Operazioni navali nel mare Adriatico (1914-1918)

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Operazioni navali nel Mar Adriatico (1914-1918)
Data agosto 1914 - novembre 1918
Luogo Mar Adriatico
Esito Vittoria italiana e collasso dell'Impero austro-ungarico
Schieramenti
Comandanti
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Le operazioni navali nel mare Adriatico durante la prima guerra mondiale si svolsero tra la Marina austriaca e le varie unità della Regia Marina italiana, la Marina britannica e quella francese.

Situazione generale[modifica | modifica wikitesto]

Negli anni precedenti il conflitto la crescente ostilità tra la Triplice Alleanza e la Gran Bretagna aveva posto la marina italiana in una situazione difficile: le flotte italiane e austriache riunite potevano fronteggiare quella francese, ma non l'alleanza franco-britannica. La convenzione navale firmata il 23 giugno 1913 nell'ambito della Triplice Alleanza garantiva all'Italia l'appoggio della flotta austriaca; ma ciò poteva servire a proteggere le coste italiane, non certo il traffico mercantile. La consapevolezza che la continuità di questo traffico vitale era nelle mani della flotta britannica nel Mediterraneo fu causa non ultima della scelta della neutralità nell'estate 1914. Con lo scoppio del conflitto l'Italia assisté con molta preoccupazione all'ingresso nel mare Adriatico della flotta francese, la quale, con l'obiettivo di bloccare nei porti quella austriaca, vi perse una corazzata e un incrociatore. La decisione dell'ingresso in guerra dell'Italia a fianco delle potenze dell'Intesa fu quindi accolta con sollievo, la Regia Marina diventava così la protagonista unica della guerra nell'Adriatico[1].

Durante i mesi di neutralità la diplomazia lavorò alacremente e in grande segretezza sia con gli ex alleati sia con le nazioni dell'Intesa, nonostante il governo veniva costantemente pressato dai "neutralisti" e soprattutto da Giovanni Giolitti. Parallelamente l'esercito e la marina si preparavano alla guerra, e cominciava a preoccupare la situazione dell'Albania, specialmente nella parte meridionale dove operavano bande greche vicine all'Impero Austro-Ungarico, in quanto avrebbe perduto la possibilità di controllare il canale d'Otranto, porta d'accesso all'Adriatico. Il problema principale era quello di dover instaurare al più presto dei presidi a Saseno e Valona, senza però sollevare obiezioni dalle altre potenze europee, specialmente quelle belligeranti. L'intervento fu così presentato come temporaneo e finalizzato all'esercizio di polizia marittima per combattere ed impedire il contrabbando di armi nella regione albanese. Nessuno fece obiezioni e la marina si fece carico dell'operazione; fu prima occupata Saseno, mentre Valona fu oggetto di una missione sanitaria, simile a quelle già esistenti a Scutari e Durazzo[2].

I colloqui diplomatici continuarono finché fu evidente che non si sarebbe avuto alcuna convenienza a schierarsi con gli ex alleati, soprattutto per quanto riguardava le possibili conquiste territoriali verso le coste balcaniche dell'Adriatico. Il dominio di questo mare divenne non soltanto il primo obiettivo delle operazioni, ma anche il punto di riferimento della politica e delle aspirazioni della marina italiana, che se da un lato non fu parte diretta nella stipulazione del Patto di Londra del 26 aprile 1915, dall'altro, ne approvava pienamente i prodromi e il programma di acquisizione dei territori istriani e dalmati. Non deve sorprendere però il fatto che questa guerra fu condotta con il totale disinteresse per le vicende dell'esercito, il quale non aveva interesse in una campagna volta alla conquista della Dalmazia, di cui avrebbe dovuto assicurarsi la difesa in condizioni molto difficili. La marina aveva tradizionalmente un ruolo politico più dinamico dell'esercito (in parte a causa dei suoi stretti rapporti con l'industria pesante) e legato alla destra nazionalistica; e lo spese tutto per assicurarsi il dominio militare e politico, immediato e futuro, nell'Adriatico, in piena sintonia con la politica estera di Sidney Sonnino. Parallelamente l'interesse della marina nella politica mediterranea e coloniale era scarso; la partecipazione alla guerra fuori dalle acque nazionali si ridusse alla difesa del traffico mercantile nelle acque nazionali e libiche contro i sommergibili, con la rinuncia di intervenire a fianco a britannici e francesi in operazioni di più ampio raggio[3].

Con la convenzione navale di Londra del 10 maggio 1915, che delineava la collaborazione tra la flotta italiana e quelle dell'Intesa, la Regia Marina chiese ed ottenne la piena responsabilità delle operazioni nell'Adriatico e il comando delle unità alleate che vi penetrassero e di quelle, non trascurabili, che collaboravano al blocco del canale d'Otranto[4]. Questo accordo fu poi difeso con fermezza per tutto il conflitto, anche con il rifiuto italiano di accettare un comando navale unico per il Mediterraneo nel 1918[5].

Le forze in campo[modifica | modifica wikitesto]

k.u.k. Kriegsmarine[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Navi della marina austro-ungarica.
L'ammiraglio austriaco Anton Haus, comandante in capo della k.u.k. kriegsmarine.

La k.u.k. Kriegsmarine non era assolutamente attrezzata per una guerra offensiva. Sebbene le sue quattro moderne navi da battaglia monocalibro della classe Tegetthoff fossero il fulcro di una potente squadra da battaglia, insieme alle varie pre-dreadnought tra cui la classe Habsburg (tre unità) e le navi da difesa costiera come la classe Monarch (tre unità), dotate però solo di cannoni calibro 240 mm, non potevano confrontarsi su un piano di parità con le navi della Regia Marina, ben più numerose. Ad esse si affiancavano gli incrociatori corazzati Kaiserin und Königin Maria Theresia, Kaiser Karl VI e Sankt Georg, tutti esemplari unici, e gli incrociatori leggeri della classe Helgoland. Un punto di forza dovevano essere i quattordici cacciatorpediniere della classe Huszár e i sei della classe Tatra, oltre ad alcune decine di torpediniere e una trentina di sommergibili. I principali porti da cui operava erano Trieste, Pola e Cattaro.

Regia Marina[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Naviglio militare italiano della prima guerra mondiale.
L'ammiraglio Paolo Emilio Thaon di Revel, capo di stato maggiore della Regia Marina.

La Regia Marina inizialmente non giocò alcun ruolo a causa della neutralità italiana; la sua squadra da battaglia oltre a sei moderne navi monocalibro con cannoni da 305 mm (quattro in servizio, Dante Alighieri e le tre della Classe Conte di Cavour, più le due della classe Caio Duilio varate ma ancora in allestimento), contava sei pluricalibro della classe Regina Margherita e classe Regina Elena con cannoni da 305 mm. Ad esse si aggiungevano gli incrociatori corazzati della classe Giuseppe Garibaldi e della classe San Giorgio e quelli in parte obsoleti della classe Pisa, oltre ad altri minori ed unità di seconda linea usate nelle colonie.

Parecchi cacciatorpediniere, circa sessanta, principalmente delle classi Indomito, Soldato e Pilo, completavano la squadra; alcune decine di torpediniere, anche se obsolete, e di MAS aumentavano il potenziale offensivo, e una ventina di sommergibili completavano il naviglio. Le basi principali della Regia Marina erano La Spezia, Taranto e Napoli, con forze minori a Brindisi, Augusta, Messina, Venezia e Palermo. Taranto divenne il fulcro delle operazioni navali italiane mentre del naviglio leggero venne concentrato a Brindisi. Venezia venne difesa dagli attacchi austroungarici ma non ospitò mai una squadra da battaglia vista l'esposizione alla minaccia dei sommergibili nemici.

Marine Nationale[modifica | modifica wikitesto]

La flotta francese era tra le prime al mondo, ed all'inizio della guerra schierava 4 navi da battaglia monocalibro, diciassette pluricalibro, ventidue incrociatori corazzati e tredici protetti, 35 cacciatorpediniere e 160 torpediniere, oltre a 50 sommergibili. Di queste, nel Mediterraneo erano schierate nella 1ere Armée Navale al comando dell'ammiraglio de Lapeyrère tutte le 21 navi da battaglia ( tra cui le 4 nuove dreadnought della classe Courbet e le 6 pre-dreadnoughts della classe Danton), 15 incrociatori, oltre 43 cacciatorpediniere e 15 sottomarini[6].

La sua forza sarebbe cresciuta nel dicembre 1916 dopo la cattura della flotta greca al Pireo e fino alla restituzione dlle navi alla Grecia nel 1917. All'inizio della guerra la sua base di operazioni fu Malta, ma dopo l'entrata in guerra dell'Italia varie unità leggere vennero dislocate a Brindisi.

Royal Navy[modifica | modifica wikitesto]

La presenza britannica nel Mediterraneo era incentrata sulla Mediterranean Fleet, con basi a Malta e Gibilterra. Delle tre unità originarie della classe Invincible di incrociatori da battaglia, che entrarono in servizio nella prima metà del 1908, due, la HMS Inflexible e la HMS Indomitable, si unirono alla Mediterranean Fleet nel 1914. Assieme alla HMS Indefatigable, formarono il nucleo della flotta britannica all'inizio della prima guerra mondiale, quando le forze della Royal Navy furono impegnate nell'inseguimento del Goeben e del Breslau.

Le prime azioni di guerra[modifica | modifica wikitesto]

I francesi nell'Adriatico[modifica | modifica wikitesto]

Parte della flotta francese nell'Adriatico in una fotografia del 28 marzo 1915 pubblicata sul Le Mirior.

Il 6 agosto 1914, a Londra, il Primo Lord dell'Ammiragliato, principe Luigi di Battenberg, e il capitano di vascello Antoine Schwerer, vice capo di stato maggiore della marina francese, siglarono un accordo che affidava alla Francia la direzione generale delle operazioni nel Mediterraneo. L'accordo era finalizzato all'eliminazione del Goeben e del Breslau[N 1], e fino a quando questi non fossero stati sbaragliati, le forze navali britanniche nel Mediterraneo avrebbero cooperato con quelle fancesi. Raggiunto l'obiettivo le forze navali britanniche avrebbero riottenuto la loro autonomia, a meno che l'Italia non avesse deciso di revocare la sua neutralità. Una piccola aliquota di forze navali britanniche nel Mediterraneo e le difese mobili di Malta e Gibilterra sarebbero rimaste comunque sotto gli ordini del Comandante in capo della flotta francese, che inoltre, si sarebbe servita delle basi di Malta e Gibilterra. La marina francese avrebbe quindi garantito la sicurezza delle rotte commerciali dell'Intesa nel Mediterraneo, e in caso di dichiarazione di guerra fra Francia e Austria-Ungheria, avrebbe agito contro la k.u.k. kriegsmarine e sorvegliato l'ingresso nel mare Adriatico[7].

Curiosamente, i francesi erano tanto riluttanti a dichiarare guerra all'Austria-Ungheria, quanto lo era la duplice monarchia a dichiarare guerra alla Francia, e allo stesso tempo era opinione del capo di stato maggiore Auguste Boué de Lapeyrère di non dover istigare l'Italia ad entrare in guerra a fianco dell'Austria-Ungheria, evitando qualsiasi segno di ostilità. Ma in un rapido susseguirsi degli avvenimenti, la mattina del 13 agosto Lapeyrère fu informato che era stata dichiarata guerra all'Impero austroungarico, e decise di inviare il grosso dell'Armee navale di stanza a Malta, nell'Adriatico, sperando di cogliere di sorpresa le forze navali austroungariche impiegate nel blocco navale del Montenegro[8]. Alla flotta francese si aggiunsero gli incrociatori e i cacciatorpediniere britannici dell'ammiraglio Ernest Troubridge [N 2], e il 16 agosto, a largo di Antivari riuscirono ad affondare il piccolo incrociatore Zenta, ma con grande delusione dei francesi, l'ammiraglio austroungarico Anton Haus ebbe l'accortezza di non rispondere alla preponderante forza francese, di gran lunga più forte della sua. Questo mise in difficoltà Lepeyrère che non aveva una base su cui appoggiarsi nelle vicinanze, e che stava consumando ogni giorno grandi quantità di carbone. L'operazione avrebbe avuto possibilità di successo solo se la flotta avesse avuto una valida base all'ingresso dell'Adriatico, ma la base di Corfù apparteneva alla neutrale Grecia, come neutrale era l'Italia e le sue basi[9]. Lapeyrère organizzò quindi un sistema di rotazione con la base di Malta, in virtù del quale le navi potevano sostare, compiere l'ordinaria manutenzione e provvedere alle proprie necessità, garantendo allo stesso tempo una forza sufficiente e in grado di combattere nell'Adriatico[10].

L'ingresso delle bocche di Cattaro, un insieme di bacini profondo e articolato ideale come base, riparò una aliquota della flotta austroungarica per tutta la guerra.

Ma la tattica attendista di Haus, che riparò la flotta da guerra nei porti nel nord dell'Adriatico, mise in seria difficoltà i francesi. Questi tentarono di organizzare una spedizione per invadere con forze di terra contro la base austroungarica nelle bocche di Cattaro per instaurarvi una base alleata, ma seppur utilizzando Antivari e le baie delle isole ioniche della Grecia con la complicità del primo ministro greco Eleutherios Venizelos, che simpatizzava per l'Intesa, avevano un raggio d'azione molto limitato che non permise tale azione, come neppure azioni nell'alto Adriatico[11][N 3]

I due comandanti avversari capirono quindi che non ci sarebbe stata alcuna azione di rilievo né uno sbarco significativo, ma ciò non significava che non ci sarebbero state da entrambe le parti azioni minori con rischio limitato. Per gli austriaci le operazioni navali consistettero in azioni di bombardamento navale dirette alle coste del Montenegro, di limitata lunghezza. Dal canto loro i francesi fecero varie puntate nell'Adriatico per bombardare i fortilizi nemici lungo la costa, ma soprattutto per proteggere navi che portavano rifornimenti al porto montenegrino di Antivari, che distava a sole 35 miglia da Cattaro, dove i francesi posero apparecchiature d'osservazione su monte Lovćen, e appostarono sommergibili a largo[12]. Il 9 agosto la pre-dreadnought austriaca Monarch, che insieme alle sue gemelle SMS Wien e SMS Budapest era stata rimessa in servizio formando la 5ª divisione navale, e il 19 ottobre questa divisione fu impiegata da Haus in una azione contro obiettivi francesi a Cattaro, e il 21 ottobre anche la Radetzky venne inviata per bombardare le postazioni montenegrine a Cattaro, con successo[13].

Le operazioni invernali[modifica | modifica wikitesto]

Col passare dei giorni l'idea di una spedizione a Cattaro non divenne fattibile; l'esercito montenegrino era debole e male attrezzato, l'idea di reclutare volontari italiani e dalmati si era subito rivelata irrealizzabile, i serbi erano bloccati a nord contro le forze austroungariche e lo stesso Joseph Joffre era molto riluttante a distaccare truppe che sarebbero state più utili in patria contro i tedeschi[14]. Inoltre l'arrivo della bora e del maltempo, che avrebbero limitato pesantemente le operazioni di rifornimento in mare, la presenza di molte mine in tutto l'Adriatico, e i limiti tecnici delle navi francesi, fecero propendere i francesi nella decisione di limitare la presenza francese nell'Adriatico al blocco del canale d'Otranto e al rifornimento di Antivari[15].

Anche Haus assunse un atteggiamento prettamente difensivo; egli sapeva che una battaglia decisiva contro i francesi, anche se fosse stata vittoriosa, avrebbe comunque consegnato la supremazia navale nel Mediterraneo all'Italia. Lo stesso Haus a tal proposito, il 22 ottobre manifestò una profonda sfiducia nei confronti dell'ex-alleato italiano in una lettera inviata al suo rappresentante a Vienna[16]. Le uniche azioni di rilievo fino alla fine del 1914 si ebbero per mano dei sommergibili. Alla fine di novembre il sommergibile francese Cugnot tentò di penetrare nella baia di Cattaro ma venne scoperto dal cacciatorpediniere austriaco Blitz e dalla nave silurante Tb 57T che lo costrinsero a ritirarsi. L'8 dicembre un altro sottomarino francese, il Curie, attaccò il blocco protettivo della baia di Pola attendendo la possibilità di introdurvisi, ma due giorni dopo finì in una trappola antisommergibile e fu costretto a tornare in superficie dove venne distrutto dal cacciatorpediniere austriaco Magnet e dalla torpediniera Tb 63T. Il 21 dicembre, durante la decima missione francese di rifornimento al Montenegro, l'U-12 austro-ungarico silurò la nave ammiraglia di Lapeyrère, la Jean Bart presso l'isola di Saseno. La nave fu colpita a prua, ma la compartimentazione resse il colpo e la nave riuscì, seppur con difficoltà, a tornare a Malta per le riparazioni[17].

Lapeyrère giunse alla conclusione che non solo non era sicuro servirsi dei porti montenegrini, ma era rischioso anche solo scortare un convoglio nell'Adriatico. Operazioni di sbarco erano ormai impossibili perché il nemico aveva rinforzato le posizione a Cattaro e resi attivi l'aviazione e i sommergibili. La presenza a Cattaro del Radetzky e delle tre unità della classe Monarch imponeva l'utilizzo da parte francese di navi da battaglia per proteggere gli incrociatori e le navi da trasporto, ma il fatto che i sommergibili pattugliassero quello stretto tratto di mare, rendeva ciò troppo pericoloso. Il blocco francese dell'Adriatico si trasformò quindi in un blocco del canale d'Otranto, e per ironia della sorte sia Lepeyrère che Haus vennero criticati per inazione. Ma i due comandanti avevano dalla loro parte solide motivazioni tecniche; erano consapevoli che non potevano rischiare le loro navi principali da guerra in azioni secondarie con limitate possibilità di successo, ma erano capitali da preservare in attesa di circostanze particolari. Alla fine nell'Adriatico si giunse ad una situazione di stallo; gli austroungarici non potevano uscire e i francesi non potevano penetrarvi, e neppure avvicinarsi troppo alla costa[18].

L'Italia entra in guerra[modifica | modifica wikitesto]

L'incrociatore corazzato Léon Gambetta raffigurato in una cartolina postale tedesca, mentre affonda.

Data la situazione di stallo nell'Adriatico e il completo controllo del Mediterraneo, per buona parte del 1915 al centro dell'attenzione degli anglo-francesi si pose il nuovo alleato degli Imperi Centrali, la Turchia, e la conseguente campagna alleata di Gallipoli. Ma le azioni minori, soprattutto da parte dei sommergibili austriaci che interferivano con le operazioni di rifornimento delle navi francesi e pattugliavano le basi da cui gli alleati approvigionamento del Montenegro. E in breve la maggior preoccupazione di Lepeyrère divenne proprio il potenziamento dei sommergibili austriaci[19]. A febbraio il cacciatorpediniere francese Dague, affondò colpito da una mina mentre scortava la nave trasporto Whitehead ad Antivari, mentre il 27 aprile le preoccupazioni di Lepeyrère divennero realtà quando il sommergibile U-5 silurò e affondò l'incrociatore corazzato Léon Gambetta a sud di Capo Santa Maria di Leuca, causando 684 morti fra cui il contrammiraglio Sénès, comandante della 2eme Division Légère[20].

L'Italia aveva preparato dei piani operativi in vista dell'entrata in guerra. La squadra navale italiana era numericamente forte, con tre moderne corazzate monocalibro della classe Conte di Cavour e varie altre pre-dreadnought come quelle della Classe Regina Margherita e della Classe Regina Elena; a queste si aggiungevano le due della classe Duilio in allestimento. Per contro l'aviazione navale era numericamente inconsistente, con soli tre velivoli di base a Venezia dei quali solo tre efficienti, ed altri quattro a Porto Corsini dei quali due funzionanti; due Curtiss Flying Boat erano in fase di montaggio a Pesaro[21]. Dall'altra parte l'aviazione di marina austroungarica poteva contare su sessantaquattro idrovolanti efficienti e moderni, con ventuno ufficiali e otto sottufficiali piloti usciti dalla scuola di pilotaggio di Pola-Santa Caterina, che all'inizio delle ostilità poterono operare praticamente incontrastati[21].

Il "Piano generale delle operazioni marittime in Adriatico" della Regia Marina prevedeva tra l'altro, la distruzione delle forze da battaglia avversarie senza preoccuparsi dei danni che queste potessero arrecare alle città costiere dell'Adriatico, usare le forze subacquee per tendere agguati lungo le rotte avversarie, usare dirigibili ed idrovolanti per ricognizione e contrasto[21]. Gli italiani, e in primis il Capo di stato maggiore Paolo Thaon di Revel, volevano la battaglia e non desideravano altro che affrontare la flotta nemica, e ritenevano perciò fondamentale preservare la flotta nelle migliori condizioni in vista di quello scontro, e per questo la flotta italiana avrebbe intrapreso tutte le operazioni possibili per costringere la flotta austriaca a uscire allo scoperto e affrontare la battaglia[22]. Di contro gli austriaci avrebbero adottato la strategia della "flotta in potenza", mantenendo le proprie forze al sicuro nelle basi e attendendo il momento propizio per colpire, mentre la flotta italiana veniva logorata dalle mine e dai siluri dei sommergibili, che la Germania si stava apprestando a fornirgli in quantità, e delle piccole unità siluranti[23].

Il primo provvedimento a livello operativo degli italiani allo scoppio del conflitto fu la ridislocazione della flotta nel porto di Taranto ove assunse la denominazione di "Armata Navale" che il 26 agosto 1914 fu posta al comando del Duca degli Abruzzi, a cui seguirono i primi studi per eventuali operazioni contro l'Austria-Ungheria. Altra decisione fu quella, in caso di conflitto, di occupare territorialmente una parte della costa nemica per assicurare il sostegno del fianco destro della 3ª Armata, di creare un blocco all'imbocco del canale d'Otranto per impedire alle navi austro-ungariche di uscire dall'Adriatico, di minare le principali linee di comunicazione nemiche e cercare di assicurare il dominio nell'Alto Adriatico anche per sostenere le operazioni del Regio Esercito sull'Isonzo[24]. In quest'ottica, il 24 maggio siluranti e sommergibili vennero utilizzati per tener sgombro il golfo di Trieste e proteggere l'avanzata della 3ª Armata, che aveva subito conquistato Aquileia e Belvedere ed era entrata nella città di Grado, evacuata dalle truppe austro-ungariche. La difesa della zona fu affidata alla Regia Marina che inviò il pontone armato Robusto armato con tre cannoni da 120 mm[25].

La rappresaglia austriaca[modifica | modifica wikitesto]

Una torpediniera austroungarica al rientro dopo un'azione contro le coste italiane, 1915.

Quando il 23 maggio l'Italia dichiarò guerra all'Austria-Ungheria, la flotta di quest'ultima preparata per tale evenienza, agì rapidamente, attaccando le coste italiane, suddivise in otto gruppi ciascuno con obiettivi specifici e con l'ordine di evitare scontri con unità nemiche maggiori[26]. La città di Ancona e il suo porto vennero bombardate dal gruppo "A" da una squadra navale con l'ammiraglio Haus a bordo dell'Habsburg, e da alcuni idrovolanti dalle 04:04 alle 04:53 del mattino, ma l'arrivo del sommergibile Argonauta e del dirigibile "Città di Ferrara" indussero il gruppo al rientro a Pola già alle 11 dello stesso giorno. Il gruppo "B" alle 04:00 aprì il fuoco contro Senigallia colpendo il semaforo e danneggiando alcuni binari, mentre il gruppo "C", comandato dalla Radetzky si diresse verso Potenza Picena, che non subì particolari danni. Il gruppo "D" aprì il fuoco alle 04:50 contro Rimini, mentre Porto Corsini subì venticinque minuti di bombardamento da parte del gruppo "E", ma poté opporre un buon tiro difensivo che causò alcuni feriti e danni materiali ai nemici. Il gruppo "F" fornì azione di pattugliamento a largo di Ancona e Senigallia, mentre unità del gruppo "G" e il gruppo "H" lasciarono gli ormeggi per raggiungere le rispettive linee di esplorazione Pelagosa-Gargano e Pelagosa-Lagosta e dirigere poi sui bersagli costieri. Il gruppo "G" bombardò il semaforo di Vieste e Manfredonia, mentre l'incrociatore leggero Helgoland concentrava il tiro su Barletta. Pochi furono i danni materiali, anche a causa dall'azione del cacciatorpediniere italiano Aquilone che fece sospendere il tiro nemico sulla costa, che si concentrarono sul suo inseguimento. In questa fase intervenne anche il cacciatorpediniere Turbine, che riconobbe l'unità della classe Admiral Spaun e diresse in velocità verso questa, ingaggiandola in un combattimento che costò la perdita della torpediniera[27]. Lo Spaun del gruppo "H" alle 04:10 si trovò in posizione di tiro contro il ponte sul Sinarca che danneggiò lievemente, poi fu la volta di Termoli, Tremiti e il semaforo di torre Mileto che pure non subirono gravi danni[28].

Da parte italiana nell'Alto Adriatico solo lo Zeffiro, al comando del capitano di fregata Arturo Ciano, riuscì ad ottenere un buon successo, penetrando a Porto Bruno e bombardandone le caserme, costringendo gli occupanti ad arrendersi. Nel Basso Adriatico alle 05:00 alcune unità sbarcarono a Pelagosa, ma rientrarono alle 08:20 senza aver trovato personale nemico sull'isola. Alle 12:00 del 24 maggio tutte le unità austriache erano rientrate nei rispettivi porti di Pola, Sebenico e Cattaro, così come le unità italiane; due giorni dopo fu emanata da parte italiana la dichiarazione di blocco navale a difesa delle sue coste[29][30].

Come risposta, il 5 giugno, quattro task force appartenenti a diversi paesi della Triplice Intesa attaccarono la costa adriatica dell'Impero Austro-Ungarico. Quattro incrociatori corazzati italiani, scortati da quattro cacciatorpediniere francesi, bombardarono Ragusavecchia; l'incrociatore britannico Dublin, scortato da cinque cacciatorpediniere italiani attaccò Donzella; l'incrociatore leggero Quarto, scortato da quattro cacciatorpediniere colpì Lagosta mentre l'incrociatore leggero Nino Bixio, assieme a due cacciatorpediniere italiani e due francesi bombardò l'isola di Lissa. Il 9 giugno, un forza congiunta di cacciatorpediniere italiani, inglesi e francesi attaccarono Capo Rondini, in Albania.

La perdita dell'Amalfi e l'occupazione di Pelagosa[modifica | modifica wikitesto]

Nei piani italiani si dedicava molto spazio alla conquista di isole o territori del nemico ed alla costituzione di una base navale. Il comandante in capo delle Forze Navali Riunite, Luigi Amedeo di Savoia-Aosta, voleva in ogni modo un'azione più significativa delle incursioni di disturbo che non stavano producendo alcun risultato tangibile. L'8 giugno annunciò così l'intenzione di occupare a sorpresa l'isola di Lagosta, per creare una linea di stazioni di vedetta ad est del Gargano, e poter usufruire di una base per sommergibili che avrebbero contrastato la navigazione del nemico nella Dalmazia meridionale, e come punto di informazioni per poter poi procedere alla volta di Sabbioncello. Ma prima di considerare l'opportunità di occupare Lagosta, era necessario occupare in modo permanente la piccola isola di Pelagosa e stabilirvi una stazione di segnalazione[31].

L'incrociatore della Regia Marina Amalfi in navigazione.
L'incrociatore corazzato Giuseppe Garibaldi affonda colpito dai siluri del sommergibile U 4.

Revel approvò il piano, ma ammonì il Duca di riflettere sugli sviluppi, in quanto a nord l'esercito avanzava a fatica, e l'atteggiamento passivo del Montenegro e la momentanea inattività della Serbia erano fattori che avrebbero concesso all'Austria-Ungheria di poter rivolgere contro l'Italia maggiori attenzioni, anche e soprattutto sul mare[32].

Intanto nell'Alto Adriatico, l'arrivo dei sommergibili tedeschi iniziò a mietere le prime vittime tra le forze dell'Intesa, e ciò che temevano potesse succedere accadde il 7 luglio. Quel giorno, durante un'operazione di copertura del fianco destro dell'esercito, l'incrociatore Amalfi, scortato da due sole torpediniere, fu silurato dall'UB-14, al comando del sottotenente di Vascello tedesco von Heimburg[33]. Il piccolo sommergibile era stato appena assemblato nei cantieri di Pola e di lì a poche settimane sarebbe partito per il mar Egeo[34]. La perdita dell'Amalfi fu per gli italiani il primo vero disastro navale dall'entrata in guerra; Revel si infuriò con l'ammiraglio Cagni, a cui erano state affidate tutte le forze presenti a Venezia[35], e giudicò la scorta di due torpediniere insufficiente. Per Revel sarebbero state necessarie almeno sei torpediniere di scorta, così fu limitata l'autonomia decisionale di Cagni, anche se Revel non mise in discussione la presenza di grandi unità a Venezia con lo scopo di imporre alla flotta austriaca l'eventuale uscita dai propri porti solo con navi di pari valore, e quindi a correre più rischi[36]. Ma le azioni dei sommergibili austriaci non si limitarono all'azione del 7 luglio. Già il 1° giugno, mentre effettuava delle prove, lo stesso von Himburg a bordo dell'UB 15 (U-11per gli austriaci) affondò il sottomarino italiano Medusa. Il sommergibile entrò ufficialmente in servizio solo il 18 giugno[37].

Intanto l'11 luglio gli italiani occuparono Pelagosa senza incontrare resistenza e vi stabilirono una guarnigione di 90 uomini, e il Duca degli Abruzzi riprese in esame possibili azioni a sud per costringere la flotta austriaca a uscire. Così nel preparare un eventuale attacco contro Ragusa, venne rinnovato l'attacco contro la ferrovia come successe il 5 giugno precedente, e proprio in questa occasione ci fu la seconda grande perdita per la flotta italiana[38]. Al mattino del 18 luglio 'U 4 affondò l'incrociatore corazzato Giuseppe Garibaldi a largo della costa dalmata, e le ripercussioni di questa perdita sui piani di conquista di Lagosta furono immediati. L'esercito non poteva mettere a disposizione uomini e soprattutto artiglierie, questo unito al rischio dei siluramenti dei sommergibili austriaci, fece desistere il governo. Nel frattempo gli austriaci vennero a conoscenza della guarnigione italiana a Pelagosa, e il 28 luglio l'incrociatore leggero Helgoland, sette cacciatorpediniere e quattro torpediniere supportarono lo sbarco di truppe austriache a Pelagosa, respinte dal presidio italiano. Gli austriaci risposero allo smacco il 5 agosto quando riuscirono ad affondare il sommergibile italiano Nereide che proteggeva l'isola[39].

E mentre Revel e il Duca degli Abruzzi ancora consideravano un'azione contro Lagosta, il 17 agosto una forza navale austriaca, partita da Sebenico, e composta dagli incrociatori leggeri Helgoland e Saida e da quattro cacciatorpediniere bombardarono nuovamente l'isola, coadiuvate da alcuni idrovolanti, e distruggendo le installazioni costruite e la cisterna d'acqua dolce. Nel corso della giornata Revel diramò l'ordine di evacuazione, e il giorno seguente gli italiani, protetti dalla presenza massiccia di cacciatorpediniere e incrociatori arrivati da Brindisi, completarono l'evacuazione, concludendo di fatto le aspirazioni sulle due isole[40].

Con la perdita del Garibaldi iniziarono anche le polemiche tra il Capo di stato maggiore Revel e il comandante dell'Armata Navale Duca degli Abruzzi, fomentate da l'incidente che colpì la nave da battaglia Benedetto Brin, la quale il 27 settembre subì una grave esplosione nella polveriera, che neppure una commissione d'inchiesta riuscì a spiegare. Questo episodio fu il momento culminante della crisi in cui versavano i vertici della Regia Marina, e per evitare sconvolgimenti che avrebbero procurato danni irreparabili all'intera forza navale, il Capo di stato maggiore l'11 ottobre dette le dimissioni, accettando l'incarico di comandante della piazza marittima di Venezia, con incarichi che prevedevano anche la cooperazione con l'esercito, e fu sostituito dal contrammiraglio Lorenzo Cusani Visconti[41].

I sommergibili e il blocco del canale d'Otranto[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Blocco del Canale d'Otranto.
Alcuni drifters britannici partiti dalle loro basi nell'Adriatico, si dirigono sul canale d'Otranto.

Gli austroungarici offrirono fin dai primi momenti del conflitto le loro basi di Pola e Cattaro agli alleati tedeschi, i quali risposero con l'invio via treno nel marzo 1915 dei primi sommergibili, che sarebbero stati poi montati nei porti di Pola per operare nell'Adriatico e nel Mediterraneo. Nel novembre 1915 l'attività dei sommergibili era pianificata presso la neo-costituita flottiglia di sommergibili tedeschi nel Mediterraneo (Mittelmeerdivision) che fu divisa in due sezioni, una con base a Pola e l'altra a Cattaro. Per contrastare tale azione, e soprattutto per sbarrare il passaggio nel canale d'Otranto ai sommergibili nemici, gli Alleati inviarono diversi battelli in funzione antisommergibile, molti dei quali erano dei pescherecci (drifter se ad un albero, trawler se con due) che si dimostrarono particolarmente adatti per questo tipo di operazioni. I Italia non vi erano sufficienti mezzi per tali operazioni, così si provvide acquistandone alcuni dall'estero; i britannici, i più colpiti dall'azione dei sommergibili tedeschi nel Mediterraneo, inviarono nell'Adriatico 65 drifter, di cui mantennero la responsabilità d'impiego, e che il 26 settembre 1915 iniziarono ad effettuare una crociera permanente lungo il canale d'Otranto. Mentre la protezione dei drifter con cacciatorpediniere e incrociatori leggeri fu assegnata alla flotta italiana[42].

Ma lo Stato Maggiore italiano, calcolò in almeno cento drifter il numero minimo per svolgere un'azione di sbarramento soddisfacente, ma i britannici non riuscirono subito a rispondere subito a tale richiesta, e a novembre inviarono solo altre 20 imbarcazioni. Il numero delle navi mercantili alleate perdute nel Mediterraneo continuava però a salire e per ovviare al problema, tra il 29 novembre e il 3 dicembre si tennero a Parigi diverse riunioni, in cui venne decisa la divisione del Mediterraneo in 18 zone che, in base agli interessi di ciascuna nazione, furono ripartite tra i tre alleati. Ogni nazione doveva gestire i movimenti e pattugliare le aree di competenza con le proprie unità, e fu inoltre ridotto al minimo i viaggi e i trasporti sul mare e stabilito che i bastimenti avrebbero dovuto viaggiare in gruppi, secondo rotte protette[43].

L'evacuazione dell'esercito serbo[modifica | modifica wikitesto]

Soldati serbi arrivati sulla costa albanese dopo la ritirata.

Il 6 settembre 1915 la Bulgaria entrò in guerra a fianco degli Imperi Centrali e il suo contributo diede la spinta sufficiente a portare al collasso la Serbia, che fino ad allora era riuscita a contenere le offensive austroungariche. L'8 ottobre iniziò l'offensiva che si concluse con la rotta dell'esercito serbo e con l'occupazione di Belgrado, che costrinse il governo serbo a rifugiarsi a Scutari. In risposta di ciò gli alleati tentarono di attaccare l'esercito bulgaro a sud, ottenendo il permesso della Grecia di sbarcare un corpo di spedizione alleato a Salonicco al comando del generale francese Maurice Sarrail. L'operazione ebbe inizio il 6 ottobre, ma l'impeto dell'esercito bulgaro costrinsero gli alleati a mantenersi sulla linea di confine con il solo scopo di garantire sicurezza agli sbarchi e contenere un'eventuale attacco alla Grecia. Il 28 ottobre l'esercito bulgaro si congiunse con le forze austro-tedesche sotto il comando di August von Mackensen, e iniziarono a spingere l'esercito serbo verso il mare, il quale iniziò una inesorabile ritirata verso la costa albanese[44].

I vertici militari e politici italiani risposero a questa situazione inviando un corpo di spedizione a Valona, con lo scopo di evitare al nemico di impossessarsi della parte meridionale dell'Albania. La spedizione italiana aveva lo scopo di spingersi nell'entroterra per una profondità tale da garantire la sicurezza di una nuova base navale che si intendeva instaurare e che, con Brindisi, avrebbe costituito la chiave per il controllo del canale d'Otranto. Intanto la ritirata dei serbi stava assumendo proporzioni disastrose, in cui soldati serbi, prigionieri austriaci, sbandati e civili retrocedevano senza alcun ordine, decimati dalla'artiglieria nemica, dalle malattie e dall'inedia. Il 30 novembre i serbi passarono il confine albanese diretti verso San Giovanni di Medua, proprio mentre il trasporto di rifornimenti dall'Italia in Albania si faceva più cospicuo, e allo stesso tempo rivelava tutti i suoi rischi. La flotta italiana perse diverse imbarcazioni minori cariche di rifornimenti e munizioni dirette a San Giovanni di Medua e Durazzo, colpite da cacciatorpediniere e sommergibili nemici, così fu subito evidente la necessità di disporre di tutte le forze, anche quelle alleate previste dalla conferenza di Parigi[45].

L'incrociatore leggero SMS Helgoland.
Il cacciatorpediniere Ippolito Nievo, una delle unità della Regia Marina che andò all'inseguimento della squadra austriaca il 29 dicembre.

Dopo aver pesantemente rinforzato il golfo di Valona con l'invio di navi da guerra, batterie di cannoni costieri, unità di dragaggio e un hangar smontabile per idrovolanti, la base di Valona fu rafforzata con l'invio di 8.550 unità che raggiunsero il numero di 28.000 il 12 dicembre[46]. Ma tali movimenti non lasciarono indifferente la flotta austriaca. Già il 29 novembre l'Armeeoberkommando (AOK) aveva ordinato ad Haus di stabilire un pattugliamento permanente delle coste albanesi, e questi inviò a Cattaro alcune delle sue unità più nuove e veloci, le quali rimasero nella base fino alla fine della guerra[47]. Si trattava degli incrociatori leggeri Helgoland e Novara, sei cacciatorpediniere classe Tatra e sei siluranti classe T-74, oltre ad un'unità rifornitrice per la nafta, Vesta[48]. Il 5 dicembre il Novara con quattro cacciatorpediniere e tre torpediniere salparono verso Bojana per bombardare la costa, e ripetendo l'azione a San Giovanni di Medua, affondarono il Benedetto Giovanni e il greco Thira carico di munizioni, poi diresse verso Cattaro. Il gruppo poi navigò in direzione N-O, dove il caccia Warasdiner intercetto è affondò il sommergibile francese Fresnel che il giorno prima si era arenato a largo dell'estuario del fiume Bojana Il giorno dopo l'Helgoland con sei cacciatorpediniere e due sommergibili si diresse indisturbata prima a Durazzo dove affondò diverse unità minori[49][50]. L'ultima azione austroungarica del 1915 fu il 29 dicembre, quando nella notte tra il 28 e il 29 l'Helgoland e cinque cacciatorpediniere salparono in per pattugliare il mare tra Durazzo e Brindisi. Affondarono il sommergibile francese Monge, e dopo essere entrati nel porto di Durazzo e aver affondato alcune unità minori, entrarono in una zona minata perdendo il Lika, mentre il Triglav fu gravemente danneggiato. Alle 7 del mattino, ricevuto l'allarme, i comandi italiani fecero salpare da Brindisi diverse unità italiane, francesi e britanniche che si misero all'inseguimento dei nemici. La Triglav venne intercettata e affondata ma dopo un'inseguimento durato tutta la giornata del 29, le due flotte non vennero mai a contatto e l'Helgoland e gli altri caccia austriaci riuscirono a sfuggire agli alleati[51].

Nonostante le difficoltà logistiche e l'azione degli austriaci, la Regia Marina il 12 dicembre iniziò le operazioni di imbarco dell'esercito serbo da Medua e Durazzo, mentre i prigionieri austroungarici sarebbero stati imbarcati da Valona. In due mesi 45 navi italiane, 25 francesi e 11 britanniche effettuarono centinaia di viaggi tra le coste italiane e i porto di Medua, Valona e Durazzo, durante un'operazione combinata in cui gli italiani diedero un contributo essenziale. Fino al 9 febbraio 1916, giorno in cui salpò da Durazzo l'ultimo vascello carico di soldati serbi, furono evacuati 260.895 uomini tra soldati, profughi, inviati perlopiù a Corfù e prigionieri austroungarici inviati nelle isole di Lipari e dell'Asinara. Nel contempo furono inviati in Albania 73.355 uomini del corpo di spedizione italiano in Albania, con relative provviste e artiglierie[52].

Il terzo anno di guerra[modifica | modifica wikitesto]

Il primo anno di guerra per l'Italia si concluse senza l'auspicato scontro tra le flotte, e anzi, mise in luce i nuovi canoni in cui la guerra marittima nell'Adriatico si stava dirigendo. In questo teatro di guerra le più forti flotte dell'Intesa si vedevano contrastate efficacemente da una marina di minor potenza, che trovava la sua flotta nel contesto geografico in cui operava e nell'utilizzo specifico dei sommergibili, delle mine marine e degli aerei. Proprio con l'introduzione del sommergibile cambiò il concetto di "dominio del mare"; ora il controllo del mare non era più basato sul controllo della sua superficie, ma era diventato più complesso, e si doveva tener conto delle unità che si celavano sotto la superficie del mare. La supremazia navale si basava ora su due componenti principali, la prima prevedeva l'impiego costante di unità di superficie sottili e veloci e delle nuove macchine da guerra, atte a logorare e interdire le forze di superficie nemiche, la seconda si basava sul mantenimento della "flotta in potenza", per fissare e vincolare le forze avversarie. E seguendo questa linea, la flotta italiana lentamente cercò di adeguarsi a queste esigenze, mettendo in campo naviglio e idrovolanti atti a rispondere alle azioni dei siluranti austriaci verso le coste, migliorando e rinforzando le difese costiere, aumentando la produzione di sommergibili, siluranti, aerei e mettendo in linea i primi motoscafi armati siluranti (MAS). Iniziando lo sviluppo di quel nuovo modo di combattere che sarà denominato "strategia della battaglia in porto"[53].

I forzamenti di Trieste, Parenzo e Pirano[modifica | modifica wikitesto]

La minaccia dei sommergibili[modifica | modifica wikitesto]

Durante il 1916 i sottomarini austriaci affondarono un buon numero di navi nemiche. L'U-11 catturò la nave ospedale italiana King Albert, il 18 gennaio a San Giovanni di Medua. L'U-6 affondò il cacciatorpediniere francese Renaudin il 16 marzo a Durazzo. L'8 giugno l'U-5 silurò e affondò la nave da trasporto truppe italiana Principe Umberto a Capo Linguetta. Sempre l'U-5 colpì un gruppo di cacciatorpediniere italo-francesi il 2 agosto e silurò la nave italiana Pantelleria a sud di Taranto il 14 agosto.

Il 15 settembre due idrovolanti austriaci, L.135 e L.132, bombardarono il sottomarino francese Foucault. L'L.135 riuscì ad affondare il sottomarino da cui riuscirono a salvarsi 27 marinai. Questo fu il primo caso nella storia dell'affondamento di un sottomarino da parte di un velivolo.

Lo stesso giorno il sottomarino francese Ampére colpì con due siluri la nave ospedale austriaca No. I. La nave dovette spiaggiare nella baia di Borovica per le riparazioni.

Nella notte tra il 22 e il 23 dicembre i cacciatorpediniere austriaci Scharfschuetze, Réka, Dinara e Velebit attaccarono una nave in pattuglia sul blocco del canale d'Otranto. Quest'ultimo chiedette aiuto ai cacciatorpediniere francesi Casque, Protet, Commandant-Rivière, Commandant-Bory, Dehorter e Boutefeu che stavano scortando un convoglio da Brindisi a Taranto. A causa di problemi nelle comunicazioni solamente il Casque e il Commandant-Rivière attaccarono, ma i locali caldaie del Casque furono colpite e la nave dovette ridurre la velocità a 23 nodi (43 km/h). Un ulteriore aiuto fu dato dai cacciatorpediniere italiani Abba, Nievo e Pilo che salparono dal porto di Brindisi subito seguiti dall'incrociatore leggero inglese Gloucester, scortato dai caccia Impavido e dall'Irrequieto. Le navi italiane e quelle francesi si scontrarono nell'oscurità. L'Abba speronò il Casque e pochi attimi dopo il Boutefeu speronò a sua volta l'Abba. Mentre i vascelli danneggiati venivano rimorchiati in porto le navi austriache fuggirono nel buio della notte.

I cambiamenti del 1917[modifica | modifica wikitesto]

Il 15 maggio 1917, al ritorno dalla battaglia del canale d'Otranto, l'incrociatore inglese Dartmouth si trovò nel raggio d'azione del sottomarino tedesco UC 25, poco fuori Brindisi. Alle 13:30 l'UC 25 silurò la Dartmouth approssimativamente a cinquanta chilometri da Brindisi. La nave venne considerata perduta, ma venne recuperata e riportata in porto. Dopo aver saputo che la Dartmouth era stata colpita, la Boutefeu giunse in aiuto solamente per essere colpita da una mina depositata dall'UC 25.

Nell'agosto 1917 l'U-14 aveva già affondato navi per un tonnellaggio pari a più di 24 000 tonnellate, incluso il battello italiano Milazzo di 11.500 tonnellate di carico. L'U-5 silurò l'incrociatore francese Italia a Taranto, il 30 maggio, e il 16 novembre ll'U-43 danneggiò gravemente il battello italiano Oriona tra Brindisi e Valona.

La notte del 9 dicembre 1917 una squadriglia di MAS al comando del tenente di vascello Luigi Rizzo (Mas 9 e 13) entrò nella rada di Trieste poco prima della mezzanotte e, tagliati i cavi di acciaio delle tre ostruzioni che proteggevano il porto militare, vi si insinuò silurando alle 2.32 la corazzata Wien, che affondò rapidamente, e la gemella Budapest che riportò solo lievi danni.

Caporetto[modifica | modifica wikitesto]

L'affondamento del Wien[modifica | modifica wikitesto]

L'ultimo anno di guerra[modifica | modifica wikitesto]

I cannoni di poppa da 305 mm della Santo Stefano.
La RN Dante Alighieri fu la prima nave da battaglia al mondo ad avere l'armamento principale in torri trinate[54], con dodici cannoni calibro 305 mm in 4 torri corazzate.

Il 13 febbraio 1918 il sottomarino Bernoulli fu perso dopo aver colpito una mina al largo di Cattaro.

Il 22 e il 23 aprile 1918 i cacciatorpediniere austriaci Triglav, Uzsok, Dukla, Lika e Csepel incrociarono i cacciatorpediniere inglesi Jackal e Hornet, l'australiano Torrens e il francese Cimeterre. L'Hornet venne danneggiato nello scontro che seguì. Gli austriaci, essendo stati scoperti, si ritirarono ben presto, seguiti dal Jackal, nonostante avesse perso l'albero maestro.

Il 20 settembre 1918 il sottomarino francese Cirçé venne silurato dall'austriaco UB-47, affondando con tutto l'equipaggio.

L'attacco a Premuda[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Impresa di Premuda.

Alle 3:30 del mattino del 10 giugno 1918 la corazzata austriaca Szent István, assieme alla Tegetthoff ed altre sette navi in rotta per il blocco del canale d'Otranto, fu colpita da due siluri lanciati dalla MAS-15 sotto il comando del capitano di corvetta Luigi Rizzo, vicino all'isola di Premuda, vicino a Zara in Croazia. In quel momento 1087 membri dell'equipaggio stavano dormendo e vennero colti di sorpresa, finendo poi nel caos totale. Un altro MAS lanciò un siluro contro la Tegetthoff ma il colpo non esplose. Mentre gli austriaci tentavano invano di salvare la nave i due MAS fuggirono nella notte.

La Santo Stefano (Szent István) mentre affonda

In seguito la Tegetthoff, che si era allontanata per fuggire ai siluri, tornò indietro recuperando la compagna e rimorchiandola fino a Pola. Nonostante il tentativo, le pompe non furono abbastanza potenti e la corazzata affondo lentamente fino ad essere sommersa completamente alle 6:12 del mattino, quasi tre ore dopo essere stata colpita.[55]

Perirono soltanto 89 uomini, relativamente pochi, e questo è dovuto al fatto che tutti i marinai dovevano imparare a nuotare prima di entrare in servizio nella k.u.k. Kriegsmarine.[55] Conseguentemente all'affondamento della Szent István, l'attacco programmato per il blocco del canale d'Otranto venne annullato.[55]

Vittorio Veneto, Pola, la vittoria[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Impresa di Pola e Bollettino della Vittoria Navale.

Il 1º novembre l'ex nave ammiraglia austriaca, la corazzata Viribus Unitis, venne affondata assieme al mercantile Wien mentre era all'ancora a Pola. Il maggiore del Genio Navale Raffaele Rossetti, assieme al compagno tenente medico Raffaele Paolucci, si avvicinarono alla corazzata con la Mignatta, il precursore del Siluro a Lenta Corsa, agganciando una mina magnetica allo scafo della nave, senza essere individuati dal nemico. Pochi giorni dopo la guerra sarebbe terminata.

Note[modifica | modifica wikitesto]

Esplicative[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ In luglio l'incrociatore da battaglia tedesco Goeben salpò da Trieste per Pola dove rimase ancorata assieme all'incrociatore Breslau. Il 1º agosto le due navi vennero inviato a Brindisi, poi a Messina per prelevare del carbone. Partirono per Istanbul il 6 agosto, nascondendosi dall'incrociatore britannico Gloucester. Il 7 agosto la Flotta austriaca, composta da 6 corazzate, 2 incrociatori, 19 tra cacciatorpediniere e navi siluranti, salpò da Pola per scortare la Goeben e la Breslau attraverso le acque territoriali austriache, ritornando alla base il giorno seguente senza avvistare il nemico. Queste due poi ingaggiarono la Gloucester ma raggiunsero la Turchia senza danni il 10 agosto. Vedi la voce apposita
  2. ^ Le forze dell'Intesa erano composte dalle navi da battaglia Courbet e Jean Bart, dall'incrociatore Julien de la Graviere, due squadroni di navi da battaglia pre-dreadnought, due squadroni di incrociatori e cinque squadroni di cacciatorpediniere di supporto. I britannici fornirono due incrociatori pesanti e tre divisioni di cacciatorpediniere.
  3. ^ Antivari distava 190 miglia da Cattaro e Malta distava 480 miglia da Antivari, a ciò si univa l'esigenza di inviare periodicamente le navi in rotazione per la manutenzione e i rifornimenti. Il tutto era poi ulteriormente complicato dal fatto che Lepeyrère non disponeva di navi a sufficienza per controllare Antivari e insieme attuare il blocco al canale d'Otranto e proteggere il traffico commerciale, e queste stesse navi erano soprattutto piccole cacciatorpediniere con un raggio d'azione massimo di circa 800 miglia. L'ammiraglio francese chiese quindi l'invio di altre navi che non gli furono concesse in quanto la Gran Bretagna richiedeva solo l'impegno nel proteggere il traffico nel Mediterraneo, e soprattutto per la debolezza dell'esercito montenegrino che, secondo Lepeyrère, avrebbe dovuto sostenere l'azione di terra delle truppe francesi, ma non ne era in grado. Vedi: Halpern, pp. 109-110.

Bibliografiche[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Isnenghi-Rochat, p. 219.
  2. ^ Favre, pp. 34-35.
  3. ^ Isnenghi-Rochat, pp. 219-220.
  4. ^ Le forze dell'Intesa concessero alla marina italiana quattro navi di linea di tipo non recente, quattro esploratori, dodici cacciatorpediniere, sei sommergibili e alcune torpediniere antiquate, oltre che un'aliquota di velivoli sia francesi che britannici. Vedi: Favre, p. 56.
  5. ^ Isnenghi-Rochat, p. 220.
  6. ^ World War 1 at Sea - FRENCH NAVY. URL consultato il 28 febbraio 2015.
  7. ^ Halpern, p. 93.
  8. ^ Halpern, pp. 94-95.
  9. ^ Halpern, p. 96.
  10. ^ Halpern, p. 97.
  11. ^ Halpern, pp. 99-101.
  12. ^ Halpern, p. 101.
  13. ^ Halpern, p. 110.
  14. ^ Halpern, p. 110.
  15. ^ Halpern, p. 113.
  16. ^ Halpern, p. 115.
  17. ^ Halpern, p. 120.
  18. ^ Halpern, pp. 120-121.
  19. ^ Halpern, p. 203.
  20. ^ Halpern, p. 206.
  21. ^ a b c Mauro Antonellini, Salvat ubi lucet: la base idrovolanti di Porto Corsini e i suoi uomini: 1915-1918, Mauro Antonellini, 2008, ISBN 8895323157. pp. 17-25
  22. ^ Halpern, pp. 197-200.
  23. ^ Halpern, p. 187.
  24. ^ Favre, p. 52.
  25. ^ Favre, p. 70.
  26. ^ Favre, p. 68.
  27. ^ Cacciatorpediniere Turbine - Vieste, Italia Itinerari. URL consultato il 28 febbraio 2015.
  28. ^ Favre, p. 69.
  29. ^ Favre, p. 70.
  30. ^ Primo giorno della grande guerra, Marina Militarei. URL consultato il 28 febbraio 2015.
  31. ^ Halpern, p. 265.
  32. ^ Halpern, p. 266.
  33. ^ Italia e Germania non era formalmente, ancora in stato di guerra,e l'unità aveva designazione austriaca U 26, ma gli equipaggi a bordo dei sommergibili tedeschi non prestavano molta attenzione al dettaglio formale di dichiarazione di guerra. La numerazione in quel periodo era caotica; la k.u.k. Kriegsmarine non utilizzava la nomenclatura U, UB, UC come da prassi tedesca, ma usava sempre la lettera U. Vedi: Halpern, pp. 270-271.
  34. ^ Halpern, p. 270.
  35. ^ Comprendenti le unità della classe Pisa. Vedi: Halpern, p. 272.
  36. ^ Halpern, pp. 271-272.
  37. ^ Halpern, p. 271.
  38. ^ Halpern, p. 273.
  39. ^ Halpern, p. 277.
  40. ^ Halpern, p. 281.
  41. ^ Favre, p. 85.
  42. ^ Favre, pp. 87-88.
  43. ^ Favre, p. 88.
  44. ^ Favre, p. 89.
  45. ^ Favre, p. 89.
  46. ^ Halpern, p. 414.
  47. ^ Favre, p. 92.
  48. ^ Lo storico Halpern parla di 4 cacciatorpediniere, vedi Halpern, p. 408, mentre Favre ne cita sei, vedi Favre, p. 93.
  49. ^ Favre, p. 93.
  50. ^ Halpern, p. 408.
  51. ^ Halpern, pp. 415-416.
  52. ^ Halpern, p. 422.
  53. ^ Favre, pp. 124-125.
  54. ^ William H. Garzke e Robert O. Dulin, Battleships: axis and neutral battleships in World War II, Naval Institute Press, ottobre 1985, ISBN 978-0-87021-101-0. URL consultato il 29 giugno 2011.
  55. ^ a b c Dario Petković: Ratna mornarica austro-ugarske monarhije, Pula 2004, ISBN 953-6250-80-2

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Orio Di Brazzano, La grande guerra nel mare Adriatico, Trieste, Luglio editore, 2011, ISBN 978-88-9694-054-9.
  • Franco Favre, La Marina nella grande guerra, Udine, Gaspari, 2008, ISBN 88-7541-135-2.
  • Paul G. Halpern, La grande guerra nel Mediterraneo, Volume I 1914-1916, Gorizia, Editrice goriziana, 2009, ISBN 978-88-6102-061-0.
  • Mario Isnenghi, Giorgio Rochat, La grande guerra, Milano, Il Mulino, 2014, ISBN 978-88-15-25389-7.
  • Gianni Pieropan, Storia della grande guerra sul fronte italiano, Milano, Mursia, 2009, ISBN 978-88-42-54408-1.
  • Lucio Martino, La grande guerra in Adriatico, Rimini, Il Cerchio, 2014, ISBN 978-88-8474-397-8.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]