Paride

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Paride afferra le sue armi mentre Apollo lo guarda. Kantharos attico a figure rosse dal Pittore di Eretria, ca. 425–420 a.C. proveniente da Botromagno (Gravina), Gravina di Puglia (Bari), Fondazione Ettore Pomarici Santomasi.

Paride (greco: Πάρις; latino: Paris; detto anche Alessandro o Paride Alessandro) è una figura della mitologia greca, figlio secondogenito di Priamo, re di Troia, e di Ecuba.
Principe troiano, esposto ancora neonato sul monte Ida a causa delle profezie funeste che lo accompagnarono sin dalla nascita, visse da pastore fino a quando non fu scelto dagli dèi affinché desse il suo giudizio sulla più bella fra le dee Era, Atena e Afrodite.

Riconosciuto dal padre, rientrò a corte e partì in missione diplomatica per Sparta, dove conobbe Elena, moglie di Menelao, la donna più bella del mondo: Afrodite per rispettare la promessa fattagli per ottenere il pomo d’oro fece innamorare la donna perdutamente dell'eroe. Paride rapì quindi Elena e la portò con sé a Troia.

Nel corso della guerra che ne seguì, affrontò Menelao in duello e fu salvato per intervento di Afrodite; in battaglia uccise Achille con l'aiuto del dio Apollo mentre scoccava la freccia.


Origini[modifica | modifica sorgente]

Ermes invita Paride ad arbitrare la contesa tra Atena, Afrodite ed Era. Dettaglio da un cratere-kilyx lucano a figure rosse, ca. 380 a.C., Parigi, Cabinet des médailles de la Bibliothèque nationale de France.

Nella tradizione classica, Paride era figlio di Priamo e di Ecuba. Secondo la tradizione più accettata, Priamo, re di Troia, all’indomani della sua salita al trono, aveva cinquanta figli, la maggior parte dei quali illegittimi.[1] Come afferma lui stesso nell’Iliade, diciannove di essi erano frutto di una sola donna, riconosciuta come la regina Ecuba.

« Cinquanta ne avevo quando vennero i figli dei Danai.
E diciannove venivano tutti da un seno,
gli altri, altre donne me li partorirono in casa. »
(Omero, Iliade, libro XXIV, versi 495-497. Traduzione di Rosa Calzecchi Onesti.)

Nei poemi successivi, Paride appare come il secondo e legittimo figlio del re e di Ecuba, sua moglie. Il troiano aveva dunque nove fratelli (il maggiore, Ettore, seguito da Deifobo, Eleno, Pammone, Polite, Antifo, Ipponoo, Polidoro e forse anche Troilo) e quattro sorelle (Creusa, Laodice, Polissena e la profetessa Cassandra).[2]

La predizione di Ecuba, l'abbandono e il riconoscimento di Cassandra[modifica | modifica sorgente]

Paride pastore, marmo di Nicolas-François Gillet.
La profetessa Cassandra, al centro, predice la caduta di Troia di fronte a Priamo, che stringe tra le braccia il piccolo Paride con il pomo della discordia; sulla destra, Ettore, in piedi, assiste alla scena. Affresco su intonaco, 20–30, Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

Una notte poco prima della sua nascita, Ecuba sognò di partorire una fascina di legna ricolma di serpenti striscianti, e una fiaccola ardente che divampava appiccando fuoco alla città e ai boschi del monte Ida. Priamo consultò Esaco, suo figlio di primo letto, che era un interprete di sogni, il quale profetizzò che il bambino che Ecuba era in procinto di partorire avrebbe provocato la rovina della città, e consigliò di esporlo appena nato il figlio teteo.

Il bambino venne alla luce, ed Esaco si presentò dal padre esortandolo a uccidere il neonato. Priamo preferì sopprimere la vita di sua sorella Cilla e di , il figlio che ella aveva avuto quello stesso giorno dal suo matrimonio con Timete, e si affrettò a seppellirli nel santuario di Troo.

La stessa visione l'avrebbe avuta in seguito anche Cassandra, figlia di Priamo. Per questo motivo il neonato fu abbandonato sui monti in balia delle fiere e salvato da un pastore e cresciuto da questo come un figlio. Apollodoro ci dice che Priamo mandò il suo servo sul monte Ida per esporre il bambino, ma questi fu allevato per cinque giorni da un'orsa e lo stesso schiavo, meravigliato dalla vicenda, decise di accoglierlo come figlio proprio, e Paride crebbe come un pastore. Divenne un giovane di straordinaria bellezza. Partecipando ad una gara a Troia fu riconosciuto da Cassandra e Priamo lo accolse restituendogli la dignità di principe.

Giudizio di Paride[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Giudizio di Paride.

Un giorno, Paride pascolava le sue mandrie sul monte Gargaro, la cima più alta del monte Ida, quando scorse tre bellissime donne avvicinarsi a lui scortate dal dio Ermes, il quale ripose la mela d'oro nelle sue mani e l'ordine di Zeus.

La spedizione a Sparta[modifica | modifica sorgente]

Paride si recò a Sparta accompagnato dal cugino Enea con le navi che per lui aveva costruito il suo amico Fereclo e qui fu ospitato dal re Menelao. Questi aveva una bellissima moglie Elena, Paride se ne innamorò e fu ricambiato. Nonostante il parere contrario di Enea, Paride prese con sé Elena e scatenò la guerra, dopo essersi messo d'accordo con Antimaco, consigliere di Priamo, che convinse il re e gran parte dei concittadini a respingere ogni possibilità di trattare coi greci. Dall'unione con la donna gli nacquero quattro figli, Agano, Bugono, Corito e Ideo, e una figlia, Elena, chiamata dunque come la madre.

Allo scoppio della guerra di Troia, Corito, figlio di Paride ed Enone, omonimo del figlio di Elena, giunse in città per difenderla dagli assalti degli Achei. Elena, colpita dalla sua raggiante bellezza, lo ospitò nel suo talamo suscitando l'ira di Paride il quale, geloso, uccise senza pietà il figlio.[3]

La Guerra di Troia[modifica | modifica sorgente]

Nel corso della guerra Paride si dimostrò più volte timoroso per sostenere un duello con Menelao, e per questo viene più volte criticato dal fratello Ettore, che ne esalta la bellezza esteriore e la mancanza - invece - delle qualità necessarie ad un eroe, come la forza e il coraggio. Durante un combattimento contro il marito di Elena, inoltre, Paride fu salvato dalla dea Afrodite, che lo riportò dalla battaglia al talamo. Paride era però un ottimo arciere, non mancava mai il bersaglio: quando Achille aveva ucciso Memnone e i Troiani erano in fuga verso le mura dalla città, Paride scoccò una freccia che, guidata da Apollo, andò a conficcarsi nel tallone di Achille uccidendolo.

La morte di Paride[modifica | modifica sorgente]

Dopo aver ucciso Achille, mentre Paride entrava in città attraverso le porte Scee, fu colpito dalle frecce di Eracle scagliate da Filottete[4]. Agonizzante, il giovane chiese aiuto alla ninfa Enone, madre dello stesso Corito ucciso da lui in un impeto di gelosia ed esperta in erbe curative, che però si rifiutò d'aiutarlo; quando ella infine s'impietosì, la morte l'aveva già colto.

Vittime di Paride[modifica | modifica sorgente]

Sul numero di avversari uccisi da Paride l'unica fonte esplicita afferma che il figlio di Priamo pose fine alla vita di tre guerrieri.[5] Per riferire il detto, Igino in realtà ha compiuto un calcolo molto essenziale delle imprese da lui compiute nell'Iliade. I vari testi ci hanno tramandato una lista più completa; oltre ovviamente ad Achille ricordiamo:

  1. Cleodoro, guerriero acheo originario di Rodi, figlio di Lerno e Anfiale. (Quinto Smirneo, Posthomerica, libro X, versi 213 ss.)
  2. Cleolao, guerriero acheo, scudiero di Mege, capo degli Epei. (Quinto Smirneo, Posthomerica, libro VI, verso 634.)
  3. Menestio, guerriero acheo abitante di Arne, figlio di Areitoo e Filomedusa (Omero, Iliade, libro VII, versi 8-10.)
  4. Euchenore, guerriero acheo, figlio dell'indovino Poliido. (Omero, Iliade, libro XIII, versi 660-672.)
  5. Deioco, guerriero acheo. (Omero, Iliade, libro XV, versi 341-442.)
  6. Eetione, guerriero acheo. (Quinto Smirneo, Posthomerica, libro VI, verso 639.)
  7. Mosino, guerriero acheo al seguito di Aiace Telamonio, fratello di Forci. (Quinto Smirneo, Posthomerica, libro VI, versi 631 ss.)
  8. Achille, il più valoroso guerriero acheo, figlio di Teti e di Peleo, eroe della guerra contro Troia. (Quinto Smirneo, Posthomerica, libro VI, versi 641 ss.)

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Igino, Fabulae, 90.
  2. ^ Pseudo-Apollodoro, Biblioteca, libro III, 12, 5.
  3. ^ Partenio, Storie d'amore, 34.
  4. ^ Mitologia greca e latina, Paride, Partenope
  5. ^ Igino, Fabula, 115.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Fonti[modifica | modifica sorgente]

Epoca classica[modifica | modifica sorgente]

Traduzione delle fonti[modifica | modifica sorgente]

  • Rosa Calzecchi Onesti, Omero. Iliade, seconda edizione, Torino, Einaudi, 1990. ISBN 978-88-06-17694-5. Traduzione di Rosa Calzecchi Onesti.
  • Rosa Calzecchi Onesti, Eneide, Testo a fronte, Torino, Einaudi, 1989. ISBN 88-06-11613-4.
  • Onorato Castellino, Vincenzo Peloso, Eneide, sesta edizione, Torino, Società Editrice Internazionale, 1972. , Traduzione di Annibal Caro
  • Anna Beltrametti, Euripide. Le tragedie, volume secondo, Torino, Einaudi, 2002. ISBN 978-88-04-57001-1. , Traduzione di Filippo Maria Pontani.

Moderna[modifica | modifica sorgente]

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