Svolta della Bolognina

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Bologna, 12 novembre 1989. Durante le celebrazioni per il 45º anniversario della battaglia di Porta Lame, il segretario del Partito Comunista Italiano Achille Occhetto annuncia a sorpresa la cosiddetta "svolta della Bolognina", primo passo del processo che porterà allo scioglimento del PCI e alla nascita del Partito Democratico della Sinistra.

Con svolta della Bolognina (o semplicemente "svolta"[1] o, più comunemente, "Bolognina"[2]) si indica quel processo politico che dal 12 novembre 1989, giorno dell'annuncio della svolta, a Bologna, al quartiere Navile (ex Bolognina), porterà il 3 febbraio 1991 allo scioglimento del Partito Comunista Italiano.

Cronistoria[modifica | modifica wikitesto]

Il PCI, un partito in trasformazione, tra cesure e continuità[modifica | modifica wikitesto]

Nei suoi settant'anni di vita, il PCI è stato un partito che ha sempre ritenuto importante adeguare la propria organizzazione e cultura politica a quanto chiedevano i tempi. Cosicché il PCd'I del 1926 non era più del tutto quello del 1921, il quale a sua volta non sarà più lo stesso dal 1944, e così via. È quello che dall'VIII Congresso verrà chiamato «rinnovamento nella continuità»[3]. Anche se frequenti erano gli aggiustamenti di linea e di rotta, rifiutò sempre svolte identitarie radicali come accadde alla SPD tedesca (congresso di Bad Godesberg, 15 novembre 1959) o al PSI (segreteria Bettino Craxi) e dunque ogni svolta è stata sempre effettuata all'interno di un quadro di riferimento preciso che si dichiarava, in modo controverso, figlio delle riflessioni ottocentesche di Karl Marx e Friedrich Engels e da quelle novecentesche di Lenin.

A partire dagli anni settanta, quando il PCI è al suo massimo storico ed è guidato da Enrico Berlinguer, si fa via via strada presso pochi l'idea che il PCI potrebbe aumentare notevolmente i propri consensi se accentuasse il proprio carattere democratico e socialista abbandonando il leninismo e, di fatto, ripudiando le ragioni della scissione dal PSI del 1921. A dare voce a questa richiesta è soprattutto il nuovo quotidiano la Repubblica in edicola dal 1976 e fondato e diretto da Eugenio Scalfari, un liberale di sinistra fondatore del Partito Radicale e poi deputato per il PSI.

Dalle colonne di un quotidiano che pian piano diventerà il più letto dalla base del PCI mettendo in crisi l'Unità, Scalfari arriverà a porre direttamente le sue richieste a Berlinguer in un'intervista del 2 agosto 1978. Il politico sardo rispose: «Lei è proprio certo che oggi, 1978, dopo quanto è successo e succede in Italia, in Europa, nel mondo, il problema col quale dobbiamo confrontarci noi comunisti italiani sia proprio quello di rispondere alle domande se siamo leninisti o no? E non dico lei, ma tutti quelli che ci rivolgono tale domanda, conoscono davvero Lenin e il leninismo, sanno davvero di che cosa si tratta quando ne parlano? Mi permetto di dubitarne. Comunque, a me sembra del tutto vivente e valida la lezione che Lenin ci ha dato elaborando una vera teoria rivoluzionaria, andando cioè oltre "l'ortodossia" dell'evoluzionismo riformista, esaltando il momento soggettivo dell'autonoma iniziativa del partito, combattendo il positivismo, il materialismo volgare, l'attesismo messianico, vizi propri della socialdemocrazia. (...) Chi ci chiede di omettere condanne e di compiere abiure nei confronti della storia, ci chiede una cosa che è al tempo stesso impossibile e sciocca. Non si rinnega la storia: né la propria, né quella degli altri. Si cerca di capirla, di superarla, di crescere, di rinnovarsi nella continuità»[4].

La risposta di Berlinguer era quella propria dei "continuisti" e verrà ribadita pochi giorni dopo a chiusura della festa de l'Unità di Genova: «I nostri critici pretendono che noi buttiamo a mare non solo la ricca lezione di Marx e di Lenin, ma anche le innovazioni ideali e politiche di Antonio Gramsci e Palmiro Togliatti. E poi, di passo in passo, dovremmo giungere fino a proclamare che tutta la nostra storia - che ha anche le sue ombre - è stata solo una sequela di errori»[5]. All'interno del PCI, salvo qualche sparuta voce discordante, la pensano grosso modo tutti come Berlinguer. Anche Giorgio Amendola, ritenuto il maggiore esponente dell'ala destra del partito, intervistato dirà a Scalfari che «non si manipola la propria storia per una manciata di voti. Sarebbe un'offesa alla coscienza dei militanti e, soprattutto, un'operazione ipocrita verso il paese. Queste operazioni le fanno gli avventurieri della politica, ma non un grande partito che deve costruire la propria credibilità su basi certe. (...) Siamo un partito aperto che è nato sulla base di insegnamenti marxisti, leninisti, e di molti altri ancora, specialmente di Antonio Labriola, di Gramsci e di Togliatti» (23/11/78).

1985: il primo dibattito sul nome[modifica | modifica wikitesto]

Negli anni ottanta il movimento operaio entra in crisi e il PCI resta fortemente scosso prima dalla morte improvvisa di Berlinguer (1984) e poi dalla sconfitta al referendum sulla scala mobile del 1985. Anche sul piano elettorale e degli iscritti le cose non vanno meglio: per la prima volta nella sua storia, il PCI non avanza e per di più il PSI, che sembrava moribondo fino al 1978, inizia una continua e costante ascesa (la cosiddetta «onda lunga» socialista), riuscendo a conquistare la presidenza del consiglio nel 1983. Il PCI restava saldamente il secondo partito italiano e il primo della sinistra, ma adesso qualcuno temeva un non lontano sorpasso socialista.

In questo clima la Repubblica rilancia l'idea di una "Bad Godesberg" per salvare il PCI. Il 22 agosto 1985 viene pubblicato un articolo dell'ex deputato comunista Guido Carandini: egli, dopo aver descritto la storia del PCI come una «grande illusione», chiude sostenendo che «se veramente si è arrivati, come io credo, a questo punto di non ritorno, perché quanti di noi, che ambirebbero respirare un'altra aria politica di quella che spira nel PSI e nel PCI, non fanno con totale franchezza un esercizio di fantasia immaginando e poi dichiarando pubblicamente ciò che gli piacerebbe che avvenisse? Per esempio, la convocazione di un congresso super-straordinario per decretare la fine dell'era euro-"comunista"? E poi, immancabilmente, una bella scissione fra l'ala continuista guidata dal compagno Cossutta e quella che, pur fra molti mugugni, decide di:

  • abbandonare il centralismo democratico;
  • avviare una rivalutazione delle esperienze delle socialdemocrazie e di farne il terreno per una proposta di governo alternativo;
  • invitare conseguentemente, in vista di questo obiettivo, le sparse forze della sinistra italiana a riunirsi in un partito "veramente nuovo" da chiamare, perché no, "Partito democratico del lavoro"?»[6].

Il PCI è in crisi ed inizia una discussione al proprio interno, ma alla guida dei comunisti italiani c'è Alessandro Natta, berlingueriano di ferro e continuista come il suo predecessore. Non a caso dalla segreteria del PCI arriverà pronta la replica a Carandini (e altri) da parte di Adalberto Minucci: «Quando Carandini arriva a sostenere che negli anni Settanta il PCI avrebbe puntato le sue carte su una "dissoluzione" in atto "della forma stessa di produzione capitalistica". Certo è facile bollare una tale idea come "fantasia sciocca, pericolosa, infantile". Ma è assai più probabile che si confonda la crisi di una politica con ciò che è stato, assai più modestamente, un abbaglio personale. Se su questa base il nostro amico vuol fare un "congresso superstraordinario" per proclamare la nascita di un "partito del lavoro" basato sulle correnti e sulla rivalutazione della socialdemocrazia, si accomodi pure. Mi permetto di suggerire la parola d'ordine di una tale assise: "Evviva la modernità! Avanti verso l'Ottocento!"»[7].

Ma il dibattito sui giornali in quel momento si arena su Minucci che definisce orgogliosamente il PCI «un partito riformatore moderno o, se si vuole, un partito rivoluzionario moderno»[8]. Per i critici è un assurdo ossimoro, ma dalla segreteria Achille Occhetto su l'Unità bolla queste discussioni come «nominalistiche» e spiega che il PCI anche se intende «prestare ascolto al pungolo critico di quanti ci vorrebbero diversi. Ciò non vuol dire che vogliamo o dobbiamo accettare le ricette un po' troppo semplici che ci vengono proposte» (29/8/1985)[9].

Mino Fuccillo recatosi per la Repubblica alla festa nazionale de l'Unità del 1985 a Ferrara, rende bene il clima che si viveva alla base come al vertice del partito: «Ci spiegano che questa storia del nome è una panzana, che all'Est i partiti più filo-sovietici non si chiamano "comunisti" ma caso mai "del lavoro", ci ricordano, pungenti, che di partiti pragmatici, che amministrano lo Stato e lo status quo, in Italia ce n'è in abbondanza. Se ne resta uno che pecca di "idealismo" non sarà poi tanto male. E ti rimbeccano: "Quelli che spingono a cambiar nome vogliono un'altra politica. Ma se ce l'hanno, la tirino fuori, aspettiamo serenamente". Sali un po' su nella gerarchia e trovi la stizza: il professor Vacca liquida il tutto come "paccottiglia", si trincera dietro la vacuità del dibattito sul nome del partito. Ma è nervoso, duro, tagliente e adirato quando racconta alla prima folta platea del festival come i giornali stiano rubando il congresso al PCI. Nessuno vuole cambiare nome, da Natta al compagno dell'ultima sezione, ma di quella "paccottiglia" discute il PCI e soprattutto da quella "paccottiglia" si sente assediato»[10].

1989: il secondo dibattito sul nome[modifica | modifica wikitesto]

La perdurante crisi del PCI, il contemporaneo insediamento a Mosca di Mikail Gorbaciov come segretario generale del Partito Comunista Sovietico, la crisi conclamata delle democrazie popolari dell'Est Europa e lo speculare splendore dell'Occidente ringalluzzito da un'economia forte e dall'impronta radicalmente neoliberista, riproporranno il dibattito sul nome del PCI, trovando terreno fertile nel nuovo segretario generale del PCI Achille Occhetto, eletto frettolosamente dal comitato centrale del partito nel giugno 1988, per via di un leggero infarto che aveva colpito il segretario Alessandro Natta.

Dal suo insediamento, Occhetto con la sua giovane segreteria cerca di imprimere dei forti cambiamenti al partito, tanto forti da spingere Cossutta a vedere ormai nel PCI un partito «liberal-democratico»[11]. In effetti, dopo una crisi ormai decennale, si è fortemente fatto strada il dubbio che il PCI possa ritrovare linfa solo percorrendo strade inedite, più a destra, utili magari per approdare nell'Internazionale Socialista e dar vita a un partito unico della sinistra italiana. La prudenza però è notevole, ma si è incoraggiati dal contemporaneo rinnovamento sovietico.

Per questi motivi dentro al PCI a qualcuno parve necessario mettere la parola fine a un certo modo di fare politica, vuoi per un tradizionale rispetto verso Mosca (se si rinnova il PCUS, si deve rinnovare anche il PCI), vuoi per la paura di rimanere sepolti da un partito ritenuto improvvisamente anacronistico. Anche se la svolta è del novembre 1989, già sette mesi prima aveva iniziato a montare un "nuovo" dibattito sul nome del PCI. A iniziare fu Giorgio Napolitano, considerato il leader dell'area più socialista del partito ed erede di Amendola, durante un dibattito radiofonico sulla sinistra con Alma Cappiello e Alberto Asor Rosa (Radioanch'io, 12 febbraio 1989).

Occhetto assieme a Walter Veltroni, all'epoca membro del comitato centrale del PCI, anche lui favorevole alla "svolta" proposta dal segretario.

Spiega Napolitano: «Il PCI ha preso ufficialmente in considerazione due volte la possibilità di cambiare nome: la prima nel 1945, la seconda nel 1965, quando cioè si è parlato di possibile unificazione tra PSI e PCI (o, nel '65, con una parte importante di esso) e allora la cosa sarebbe stata facilmente comprensibile. Io do grandissima importanza alla sostanza del nostro cambiamento: decidere di cambiare il nome del partito potrebbe dare l'impressione che vogliamo dimenticare la nostra storia. Noi non la dimentichiamo e credo che per essere credibili dobbiamo fare i conti, apertamente, con il nostro passato. In ogni caso non mi scandalizzerei di un cambiamento del nome, ma vorrei che fosse legato a dei fatti politici, nel senso di una ricomposizione della sinistra in Italia e in Europa, del superamento pieno delle divisioni e di tutto ciò che di storicamente vecchio e non più sostenibile c'è nella sinistra nel suo complesso».

Quanto al nome, Napolitano boccia Partito democratico perché un po' troppo generico: «Il nome più classico sarebbe senza dubbio "Partito del Lavoro" per un partito della sinistra che, pur rinnovandosi, voglia continuare ad avere una sua connotazione precisa; o partito dei lavoratori, come partito che non abbandona l'obiettivo della piena occupazione, sia pure concepita in termini diversi rispetto al passato»[12].

Napolitano è dunque molto cauto, ma possibilista ad archiviare il PCI per qualcosa di nuovo. Pochi giorni dopo il settimanale Epoca prova a sondare sulla questione l'elettorato comunista, ma solo il 27.7% la pensa come Napolitano. Allo stesso tempo i comunisti, sostiene il sondaggio, non sono disponibili a modificare il simbolo del PCI (cioè, presumibilmente, a rimuovere la falce e il martello)[13]. Un mese dopo il vicesegretario del PSI, Claudio Martelli, intima: «Si faccia coraggio Occhetto e piloti con franchezza il PCI nella socialdemocrazia europea, con tanto di nome nuovo per il suo partito» (8/3/89).

Le novità occhettiane e la sua leadership saranno consacrati dal XVIII congresso del marzo 1989: è il cosiddetto "nuovo corso" e si parla di "nuovo PCI" e lo stesso Occhetto aprirà l'assise rossa definendola un congresso di «rifondazione»[14]. Il 16 marzo 1989 Occhetto annuncia alla Tv (Tribuna politica) che al XVIII congresso si vedrà «un PCI che discuterà anche della possibilità di cambiare nome, ma senza accettare diktat altrui. (...) Noi riteniamo che la questione del nome debba essere decisa autonomamente dal partito»[15].

Anche se la questione del nome è posta, in realtà a tener banco è la possibilità di un ricongiungimento fra socialisti e comunisti all'interno dell'Internazionale socialista e all'opposizione in Italia. Tuttavia il PSI è ancora fortemente legato alla DC e al governo e, pur aprendo al PCI, non nasconde una certa insofferenza verso i comunisti. PCI e PSI continuano così a parlare di "unità socialista" e di "superare Livorno", cioè la scissione comunista del 1921, ma si accusano reciprocamente di voler sabotare questo processo unitario.

Spiega Craxi all'assemblea degli eurodeputati a Sorrento (4/4/89): «Il rapporto tra noi e i comunisti è andato riequilibrandosi. Il PSI era un quarto del PCI, ora è la metà, un milione di voti si è riversato sul garofano. Ci accusano spesso di essere moderati: ma noi cresciamo con i voti comunisti, non con quelli moderati. L'alternativa non è ancora possibile, ma lo sarà. Il dato di partenza, dice Craxi, è che in Italia non c'è numericamente e politicamente ora una maggioranza di forze progressiste. Quindi è obbligatorio allearsi col partito di maggioranza relativa, la DC. Anche se questo vuol dire rapporti difficili nel governo, continue tensioni e verifiche». Craxi apprezza le trasformazioni del PCI in senso socialista, europeo, occidentale: «È lo sviluppo logico, dettato dall'esperienza della storia. È naturale. Ma per essere socialisti bisogna anche chiamarsi socialisti: i latini dicevano che i nomi sono conseguenza delle cose. Invece la risposta complessiva data dal PCI è stata assolutamente deludente: quel partito non sarà più una formazione dogmatica e chiusa, ma resta pur sempre incerto e ambiguo, anche a causa di quel ripetere di voler restare comunque comunista».

Sulla stessa linea si collocherà il mese dopo il New York Times (8/5/89) che definirà il PCI «un partito socialdemocratico in tutto eccetto che nel nome»[16][17]. All'avvicinarsi delle elezioni europee e con l'incalzare dei fatti sanguinosi di piazza Tienanmen culminati nel massacro del 4 giugno 1989, si fanno più forti e pressanti le voci che vogliono il PCI pronto a cambiar nome, ma in verità tanto un destro come Luciano Lama, quanto all'opposto una come Luciana Castellina sono concordi nel dire che «per ora meglio di no», perché non sono ancora intervenuti fatti tali (cioè, per esempio, la concreta possibilità di un'unità a sinistra) da rendere necessario un'operazione tutt'altro che facile come cancellare l'aggettivo "comunista"[18].

Ma sono appunto i fatti cinesi a spingere a giugno l'intera classe politica italiana a fare pressione sui comunisti affinché cambino nome. Per esempio Giorgio La Malfa argomenta: «I comunisti farebbero bene a cambiare, perché è un nome che ormai non si associa più a qualcosa che riguarda il progresso ma a forme di governo di Paesi storicamente falliti». Eppure il ministro degli Esteri Giulio Andreotti è di parere diverso: «La questione mi dà un certo avvilimento perché pur avendo creato momenti terribili di lotta, di difficoltà, il PCI, lo riconosco è stato in altri momenti elemento essenziale della vita politica italiana, nel costruire la Repubblica. Non è il nome da cambiare: bisogna abbandonare qualunque eventuale nostalgia per formule passate». Intervistato da l'Espresso Achille Occhetto risponde: «Cambiare? Non è un problema. Purché non sembri solo un maquillage. Prima però bisognerebbe cominciare col dire che non siamo come veniamo descritti. Se non si conoscono i contenuti che potrebbero portare al cambiamento del nome, alla fine non cambierebbe nulla».

A commento delle elezioni regionali sarde dell'11 giugno 1989, Occhetto aggiunge: «Quello che si teme dal PCI non è il vecchio ma proprio il nuovo. Non si vuole cioè che in Italia ci sia un partito socialista all'opposizione, come noi siamo, democratico, libero, autonomo, che non dipende da alcuna centrale. Il nuovo PCI però è chiamato, forse in anticipo rispetto ai tempi immaginati, a fare i conti con la nuova realtà internazionale e con i simboli stessi che la identificano. Cambiare nome allora? Il PCI ha un nome: comunista. E un cognome, italiano. E questo cognome è molto importante perché ha segnato e segna l'originalità della nostra posizione»[19].

Il 15 giugno Occhetto chiarisce, intervistato da Giampaolo Pansa su la Repubblica, che «il problema del nome è secondario. E nel dirlo non mi rinchiudo in un rifiuto settario. Al contrario, noi vogliamo diventare uno strumento per costruire in Italia qualcosa di nuovo a sinistra, anche dal punto di vista organizzativo. Vogliamo costruirlo col PSI, naturalmente, e anche con altre forze, su basi programmatiche chiare. In questa prospettiva, possono esserci fasi intermedie: patti elettorali, forme di associazione o confederazione tra partiti, sino all'unificazione vera e propria, sino alla nascita di un'unica forza di sinistra, pluralistica anche se unitaria, e senza partiti-guida»[20].

Tre giorni dopo il PCI riporta un discreto risultato alle elezioni europee: il 27.6%[21], cioè solo il 2% in meno rispetto al buon risultato conseguito alle consultazioni nazionali del 1979[22]. Il paragone con il 1984 è improponibile perché influenzato dalla scomparsa improvvisa di Enrico Berlinguer. Nessun crollo dunque, come tanti pronosticavano anche dentro il PCI, ma solo una leggera flessione e addirittura un recupero rispetto alle politiche del 1987 (+1%)[23]: per un po', la questione del nome viene accantonata.

Ma a settembre Martelli riapre al PCI sulla possibilità dell'unità a sinistra e avverte che «nella giovane guardia comunista c'è però una disponibilità a cambiare nome al partito se si creano condizioni nuove. E questa è un'opportunità che va colta. Se si vuole inquadrare il processo di riunificazione nel perimetro della socialdemocrazia europea, allora chiamiamo la nuova formazione unitaria grande forza socialista riformista o in qualche altro modo. L'importante è non lasciarsi sfuggire l'occasione»[24]. Ma più delle parole socialiste, sono i fatti dell'Est che esercitano una pressione maggiore, anche per il loro continuo e incalzante evolvere.

In Polonia il Partito Operaio Unificato non è più al potere e in Ungheria il Partito Socialista Operaio cambia nome ed apre le frontiere, il tutto grazie al PCUS di Gorbaciov che dal 1988 ha deciso di non fare più ingerenze negli stati satelliti. Dalla segreteria, Claudio Petruccioli rigetta l'ennesima richiesta esterna di cambiare nome: «Non scherziamo. Il partito ungherese giunge oggi, dopo un lungo travaglio, all'approdo della democrazia e del pluralismo. Il PCI è da gran tempo su questa sponda. Nessun parallelo è possibile. I partiti dell'Est devono necessariamente, per diventare credibili in una dimensione nuova, tagliare i ponti con la loro storia. Il partito ungherese si è identificato col potere dello stato, è stato il partito unico al governo, ha fondato e gestito un regime. Noi non siamo mai stati né un partito di regime né un partito di comando, la libertà nel nostro paese non l'abbiamo mai conculcata, l abbiamo anzi conquistata e difesa. Un partito deve cambiare nome quando sente di avere responsabilità insostenibili verso il paese in cui opera. Sinceramente, di che cosa ci dovremmo vergognare noi di fronte al popolo italiano? Se c'è qualcuno che me lo dice.... Come abbiamo già ripetuto fino alla noia, il problema del nome si porrà di fronte a fatti politici nuovi, a nuove aggregazioni delle forze di sinistra»[25].

Dalle colonne de l'Espresso La Malfa però insiste: «Quando gli ungheresi e i polacchi decidono di rompere con il nome stesso, si apre oggettivamente un problema al PCI. Ma insomma, voi chi siete?, è la domanda che viene naturale porre in mezzo a tutti questi sconvolgimenti». Anche la Democrazia Cristiana dice la sua per voce del responsabile Cultura Pier Ferdinando Casini, il quale ritiene che «il cambiamento di nome del partito comunista italiano non è un pretesto polemico né una esigenza nominale, ma rappresenta, in primo luogo per i comunisti, la cartina di tornasole della loro volontà di rompere con un passato caratterizzato da grandi fallimenti»[26]. Proprio mentre vanno in stampa queste dichiarazioni, avviene l'inaspettabile: la sera del 9 novembre 1989 viene abbattuto il Muro di Berlino.

Verso il XIX congresso straordinario[modifica | modifica wikitesto]

Il fatto che la DDR possa rinunciare al muro di Berlino e aprire le frontiere, viene avvertito come il segnale definitivo che l'ordine di Jalta è ormai al tramonto: è a quel punto che il segretario generale Occhetto ritiene mutata la prospettiva del PCI. Il 12 novembre Occhetto è a sorpresa a Bologna per partecipare alla manifestazione per celebrare il 45º anniversario della battaglia partigiana della Bolognina, il quartiere interno al quartiere Navile. Davanti agli ex partigiani raccolti nella sala comunale di via Pellegrino Tibaldi 17, Occhetto annuncia che ora occorre «andare avanti con lo stesso coraggio che fu dimostrato durante la Resistenza (...) Gorbaciov prima di dare il via ai cambiamenti in URSS incontrò i veterani e gli disse: voi avete vinto la II guerra mondiale, ora se non volete che venga persa non bisogna conservare ma impegnarsi in grandi trasformazioni». Per Occhetto, in definitiva, è necessario «non continuare su vecchie strade ma inventarne di nuove per unificare le forze di progresso». E a chi gli chiede se quanto dice lascia presagire che il PCI possa anche cambiare nome, Occhetto risponde: «Lasciano presagire tutto»[27].

La svolta è dunque annunciata in solitario da Occhetto e senza che il partito fosse preparato o comunque consultato, cosa che gli verrà rimproverata da moltissimi nei mesi successivi. Il giorno dopo se ne discute ufficialmente in segreteria (compatta col segretario) e quindi per altri due giorni in Direzione. Qui Occhetto chiede che il PCI promuova una «fase costituente sulla cui base far vivere una forza politica che, in quanto nuova, cambia anche il nome», e, per forzare un po', sulla svolta Occhetto pone la fiducia al suo mandato.

Già dal giorno prima, però, si capisce che la svolta non trova i comunisti entusiasti. Se infatti è ovvio che la sinistra del partito sia contraria, può invece stupire che a destra il presidente della Commissione centrale di garanzia del partito Giancarlo Pajetta già dal 13 si dichiari ostile alla svolta: «Io non mi vergogno di questo nome né della nostra storia, e non lo cambio per quello che hanno fatto quelli là (i comunisti dell'Est, ndr). Se cambiamo nome, cosa facciamo, il terzo partito socialista? Io dico soltanto che quando Longo mi mandò da Parri per costituire il comando del CLN, né Parri, né altri mi chiesero di cambiare nome, ma soltanto di combattere insieme».

La Direzione dura due giorni e si conclude con un rinvio della discussione in Comitato Centrale. Spiega Occhetto: «Benché la direzione fosse ampiamente d'accordo con me, non ho ritenuto di dover mettere ai voti la mia proposta perché chi deve decidere è il partito. Da domani, non cambieremo nome, continueremo a chiamarci come ci chiamiamo. Voglio dire a tutti che non ci stiamo sciogliendo, che il PCI è in campo ed è talmente vivo che propone una cosa più grande. Su questo apriamo una discussione seria, e credo che tutti i compagni debbono essere molto tranquilli: la sorte del partito, il futuro del PCI è nelle mani di ciascun militante».

Fabio Mussi e Massimo D'Alema, entrambi a favore della "Bolognina". D'Alema, all'epoca coordinatore della segreteria del PCI, si occupò di mediare per conto di Occhetto con l'ala più a sinistra del partito, divenendo nel 1991 coordinatore della nuova segreteria del PDS.

In verità a parte la destra che quasi compatta si schiera col segretario nella speranza di arrivare a una fusione col PSI nell'Internazionale socialista, il resto della direzione prende una posizione attesista, ma è evidente che non c'è entusiasmo per la svolta. E su l'Unità il direttore Massimo D'Alema scrive: «Quella che prospettiamo non è la prospettiva della rinuncia o dell'abiura». Una precisazione dovuta dopo che tanti militanti avevano intasato i centralini del quotidiano per gridare la loro rabbia contro la svolta. Le telefonate saranno tante e tali da venire trasmesse già il 15 su ItaliaRadio[28], da un anno e mezzo emittente radiofonica del PCI[29].

Intanto Armando Cossutta ha già chiara la situazione. Per il riferimento dell'estrema sinistra del PCI «Occhetto intende lasciare il PCI. La domanda non può essere "cosa faranno i comunisti", perché è ovvio che essi vogliono rimanere in un partito comunista. La domanda vera è: quanti saranno quelli che, non sentendosi più comunisti, decideranno di seguire Occhetto in un altro partito non più comunista?». Da qui la proposta di un referendum fra gli iscritti o un congresso straordinario al più presto.

Il 16 si va delineando meglio l'opposizione alla svolta. Da Madrid rientra Pietro Ingrao, storico leader della sinistra del PCI, e non è per nulla tenero con la svolta: «Non sono d'accordo con la proposta avanzata da Occhetto. Spiegherò il mio dissenso nel Comitato centrale»[30]. Lo stesso giorno la sezione "Togliatti" di Treviso fonda un Comitato per la difesa del simbolo guidato da Zeno Giuliato[31].

Il 20 novembre si apre il Comitato Centrale. I suoi 300 membri discuteranno della svolta per cinque giorni. Ad accoglierli in via delle Botteghe Oscure a Roma ci sono 200 militanti che fischiano e insultano i favorevoli alla svolta. L'auto di Luciano Lama è presa pure a calci[32]. La tensione è alta ed alla fine Piero Fassino, responsabile Organizzazione, proverà a calmarli incontrandoli nei sotterranei della sede comunista[33]. Più sopra, al 5º piano, prosegue il Comitato centrale.

Nella sua relazione introduttiva Occhetto afferma di «condividere il tormento» dei compagni, ma non fa un passo indietro e chiede «fino a quando una forza di sinistra può durare senza risolvere il problema del potere, cioè di un potere diverso?», da qui l'idea di fare un nuovo partito con altri vicini di sinistra (e che Occhetto chiama la «sinistra diffusa») per poi andare al governo col PSI e altri e con la DC all'opposizione. Questa la prospettiva, ma per il resto viene rinfacciato al segretario come tutto appaia troppo vago. Tanto che anche tra le stesse fila del segretario c'è chi come Napolitano vede nel nuovo partito l'occasione storica per andare verso a un matrimonio col PSI e chi come D'Alema vi vede l'occasione per continuare con maggiore linfa un forte braccio di ferro a sinistra col PSI. Occhetto chiude avvertendo che «prima viene la cosa e poi il nome. E la cosa è la costruzione in Italia di una nuova forza politica».

Da questo momento in poi il dibattito sulla svolta della Bolognina sarà anche conosciuto come il "dibattito sulla Cosa". Il CC si conclude il 24 novembre con il voto di 326 membri su 374: 219 sì, 73 no e 34 astenuti all'ordine del giorno col quale «il CC del PCI assume la proposta del segretario di dar vita ad una fase costituente di una nuova formazione politica», ma al contempo si accetta la proposta delle opposizioni di indire un congresso straordinario entro quattro mesi per decidere se dar vita a un nuovo partito. Fra i no a Occhetto pesa quello del presidente Natta.

Il 21 novembre lascia il PCI, dopo trent'anni, il deputato genovese Antonio Montessoro: «Non avevo scelta: quando ti accorgi che la situazione sta precipitando, stupidamente; di fronte all'inaffidabilità di questo gruppo dirigente, ad una prova di imperizia e di inesperienza assoluta, non potevo fare altrimenti. Mi sono sentito defraudato del mio lavoro, dei trent'anni di vita dedicati al partito: e me ne sono andato»[34]. Dal 23 novembre Montessoro è iscritto al gruppo misto[35].

Il XIX congresso[modifica | modifica wikitesto]

Il XIX e penultimo congresso del PCI si tenne dal 7 all'11 marzo 1990. Tre le mozioni discusse: una redatta dal segretario Achille Occhetto, la quale proponeva di aprire una fase costituente per un partito nuovo, progressista e riformatore, nel solco dell'Internazionale socialista; una seconda, firmata da Alessandro Natta e Pietro Ingrao, che invece si opponeva ad una modifica del nome, del simbolo e della tradizione; ed una terza proposta da Armando Cossutta, simile alla precedente.

La mozione di Occhetto risultò vincente con il 67% delle preferenze, contro il 30% raccolto dalla mozione di Natta e Ingrao ed il 3% di quella cossuttiana. Inoltre, Achille Occhetto venne riconfermato segretario, mentre Aldo Tortorella, il quale aveva firmato la mozione Natta-Ingrao, fu rieletto presidente.

Il XX congresso[modifica | modifica wikitesto]

L'ultimo congresso del PCI si apre il 31 gennaio 1991 a Rimini. La mozione di Achille Occhetto, appoggiata, tra gli altri, da Massimo D'Alema, Walter Veltroni e Piero Fassino, risulta vincente, ed il 3 febbraio nasce il Partito Democratico della Sinistra, avente come simbolo una quercia e, notevolmente ridotto, il vecchio simbolo del PCI, la falce ed il martello, alla base del tronco della quercia. Primo segretario del PDS viene eletto lo stesso Occhetto, l'8 febbraio, con 376 voti di preferenza contro i 127 voti contrari, sebbene quattro giorni prima, a causa dell'assenza di 132 consiglieri, a sorpresa, l'artefice della svolta non fosse riuscito a raggiungere il quorum necessario per l'elezione. Primo presidente viene eletto Stefano Rodotà.

Alla mozione del segretario si oppone il cosiddetto "Fronte del No", capeggiato dal filo-sovietico Armando Cossutta e sostenuto da Alessandro Natta, Pietro Ingrao, Sergio Garavini e Fausto Bertinotti. Un gruppo di delegati di quest'ultimo fronte, tra cui Cossutta e Garavini (ma, almeno inizialmente, non Ingrao e Bertinotti) decide di non aderire al nuovo partito, e di dare vita ad una formazione politica nuova, che mantenesse il nome ed il simbolo del vecchio Partito Comunista Italiano: il 15 dicembre 1991 nasce Rifondazione Comunista.

Filmografia[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Franceschini: Bolognina, Occhetto fu coraggioso
  2. ^ Alla ricerca del riformismo che non c'è
  3. ^ Renzo Martinelli, I comunisti dopo l’VIII Congresso. Il "rinnovamento nella continuità" e la crisi del PCI, in "Italia Contemporanea" n. 236, settembre 2004.
  4. ^ Berlinguer risponde, in "la Repubblica", 2 agosto 1978.
  5. ^ Svilupperemo ancora la nostra ricerca ideale e la nostra iniziativa politica
  6. ^ Quella grande illusione, repubblica.it, 22 agosto 1985. URL consultato il 3 novembre 2013.
  7. ^ SI', SIAMO RIFORMATORI MA ANCHE RIVOLUZIONARI
  8. ^ IL LIBRETTO ROSSO DEL BOTTEGONE
  9. ^ Un paradosso su cui riflettere
  10. ^ 'IL NOME NON SI TOCCA'
  11. ^ I COSSUTTIANI: 'QUEL PCI CRAXISTA'
  12. ^ 'CAMBIARE NOME? NON È PROIBITO'
  13. ^ 'IL NOME DEL PCI? MEGLIO NON CAMBIARLO'
  14. ^ L'ANNO ZERO DEL PCI
  15. ^ 'CARO CRAXI, TRA NOI SARA' BATTAGLIA'
  16. ^ 'BISOGNA RIPENSARE LA NATO'
  17. ^ OCCHETTO, APPLAUSI DAGLI USA CRITICHE E SCETTICISMO DA PRAGA
  18. ^ UN NUOVO NOME AL PCI? 'GRAZIE, MA NON ORA'
  19. ^ IL PCI SI ACCONTENTA DEL 23% 'TEMEVAMO PEGGIO' OCCHETTO BOCCIA IL REIN
  20. ^ OCCHETTO ACCUSA 'LA POLITICA DI CRAXI SERVE SOLO ALLA DC' 'SIAMO NOI I
  21. ^ Ministero dell'Interno, ARCHIVIO STORICO DELLE ELEZIONI: europee 1989
  22. ^ Ministero dell'Interno, ARCHIVIO STORICO DELLE ELEZIONI: Camera 1979
  23. ^ Ministero dell'Interno, ARCHIVIO STORICO DELLE ELEZIONI: Camera 1987
  24. ^ 'FORZA GIOVANE PCI TI AIUTEREMO NOI A CAMBIAR NOME'
  25. ^ MA IL PCI NON RINUNCIA AL SUO NOME 'DI COSA DOVREMMO VERGOGNARCI?'
  26. ^ IL PCI DEL NUOVO CORSO ORA 'COMMISSARIA' TUTTE LE FEDERAZIONI
  27. ^ Il PCI cambierà nome? «Tutto è possibile»
  28. ^ BLOCCATI I CENTRALINI ALLUNITA E AL PARTITO
  29. ^ DA OGGI 'ITALIARADIO' DIFFONDE LA VOCE DEL PCI
  30. ^ INGRAO BOCCIA LA LINEA DI OCCHETTO
  31. ^ 'GUAI A TOCCARE IL NOSTRO SIMBOLO'
  32. ^ LA VECCHIA GUARDIA SFILA NEL MEZZO DELLA BUFERA
  33. ^ La sfida dei colonnelli "così o ce ne andiamo"
  34. ^ 'ME NE VADO, SONO INAFFIDABILI'
  35. ^ ARRIVA L'APPOGGIO DEI QUADRI DI PARTITO
  36. ^ IL LUNGO GIORNO DI MORETTI
  37. ^ UN VIAGGIO NELL'ITALIA DEI SÌ E DEI NO È IL DOCUMENTARIO DI NANNI MORETTI

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Luca Telese, Qualcuno era comunista, Milano, Sperling & Kupfer, 2009.

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]