centinaia di abitazioni[37]. Fu lesionato il Viadotto della Ricostruzione, che venne chiuso al traffico. In via Frediani crollarono i pavimenti di alcuni appartamenti; in corso Amendola il muro di un edificio crollò sulla strada, travolgendo quattro automobili e tre motocicli. Crolli si ebbero anche in via Cialdini, in via Petrarca, e nella zona del Pinocchio. Dal campanile della Chiesa del Sacramento di piazza della Repubblica si distaccò una grossa palla di granito. Nella parte vecchia della città, già danneggiata dalle scosse di gennaio e febbraio, molte case subirono dissesti soprattutto nei muri portanti[38]. Crollò parte del tetto e del sottotetto della chiesa di San Domenico; alcune balconate interne caddero fracassando le suppellettili dell’arredamento. Il palazzo dell’ENEL fu gravemente lesionato; l’ospedale psichiatrico dovette essere sgombrato. Gravi danni subì anche l’Ospedale Regionale, che ebbe due padiglioni lesionati: quasi tutti i degenti preferirono dimettersi. Lesioni subirono anche la sede dell’Ammiragliato e la caserma dei Vigili del Fuoco. Alcune guglie della Mole Vanvitelliana subirono danni. Anche in molte abitazioni nei quartieri nuovi si formarono crepe[39], ma solo all’interno, nei muri divisori[40]. Vi furono numerosi allagamenti[41]. Tre uomini morirono di infarto. Alcune persone furono contuse[42]. Gran parte degli abitanti lasciò la città per paura di nuove scosse. In seguito alla scossa del 15 giugno, la Marina Militare inviò ad Ancona per i soccorsi alla popolazione le navi "Quarto" e "Anteo", con a bordo materiali, viveri, un ospedale da campo e 110 uomini del battaglione San Marco. Da La Spezia furono inviati una colonna di soccorso e tre elicotteri[43]. Il Comando Militare della Regione Tosco-Emiliana dispose l’invio di un ospedale da campo col nucleo ufficiali medici e una colonna mobile, di 2.000 coperte da campo, 400 materassini pneumatici, 65 tende di varia grandezza, gruppi elettrogeni, cucine rotabili e complessi per acqua potabile[44][45].

Così scriveva il capo cronista del quotidiano Corriere Adriatico dell'epoca, Giovanni Maria Farroni: “Nei rioni storici di Capodimonte, San Pietro, Guasco e Porto i crolli sono stati più numerosi; numerosissimi sono gli edifici gravemente lesionati al Piano, al Pinocchio, alle Grazie… una 500 è andata distrutta a causa della caduta della palla di pietra del campanile della Chiesa del Sacramento”. Ricordava il sindaco di Ancona Guido Monina, nel 1982, decennale del terremoto, illustrando i numeri di quell’evento catastrofico: “Ben 1.453 tende allestite in 56 punti del centro urbano e della periferia… dopo la scossa del 14 giugno circa 30.000 anconetani vivevano sotto la tenda. Altre 8.000 tende unifamiliari furono consegnate ai cittadini e 1.500 persone vennero ospitate nei vagoni ferroviari, altri 1.000 nelle palestre e molti ancora sulla nave Tiziano. Dal 15 al 30 giugno furono distribuiti 200.000 pasti caldi e 15.000 pacchi di cibi freddi[46].

In seguito alla scossa del 14 giugno fu osservato ribollimento nell’acqua del mare a 3 km dalla costa anconetana. Questo evento causò modificazioni del terreno di Ancona; infatti dal confronto fotogeomorfologico di due serie di foto aeree, una del 1956 e l’altra del 1979, si evidenzia che la fitta rete di fessure profonde sulla parte alta del pendio su cui è edificata la città, fu fortemente esaltata dal terremoto del 1972; ciò ha favorito l’infiltrazione delle acque meteoriche in profondità, abbassando così la soglia di rischio di frane[47].

A causa dei danni causati dal sisma, la Cattedrale di San Ciriaco fu dichiarata inagibile e quindi interdetta al culto; le reliquie di San Ciriaco e l'immagine della Madonna del Duomo furono traslate nella Chiesa del Sacro Cuore, edificio in cemento armato eretto intorno al 1920 su disegno dell'architetto Lorenzo Basso nel quartiere Adriatico, ove rimasero sino alla ripresa di funzionalità del Duomo nell'autunno del 1977.

Le conseguenze del terremoto sull'economia di Ancona e della regione[modifica | modifica wikitesto]

La notevole durata di questo periodo sismico e forse anche una diffusa mancanza di preparazione fra gli abitanti causarono un forte panico nella popolazione e la paralisi dell’economia locale. L’impatto di questo evento nel quadro economico locale fu perciò molto elevato al di là degli effetti indotti sul patrimonio edilizio e sull’ambiente. Il terremoto non causò vittime dirette; 3 persone morirono d’infarto per lo spavento e molte furono colte da malore. I centri colpiti rimasero spopolati per settimane. Per mesi le persone dovettero vivere in improvvisate tendopoli e persino nei vagoni ferroviari, nella sola Ancona 12.000 abitanti lasciarono le proprie abitazioni. la maggior parte delle attività economiche si fermarono, costringendo l'autorità civile a provvedere con sussidi economici alle famiglie, i servizi pubblici si ridussero al minimo, i rioni storici rimasero per anni deserti. Questo "effetto paura" ebbe gravi ripercussioni anche sul tessuto socio-economico della regione: i progetti di rilancio economico e turistico furono accantonati; il commercio fu bloccato per mesi. In quei mesi l’abbandono della città da parte di migliaia di persone ebbe come risultato la paralisi economica della regione. Non solo Ancona fu colpita: danni ingenti vi furono anche a Camerano, Camerata Picena, Falconara Marittima, Montemarciano e in decine di altri centri, ma fu colpita anche tutta l’area delle Marche centrali lungo il mar Adriatico, comprese le province di Pesaro e Macerata.

Furono calcolati 200 miliardi di lire di danni[48].

Le provvidenze in favore delle vittime del terremoto deliberate dal governo e dal Parlamento[modifica | modifica wikitesto]

Lo Stato intervenne con tre decreti-legge, convertiti con modificazioni in leggi, che prevedevano sospensione dei termini e agevolazione in materia tributaria, misure di pronto intervento, ripristino delle opere pubbliche e dei fabbricati urbani di proprietà privata, esecuzioni di programmi straordinari di costruzione di case per i lavoratori e provvidenze varie per lavoratori autonomi e dipendenti, interventi per il restauro del patrimonio archeologico e storico-artistico, contributi alle imprese per agevolare e stimolare la ripresa produttiva, contributi integrativi agli enti locali per le minori entrate di bilancio derivanti dagli sgravi fiscali e infine l’assegnazione straordinaria per integrazione dei bilanci nei comuni danneggiati. Con il primo decreto-legge del 4 marzo 1972, n.25, convertito con modificazioni nella legge 16 marzo 1972, n.88, vennero stanziati per queste provvidenze 20 miliardi di lire, a cui furono aggiunti nella conversione in legge, altri 5 miliardi. Con il decreto-legge 30 giugno 1972, n.266, convertito con modificazioni nella legge 8 agosto 1972, n.484, furono aggiunti altre sette comuni colpiti dalle scosse del giugno 1972: Castelleone di Suasa, Corinaldo, Filottrano, Ostra Vetere e i tre comuni di Castel Colonna, Monterado e Ripe, oggi uniti nell'unico comune di Trecastelli. Con il decreto-legge del 6 ottobre 1972, n.552, convertito, con modificazioni, nella legge 2 dicembre 1972, n.734, lo stanziamento arrivò a 35 miliardi e 174 milioni di lire. Nel 1976 vennero poi stabilite ulteriori provvidenze a favore dei comuni colpiti: con la legge 10 maggio 1976, n.261, vennero autorizzati aumenti di spesa per il ripristino o la ricostruzione di 2 miliardi di lire da iscriversi nello stato di previsione della spesa del ministero dei Lavori Pubblici, e di altri 2 miliardi per gli interventi di restauro del patrimonio archeologico, storico e artistico, da iscriversi nello stato di previsione della spesa del ministero della Pubblica Istruzione. Per la realizzazione di un programma di edilizia abitativa venne autorizzata una maggiore spesa di 5 miliardi di lire. La Gescal stanziò 9,7 miliardi per il risanamento della zona vecchia di Ancona. Per conferire un carattere di urgenza alla ricostruzione nelle zone colpite, si cercò di evitare la formazione di baraccopoli permanenti. Complessivamente furono stanziati circa 72 miliardi di lire fra il 1972 e il 1976.

L'immagine del terremoto di Ancona nei mass media[modifica | modifica wikitesto]

Nonostante la gravità ed il protrarsi nel tempo dei fenomeni sismici che costrinsero gli anconetani a convivere per oltre un anno con “Terry” (come veniva scherzosamente chiamato il terremoto, per esorcizzare la paura e i disagi che si dovevano subire[49]), fortunatamente non ci furono vittime dirette del sisma, anche se si dovettero registrare decessi causati dai disagi, dallo spavento e dai suicidi.

Infatti, grazie alle costruzioni antisismiche post sisma del 1930 e alle distruzioni dei quartieri storici medievali lungo il fronte del porto a seguito dei bombardamenti anglo-americani del 1943-1944, i pur gravissimi danni subiti dagli edifici pubblici e privati nel 1972 non determinarono crolli di interi fabbricati, con vittime sepolte sotto le macerie e soccorritori che, a rischio della propria vita, sono costretti a scavare, magari con le mani, per salvare qualche fortunato sopravvissuto.

Ciò ha determinato il fatto che, nonostante la gravità e l'estensione, sia territoriale che temporale, del sisma anconetano del 1972, lo stesso non venga quasi mai citato come precedente in occasione dei purtroppo frequenti terremoti che funestano l'Italia con morti e feriti.

Così come viene raramente ricordato il grande impegno di idee, innovazione nelle procedure legali ed amministrative, supporto alla partecipazione dei cittadini nei processi decisionali, valorizzazione del ruolo degli urbanisti e dei progettisti che caratterizzò l'opera di ricostruzione e restauro degli edifici e l'impegnativo risanamento del centro storico con criteri antisismici.[50][51]

Caratteristiche degli edifici locali[modifica | modifica wikitesto]

Una gran parte del patrimonio edilizio di Ancona era relativamente recente ed era costituito da costruzioni in cemento armato, edificate negli anni ‘50 del Novecento, di altezza compresa fra i 9-12 m. (3 o 4 piani), e da edifici in muratura, in gran parte costruiti dopo il 1930, che non superavano i 2 o 3 piani di altezza.

Il centro storico era invece costituito da edifici vecchi, spesso degradati, già danneggiati da precedenti eventi sismici e bellici[52].

A Falconara Marittima il più diffuso tipo di edificio era costituito da costruzioni alte dai 6 ai 10 metri, con solai con travi in legno incastrate in muratura spessa dai 15 ai 30 cm, con malte spesso polverizzate e mattoni erosi dalla salsedine. Vi furono danni a quasi tutte le abitazioni che erano state mal riparate dopo il terremoto del 1930; invece, le case cui erano stati aggiunti rinforzi in cemento ebbero lesioni riparabili e furono giudicate abitabili[53]. Il patrimonio edilizio degli altri comuni che subirono le lesioni più gravi era prevalentemente costituito da edifici di vecchia costruzione[53].

Il risanamento del centro storico della città[modifica | modifica wikitesto]

Gli anconetani seppero risollevarsi dalla grave crisi determinata dal sisma: tutti lavorarono di conserva affinché si favorisse la rinascita della città. Il principale artefice di questa sinergia fu il sindaco di allora, sen. Alfredo Trifogli, che viene ricordato come il "sindaco del terremoto".[54]. “Vorrei sottolineare – scriveva ancora il sindaco Guido Monina dieci anni dopo[46]il rigoroso impegno amministrativo, la grande forza d’animo nonché l’attivismo e la concretezza dimostrati dalla Giunta Comunale di allora, in particolare dal sindaco Trifogli”. Grazie anche ai fondi messi a disposizione dal Governo nazionale con varie leggi speciali, nel giro di alcuni anni Ancona riuscì a far ripartire l'economia cittadina, a riorganizzare la macchina amministrativa ed i servizi sociali della città ed a ricostruire o ristrutturare gli edifici lesionati. In particolare, vennero risanati gli antichi quartieri del colle Guasco e del colle Astagno, con una programmazione urbanistica che ha saputo ricostruire la città mantenendo intatti i connotati urbanistici del centro storico e ricreando nuovi contenitori, il che ha procurato al Comune di Ancona il premio della Comunità Europea. La ricostruzione post terremoto è inscindibilmente legata al nome di Giancarlo Mascino, Assessore ai Lavori Pubblici sino al 1974, con il sindaco Alfredo Trifogli, e poi all'Urbanistica, sino al 1985, con il sindaco Guido Monina, per divenire infine Assessore al Porto, con il sindaco Franco Del Mastro.

Proprio per l'esperienza maturata nel risanamento della città, Mascino venne nominato Vice presidente dell'INU, l'Istituto Nazionale d'Urbanistica. Fu un vulcano d'idee: fece bandire un concorso internazionale di idee progettuali per la ricostruzione di Ancona, tra i quali quello per il risanamento del quartiere San Pietro presentato dall'architetto anglo-svedese Ralph Erskine, le cui intuizioni sono ancor oggi alla base delle proposte di innovazione dell'organizzazione dei quartieri storici della città. Promosse una task-force giuridica all'interno della struttura burocratica del Comune che seppe ideare una serie di procedure e prassi innovative che, pur nella laconicità delle normative urbanistiche dell'epoca (le Regioni erano appena state costituite e l'attribuzione delle competenze urbanistiche sui loro territori erano ancora in fieri) o, forse, proprio grazie ad essa, consentirono di evitare il più possibile attività speculative nella ricostruzione, reinserendo, almeno in parte, i vecchi abitanti nel tessuto urbanistico dei quartieri popolari del centro storico. Quindi, a buon diritto, sarà proprio Mascino, nel 1980, a recarsi in Francia a ritirare il premio assegnato al Comune di Ancona.

La costruzione della rete di monitoraggio sismico regionale[modifica | modifica wikitesto]

La fine dell’emergenza sismica del 1972 segnò l'inizio di un lungo e fertile rapporto tra le realtà istituzionali marchigiane e la comunità scientifica nazionale. Dal 1978 al 1980 vennero svolte indagini di microzonazione sismica finanziate dagli enti locali; ad esse collaborò anche l’Università di Ancona. Dal 1983 al 1988 il Gruppo Nazionale per la Difesa dai Terremoti ha coordinato altre ricerche, in parte finanziate dalla Regione Marche, indirizzate a sperimentare approcci per la valutazione del rischio sismico a scala urbana. Dal 1987 al 1988 i ricercatori dell’attuale sezione milanese dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia hanno coordinato la ricerca sul rischio sismico in relazione alla variante generale del Piano Regolatore Generale di Ancona. Questa ricerca, resa possibile da finanziamenti del Comune e della Regione, è stata la prima nel suo genere in Italia e ha suscitato interesse e consensi in ambito nazionale ed europeo. A partire dagli anni ottanta molte località marchigiane sono state oggetto di studi di microzonazione sismica. Questi studi, promossi dalla Regione Marche e coordinati prima dal Gruppo Nazionale per la Difesa dai Terremoti e oggi dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, hanno permesso di valutare con attenzione il comportamento dei terreni in alcune aree urbane che potrebbero amplificare gli effetti dei terremoti. Il territorio regionale è stato costantemente sorvegliato; i rilevamenti strumentali sono stati completati dagli studi macrosismici sugli effetti dei terremoti più forti recenti e del passato. I dati così raccolti formano un patrimonio unico, e in costante aggiornamento, la cui analisi ha permesso l’esecuzione di studi finalizzati alla riduzione del rischio o propedeutici alla redazione dei piani di protezione civile. Molto è stato fatto dal 1972. Grazie alla sinergia instaurata tra il Dipartimento per le Politiche Integrate di Sicurezza e la Protezione Civile della Regione Marche e l'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, il monitoraggio sismico del territorio marchigiano viene effettuato mediante 93 stazioni sismometriche che in tempo reale inviano i segnali alla sala operativa posta nella sede del Centro Funzionale marchigiano.

Così è possibile sapere, dopo pochi minuti, che cosa sta accadendo al territorio marchigiano; in circa 10 minuti è possibile elaborare mappe di scuotimento ed orientare quindi gli interventi di soccorso. Ad esempio, a seguito dell'evento di magnitudo 3.4 che ha interessato la zona fermano-maceratese il 10 aprile 2012, circa 10 minuti dopo l'evento i responsabili regionali del Servizio di Protezione Civile erano informati che l'evento era profondo (25 km sotto la superficie terrestre) e che non aveva raggiunto valori di intensità di scuotimento e di accelerazione massima tali da far supporre la presenza di danni di una certa rilevanza.

La “grande frana” del 1982[modifica | modifica wikitesto]

La sera di lunedì 13 dicembre 1982, alle 22,35, quando la terra cominciò a franare, molti erano in casa. “Ecco, ci risiamo torna il terremoto” devono aver pensato in parecchi. Ma bastò poco per capire che si trattava d’altro: le case non tremavano. Scricchiolavano, si gonfiavano, si spaccavano. E via di nuovo in strada, come con il sisma del ‘72, questa volta sotto la pioggia battente. In quel momento la storia di quasi quattromila persone cambiò direzione, insieme con quella di un’intera città. Scrisse la giornalista Anna Scalfati il 15 dicembre sulle pagine del Corriere Adriatico: “Nel silenzio della notte solo scricchiolii delle pareti e la sensazione di perdere l’equilibrio. Niente scossoni da brivido, ma, come un film al rallentatore o come uno sconosciuto che preme contro la porta, la massa fangosa ha iniziato a gonfiarsi e a forzare con insistenza sulle pareti e sotto la strada”. “Si sentivano in continuo piccoli rumori, tintinnio di bicchieri – racconta una signora – poi il pavimento che si inclinava. La gente gridava di scappare perché franava tutta Posatora, fino al mare”. “In pochi minuti – riferirono i giornalisti Walter Orazi e Bruno Nicoletti a poche ore dall’evento – nel quartiere di Posatora si è riproposta la visione allucinante della fuga di migliaia e migliaia di persone, vecchi, bambini, rinchiusi nelle auto, che scappavano attraverso l’unica via ancora transitabile, verso il Piano San Lazzaro o la stazione ferroviaria. La lunga fila di luci abbaglianti delle autovetture sotto la pioggia sempre più sferzante si incrociava con le autoambulanze[55].

Pioveva quella sera ed era piovuto molto nei giorni precedenti. Così arrivò la frana[56]. Si mosse la terra nella periferia ovest della città, sul versante nord della collina del Montagnolo. Scivolò verso il mare, a partire da un’altezza di 170 metri, muovendo 1.800.000 metri cubi di terreno, 220 ettari, l’11 per cento dell’area urbana di Ancona: i quartieri di Posatora, Borghetto e Palombella. Si attivò senza preavviso visibile, durò solo qualche ora e fu seguita da un lungo periodo di assestamento.

La mattina del 14 dicembre furono evacuati ufficialmente i quartieri colpiti. Di fatto tutta la gente era scappata durante la notte. 1071 famiglie dovettero lasciare le proprie abitazioni: 3661 persone. Di queste, 1562 furono trasferite negli alberghi e in altre residenze. 865 abitazioni, 300 edifici, furono danneggiati[57]. L’85 per cento di questi fu ritenuto irrecuperabile; 15 crollarono subito, molti furono abbattuti in seguito, perché inagibili. “Sembra di essere tornati ai tempi della guerra” scrisse Nicoletti. “Case sbrecciate, lesionate, piegate su un fianco, e ad ogni incrocio, su ogni via di accesso, tutori dell’ordine che dirottano il traffico. Sotto le case, camion carichi di masserizie. La gente che l’altra notte era fuggita dalle abitazioni, abbandonando tutto, è ritornata con il cuore gonfio, per recuperare il salvabile”.

Andarono distrutti anche 101 attività artigianali, con 200 addetti, 3 industrie, tra cui la Angelini farmaceutici, con 118 addetti, 42 negozi, con 129 addetti, 31 aziende agricole, con 60 addetti. Complessivamente cinquecento persone persero il lavoro[57]. Un dirigente dell’industria farmaceutica Acraf Angelini raccontò ai giornalisti: “Nella notte la terra ha sfondato la parete posteriore del magazzino merci, lesionando irreparabilmente le strutture portanti”. “L’opificio, che dà lavoro a circa centocinquanta persone, è inagibile” scrisse il Corriere Adriatico del 16 dicembre. “La frana ha distrutto una campata del magazzino materie prime, danneggiando la struttura portante in acciaio, sconvolto il piazzale di carico e distrutto l’officina manutenzione. I danni, non ancora valutabili in quanto soggetti ad aumentare, ammontano già a diversi miliardi”. Le telecamere a circuito chiuso posizionate all’ingresso dello stabilimento testimoniarono come giorno per giorno il cancello veniva lentamente inghiottito dal terreno. E questo durò fino a quando non si fermò la frana.

La Strada statale 16 Adriatica devastata dalla “grande frana” del 1982 ad Ancona.

Quella sera la ferrovia fu divelta dal terreno. La strada costiera si crepò e si increspò, con dislivelli di qualche metro su un fronte di due chilometri e mezzo. “È saltata la strada statale” si leggeva sul giornale del giorno dopo. Di fatto la ferrovia e la strada scivolarono a mare per 10 metri. “Ho attraversato – scrisse una cronista – un inferno tagliente di lastre di asfalto”. “Il sedime stradale è sconvolto. In alcuni punti è sollevato di cinque o sei metri. La linea ferroviaria è irrimediabilmente danneggiata, i binari sono saltati in più punti, contorti. Il mare è arrivato a lambire la massicciata della linea ferrata. La stazione ferroviaria è inoperosa. In Ancona arrivano solo treni locali dal sud e, dopo l’inversione della motrice, ripartono. A nord, il traffico ferroviario si ferma a Falconara. Per i treni di grande comunicazione, invece, si parla di deviazioni per Roma”.

Subirono danni irreparabili: la facoltà di Medicina; due ospedali di rilievo regionale con oltre 500 degenti ricoverati: l’Oncologico e il Geriatrico; alcune chiese; un cimitero, una scuola, il centro operativo della Polstrada regionale, la casa di riposo Tambroni.

L’Ospedale oncologico – dicono – è “polverizzato”, insieme con le speranze di tutti i malati di cancro che andavano a curarsi nella struttura da molte parti d’Italia. Lì, oltre al dramma dei malati, che scapparono in pigiama, con le flebo attaccate, c’era la paura che esplodessero, contaminando l’aria, le due pasticche di cobalto radioattivo installate nei due bunker contenenti le apparecchiature per la telecobaltoterapia che si trovavano nell’ala più danneggiata dell’Oncologico. I contenitori alla fine ressero, ma c’era il timore fondato che si potessero danneggiare se si fosse sviluppato un incendio. Le apparecchiature furono rimosse il 17 dicembre e poi collocate all’interno dei bunker della Marina militare. La frana fece una vittima, anche se indiretta: un paziente dell’ospedale morto di arresto cardiaco mentre lo trasferivano in ambulanza. La situazione anche a Medicina apparve subito gravissima. “Non abbiamo più la facoltà” commentò immediatamente il rettore Paolo Bruni. In un primo momento si riuscì solo a recuperare il materiale più piccolo e il carteggio degli uffici. L’impresa più difficile riguardò i tre microscopi elettronici del valore di circa un miliardo di lire. L’università non sospese i servizi essenziali, garantì esami, concorsi e lezioni nelle scuole di specializzazione. Interruppe invece la didattica ordinaria, anticipando di una settimana le vacanze di Natale. Anche le scuole furono chiuse. Mancavano i servizi fondamentali: acqua e gas, in particolare. E inoltre le aule di alcuni istituti e un paio di palestre, quella del liceo classico e quella delle elementari Savio, servirono a ospitare gli sfollati nella prima emergenza. “Al tempo – racconta nel suo blog Vittorio Carboni – lavoravo presso il laboratorio di Microscopia elettronica dell’istituto di Morfologia umana normale di Medicina. Martedì 14 con difficoltà e percorrendo gli ultimi chilometri a piedi poiché la normale viabilità era stravolta, raggiunsi la facoltà. Quello che vidi fu impressionante! I pilastri della struttura in cemento armato erano spezzati e piegati, come se qualche gigante avesse spinto prima l’edificio, per poi frenarlo bruscamente, così che il primo piano avesse continuato a spostarsi. A distanza di anni è ancora vivo il ricordo dell’impressione che si riceveva nel camminare nei corridoi inclinati cercando di vincere la gravità che spingeva contro le pareti. Porte dei laboratori che non si aprivano più. Vetri, intonaco, calcinacci ovunque. Alcuni giorni dopo, con l’assistenza dei vigili del fuoco, aprimmo un varco sul muro esterno del laboratorio, smontai il microscopio elettronico a trasmissione e scansione. Strumenti che erano costati svariate centinaia di milioni di lire. Gli strumenti furono poi rimessi in opera, con successo, in locali provvisori di Torrette, dove si riorganizzò e riattivò il laboratorio”.

Le pareti di casa sono crollate e così anche la scala interna” raccontò al giornale una abitante del Borghetto. “Non potendo fuggire per la strada che si era completamente sollevata, siamo scappati per i campi”. “Ho pensato che fosse il maremoto” aggiungeva un’altra. “La frana ci ha quasi sollevati con un’ondata di fango”. È proprio il quartiere del Borghetto, affacciato sul mare, a presentare l’immagine più desolante. “La fila di case che cingeva la statale verso la collina – scriveva Anna Scafati il giorno 15 – è rimasta schiacciata, sepolta, distrutta, allagata tra la frana da una parte e la strada con il mare dall’altra”. “Mentre a Posatora era un viavai silenzioso di gente che composta si avviava verso differenti destinazioni, a Borghetto non c’è più vita. I vigili del fuoco vestiti di arancione sembrano le uniche figure animate. Intorno a loro rovine che pur recenti dimostrano già cento anni. Le finestre sbattono, una grossa tenda con il merletto viene usata come telone per raccogliere alla rinfusa oggetti personali lanciati da una finestra. Le porte delle case, laddove esistono ancora case, sono sotto terra per almeno due metri. Gli elicotteri sorvolano con insistenza la zona. Il Borghetto è veramente come un pianeta abbandonato. Non è più raggiungibile, non ha connotati utili alla vita, ma ha conservato nella furia della terra che franava, ricordi, speranze, oggetti che hanno tanti significati, come quella tenda con il merletto. Sì, è vero, morti non ce ne sono, non è stata una tragedia con scempio di vite umane, ma lo scempio c’è stato ugualmente, di risorse e di energie. La gente che con il terremoto aveva avuto la casa lesionata, adesso non ce l’ha per niente. I senza tetto sono fin d’ora definitivi, non provvisori. Tutta la città ne è rimasta coinvolta, colpita, ma avventurandosi per quella galleria degli orrori che è diventata la Statale 16 Flaminia, ci si rende conto che la popolazione ha avuto una frustata morale che non si aspettava, che sentiva di non meritare. Gente che si era fatta la casa o il negozio con gran fatica. Tutto quel fermento di negozi e negozietti, di botteghe e di casette che fino a due giorni fa facevano parte dei nostri panorami. Ebbene è finita. Passeranno mesi forse, ma arriverà chi dovrà livellare, ripulire dalle macerie e allora ci renderemo conto che questa frana ci ha derubato di molte, troppe cose”.

Eppure gli anconetani, ancora una volta, non disperarono, abituati come sono a convivere con l’idea del rischio, che si nasconde quasi in ogni anfratto della terra sulla quale vivono da millenni. Già dopo poche ora si parlava di ricostruzione e si tirarono fuori i progetti: nuovi quartieri, zone della città da rivitalizzare, l’arretramento della ferrovia… I dubbi e le polemiche, certo, non mancavano: perché, se si sapeva da secoli che lì c’era la frana, i piani regolatori non ne hanno tenuto conto? Di chi sono le responsabilità? Sin da subito, però, Ancona fu operativa: si impegnarono oltre mille uomini al giorno, tra Esercito, Marina, Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza, oltre duemila giovani volontari di Caritas, Arci, Azione cattolica, Cl, Scout e Focolari si misero a disposizione della macchina organizzativa e dei soccorsi, si studiò la localizzazione per le nuove case, si cercarono i finanziamenti necessari per ripartire, si misero in moto le macchine della solidarietà e, soprattutto, non ci si piangeva addosso. Lo scrisse anche un cronista del “Corriere della Sera”: “gli ingredienti della tragedia ci sono tutti. Ma ad Ancona manca qualcosa… Infatti: la gente qui ha reagito subito, senza fare tragedie inutili”.

Le polemiche sulla prevedibilità della frana a causa della notoria pericolosità dell'area[modifica | modifica wikitesto]

Come sempre avviene in occasione di grandi o piccole catastrofi naturali, ci si pose il problema: si sarebbe potuto prevederla?

La "frana Barducci" era un fenomeno storicamente noto, citato in molti manuali di geologia, ma conosciuto a livello del mare, tant'è che la zona litoranea tra il Borghetto e le Torrette è sempre stata sgombra di edifici.

Diversamente, l'alto della collina di Posatora non aveva manifestato in passato segni di grande instabilità a livello profondo: coloro che sostenevano l'imprevedibilità della frana citavano la permanenza in loco senza gravi danni, neppure in conseguenza del terremoto del 1972, della Chiesa di Santa Maria Liberatrice di Piazza Padella, risalente al XVI secolo su un precedente edificio sacro del XIII secolo. Al contrario, venne formulata l'accusa, poi trasfusasi in un'indagine giudiziaria e in un processo a carico dell'ex-Sindaco Alfredo Trifogli e dei tecnici comunali dell'epoca dell'edificazione, circa la mancata considerazione di uno studio del Prof. Vincenzo Cotecchia, allora funzionario del Genio Civile di Ancona, il quale aveva sconsigliato l'insediamento a Posatora di grandi fabbricati come la nuova Facoltà di Medicina, l'Ospedale Geriatrico e l'Ospedale Oncologico. Sulla questione si scrissero fiumi d'inchiostro, con perizie e controperizie, senza che si giungesse ad una verità definita, con esiti giudiziari altalenanti.

Gli interventi di risanamento dei quartieri colpiti e la creazione del sistema di monitoraggio della frana[modifica | modifica wikitesto]

Nel 2012, in ricordo di quei terribili momenti, il sindaco Fiorello Gramillano ebbe a dichiarare[58]:

«In quegli attimi tremendi, tutto il coraggio e la forza che gli anconitani furono capaci di esprimere, evitarono drammi ben peggiori. La forza d’animo della nostra gente ha fatto sì che sin da subito si potesse lavorare per ripristinare il territorio, trovare riparo per le famiglie colpite, ottenere leggi che sostenessero la risistemazione di tutta la zona colpita. Così nel 1983 si provvide alla demolizione degli edifici inagibili, mentre è dal 1984 che con la Legge 156, che prevedeva un contributo speciale per gli interventi resi necessari dai movimenti franosi, prendono avvio interventi normativi a sostegno della risistemazione della zona. Nel 1986 con la Legge 879 si provvide al completamento delle opere di risanamento e recupero dell’area colpita dal movimento franoso. Nel 1987 con la Legge 120 è stata disposta una spesa per l’assistenza ai cittadini del Comune di Ancona. Dal 1983 fino al 1995 sono state portate avanti campagne di indagini geologiche e geotecniche per la ricostruzione dei meccanismi di attivazione della frana allo scopo di progettare opportunamente le opere di consolidamento. È del 1994 la legge regionale che ha previsto un finanziamento straordinario per il completamento degli interventi. Nel 1995 si è giunti alla conclusione della progettazione delle opere di consolidamento e inizio della loro realizzazione. Nel 1997 la legge regionale 55 ha previsto che lo stesso comune di Ancona provvedesse alla progettazione, all’esecuzione nonché all’approvazione delle opere di consolidamento. L’amministrazione comunale, a fronte di una situazione nella quale 70 abitazioni comprese nel perimetro della frana risultavano ancora abitate, nonostante i ripetuti inviti a rispettare le ordinanze di sgombero a suo tempo emanate, aveva chiesto alla Regione Marche di integrare la legge con una prescrizione di una agibilità legata all’attivazione di un monitoraggio in continuo dell’area in frana con strumentazione di tipo geodetico e di tipo geotecnico e alla redazione di un piano di emergenza. E da qui è nato il sistema di monitoraggio della frana che permette alla città di convivere con questo territorio critico.

Il Comune di Ancona come ente territoriale ha dimostrato negli ultimi anni una grande sensibilità per la gestione e la tutela del territorio ponendo in primo piano il rispetto per l’ambiente e la sicurezza dei cittadini esposti direttamente o indirettamente ai dissesti idrogeologici, intuendo già 10 anni fa che la conoscenza del territorio comunale è alla base di ogni scelta di pianificazione urbanistica, di una buona edificazione e della sicurezza per chi vive nel comune. Un esempio autorevole che rende onore alle scelte effettuate dall’Amministrazione è il sistema di Early warning[59][60], conosciuto in tutto il mondo e visitato da tecnici internazionali e italiani che controlla h24 le popolazioni che vivono nel perimetro della frana di Ancona dal novembre del 2008. Questo sistema ha permesso dopo più di 20 anni di concedere alle stesse persone una abitabilità controllata e condizionata dal sistema di monitoraggio, come da legge regionale 5 del 2002. Abbiamo sempre creduto che la sicurezza delle famiglie e l’abitabilità delle loro case, indissolubilmente legate all’efficienza del sistema di monitoraggio dell’area, fosse una priorità assoluta. Nonostante la crisi economica e la progressiva diminuzione dei trasferimento dallo Stato riusciamo ancora a mantenere operativo il sistema di monitoraggio che costa ogni anno alle casse comunali complessivamente 3-400mila euro. Siamo certi che non basta fare attenzione, occorre anche tanta prevenzione. È per questo che l’Amministrazione nel corso degli anni ha continuato a lavorare sul territorio, individuando gli ambiti di rischio che una realtà orografica così composita come quella di Ancona comporta....»

(Fiorello Gramillano)

Dal 1982 in avanti la frana non si è mai fermata: il terreno smottato ha continuato a produrre piccoli e impercettibili movimenti, intramezzati a periodi di sostanziale "calma piatta". Dopo 30 anni di monitoraggio quotidiano del suolo crollato, nel 2012 gli studiosi hanno rilevato un movimento che ha aumentato la loro attenzione: il terreno si è mosso di 4mm. Data la presenza al di sotto della frana di una falda acquifera si era supposto che la grande nevicata dell'inverno 2012 avesse aumentato il volume dell'acqua causando uno scivolamento del suolo. Ma i geologi, che studiano 24 ore su 24 per 365 giorni all'anno il movimento della frana, hanno scongiurato questa ipotesi: "Abbiamo monitorato costantemente la situazione: la falda è nella stessa identica situazione di sempre [...]Siamo dotati di un sistema sensoriale - viene precisato dagli stessi - che ci permette di vedere se lo scioglimento delle nevi aumenta oppure no la falda acquifera". Le cause dello spostamento di questi 4 mm dunque sono ancora da individuare e da ricercare attraverso lo studio e il monitoraggio del suolo e degli eventi che avvengono intorno ad esso, ed è per questo motivo che gli studiosi riferiscono appunto di aver aumentato la vigilanza[57].

Ancona sotterranea[modifica | modifica wikitesto]

Fino al periodo post-unitario, durante il quale fu costruito l'acquedotto dell'Esino, l'approvvigionamento di acqua potabile verso Ancona non era costante e soprattutto era minore del fabbisogno per alcuni mesi l'anno. Quindi nella prima metà del 1800 furono avviati progetti, ricerche e lavori per potenziare e migliorare l’erogazione del fabbisogno di acqua soprattutto nei periodi di siccità; un approfondito studio di quell'epoca rivelava infatti che per otto mesi l'anno la presenza d'acqua era abbondante, mentre nei restanti quattro c'era un calo. Probabilmente nello stesso periodo venne recuperata parte dell’antico acquedotto di Santa Margherita distrutto durante gli eventi bellici del 1799. Dalla documentazione, dal rilievo e dalla ricerca storica, si evidenzia l’esistenza di una vasta ed articolata opera idraulica, tuttora in gran parte funzionante, realizzata in varie epoche nel sottosuolo della nostra città con lavori di captazione, distribuzione e accumulo, con una serie di cunicoli e cisterne lungo tutta la parte vecchia della città. L'esplorazione di questi cunicoli, ancora funzionanti, ma abbandonati da molti anni, è iniziata nel giugno 2001: sono stati esplorati e rilevati circa 4 chilometri di cunicoli idraulici e almeno 15 tra pozzi e cisterne. Questa rete di gallerie si estende dal rione Passetto fino al porto attraversando il viale della Vittoria e corso Mazzini, una diramazione si estende fino al colle Guasco sotto al Duomo. Nel 2006 sono stati approntati dal Comune di Ancona dei percorsi di visita per il pubblico, con illuminazione adeguata e pannelli esplicativi. Dopo un breve periodo in cui vennero organizzate visite guidate da esperti in speleologia, per vari motivi tecnici queste vennero sospese. Nel 2016 il Comune di Ancona ha riaperto al pubblico una parte di questi percorsi, la cui visita guidata ha riscosso un grande successo, con prenotazioni che potrebbero coprire un intero anno[61].

I serbatoi idrici maggiori sono tre, ai quali corrispondono tre complessi di cunicoli di distribuzione: 1) il serbatoio detto “La Chioccia” sito sotto via Trento vicino a piazza Diaz (al quale sono collegati i cunicoli della Fonte di Santa Margherita, del Viale della Vittoria e di Via Trento); 2) le cisterne sotto piazza Stamira (alle quali sono collegati i cunicoli di Piazza Cavour e di Corso Mazzini); 3) le cisterne dietro e sotto la fontana del Calamo (alle quali sono collegati i cunicoli della Fonte di Piazza del Plebiscito, di San Francesco alle Scale e della Fonte del Filello).

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Giorgio Petetti, Aspetti naturalistici e toponomastica in: Marina Turchetti - Mauro Tarsetti Le grotte del Passetto Ancona 2007. ISBN 978-88-95449-03-6
  2. ^ a b Castellano, Lo Stato Pontificio, ne' suoi rapporti geografici Roma 1837 (pag. 480-495)
  3. ^ Classificazione sismica (PDF), Protezione civile, 7. URL consultato il 20 marzo 2008 (archiviato dall'url originale il 18 aprile 2009).
  4. ^ ANSA, Notiziario per la stampa, 1972.01.26, Servizio Italiano. Roma 1972
  5. ^ Corriere della Sera, 1972.01.26. Milano 1972
  6. ^ Il Resto del Carlino, 1972.02.05, n.30. Bologna 1972
  7. ^ ANSA, Notiziario per la stampa, 1972.02.04, Servizio Italiano. Roma 1972
  8. ^ ANSA, Notiziario per la stampa, 1972.02.05, Servizio Italiano. Roma 1972
  9. ^ ANSA, Notiziario per la stampa, 1972.02.04, Servizio Italiano. Roma 1972
  10. ^ ANSA, Notiziario per la stampa, 1972.02.05, Servizio Italiano. Roma 1972
  11. ^ ANSA, Notiziario per la stampa, 1972.02.04, Servizio Italiano. Roma 1972
  12. ^ Corriere della Sera, 1972.02.05. Milano 1972 - Il Resto del Carlino, 1972.02.05, n.30. Bologna 1972
  13. ^ La Stampa, 1972.02.05. Torino 1972 - Gazzetta di Ferrara, 1972.02.05, n.29. Ferrara 1972
  14. ^ ANSA, Notiziario per la stampa, 1972.02.05, Servizio Italiano. Roma 1972
  15. ^ Il Resto del Carlino, 1972.02.06, n.31. Bologna 1972
  16. ^ La Stampa, 1972.02.06. Torino 1972
  17. ^ Corriere della Sera, 1972.02.06. Milano 1972
  18. ^ ANSA, Notiziario per la stampa, 1972.02.05, Servizio Italiano. Roma 1972
  19. ^ ANSA, Notiziario per la stampa, 1972.02.07, Servizio Italiano. Roma 1972
  20. ^ ANSA, Notiziario per la stampa, 1972.02.11, Servizio Italiano. Roma 1972
  21. ^ Gazzetta di Ferrara, 1972.02.06, n.30. Ferrara 1972
  22. ^ Il Resto del Carlino, 1972.02.06, n.31. Bologna 1972
  23. ^ Gazzetta di Ferrara, 1972.02.09, n.32. Ferrara 1972
  24. ^ Corriere della Sera, 1972.02.11. Milano 1972
  25. ^ Il Resto del Carlino, 1972.02.10, n.34. Bologna 1972
  26. ^ Console R., Peronaci F. e Sonaglia A. Relazione sui fenomeni sismici dell’Anconitano,1972, (con alcune considerazioni sui terremoti di origine vicina), in "Annali di Geofisica", vol.26, Supplemento, pp.3-60. Roma 1973
  27. ^ Gazzetta di Ferrara, 1972.02.08, n.31. Ferrara 1972 - Corriere della Sera, 1972.02.06. Milano 1972
  28. ^ La Stampa, 1972.02.13. Torino 1972
  29. ^ Il Resto del Carlino, 1972.02.14, n.7. Bologna 1972
  30. ^ Il terremoto di Ancona del 1972 - Sistema museale Provincia di Ancona, su musan.it. URL consultato il 5 settembre 2016 (archiviato dall'url originale il 4 marzo 2016).
  31. ^ INGV, Quarant'anni fa ad Ancona (PDF), su an.ingv.it, 25 gennaio 2012. URL consultato il 4 settembre 2016.
  32. ^ Gazzetta di Ferrara, 1972.06.17, n.141. Ferrara 1972 - La Stampa, 1972.06.17. Torino 1972
  33. ^ ANSA, Notiziario per la stampa, 1972.06.14, Servizio Italiano. Roma 1972
  34. ^ Corriere della Sera, 1972.06.25. Milano 1972
  35. ^ Il Resto del Carlino, 1972.06.15, n.140. Bologna 1972 - Il Resto del Carlino, 1972.06.16, n.141. Bologna 1972
  36. ^ ANSA, Notiziario per la stampa, 1972.06.15, Servizio Italiano. Roma 1972
  37. ^ Corriere della Sera, 1972.06.17. Milano 1972
  38. ^ ANSA, Notiziario per la stampa, 1972.06.15, Servizio Italiano. Roma 1972
  39. ^ Il Resto del Carlino, 1972.06.16, n.141. Bologna 1972
  40. ^ ANSA, Notiziario per la stampa, 1972.06.16, Servizio Italiano. Roma 1972
  41. ^ Corriere della Sera, 1967.06.15. Milano 1967
  42. ^ Bollettino sismico definitivo, 1972.06, Istituto Nazionale di Geofisica. Roma 1974 - ANSA, Notiziario per la stampa, 1972.06.15, Servizio Italiano. Roma 1972
  43. ^ ANSA, Notiziario per la stampa, 1972.06.15, Servizio Italiano. Roma 1972
  44. ^ ANSA, Notiziario per la stampa, 1972.06.16, Servizio Italiano. Roma 1972
  45. ^ Le immagini del dopo sisma del 1972 nel video "LA TERRA TREMA"curato da "Il Resto del Carlino"
  46. ^ a b Ancona, dalla scossa di oggi al ricordo di 40 anni fa, Corriere Adriatico, 6 giugno 2012. URL consultato il 12 settembre 2014.
  47. ^ cfr. Cotecchia V., “Relazione introduttiva”, in "Atti del 4.o Convegno internazionale di Geoingegneria «Difesa e valorizzazione del suolo e degli acquiferi»", Torino 10-11 marzo 1994, Relazioni generali, pp.643-684, Torino 1995
  48. ^ Il Resto del Carlino, 1972.06.17, n.142. Bologna 1972
  49. ^ Un'altra battuta "spiritosa" che circolava nel 1972 era: “Noi, signora mia, col teremoto ce ‘ndormimo i fjoli” ("Noi, signora mia, col terremoto ci addormentiamo i bambini")
  50. ^ Franco Frezzotti, Ancona '72: il terremoto, Ancona, Remel, 1997.
  51. ^ Ancona, un brivido lungo 40 anni Lo speciale sul terremoto del '72, Il Resto del Carlino, 24 gennaio 2012. URL consultato il 27 gennaio 2012. con foto e video
  52. ^ cfr. Calza W., Maistrello M., Marcellini A., Morganti C., Rampoldi R., Rossi B., Stucchi M. e Zonno G., Elementi di microzonazione sismica dell’area anconetana, CNR-PFG, pubbl. n.430, Milano 1981
  53. ^ a b cfr. Console R., Peronaci F. e Sonaglia A., Relazione sui fenomeni sismici dell’Anconitano (1972) (alcune considerazioni sui terremoti di origine vicina), in "Annali di Geofisica", vol.26, Supplemento, pp.3-60, Roma 1973
  54. ^ E' morto Trifogli, fu sindaco negli anni del terremoto, Il Resto del Carlino, 22 marzo 2013. URL consultato il 28 marzo 2013.
  55. ^ Le immagini del dopo frana del 1982 nel video “La frana di Ancona del 1982 - L'INVISIBILE MINACCIA” curato dalla Crakers Film di Ancona
  56. ^ Galleria fotografica della frana di Ancona del 1982
  57. ^ a b c cfr. Frana Barducci di Ancona: dal 1982 sorvegliata speciale
  58. ^ cfr. La "Frana Barducci" compie 30 anni: l'intervento del Sindaco di Ancona
  59. ^ cfr. Presentazione del Sistema di monitoraggio "Geotechnical Early warning" e l'articolo Ancona: il monitoraggio della frana piace agli europei del 26 febbraio 2013
  60. ^ A seguito di una Convenzione stipulata tra il Servizio Geologico Nazionale (Dipartimento dei Servizi Tecnici Nazionali - Presidenza del Consiglio dei Ministri ora in ISPRA - Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) e la Regione Marche (Servizio Urbanistica e Cartografia) è stato creato il progetto CARG – Marche, nell'ambito del quale è stato realizzato il foglio E 282 "Ancona" della Carta Geologica d'Italia alla scala 1:50.000. Cfr. Servizio geologico d’Italia - Note illustrative della carta geologica d’Italia alla scala 1:50.000, foglio 282 Ancona
  61. ^ Tunnel e cisterne segrete: al via i tour di “Ancona sotterranea”

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