Presbitero
Il prete (dal greco πρεσβύτερος, presbyteros, "anziano"; attraverso il latino presbyter deriva anche il termine italiano presbitero) è nella Chiesa cattolica, e in altre Chiese cristiane, quello tra i ministri del culto che ha ricevuto, in una specifica ordinazione, il mandato di presiedere il culto, guidare la comunità cristiana e annunciare la parola di Dio. Un termine usato in modo equivalente è sacerdote.
Il presbiterato è il secondo grado dell'ordine sacro (diacono, presbitero, vescovo).[1]
Indice |
[modifica] Storia
[modifica] Nella chiesa antica
Già nel Nuovo Testamento si usa il termine "anziani" (presbýteroi) per riferirsi ai membri di una sorta di consiglio che, sul modello delle comunità giudaiche della diaspora, amministrava una singola chiesa locale.
La lettera a Tito (1,5-9) parla dell'organizzazione della Chiesa citando anziani, vescovi e diaconi. Nel definire le qualità richieste a questi responsabili ne esalta le caratteristiche di buon marito e padre di famiglia; non fa riferimento all'obbligo di celibato, che fu introdotto per i vescovi, e nella Chiesa d'occidente anche per i presbiteri, dopo alcuni secoli.
Nella prima lettera a Timoteo (3:1-12), oltre a vescovi e presbiteri, e in parallelo con i diaconi, sono citate delle "donne", richiedendo che «Siano dignitose, non pettegole, sobrie, fedeli in tutto». Probabilmente si tratta delle mogli degli anziani, o presbiteri, oppure di diaconesse, che avevano ricevuto il mandato di esercitare opere di carità e assistenza all'interno della comunità.
Sempre nel Nuovo Testamento, l'autore della Prima lettera di Pietro afferma:
| « Esorto gli anziani (presbytèrous) che sono tra voi, quale anziano come loro (sympresbýteros), testimone delle sofferenze di Cristo e partecipe della gloria che deve manifestarsi: pascete il gregge di Dio che vi è affidato, sorvegliandolo non per forza ma volentieri secondo Dio; non per vile interesse, ma di buon animo; non spadroneggiando sulle persone a voi affidate, ma facendovi modelli del gregge. E quando apparirà il pastore supremo, riceverete la corona della gloria che non appassisce. » (1 Pietro 5,1-4) |
Il testo esprime la coscienza che il servizio del presbitero è una funzione simile a quella del pastore, cioè di guida del popolo di Dio. Al tempo stesso il testo ci fa intuire che, alla fine del I secolo o inizio del II, il termine non aveva l'odierno significato tecnico che indica il secondo grado del sacramento dell'ordine, ma si riferiva in forma più ampia ad un ministero di guida della Chiesa: di fatto l'autore dell'epistola si mette nei panni di Pietro, che nella visione odierna chiameremmo vescovo o papa, e si riferisce a sé come "presbitero come gli altri presbiteri".
Nelle lettere di Sant'Ignazio di Antiochia († 107) troviamo per la prima volta la comprensione di una tripartizione vescovo, presbiteri, diaconi, nella forma che ancora oggi è praticata nella Chiesa Cattolica. In essa l'episcopato ha forma "monarchica", cioè il vescovo è la guida assoluta della comunità a lui affidata, e i presbiteri sono suoi fedeli collaboratori, attaccati a lui "come le corde alla cetra" (Efesini 4,1).
[modifica] Dal IV secolo
Terminata l'epoca della persecuzione dei cristiani nell'impero romano, quando non c'era più scontro né con il mondo pagano romano né con l'ebraismo, si cominciò a usare anche la parola "sacerdote" per indicare i presbiteri.
Ciò corrispose a un processo che fu generale nella chiesa, e che consistette nel riscoprire tipi e figure dell'Antico Testamento. Fu solo in quest'epoca che si vide nei sacerdoti dell'Antico Testamento la prefigurazione di quelli del Nuovo. Fino a quell'epoca la parola "sacerdote" era usata nel senso del "sacerdozio comune dei fedeli" (sacerdozio battesimale). Corrispondentemente, si cominciò a usare l'espressione sommo sacerdote per riferirsi al vescovo.
[modifica] Nella chiesa contemporanea
Nella Chiesa cattolica ogni prete è incardinato in una diocesi o in un istituto di vita consacrata, sotto l'autorità di un vescovo diocesano o di un superiore religioso. La categoria complessiva delle persone che hanno ricevuto il sacramento dell' Ordine Sacro, è definita il Clero.
I sacerdoti che operano alle dirette dipendenze dei vescovi, formano il clero secolare (per la vita immersa nel "secolo", cioè nelle occupazioni quotidiane della gente), e più analiticamente il clero diocesano. Invece quelli che fanno parte di un ordine o di una congregazione sono chiamati religiosi, e costituiscono il clero regolare, per la vita disciplinata dalla "regola" dell'istituto di appartenenza.
Lo statuto teologico del presbitero è quello della partecipazione al ministero del vescovo, come collaborazione al servizio del Vangelo. Il presbiterato è il secondo grado del sacramento dell'Ordine sacro, che secondo la dottrina della Chiesa cattolica fu istituito dallo stesso Gesù Cristo.[1]
Il presbitero diocesano, con l'ordinazione, nei riti latini (romano, ispanico e ambrosiano) fa una "promessa di celibato" mentre il religioso presbitero ha già emesso, al momento della professione perpetua, il "voto di castità".
Con il Concilio Vaticano II (cfr. il decreto Presbyterorum Ordinis) si è confermato l'uso antico della parola "presbitero", e i documenti dello stesso Concilio preferiscono abitualmente questa parola a quella più ambigua di "sacerdote" (che nella Chiesa cattolica designa anche, e soprattutto, il vescovo). D'altronde, l'italiano "prete" non è altro che una corruzione, propria della lingua parlata, del termine più colto "presbitero".
[modifica] Distintivi propri
Nella chiesa latina, i paramenti liturgici propri del presbitero sono la stola, indossata con i capi pendenti sul davanti, e la casula o la pianeta (indossate sopra la stola durante la celebrazione della messa). Invece, il piviale è una sorta di mantello indossato nelle celebrazioni diverse dalla messa, ma non solo dal prete (per esempio è utilizzato dal diacono che presieda la celebrazione di un sacramento o la liturgia delle ore).
[modifica] Note
- ^ a b Lumen Gentium 28
[modifica] Voci correlate
[modifica] Collegamenti esterni
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