Frammentazione della Democrazia Cristiana

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Nell'ottobre 1942 con la fondazione della Democrazia Cristiana (DC) fu realizzata la fusione fra il disciolto Partito Popolare Italiano di Alcide De Gasperi e il Movimento Guelfo d'Azione di Piero Malvestiti. Si realizzò così una forte polarizzazione del voto dei cattolici italiani, tale da far parlare spesso di "unità politica dei cattolici", che peraltro vedeva i cattolici italiani votare anche altre forze politiche e militare in esse. Una nota dell'Osservatore Romano del 1945 affermò espressamente che solo la DC aveva titolo per rappresentare i cattolici in politica.[1] Per oltre cinquanta anni (1942-1994) la DC sarà sempre il primo partito d'Italia (con l'unica eccezione delle elezioni europee del 1984), punto di riferimento privilegiato, in chiave anticomunista, della Santa Sede e, in ossequio ai patti della Conferenza di Jalta del 1945, degli USA. Il tema dell'unità dei cattolici in politica era del resto presente nel magistero della Chiesa Cattolica. Ancora nel 1985, il papa Giovanni Paolo II, nel suo intervento al Convegno ecclesiale italiano di Loreto, ricordò come, pur mantenendo distinto l'impegno di apostolato da quello politico e pur accettando cordialmente la struttura democratica dello Stato, tra i cattolici avesse sempre prevalso la tendenza verso un impegno unitario «soprattutto nei momenti in cui lo richiedeva il bene supremo della nazione». «Questo insegnamento della storia», concluse il pontefice, non andava dimenticato: al contrario, esso doveva essere tenuto ancora ben presente «nei momenti delle responsabili e coerenti scelte» che il cittadino cristiano era chiamato a compiere in quel periodo della storia d'Italia[2][3]. Malgrado il mondo cattolico prevedesse al suo interno una larga diversità di sensibilità, la DC coagulò su di sé la maggior parte del consenso elettorale dei cattolici e fu l'unico soggetto politico di ispirazione dichiaratamente cristiana.

Indice

La crisi degli anni Novanta[modifica | modifica wikitesto]

L'emergere della Lega Nord e la fine dell'Unione Sovietica[modifica | modifica wikitesto]

L'unità venne meno nel corso degli anni novanta, con all'esterno il crollo dell'URSS e all'interno l'emergere della Lega Nord. La fine della guerra fredda aprì nuovi orizzonti anche per le politiche dei vari paesi europei, allentando i condizionamenti ideologici e le paure per la minaccia alla libertà che il comunismo rappresentava per tutti. La Lega Nord, dal canto suo, determinò un deciso cambiamento di rotta nel tradizionale elettorato democristiano delle Regioni settentrionali (in particolare Lombardia, Piemonte e Veneto), con un travaso di milioni di voti a favore del nuovo partito guidato da Umberto Bossi, con marcate tinte separatiste.

Il movimento referendario di Mariotto Segni[modifica | modifica wikitesto]

Ulteriore elemento di rivolgimento del sistema politico fu rappresentato dal movimento referendario animato e guidato dall'esponente democristiano Mariotto Segni, che nel 1990 riuscì a portare all'esame della Corte Costituzionale tre quesiti referendari che miravano ad apportare significative modifiche al sistema elettorale italiano (abolizione del quorum del 65% per far scattare l'elezione con sistema uninominale al Senato, abrogazione della preferenza plurima alla Camera e introduzione di quella unica, estensione del sistema uninominale a tutti i Comuni italiani a prescindere dalle dimensioni). La Consulta bocciò due dei tre quesiti e ammise al voto quello sulla preferenza unica alla Camera. Il referendum si svolse il 9 giugno 1991 e, nonostante gli inviti all'astensione di Craxi e Bossi e il disinteresse della DC, andarono a votare due terzi degli aventi diritto. Il risultato fu un plebiscito a favore del SI' e della conseguente abrogazione della preferenza unica che ottenne il 95,6% dei voti espressi, costituendo un enorme successo per i promotori e per Segni in particolare, che divenne uno dei punti di riferimento dell'agognata riforma istituzionale. Sull'onda del successo ottenuto, i referendari con Segni in testa diedero vita al movimento politico "Alleanza Democratica", che aveva come obiettivo la prosecuzione della campagna referendaria per ottenere la totale trasformazione del sistema elettorale da proporzionale a maggioritario. A marzo del 1993 poi, Mariotto Segni, che non aveva accettato le proposte di assumerne la guida, abbandonò la Democrazia Cristiana e si dedicò totalmente all'organizzazione, insieme ai radicali, del nuovo referendum che, nell'aprile del 1993, vide un'altra netta affermazione dei SI' con l'82,70% dei voti espressi e l'introduzione del sistema maggioritario al Senato. La vicenda politica di Segni proseguì con la creazione di un partito, il Patto Segni, che si alleò con il Partito Popolare Italiano alle elezioni politiche del 1994 e che lo vide indicato dalla coalizione di centro come candidato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri. La netta sconfitta elettorale del Patto per l'Italia (la coalizione tra PPI e Patto Segni), il superamento della questione elettorale con l'approvazione di una nuova legge elettorale complessiva (il cosiddetto "Mattarellum") e l'incapacità dell'esponente sardo di riconvertirsi a un'azione politica di respiro più generale ne segnarono il declino politico. Tuttavia, anche l'esperienza che vide in Segni il proprio leader fu uno degli elementi più importanti nel complesso processo che portò alla trasformazione del sistema politico italiano di quegli anni, alla nascita della cosiddetta "Seconda Repubblica" e al tracollo dei partiti tradizionali. Pesò in particolare sulla Democrazia Cristiana la scelta di Segni di non assumere la guida del partito e anzi di abbandonarla, seguendo in questo l'esempio del conterraneo e compagno di partito Cossiga.

Le "picconate" di Francesco Cossiga[modifica | modifica wikitesto]

Un deciso scossone alle fondamenta dell'edificio politico-istituzionale esistente dal dopoguerra e alla Democrazia Cristiana in modo specifico fu assestato proprio dal principale custode del buon funzionamento delle istituzioni, il Presidente della Repubblica in carica Francesco Cossiga. Questi, che per quasi tutto il settennato di presidenza aveva mantenuto un profilo poco appariscente, svolgendo le sue funzioni secondo il modello classico dell'arbitro tra i poteri costituzionali, a partire dal 1991 iniziò a rilasciare continue dichiarazioni ("esternazioni" o "picconate", come egli stesso le definì: "Adesso gli scherzi sono finiti, è arrivato il tempo delle "picconate", disse il 23 marzo 1991 quando, intervistato alla Fiera di Roma, Cossiga minacciò lo scioglimento delle Camere) sia in forma istituzionale (messaggi alle Camere) sia in forma libera, che misero in subbuglio i partiti e le istituzioni. Nel novembre del 1991 affermò: "Ho dato al sistema picconate tali che non possa essere restaurato ma debba essere cambiato". Cossiga distribuiva le sue picconate in tutte le direzioni. Attaccò soprattutto Achille Occhetto come reazione al fatto che il PDS aveva appoggiato la proposta di messa in stato d'accusa del Capo dello Stato promossa dai radicali sulla vicenda Gladio. Il 22 gennaio 1992, in risposta al PDS che lo attaccava "sul piano Solo, P2, su golpismo e impeachment, disse che "Occhetto aveva il potere di far rivivere le cose più abbiette e più volgari del paleo-stalinismo". Entrò in conflitto col vicepresidente del CSM Galloni arrivando a revocargli la delega in corso di seduta. Famosa fu la frase sui "giudici ragazzini" mandati in trincea in Sicilia a combattere la mafia. Furono proprio la magistratura e il suo partito di provenienza, la DC, i bersagli più frequenti delle sue esternazioni. Il 31 dicembre 1991 rinunciò a formulare i tradizionali auguri di fine anno (gli ultimi del suo mandato) spiegando così la decisione: "Non certo mancanza di coraggio o peggio resa verso le intimidazioni ma il dovere sommo, e direi quasi disperato, della prudenza sembra consigliare di non dire, in questa solenne e serena circostanza, tutto quello che in spirito e dovere di sincerità si dovrebbe dire; tuttavia, parlare non dicendo, tacendo anzi quello che tacere non si dovrebbe, non sarebbe conforme alla mia dignità di uomo libero, al mio costume di schiettezza, ai miei doveri nei confronti della Nazione E questo proprio ormai alla fine del mio mandato che appunto va a scadere il prossimo 3 luglio 1992.". Agli inizi del 1992 annunciò la decisione di lasciare il proprio partito, la Democrazia Cristiana, che secondo lui l'aveva abbandonato ai suoi avversari. Cossiga scrisse la sua decisione in una lettera del 23 gennaio 1992 inviata al quotidiano "Il Popolo" che però non la pubblicò, amareggiando l'autore che a maggio dello stesso anno, già dimessosi dall'incarico, dichiarò: "È la DC il nemico che ha tradito, incapace di modificare la sua arroganza, allo sbando. I dirigenti DC la gente li prenderà a sassate per la strada. Io non li ho buttati giù dalle scale, ma la gente non avrà i miei scrupoli (...). DC da lapidare. De Mita è il meglio. Forlani è un ipocrita: non mente, lui, nasconde la verità" (..) Ho scritto al Popolo una lettera, in cui spiegavo perché non mi sarei più iscritto al gruppo DC del Senato. Hanno rifiutato di pubblicarmela; era più importante la seduta alla sezione della Garbatella" (da "Il Secolo", venerdì 1º maggio 1992). Sono parole che, drammaticamente (anche se in circostanze ben diverse) riecheggiano quelle scritte 14 anni prima da Aldo Moro contro il suo partito (anche lui disse di lasciare la DC) e che pesarono come un macigno sul periodo successivo di vita del partito e del paese.

L'inchiesta "Mani pulite"[modifica | modifica wikitesto]

L'indagine chiamata Mani pulite scoperchiò il sistema di corruzione e di finanziamento illecito di tutti i partiti di governo (lasciando pressoché indenni le opposizioni comunista e missina) e determinò un vero terremoto politico, nel quale numerosi dirigenti di partito furono arrestati e condannati e i leader dei partiti storici, che fino a pochi mesi prima discutevano della loro elezione al Quirinale o dell'incarico a Palazzo Chigi, videro terminare bruscamente la loro esperienza politica. Allo stesso tempo, il terremoto giudiziario allontanò gli elettori dai partiti tradizionali e in particolare dalla DC.

Nel 1994 la DC venne dichiarata sciolta dal Consiglio nazionale del partito e assorbita da un nuovo soggetto politico, il Partito Popolare Italiano. Questa decisione fu preceduta e seguita da una serie di scissioni e ricomposizioni, di costituzioni e di estinzioni di nuovi partiti di matrice democristiana.

I primi cambiamenti del panorama politico italiano (1991-1992)[modifica | modifica wikitesto]

"La Rete" di Leoluca Orlando[modifica | modifica wikitesto]

Dopo essere uscito dalla DC, il 24 gennaio 1991 Leoluca Orlando fondò il Movimento per la Democrazia - La Rete, un partito politico che diventerà un luogo di aggregazione tra esponenti della sinistra democristiana e esponenti della sinistra ambientalista e comunista[4], con cui parteciperà alle elezioni regionali siciliane nel giugno dello stesso anno, ed alle elezioni politiche dell'anno successivo. Fu la prima scissione di una corrente dal partito dalla fondazione della Democrazia Cristiana.

La fine del Partito Comunista Italiano[modifica | modifica wikitesto]

Nello stesso periodo, facendo seguito a quanto annunciato nel novembre 1989, il Partito Comunista Italiano, tradizionale antagonista della DC sin dalla nascita della Repubblica Italiana, si sciolse il 3 febbraio 1991, trasformandosi in Partito Democratico della Sinistra e abbandonando di conseguenza il suo riferimento al comunismo. Venne così meno per molti elettori moderati la necessità di votare DC in funzione anticomunista.

L'omicidio di Salvo Lima[modifica | modifica wikitesto]

Il mondo politico e l'opinione pubblica furono inoltre scossi nel marzo 1992 dall'uccisione ad opera della mafia di Salvo Lima[5], leader siciliano della corrente politica di Giulio Andreotti omicidio che lasciava sospettare collusioni fra DC e mafia[6].

Le elezioni del 1992[modifica | modifica wikitesto]

Il 5 aprile 1992 le elezioni politiche videro per la prima volta la DC scendere sotto la soglia del 30% dei voti, anche a causa di una forte emorragia di voti a favore dei partiti autonomisti nelle tradizionali "regioni bianche" dell'Italia settentrionale. Il fatto poi che l'insieme del quadripartito che sosteneva il governo Andreotti VII fosse sotto il 49%, dimostrò che con la DC entrava definitivamente in crisi un intero sistema politico. Tuttavia DC, PSI, PSDI e PLI mantenevano ancora la maggioranza in Parlamento e riuscirono a formare un nuovo governo presieduto da Giuliano Amato: in tal modo si realizzò il patto pensato al momento delle elezioni, che prevedeva il ritorno dei socialisti a Palazzo Chigi e la conferma di un democristiano al Quirinale, ma - a causa degli stravolgimenti causati dalle indagini giudiziarie - la DC e il PSI furono costretti a cambiare le persone designate, con Scalfaro e Amato scelti al posto dei predestinati Forlani e Craxi.[7]

Ma i colpi inferti al sistema politico dai provvedimenti della magistratura (che di quando in quando andavano a colpire anche esponenti del governo), dalle urla e dai voti della Lega Nord e dai successi del movimento referendario trasversale guidato da Mariotto Segni proseguirono e costrinsero di lì a meno di un anno Amato a dimettersi per fare posto a un governo tecnico-politico, guidato da Carlo Azeglio Ciampi (cooptato dalla Banca d'Italia e gradito alla sinistra), chiamato a proseguire l'azione di rigore economico già avviata da Amato. Il Governo Ciampi fu un governo di larga coalizione a cui parteciparono anche i partiti di sinistra (PDS e Verdi) con propri esponenti nominati ministri. Peraltro i ministri del PDS Visco e Berlinguer e il verde Rutelli si dimisero pochi giorni dopo il giuramento per far posto a due tecnici e a un esponente socialista.

Gli omicidi di Falcone e Borsellino e l'elezione di Scalfaro al Quirinale[modifica | modifica wikitesto]

La crisi del sistema politico fu accentuata in pochi mesi dall'omicidio dei due magistrati simbolo della lotta giudiziaria alla mafia, Giovanni Falcone a maggio e Paolo Borsellino a luglio. Falcone e Borsellino, infatti, avevano messo in luce nelle loro indagini i legami tra le cosche siciliane e i politici locali, con inevitabili riflessi anche sulla libertà di voto. L'uccisione di Falcone, paradossalmente, agevolò, quasi alla stregua di un canto del cigno, la salita al Quirinale dell'ultimo esponente democristiano chiamato a svolgere incarichi istituzionali di vertice, Oscar Luigi Scalfaro, dopo che il Parlamento, per diverse settimane, non era riuscito a scegliere il successore di Francesco Cossiga.

La DC di Martinazzoli (1992-1994) e la fuoriuscita dei Cristiano Sociali[modifica | modifica wikitesto]

Dopo le elezioni politiche del 1992, si pose per la DC il problema di rinnovarsi preservando la sua unità. A sostenere ciò in quei mesi è anche un gesuita teologo e politologo del calibro di padre Bartolomeo Sorge (ispiratore anche del movimento della Rete di Orlando), che il 20 giugno 1992 intervistato da Panorama avvertì: «se dovesse fallire l'ennesimo tentativo di rinnovamento della DC, dalla tradizione cattolico-democratica gemmerà spontaneamente, come partito rinnovato, il vero Partito popolare di Sturzo» e «la vecchia DC, ulteriormente ridimensionata, potrebbe trasformarsi nel polo conservatore della politica italiana»Secondo Sorge, per evitare scissioni dalla DC«dovrebbero verificarsi tre condizioni: chiaro cambiamento di classe dirigente, riforma interna del partito e un programma politico forte»[8].

Dimessosi Forlani[9], il 12 ottobre 1992 il Consiglio Nazionale della DC elesse per acclamazione nuovo segretario del partito Mino Martinazzoli[10], che si orientò subito per un rinnovo profondo della struttura partito che doveva dirigere. Quindici giorni dopo Rosa Russo Jervolino divenne presidente del Consiglio Nazionale in sostituzione di Ciriaco De Mita[11].

Il 2 dicembre successivo Franco Marini presentò un piano "per il rilancio organizzativo del partito all'insegna del rinnovamento" che prevedeva anche l'azzeramento del tesseramento. Lo scopo dichiarato era quello di costruire un nuovo partito che sapesse attirare sulla base di un programma e di un'idea, e non per il cosiddetto "spauracchio del comunismo" o perché partito di potere[12][13].

Vista la pesante sconfitta (dal 36 al 24% di voti) alle elezioni amministrative del 13 e 14 dicembre, la Direzione Nazionale DC affrettò il passo nel cammino del rinnovamento e su Il Popolo del 31 dicembre venne pubblicato il Manifesto di adesione alla DC[14][15].

Alla fine del gennaio 1993 Martinazzoli propose come meta una «Camaldoli 2», con riferimento al Codice di Camaldoli del 1943-1945 che tracciava idee e principi ai quali la DC più o meno si attenne nei decessi successivi.

Il 26 marzo venne approvato il Codice deontologico del democristiano[16], ma tre giorni dopo Mario Segni lasciò la Dc per scetticismo sulla reale efficacia dell'operato di Martinazzoli[17][18].

Proprio in quei giorni di fine marzo del 1993 la Democrazia Cristiana subì un'ulteriore gravissimo colpo per via giudiziaria: a Palermo venne formalmente imputato per associazione mafiosa Giulio Andreotti, emblema vivente del partito, sempre al potere dalla sua nascita nel dopoguerra, più volte Presidente del Consiglio e guida di una corrente sempre decisiva per le scelte politiche a livello nazionale. Il processo ad Andreotti venne interpretato da alcuni osservatori come un processo a un'intera classe politica e a tutta la DC. Andreotti fu processato anche a Perugia per l'omicidio del giornalista Mino Pecorelli, di cui fu considerato il mandante dalla pubblica accusa. Il processo rappresentò un altro decisivo colpo per la sopravvivenza del partito. Lo stesso Mino Martinazzoli, come pure l'ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, furono chiamati a testimoniare. Dopo l'assoluzione in primo grado nel 1999, Martinazzoli pronunciò una vera e propria filippica (che ricordava nei toni il "non ci processerete" di Aldo Moro all'epoca del processo per lo scandalo Lockheed) contro coloro che avevano voluto "riscrivere la storia d'Italia" con quel processo (riferimento non velato agli stessi magistrati palermitani e a esponenti politici che strumentalizzarono il processo), invitando gli accusatori a "chiedere scusa ad Andreotti" e indicando quest'ultimo come modello di comportamento. Dal canto suo, Cossiga dichiarò che il Procuratore capo Giancarlo Caselli si sarebbe dovuto dimettere[19]. Tuttavia Andreotti verrà alla fine prosciolto da ogni accusa.

Il 18 aprile 1993 un referendum, appoggiato anche dalla DC, abrogò la legge elettorale proporzionale. Fu chiaro che si andava verso una Seconda Repubblica e la DC cercava di adeguarsi al meglio al nuovo clima politico.

Il 23 giugno al Giornale Radio 2, Martinazzoli azzardò l'idea di un nuovo partito da chiamare Centro Popolare[20]. Il partito reagì male[21] e il 25 giugno alla riunione della Direzione Nazionale del partito Martinazzoli smentì di voler sciogliere la DC e si dimise da segretario. Le sue dimissioni furono respinte all'unanimità e la Direzione Nazionale accordò nuovamente la fiducia sul progetto di rinnovamento della DC[22].

Il 10 luglio il segretario regionale del Veneto, Rosy Bindi, giocò d'anticipo e insieme a tutta la DC veneta chiese da Abano Terme «una nuova formazione politica, democratica e popolare»[23][24].

Circa due settimane dopo, a Roma si tenne l'Assemblea programmatica costituente (23-26 luglio), nella quale Martinazzoli lanciò l'idea di aprire la «terza fase storica della tradizione cattolico-democratica» con «un partito nazionale di programma, fondato sul valore cristiano della solidarietà» da chiamare «Partito Popolare». Ad ascoltarlo erano presenti 500 persone divise a metà tra membri della DC e personalità del cattolicesimo e non solo[25][26][27][28][29].

L'Assemblea concluse i suoi lavori approvando un documento politico che dava un pieno mandato di fiducia a Martinazzoli di costruire un Partito Popolare sulle ceneri della DC: «L'Assemblea decide di dar vita al nuovo soggetto politico di ispirazione cristiana e popolare, destinato ad aprire la terza fase della presenza dei cattolici democratici nella storia d'Italia. E dà mandato al segretario politico di adottare ogni iniziativa a tal fine necessaria, conferendogli i poteri per la gestione straordinaria e per la tempestiva preparazione e convocazione del Congresso del nuovo partito».

Unico a votare contro fu l'economista Ermanno Gorrieri[30], il quale l'11 settembre successivo lascerà la DC per fondare il Movimento dei Cristiano Sociali[31] con Pierre Carniti, Paola Gaiotti, Luciano Guerzoni, Gianni Mattioli, Dario Franceschini, Laura Rozza, Luigi Viviani e altri sindacalisti ed ex-aclisti[32]. La DC perdeva così con una scissione la sua estrema sinistra, anche se la cosa non crea grandi traumi nel corpo del partito.

Un mese dopo l'Assemblea programmatica, Martinazzoli fissò il mese di gennaio 1994 come data di fondazione del PP[33].

Intanto continuava l'emorragia di voti: le elezioni amministrative del 21 e 22 novembre videro la DC attestarsi all'11,2% nei comuni sopra i quindicimila abitanti. La DC entrava in agitazione e il 24 Clemente Mastella chiese un congresso nazionale immediato nel quale si sarebbe candidato alla segreteria[34]. Per Martinazzoli il congresso restava convocato per il 18 gennaio successivo, 75º anniversario della nascita del PPI di Luigi Sturzo[35].

Fu l'inizio di un mese intenso dove la convivenza delle varie componenti DC divenne sempre più difficile. Al centro del dibattito vi era la questione della linea politica che avrebbe dovuto tenere il futuro partito. Il 2 dicembre il capogruppo alla Camera dei deputati Gerardo Bianco chiese di andare verso «il filone liberal-democratico e del socialismo riformista»[36]. Il 16 dicembre Pier Ferdinando Casini e altri 75 centristi circa chiesero a Martinazzoli di «verificare la possibilità di creare un grande rassemblement popolare e moderato, che sia coerente con il nostro patrimonio di valori ideali e programmatici e che veda assieme cattolici e laici, compenetrando la dottrina sociale della Chiesa e la cultura liberal democratica»[37]. Intanto il 13 dicembre Rocco Buttiglione si era candidato alla guida del PPI[38].

Il 30 dicembre Casini e Mastella presentarono il loro progetto volto a ottenere un PPI nettamente contrapposto alla coalizione del PDS e per questo alleato della Lega Nord, del Patto Segni, dell'ancora non nata Forza Italia di Silvio Berlusconi ed eventualmente anche del nuovo MSI-Alleanza Nazionale di Gianfranco Fini[39][40].

Ma la corrente centrista di Casini e Mastella durò poco: nonostante la Lettera ai vescovi italiani sulle responsabilità dei cattolici nell'ora presente scritta il 6 gennaio 1994 (ma divulgata il 10) da papa Giovanni Paolo II[41][42][43], il 13 avvenne la spaccatura del partito. Quel giorno, infatti, Casini e Mastella rendono noti i propri coordinatori regionali alternativi a quelli nominati da Martinazzoli[44]. Falliscono così gli ultimi tentativi di ricucire condotti da Ciriaco De Mita e a Francesco Cossiga[45]. Il contrasto interno al partito venne così spiegato da Buttiglione su Il Popolo: «Il problema di fondo sta nella scelta strategica del nuovo partito, cioè nell'essere alternativo al PDS. I centristi da questo traggono però quasi automaticamente una conseguenza sbagliata, quella di un'alleanza con Lega, Berlusconi e MSI».

I Cristiano Sociali (1993-1998)[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Cristiano Sociali.

A luglio del 1993 nacque, come detto, la compagine dei Cristiano Sociali, fuoriuscita dalla DC di cui non condivise la progettata trasformazione in Partito Popolare Italiano. L'intento dei Cristiano Sociali, guidati da Pierre Carniti e Mimmo Lucà, fu quello di costituire una partecipazione del cristianesimo sociale e politico all'interno dello schieramento progressista che si andava formando per iniziativa di Achille Occhetto, segretario del PDS. I Cristiano Sociali fecero parte delle coalizioni di centrosinistra alle elezioni politiche del 1994 e del 1996 (L'Ulivo) sino allo scioglimento con la contestuale confluenza nel partito dei DS avvenuto nel 1998.

La nascita del Partito Popolare Italiano e la scissione del CCD (1994)[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Partito Popolare Italiano (1994).

La mattina del 18 gennaio 1994 nasce il Centro Cristiano Democratico (CCD) di Casini e Mastella, il quale subito avvia colloqui con Berlusconi[46] che proprio quello stesso giorno fonda il Movimento Politico Forza Italia.

Nel pomeriggio nasce invece il Partito Popolare Italiano (PPI) all'Istituto Sturzo[47]. Il giorno dopo i parlamentari DC aderiscono in massa al nuovo PPI, tranne 22 deputati che si dichiarano del CCD[48]. L'Osservatore Romano auspica ancora «la ricomposizione e l'unità».

Con queste premesse, il 22 si tiene, presso il palazzo dei Congressi di Roma, l'Assemblea Costituente del nuovo Partito Popolare Italiano[49].

Il 29 gennaio il consiglio nazionale della DC scioglie il partito[50] e il 31 sarà riconosciuto al CCD il 15% del patrimonio DC[51]. È del PPI «la prevalente utilizzazione dello scudo crociato».

Tutto ciò avviene alla vigilia delle elezioni politiche del 1994, indette per il 27 e 28 marzo. Coerentemente con quanto dichiarato in precedenza, Martinazzoli rifiuta l'idea di un'alleanza elettorale con Berlusconi, Bossi e Fini (17 febbraio) e lancia invece (25 febbraio) un polo centrista, il Patto per l'Italia, con Giuliano Amato, Giorgio La Malfa e Mario Segni, quest'ultimo candidato alla Presidenza del Consiglio.

Le elezioni sancirono una netta sconfitta per la coalizione di centro (11,1% per il PPI) e il 30 marzo Martinazzoli dà le dimissioni[52]. Il 29 luglio il I Congresso Nazionale del PPI elegge segretario nazionale Rocco Buttiglione col 55% dei voti. Contraria la sinistra del partito (Martinazzoli compreso) che contrappose Giovanni Bianchi prima e Nicola Mancino poi[53]. Bianchi diverrà comunque presidente del consiglio nazionale[54].

Il Centro Cristiano Democratico (1994-2002)[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Centro Cristiano Democratico.

Il partito fondato da Pier Ferdinando Casini e Clemente Mastella portò avanti, nei suoi anni di operatività compresi tra il 1994 e il 2002, una linea politica di costante alleanza con i partiti del centrodestra (Forza Italia, Alleanza Nazionale e Lega Nord), contribuendo alla vittoria elettorale del 1994 con la nascita del primo Governo Berlusconi, nel quale Mastella ricoprì l'incarico di Ministro del Lavoro e Francesco D'Onofrio quello di Ministro della Pubblica Istruzione. Fece opposizione ai governi Dini, Prodi I, D'Alema I e II e Amato II, tornando alla vittoria col centrodestra nel 2001 e appoggiando il nuovo Governo Berlusconi. In questa legislatura Casini fu eletto Presidente della Camera. L'esperienza politica del CCD si concluse nel 2002 con la fusione con CDU e DE che diede vita all'UDC. Segretari del CCD furono Pier Ferdinando Casini e Marco Follini.

La scissione del PPI in due partiti: il CDU (simbolo "scudo crociato") e il PPI (simbolo "gonfalone") (1995)[modifica | modifica wikitesto]

Fallito il polo centrista e caduto il Governo Berlusconi I (21 dicembre 1994), restò irrisolta la collocazione del PPI nel nuovo bipolarismo italiano. Il CCD invece confermò la piena adesione al Polo delle Libertà di Berlusconi.

I maggiorenti della sinistra del partito (Bianchi, Bindi, Mattarella, Andreatta, Jervolino e altri) iniziarono unilateralmente a trattare per un sostegno alla candidatura di Prodi alla guida del governo, forzando in tal modo i deliberati congressuali. Buttiglione reagì, intavolando trattative sul versante opposto. Il 27 gennaio 1995 si presentò al congresso di scioglimento del Movimento Sociale Italiano e di fondazione di Alleanza Nazionale[55]. Una parte del PPI insorse, vedendo tradite le radici antifasciste della cultura democristiana[56], ma il 30 Buttiglione rilanciò la sua linea, suggerendo al PPI di «valutare il ragionevole rischio di allearsi con Alleanza Nazionale fin dalle successive elezioni regionali»[57].

Il 2 febbraio i capigruppo Andreatta e Mancino e il presidente Bianchi formalizzarono la candidatura di Prodi alla guida di uno schieramento di centrosinistra[58]. L'iniziativa venne però censurata dalla dirigenza del PPI, che deferì i tre al Collegio dei probiviri.[59]

In vista delle amministrative del 23 aprile 1995, Buttiglione firmò l'8 marzo un accordo elettorale col Polo[60]. L'accordo però venne respinto tre giorni dopo dal Consiglio Nazionale del partito con 102 voti contro 99. Su quel voto Buttiglione aveva posto la questione di fiducia, ma rifiutò comunque di dimettersi perché constatò l'irregolarità del voto del Cn, non avendo il presidente Bianchi ammesso al voto quattro consiglieri sospesi dal partito perché indagati dalla magistratura e ammesso invece tre consiglieri sospesi dai probiviri[61].

Buttiglione fece dunque ricorso ai probiviri, che il 14 marzo lo accolsero con 5 voti a favore, tre contrari e un astenuto[62]. Due giorni dopo però il Cn, presente al 53%, elesse all'unanimità nuovo segretario Gerardo Bianco[63]. Buttiglione risponde espellendo i 114 consiglieri che hanno partecipato all'elezione di Bianco[64]. Da questo momento in poi operarono due soggetti politici che si facevano chiamare PPI, l'uno di Bianco e l'altro di Buttiglione: il primo fondato sulla delibera del Cn annullata dai probiviri, il secondo sugli esiti del Congresso nazionale del 1994.

Nel contesto del conflitto interno al PPI si registrò un significativo intervento del presidente della Conferenza Episcopale Italiana, il cardinale Camillo Ruini, il quale dichiarò il 27 marzo a Loreto: «eventi recentissimi e dolorosi hanno condotto ad un'ulteriore e più grave frattura nella rappresentanza politica che fa riferimento all'ispirazione cristiana. È andato così ancora più avanti e sembra praticamente giunto a compimento quel processo che, nell'arco di alcuni anni, ha visto declinare l'impegno unitario organizzato dei cattolici italiani in ambito politico»[65].

Alle elezioni amministrative la fazione bianchiana fu costretta a presentarsi con un nuovo simbolo (un gonfalone con scritto popolari)[66][67], mentre il PPI di Buttiglione si presentò in una lista unica con Forza Italia denominata Polo Popolare[68].

Il 3 giugno il Tribunale civile di Roma, riconobbe la regolarità di alcune delibere del Consiglio Nazionale e annullò le espulsioni e sospensioni decretate da Buttiglione, confermando peraltro che il segretario del PPI era quest'ultimo e non Bianco, la cui elezione era invalida e priva di effetti.[69]

Il 24 giugno venne finalmente ricomposto il contenzioso pendente tra le due porzioni del PPI (gli espulsi di Gerardo Bianco e i legittimati congressuali di Rocco Buttiglione). A Cannes - grazie ai buoni uffici del presidente del Partito Popolare Europeo Wilfried Martens e alla benevola rinuncia "pro bono pacis" ad alcuni diritti da parte di Buttiglione a favore di Bianco - il leader popolare Buttiglione e il suo antagonista Bianco si accordarono in questi termini: alla fazione bianchiana furono assegnati il nome del partito e il quotidiano Il Popolo, mentre il simbolo dello scudocrociato col settimanale La Discussione furono assegnati a Buttiglione, che si impegnò ad attribuire un nuovo nome alla porzione di PPI a lui facente capo. Entrambe le porzioni di Partito popolare furono ammesse nell'Internazionale democristiana[70].

Il 1º luglio il congresso dei bianchiani elesse all'unanimità Bianco come segretario della porzione di partito facente a lui riferimento, che poté assumere il nome di Partito Popolare Italiano[71]. Venne anche approvato, con qualche rammarico, il nuovo simbolo del gonfalone crociato e gli accordi di Cannes.[72].

Il 23 luglio 1995 Buttiglione denominò invece Cristiani Democratici Uniti la porzione del partito facente a lui riferimento e titolare dello scudo crociato.[73]

Da quel momento le due porzioni del vecchio PPI unitario proseguirono come partiti distinti la loro storia, che si concluderà per entrambi (come pure per il CCD, altra costola della vecchia Dc) nel 2002, quando il nuovo PPI confluirà nel partito della Margherita e il CDU, fondendosi con il CCD e con DE, darà vita a un nuovo partito, l'Unione dei Democratici Cristiani e di Centro.

Il nuovo PPI del gonfalone (1995-2002)[modifica | modifica wikitesto]

Il neonato PPI del gonfalone, guidato inizialmente da Gerardo Bianco, si collocò immediatamente nell'area politica del centrosinistra, ivi permanendo sino alla sua estinzione, avvenuta nel 2002. Contribuì alla vittoria elettorale dell'Ulivo nel 1996 e alla successiva formazione dei governi presieduti da Romano Prodi, Massimo D'Alema e Giuliano Amato, sino alla sconfitta elettorale del centrosinistra nel 2001. Tra il 2001 e il 2002 (anno in cui confluì nella Margherita) il PPI fece opposizione al secondo governo Berlusconi. Negli anni di attività (1995-2002) il PPI riuscì a fare eleggere alla presidenza del Senato Nicola Mancino e a far nominare ministri i suoi esponenti Beniamino Andreatta (Difesa), Michele Pinto (Risorse agricole), Rosy Bindi (Sanità), Rosa Russo Iervolino (Interno), Enrico Micheli (Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio; Lavori pubblici), Ortensio Zecchino (Università, Istruzione e Ricerca scientifica), Sergio Mattarella (Difesa), Enrico Letta (Industria, Commercio e Artigianato; Commercio Estero), Patrizia Toia (Rapporti col Parlamento), Salvatore Cardinale (Comunicazioni). I segretari del partito, dopo Gerardo Bianco, furono Franco Marini e Pierluigi Castagnetti.

I Cristiani Democratici Uniti (1995-2002)[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Cristiani Democratici Uniti.

Più articolata fu la traiettoria politica disegnata dal CDU, partito nato dagli accordi di Cannes e guidato da Rocco Buttiglione. Collocatosi inizialmente (come naturale prosecuzione della battaglia condotta all'interno del PPI unitario) nell'alleanza di centrodestra e ottenuta nel 1995 l'elezione di Roberto Formigoni alla presidenza della Regione Lombardia, presentò liste comuni col CCD alle elezioni politiche del 1996, cui si affiancò in un unico gruppo parlamentare anche nell'opposizione al primo governo presieduto da Prodi dopo la vittoria dell'Ulivo. Nel 1998, però, Buttiglione guidò il CDU ad aderire al progetto politico pensato dall'ex Capo dello Stato Francesco Cossiga, il quale diede vita a una nuova compagine, l'UDR, la cui segreteria venne affidata a Clemente Mastella, nel frattempo uscito dal CCD. In tal modo il partito di Buttiglione si trovò a sostenere la nascita del primo governo presieduto da Massimo D'Alema, che poté ottenere la fiducia al Senato proprio grazie ai voti dell'UDR, che sostituì nella maggioranza Rifondazione Comunista che ne era uscita. Nel governo D'Alema fu nominato ministro anche l'esponente del CDU Gian Guido Folloni. Tale passaggio politico produsse reazioni all'interno del CDU e dell'UDR: Roberto Formigoni non accettò di far parte di una maggioranza di centrosinistra e abbandonò l'UDR e il CDU fondando insieme a Raffaele Fitto e altri il movimento politico dei Cristiani Democratici per la Libertà, che recuperarono l'alleanza con il centrodestra. Successivamente però Buttiglione tornò sui suoi passi: nel 1999 il CDU abbandonò l'alleanza con l'UDR e tornò a operare come soggetto politico distinto, presentando proprie liste alle elezioni europee dello stesso anno, nelle quali Buttiglione fu anche eletto al Parlamento europeo. Qualche tempo dopo il CDU ritirò il sostegno alla maggioranza di centrosinistra, motivando il gesto con il rifiuto degli alleati di appoggiare il progetto del CDU sulla riforma scolastica. Tornato all'opposizione, il CDU riattivò l'alleanza col centrodestra, presentandosi insieme alla Casa delle Libertà e alla Lega Nord alle elezioni del 2001. Vinte le elezioni, il CDU entrò a far parte del secondo governo Berlusconi, nel quale lo stesso Buttiglione ricoprì l'incarico di Ministro per le Politiche comunitarie. Il CDU terminò la sua esperienza nel 2002 fondendosi col CCD nella nuova compagine dell'UDC.

La "Rinascita della Democrazia Cristiana" di Flaminio Piccoli (1997-2012)[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Rinascita della Democrazia Cristiana.

Un gruppo di democristiani contrari alla dissoluzione del partito si organizzò in associazioni che avevano l'intenzione di mantenere viva l'ispirazione democristiana. Tra questi Flaminio Piccoli, il quale, con Giuseppe Alessi e Giuseppe Pizza, fondò nel 1997 la Rinascita della Democrazia Cristiana, impegnando l'associazione in una lunga controversia giudiziaria sull'uso del nome e del simbolo del partito democristiano e sulla gestione del patrimonio immobiliare della DC. Dopo il 2000, anno della morte di Piccoli, il partito fu guidato dal presidente Carlo Senaldi, il quale lo fece confluire nel 2005 nella Democrazia Cristiana per le Autonomie e lo fuse nel 2012 con la "Democrazia Cristiana" guidata da Angelo Sandri, sancendone finalmente l'estinzione.

"I Cristiani Democratici per la Repubblica" (1998)[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Cristiani Democratici per la Repubblica.

Il 1998 vide il sorgere del progetto centrista ispirato dall'ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga. Al progetto si mostrarono interessati anche alcuni esponenti del CCD con in testa Clemente Mastella e Salvatore Cardinale, i quali, su suggerimento di Cossiga, diedero vita a una nuova compagine di ispirazione cristiana, il CDR che vivrà solo nel 1998, costituendo in quello stesso anno, col CDU e altre componenti laiche, l'UDR.

I "Cristiani Democratici per la Libertà" di Roberto Formigoni (1998-2001)[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Cristiani Democratici per la Libertà.

Come detto, la decisione dell'UDR (comprendente nel suo seno il CDU) di appoggiare la nascita del primo governo D'Alema determinò nel 1998 una scissione all'interno della compagine cristiano democratica. Roberto Formigoni (presidente della Regione Lombardia) e Raffaele Fitto guidarono la costituzione della nuova compagine denominata Cristiani Democratici per la Libertà, che già dal nome manifestava la chiara intenzione di allearsi e coordinarsi con la Casa delle Libertà, l'alleanza di centrodestra guidata da Silvio Berlusconi. Dopo aver formato liste comuni col CCD alle elezioni amministrative del 1998, il CDL si federò in seguito con Forza Italia, per poi fondersi in essa e terminare la propria vicenda politica nel 2001.

L'UDEUR di Clemente Mastella (1999-2013)[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Popolari UDEUR.

Nel 1999 Clemente Mastella (già esponente DC, CCD, UDR) fondò l'Unione Democratici per l'Europa (UDEUR), che successivamente assunse le denominazioni di Alleanza Popolare - UDEUR, Popolari UDEUR, Popolari per il Sud e UDEUR Popolari per il Sud. Dopo la fine dell'esperienza dell'UDR, inventata da Francesco Cossiga, che aveva coinvolto il CDU di Buttiglione e altre formazioni liberali e nella quale Mastella svolse il ruolo di segretario, esperienza che si rivelò determinante per la prosecuzione della XIII legislatura con la formazione del primo governo D'Alema, Mastella diede vita a una nuova compagine politica ispirata alla tradizione del cristianesimo democratico, tendenzialmente collocata al centro dello schieramento politico italiano e che conobbe vicende e alleanze differenti. Mastella avrebbe voluto proseguire l'attività politica dell'UDR, ma le controversie giudiziarie sull'uso del nome e del simbolo lo indussero a dar vita a una nuova formazione dal nome molto simile al precedente. L'Udeur alla fine del 1999 entrò a far parte della composita maggioranza che sostenne il secondo governo presieduto da D'Alema ottenendo anche un ministero per Agazio Loiero (Rapporti col Parlamento), e per Salvatore Cardinale (Comunicazioni). L'alleanza col centrosinistra proseguì sino al termine della legislatura e l'UDEUR appoggiò anche il secondo governo Amato del quale pure entrò a far parte con Loiero agli affari regionali. La XIV legislatura (2001-2006), interamente governata da Berlusconi, vide l'UDEUR (poi Popolari UDEUR) all'opposizione insieme alle forze del centrosinistra, fino alla costituzione nel 2005 di una nuova coalizione elettorale, L'Unione. Mastella, in cambio della partecipazione all'Unione, chiese la candidatura in una delle grandi regioni del Sud nel 2005, ma la sua richiesta non trovò ascolto, dando così inizio alle turbolenze in un'alleanza mai serena. Dopo il buon esito delle amministrative del 2005, L'Unione si presentò anche alle politiche del 2006, dove prevalse di strettissima misura (+0,7%) sulla Casa delle Libertà. Nacque così il secondo governo Prodi, nel quale Mastella fu Ministro della Giustizia. Prodi incontrò sin dall'inizio fortissime difficoltà a causa delle tensioni continue all'interno della sua variegata maggioranza, che andava da Rifondazione Comunista ad, appunto, i Popolari UDEUR. Dopo diverse polemiche e contrasti interni alla maggioranza, alimentati soprattutto dal leader comunista e Presidente della Camera Bertinotti, furono però proprio i Popolari UDEUR di Mastella a determinare la fine del governo Prodi e della legislatura. Dimessosi da Ministro della Giustizia a causa di un'inchiesta che vide coinvolta la moglie, Mastella portò i Popolari UDEUR all'appoggio esterno al Governo, uscendone poi a gennaio del 2008 in polemica per le scelte degli alleati sulla riforma elettorale e anche per non aver ottenuto la richiesta solidarietà per la vicenda giudiziaria che lo interessava. Dopo varie votazioni di fiducia vinte per un soffio, il governo Prodi cadde, col voto contrario dei Popolari UDEUR, il 23 gennaio 2008 e si dovette quindi andare alle elezioni anticipate alle quali i Popolari UDEUR, dopo un tentativo di alleanza con l'UdC, non si presentò. Dopo l'uscita dall'alleanza di centrosinistra, i Popolari UDEUR si presentarono alle regionali nel 2008 con l'UdC, alle amministrative e alle europee nel 2009 e alle regionali del 2010 con il PdL. Nel 2010 i Popolari UDEUR si trasformarono in Popolari per il Sud e nel 2011 in UDEUR Popolari per il Sud. In quest'anno l'UDEUR Popolari per il Sud avviò una collaborazione coi partiti del neonato Terzo Polo (UdC, FLI, API partecipando ad alcune competizioni elettorali regionali e locali sia nel 2011 che nel 2012. In occasione delle elezioni politiche del 2013 non riuscì a presentare alcuna lista né ad allearsi con centrodestra, finché, dopo un'ultima a presenza alle regionali in Molise del 2013, nel novembre dello stesso anno il partito confluì in Forza Italia e si sciolse.

Il "Partito Democratico Cristiano" di Giovanni Prandini (2000-2013)[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Partito Democratico Cristiano.

L'ex ministro Gianni Prandini insieme ad altri esponenti della Rinascita della Democrazia Cristiana fondata da Flaminio Piccoli, fuoriuscirono nel 2000 da questo movimento per dar vita a un partito autonomo, il Partito Democratico Cristiano, che si alleò prima con Forza Italia confluendovi nel 2002. Tornò quindi a operare in autonomia nel 2005 cambiando radicalmente posizionamento politico e alleandosi con L'Unione. Partecipò poi nel 2008 alla costituzione dell'Unione di Centro per poi appoggiare nel 2013 l'alleanza di centrodestra in polemica con l'UdC. Nel 2013 il PDC è confluito nuovamente in Forza Italia.

L'Unione dei Democratici Cristiani e di Centro e L'Unione di Centro (dal 2002)[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Unione di Centro (2002).

Come si è visto, dalla fusione avvenuta nel 2002 fra il CDU di Buttiglione, il CCD di Casini e la DE di D'Antoni nacque un nuovo partito, l'UDC, che portò avanti la sua azione politica nell'ambito della coalizione di centrodestra (sostenendo il terzo governo Berlusconi- nel quale Buttiglione fu Ministro dei Beni Culturali, Mario Baccini della Funzione Pubblica e Carlo Giovanardi dei Rapporti con il Parlamento - e portando avanti l'opposizione al secondo governo presieduto da Prodi) sino a una nuova fusione (avvenuta nel 2009) tra l'UDC e la Rosa per l'Italia di Savino Pezzotta (oltre ad altre formazioni minori di matrice liberale) da cui nacque un altro partito denominato Unione di Centro (UdC). Tale formazione si separò definitivamente dagli alleati di centrodestra, dopo che già aveva presentato liste proprie sotto il nome di Unione di Centro alle elezioni politiche del 2008 e si era collocata all'opposizione del nuovo Governo Berlusconi nel tentativo di ricreare uno schieramento centrista soprattutto in polemica con la Lega Nord. Nel 2011 l'UdC appoggiò la nascita del Governo Monti, alleandosi alle elezioni politiche del 2013 con la Scelta Civica fondata e guidata dallo stesso premier. Nel 2013 l'UdC contribuì alla formazione del Governo Letta e nel 2014 a quella del Governo Renzi. Nel frattempo si era consumata la rottura dell'alleanza politico-parlamentare coi montiani e si era invece registrato un riavvicinamento con Silvio Berlusconi. Segretari dell'UDC furono Marco Follini e Lorenzo Cesa. Quest'ultimo fu poi eletto anche segretario dell'UdC.

La "Democrazia Cristiana" di Giuseppe Pizza (2002-2013)[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Democrazia Cristiana (2002).

Le vicende giudiziarie ebbero una svolta con una sentenza del settembre 2006, che affermò che la DC, giuridicamente parlando, non venne mai sciolta, in quanto "una tale deliberazione non è mai stata assunta dal Congresso Nazionale del partito, unico organo statutario deputato a questo compito". In base a questa sentenza, Giuseppe Pizza e Aniello Di Vuolo si appropriarono del nome "Democrazia Cristiana" e del simbolo costituito da uno scudo crociato con scritta "Libertas". Nel 2006 il nuovo partito di Pizza (nel frattempo divenuto Segretario Nazionale) si alleò con L'Unione di Romano Prodi. Dopo le elezioni Pizza, risentito per non aver ottenuto alcun incarico di governo per il suo movimento, ruppe l'alleanza con l'Unione e si alleò col Popolo della Libertà di Silvio Berlusconi, riuscendo finalmente a ottenere per sé, dopo le elezioni politiche del 2008, il sospirato incarico di sottosegretario all'istruzione. Il movimento pizziano celebrò i propri congressi in asserita continuità con quelli della DC storica tenutisi sino al diciottesimo nel 1989, svolgendo pertanto il "XIX", "XX" e "XXI" congresso. Il 23 novembre 2013, in ottemperanza a quanto statuito dagli organi statutari competenti, Pizza annunciò ufficialmente lo scioglimento e l'estinzione della "Democrazia Cristiana" da lui guidata e la confluenza nella ricostituita Forza Italia.

La "Democrazia Cristiana" di Angelo Sandri (dal 2004)[modifica | modifica wikitesto]

A seguito dell'insuccesso ottenuto dalla lista Paese Nuovo alle elezioni europee del 2004, una minuta parte dell'Assemblea nazionale degli iscritti della "Democrazia Cristiana" sfiduciò Giuseppe Pizza dall'incarico di segretario del partito e nominò Angelo Sandri coordinatore nazionale. Pizza continuò tuttavia a ritenersi segretario in carica del partito in virtù della sua elezione avvenuta nel XIX congresso del 2003 ed espulse Sandri per aver compiuto e continuato a compiere gravi violazioni dei doveri morali e politici. Sandri fondò così la Democrazia Cristiana-Scudo Crociato-Libertas.[74]

Durante il "XX" congresso della DC tenutosi a Trieste il 29-30 aprile 2005 Angelo Sandri venne confermato all'unanimità Segretario politico nazionale del partito.

Nel 2006, il Tribunale di Roma, dovendo esprimersi su un ricorso presentato dall'UDC nel 2003 contro la DC, estromise la DC di Sandri dal contenzioso e ritenne che DC di Pizza fosse «unico soggetto legittimato per parte attrice» (sentenza n. 19381 del 2006, cd. "sentenza Manzo"), considerando di fatto l'atteggiamento di Sandri e di chi lo ha eletto coordinatore nazionale e poi segretario al pari di una scissione[75]. Nel "XXI" congresso della DC tenutosi a Milano nei giorni 7-8 febbraio 2009 a Milano, Sandri venne confermato segretario del partito all'unanimità.[76] Nel 2012 la Rinascita della Democrazia Cristiana si riunificò alla Democrazia Cristiana - Terzo Polo di Centro e Carlo Senaldi venne eletto presidente nazionale della Democrazia Cristiana unificata[77].

In vista delle elezioni politiche del 2006, mentre la DC di Pizza appoggiava la coalizione di Prodi, la DC di Sandri sostenne l'alleanza di Berlusconi e partecipò alla costruzione di una lista comune con il movimento Italia di Nuovo di Maurizio Scelli. La formazione, denominata "Confederazione Di Centro", presentò il proprio simbolo ma non riuscì tuttavia a raccogliere le firme necessarie alla presentazione delle liste e quindi non si presentò alle elezioni.

In occasione delle elezioni politiche del 2013 la DC di Sandri presentò i propri candidati all'interno del movimento Intesa Popolare di Giampiero Catone[78].

Durante il "XXII" congresso della DC tenutosi a Perugia nei giorni 14-15 dicembre 2013, Sandri venne nuovamente confermato all'unanimità segretario del partito[79].

Il 5 luglio 2014 alcuni consiglieri autoconvocarono il Consiglio Nazionale del partito e deliberarono la sfiducia a Sandri con soli 4 voti contrari, dichiarando destituito il segretario e affidando il partito alla gestione commissariale della Presidente del partito Anna Ciammetti. Immediata fu la reazione di Angelo Sandri, che convocò per il 12 luglio la Direzione nazionale del partito, la quale dichiarò illegittima la convocazione del Consiglio Nazionale e invalide le delibere assunte, espulse la Ciammetti e gli altri autoconvocati dissidenti e confermò Sandri nel ruolo di segretario, nominando Filippo Marino nuovo presidente del partito al posto della Ciammetti.

La "Democrazia Cristiana per le Autonomie" di Gianfranco Rotondi (2005-2009)[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Democrazia Cristiana per le Autonomie.

Tra il 2005 e il 2009 operò anche una compagine politica denominata Democrazia Cristiana per le Autonomie fondata e diretta da Gianfranco Rotondi, ex esponente della DC, del PPI e del CDU. La DCA svolse peraltro sempre azione politica satellitare rispetto al PdL, fino alla definitiva confluenza in questo partito nel 2008 e al conseguente scioglimento nel 2009. Rotondi fu Ministro per l'attuazione del programma di governo nel quarto governo Berlusconi.

La "Rinascita Popolare-Rifondazione Democristiana" di Publio Fiori (dal 2006)[modifica | modifica wikitesto]

Publio Fiori, già esponente della DC e di AN, ministro dei trasporti nel primo Governo Berlusconi, abbandonò nel 2005 AN in polemica con la decisione del suo segretario Gianfranco Fini di appoggiare i referendum abrogativi della legge 40/2004 sulla procreazione medicalmente assistita. Nel 2006 Fiori promosse la costituzione del movimento politico di "Rinascita Popolare-Rifondazione Democristiana", che in seguito si chiamerà semplicemente "Rinascita Popolare", con l'intento di ricomporre l'arcipelago cattolico in uno schieramento unitario.

La "Federazione dei Cristiano Popolari" di Mario Baccini (2008-2013)[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Federazione dei Cristiano Popolari.

La frammentazione del mondo democristiano proseguì nel 2008, quando l'ex esponente della DC, del CCD, dell'UDC e dell'UdC Mario Baccini, non avendo condiviso la separazione dell'UdC dal centrodestra, fondò il movimento denominato Federazione dei Cristiano Popolari, che si collocò nell'alleanza di centro destra, partecipando anche alla fondazione del PdL. Nel 2013 aderì al Nuovo Centrodestra e si sciolse.

I "Popolari Liberali" di Carlo Giovanardi (dal 2008)[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Popolari Liberali.

Nel 2008, in contrasto con la decisione dell'UdC di abbandonare l'alleanza con il centrodestra, Carlo Giovanardi fondò i Popolari Liberali che si alleò con Il Popolo della Libertà, diventandone una corrente. Giovanardi nel 2013 aderì al Nuovo Centrodestra e i Popolari liberali ne divennero una corrente, fino a novembre del 2015, quando Giovanardi annunciò la decisione di abbandonare il NCD per tentare di costruire un'area popolare marcatamente alternativa alla sinistra. Così i popolari liberali cessarono di sostenere il governo Renzi passando all'opposizione e divenendo una corrente del neonato movimento politico chiamato "Idea", guidato dall'ex ministro ed ex esponente di Forza Italia e NCD Gaetano Quagliariello.

L'"Alleanza di Centro" di Francesco Pionati (dal 2008)[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Alleanza di Centro.

Sempre come reazione alla rottura da parte dell'UdC dell'alleanza con Silvio Berlusconi e col centrodestra, nacque per iniziativa di Francesco Pionati (in quel momento parlamentare dell'UdC) il nuovo partito di matrice democratico cristiana Alleanza di Centro, che si riavvicinerà al centro destra sostenendo il quarto governo Berlusconi e poi facendo opposizione al governo Monti.

La Confederazione dei Democristiani e di Centro (2008)[modifica | modifica wikitesto]

Nel giugno 2008, la Democrazia Cristiana di Sandri promuove un'iniziativa di coordinamento tra i partiti, i movimenti e le associazioni che si ricollegano direttamente alla tradizione della Democrazia Cristiana. Al progetto prendono parte: "Alleanza Cristiana" di Aldo Corazzi; l'"Associazione dei Democratici Cristiani" di Mario Bertone; il "Movimento Cattolici per l'Italia" di Paolo Majolino; "Democrazia Cristiana Europea" di Giovanni Ottaviani; "Democrazia e Partecipazione" di Egidio Pedrini; il "Movimento Italiano Diritti Civili"; il "Movimento Democratico Liberi e Forti"; il "Movimento per la Sovranità Popolare"; il "Movimento Pensionati d'Italia"; il "Movimento Solidarietà, Giustizia e Pace" di Piero Pirovano; il movimento "No Privilegi politici" di Silvano Giometto; la "Nuova Democrazia Cristiana" di Salvatore Platania; il "Partito dell'Alleanza" di Sante Pisani; il Partito Democratico Cristiano di Gianni Prandini; "Rifondazione DC" di Publio Fiori; il movimento "Fermiamo le banche" di Alfonso Luigi Marra.[80][81]

Torna la Democrazia Cristiana: i consiglieri del 1993 eleggono segretario Gianni Fontana (dal 2012)[modifica | modifica wikitesto]

La sentenza delle Sezioni Unite della Cassazione n.25999/2010[82] sancì definitivamente che la Democrazia Cristiana sorta nel 1942 non aveva una continuità giuridica con le varie formazioni che avevano rivendicato la successione di quel partito. La sentenza chiarì anche che la Democrazia Cristiana non fu mai sciolta dal Congresso, unico soggetto statutariamente legittimato ad assumere tale decisione. Pertanto, su iniziativa di Clelio Darida, con un avviso sulla Gazzetta Ufficiale del 13 marzo 2012, fu riconvocato il Consiglio nazionale in carica nel 1993 per deliberare l'elezione del Segretario politico e del Presidente del Consiglio nazionale. Il Cn, riunitosi a Roma il 30 marzo 2012, elesse Segretario politico Gianni Fontana e Presidente del Consiglio nazionale Silvio Lega, rivendicando la continuità storica ed associativa con la Democrazia Cristiana che sospese la propria attività sotto la segreteria di Mino Martinazzoli, nel tentativo, non riuscito, di farla confluire nel Partito Popolare Italiano. Diventarono pertanto tre i soggetti politici che rivendicavano il nome di "Democrazia Cristiana", guidati rispettivamente da Giuseppe Pizza, Angelo Sandri e Gianni Fontana. Le DC si riducono poi a due dopo l'estinzione di quella di Pizza avvenuta nel 2013, mentre dopo il luglio del 2014 anche la DC fondata da Sandri fa perdere le sue tracce. Anche il partito guidato da Fontana riprese la celebrazione dei congressi proseguendo la numerazione dall'ultimo di quelli celebrati dalla DC storica, il XVIII tenutosi nel 1989. Così, nel novembre del 2012 si celebrò il XIX congresso, che ratificò l'elezione di Fontana. Successivamente, però, i membri della rinata DC ne modificano la natura e il nome in "Associazione Democrazia Cristiana" e Gianni Fontana assume la carica non più di segretario politico del partito, ma di presidente dell'associazione.

I "Popolari per l'Italia" di Mario Mauro (dal 2014)[modifica | modifica wikitesto]

È un movimento politico nato all'inizio del 2014 dalle frizioni all'interno di Scelta Civica, il cartello elettorale sorto nel 2013 per sostenere la leadership di Mario Monti. Mario Mauro, che fu ministro della Difesa nel Governo Monti, crea la nuova compagine, che, dopo un primo momento in cui mantiene l'alleanza con Scelta Civica e l'UdC e il sostegno ai governi di Letta e Renzi, si allea poi col centro-destra passando all'opposizione. Aderisce a livello europeo al Partito Popolare Europeo. Il 10 marzo 2017 il partito confluisce in Forza Italia.

Il "Nuovo CDU" di Mario Tassone (dal 2014)[modifica | modifica wikitesto]

Agli inizi del 2014 l'ex parlamentare Mario Tassone, già esponente della DC, del PPI unitario e del CDU, promosse la costituzione di un partito che avrebbe dovuto, nelle intenzioni, riprendere il discorso politico interrotto dal CDU di Buttiglione. Alle elezioni regionali in Calabria del novembre dello stesso anno i tassoniani sostennero il candidato presidente del centrosinistra Mario Oliverio, che vinse le elezioni, ma il Nuovo CDU, con poco più dell'1,5% (12 004 voti) non ottenne alcun seggio in Consiglio regionale.

La "Democrazia Cristiana" di Annamaria Ciammetti (dal 2014)[modifica | modifica wikitesto]

Come detto, alcuni consiglieri nazionali della DC guidata da Angelo Sandri convocarono per il 5 luglio 2014 il parlamentino del partito e deliberarono la sfiducia a Sandri nominando al contempo la presidente del partito Annamaria Ciammetti commissario straordinario. Angelo Sandri però reagì immediatamente, convocando la Direzione nazionale per il successivo 12 luglio, dichiarando illegittima la convocazione del Consiglio Nazionale da parte dei dissidenti ed espellendoli dal partito. Da quel momento, pertanto, i sostenitori della Ciammetti continuarono la loro attività politica al di fuori della DC sandriana, come forza politica distinta.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Adriano Ossicini, Un'isola sul Tevere, Editori Riuniti, Roma, 1999, pag. 244
  2. ^ "Proprio la forma di governo democratica, che l'Italia ha conseguito e che come cittadino ogni cristiano è impegnato a salvaguardare e a rafforzare, offre lo spazio e postula la presenza di tutti i credenti. I cristiani mancherebbero ai loro compiti se non si impegnassero a far sì che le strutture sociali siano o tornino ad essere sempre più rispettose di quei valori etici, in cui si rispecchia la piena verità sull'uomo. A questo riguardo mi piace ricordare l'antica e significativa tradizione di impegno sociale e politico dei cattolici italiani. La storia del movimento cattolico, fin dalle origini, è storia di impegno ecclesiale e di iniziative sociali che hanno gettato le basi per un'azione di ispirazione cristiana, anche nel campo propriamente politico, sotto la diretta responsabilità dei laici in quanto cittadini, tenendola ben distinta dall'impegno di apostolato, proprio delle associazioni cattoliche. Essa ricorda che nello svolgersi degli avvenimenti non sono mancate tensioni e divisioni, ma è sempre prevalsa la tendenza verso un impegno che, nella libera maturazione delle coscienze cristiane non poteva non manifestarsi unitario soprattutto nei momenti in cui lo ha richiesto il bene supremo della nazione. Questo insegnamento della storia circa la presenza e l'impegno dei cattolici non va dimenticato: anzi, nella realtà dell'Italia di oggi, va tenuto presente nei momenti delle responsabili e coerenti scelte che il cittadino cristiano è chiamato a compiere. Come ho avuto occasione di dire, precisamente nel 1981, ai partecipanti al Congresso promosso dalla CEI nel novantesimo anniversario della Rerum novarum: “Esiste, deve esistere un'unità fondamentale, che è prima di ogni pluralismo e sola consente al pluralismo di essere non solo legittimo, ma auspicabile e fruttuoso... La coerenza con i propri principi e la conseguente concordia nell'azione ad essi ispirata sono condizioni indispensabili per l'incidenza dell'impegno dei cristiani nella costruzione di una società a misura d'uomo e secondo il piano di Dio” (Giovanni Paolo II, Ad eos qui conventui Romae habito, LXXXX expleto anno ab editis Litteris Encyclicis “Rerum Novarum”, interfuere coram admissos, 3, 31 ottobre 1981: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, IV/2 [1981] 522.523)".
  3. ^ Discorso di Giovanni Paolo II al Convegno ecclesiale di Loreto nel 1985
  4. ^ Dizionario di Storia, Treccani 2011, ad vocem.
  5. ^ Folli Stefano, Cossiga: c'è dietro il mercato delle preferenze in Corriere della Sera, 14 marzo 1992
  6. ^ Paul Ginsborg, Storia d'Italia 1943-1996. Famiglia, società, Stato, Einaudi, Torino 1998.
  7. ^ Davide Ragone: studio sulla nascita del primo governo Amato
  8. ^ ''INEVITABILE LA SCISSIONE NELLA DC'
  9. ^ Mantova, il trionfo della Lega. bufera democristiana. Forlani e De Mita lasciano
  10. ^ Consiglio Nazionale della DC: l'elezione di Mino Martinazzoli a Segretario della DC
  11. ^ Consiglio Nazionale della DC OdG: elezione del Presidente del Consiglio Nazionale della DC Rosa Russo Jervolino
  12. ^ DC, si ricomincia da 20 mila lire
  13. ^ LA POLITICA VA IN LAVANDERIA
  14. ^ 'TESSERE AZZERATE, FACCE NUOVE' LA SCOMMESSA DI MARTINAZZOLI
  15. ^ DC, signori delle tessere addio
  16. ^ DECALOGO FERREO PER IL POLITICO DC
  17. ^ Mario Segni lascia la Democrazia Cristiana
  18. ^ governo, venti di crisi. Segni lascia la DC
  19. ^ Chi ha processato Andreotti e la DC chieda scusa
  20. ^ LA DC FINISCE IN SOFFITTA
  21. ^ lo Scudocrociato si scioglie, anzi no
  22. ^ dal Papa un aiuto a Martinazzoli
  23. ^ "Per una nuova formazione politica, democratica e popolare" Assemblea Costituente della DC Veneta
  24. ^ DC, la Bindi propone il modello veneto
  25. ^ "Per l'Italia una nuova presenza popolare" Assemblea programmatica costituente della DC (23/7/1993)
  26. ^ "Per l'Italia una nuova presenza popolare" Assemblea programmatica costituente della DC (24/7/1993)
  27. ^ "Per l'Italia una nuova presenza popolare" Assemblea programmatica costituente della DC (25/7/1993)
  28. ^ "Per l'Italia una nuova presenza popolare" Assemblea programmatica costituente della DC (26/7/1993)
  29. ^ muore la Dc, vive lo Scudo crociato. L'ASSEMBLEA COSTITUENTE Cinque minuti di battimani al segretario Ma lui avverte: "Mi voglio dimettere al congresso. E stavolta lo faccio sul serio"
  30. ^ riforma subito: primo test per il nuovo centro di Mino
  31. ^ neo movimento di Gorrieri
  32. ^ "In vista delle elezioni politiche c'è una nuova presenza nello schieramento progressista: I "Cristiano-Sociali". Non sono un partito, ma....." org. dalla Convenzione Nazionale Costituente dei "Crisitiano-Sociali"
  33. ^ ALL'INIZIO DEL PROSSIMO ANNO L'ULTIMO CONGRESSO DELLA DC
  34. ^ DC, tra i tormenti s'avanza Mastella
  35. ^ Martinazzoli chiede rinforzi a Segni
  36. ^ 'IO, PRESIDENTE DELL'ITALIA MODERATA'
  37. ^ ultimatum dei "centristi" a Martinazzoli. subito il nuovo partito, ma chiuso al PDS
  38. ^ 'IO LEADER DC E IL GENIALE BERLUSCONI...'
  39. ^ "Idee guida di un programma politico e di governo per l'Italia moderna" programma dei "neocentristi" della DC
  40. ^ i centristi: contro la Quercia si sta anche con il Carroccio
  41. ^ il richiamo e i silenzi
  42. ^ il Papa: Italia unita e cattolica
  43. ^ il Papa: cattolici accettate la sfida
  44. ^ DC e PSI, tormentato addio al Vecchio
  45. ^ Cossiga e C. per rattoppare le pezze dc
  46. ^ ma i centristi lasciano la vecchia casa
  47. ^ "I principi ispiratori del nuovo Partito Popolare" in occasione del 75º anniversario della fondazione del Partito Popolare Italiano
  48. ^ PPI, primo giorno con la lite sull'eredità
  49. ^ Assemblea costituente del PPI
  50. ^ il PPI ha un problema, si chiama De Mita
  51. ^ ai centristi 15 per cento dell'ex DC
  52. ^ pace con Bossi, sì al governo Berlusconi
  53. ^ I Congresso Nazionale del Partito Popolare Italiano
  54. ^ Buttiglione: cattolici, ma solo col cuore
  55. ^ Applausi a Cossiga e Pds. A Buttiglione tanti fischi
  56. ^ La Bindi: Rocco non doveva andare da An
  57. ^ "Con An", e il Ppi si ribella a Buttiglione
  58. ^ La sfida di Prodi "partendo dal Centro"
  59. ^ Alleanze, Ppi spaccato: processo alla sinistra interna
  60. ^ Buttiglione sceglie il Polo
  61. ^ Popolari, Buttiglione battuto per tre voti
  62. ^ Popolari, Buttiglione torna in gioco
  63. ^ Ppi, due segretari. Ed è subito guerra
  64. ^ Buttiglione espelle metà del partito
  65. ^ Card. Camillo Ruini, Rafforzare le radici morali e spirituali della convivenza riproponendo a tutti il Vangelo della fraternità umana. Prolusione ai lavori della sessione primaverile del Consiglio Episcopale Permanente della Conferenza Episcopale Italiana tenuta a Loreto, del 27-3-1995, n. 5, in L'Osservatore Romano, 27-28/3/1995
  66. ^ Popolari, il giudice crea due partiti
  67. ^ Ppi, la sinistra vuol far decadere Rocco
  68. ^ Regione, corsa all'ultima lista
  69. ^ Buttiglione vince, Bianco non perde
  70. ^ "A Rocco lo Scudo, a Gerardo il nome"
  71. ^ Prodi: la coalizione non è un tram per il voto
  72. ^ ANCHE D'ALEMA IN TRIONFO BIANCO RIELETTO
  73. ^ Buttiglione: addio Ppi, è tempo di Cdu
  74. ^ Torna il simbolo dello scudo crociato. La Dc di Pizza fa concorrenza a Casini
  75. ^ Le sentenze "Rizzo" e Manzo del 2006: verdetti quasi opposti
  76. ^ XXI CONGRESSO NAZIONALE DELLA DEMOCRAZIA CRISTIANA A MILANO: ANGELO SANDRI CONFERMATO SEGRETARIO
  77. ^ RIPARTE ALLA GRANDE LA DEMOCRAZIA CRISTIANA A BRACCIA APERTE DI ANGELO SANDRI E CARLO SENALDI
  78. ^ Democrazia Cristiana – Terzo Polo di Centro e Rinascita della D.C. si schierano a sostegno di Intesa Popolare nelle prossime elezioni politiche del 24 e 25 febbraio 2013
  79. ^ SI È CONCLUSO DEL TUTTO UNITARIAMENTE IL XXII CONGRESSO NAZIONALE DELLA DEMOCRAZIA CRISTIANA SVOLTOSI A PERUGIA NEI GIORNI 14 E 15 DICEMBRE 2013
  80. ^ Il Popolo, Al via a Roma la Confederazione dei Democristiani e di Centro
  81. ^ Adnkronos, DC: la XX festa nazionale dell'amicizia
  82. ^ (che confermò quella della Corte di Appello di Roma n.1305/2009

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

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  • Giusto Pala, La Democrazia cristiana e i cattolici. Rinnovamento o crisi di rigetto?, Edizioni dehoniane, 1993.
  • Marco Follini, C'era una volta la DC, Il Mulino, 1994.
  • Paola Gaiotti de Biase, Il potere logorato. La lunga fine della Dc, cattolici e sinistra, Edizioni associate, 1994.
  • Luigi Granelli, Perché ho difeso la democrazia cristiana. Scritti, dichiarazioni, discorsi e proposte di rinnovamento del partito e della politica dal 5 maggio 1992 al 25 gennaio 1994, La base, 1994.
  • Card. Camillo Ruini, Rafforzare le radici morali e spirituali della convivenza riproponendo a tutti il Vangelo della fraternità umana. Prolusione ai lavori della sessione primaverile del Consiglio Episcopale Permanente della Conferenza Episcopale Italiana tenuta a Loreto, del 27-3-1995, n. 5, in L'Osservatore Romano, 27/28-3-1995
  • Sandro Fontana, Il destino politico dei cattolici. Dall'unita alla diaspora, A. Mondadori, 1995.
  • Enzo Pace, L'unita dei cattolici in Italia. Origini e decadenza di un mito collettivo, Guerini, 1995.
  • Michele Santamaria, Prima repubblica la lunga agonia, Prospettiva, 1995.
  • Guido Formigoni, La Democrazia cristiana e l'alleanza occidentale. 1943-1953, Il Mulino, 1996.
  • Paul Ginsborg, Storia d'Italia 1943-1996. Famiglia, società, Stato, Einaudi, Torino 1998, ISBN 978-88-06-14596-5
  • Francesco Malgeri (a cura di), Il tramonto della Democrazia Cristiana. 1989-1993, Editrice mediterranea, 1999.
  • Marco Follini, La Dc, Il Mulino, 2000.
  • Gabriele Maestri, I simboli della discordia, Giuffrè, Milano, 2012, ISBN 978-88-14-17430-8