Laicato
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Il laicato è l'insieme dei laici intesi come tutti i fedeli di una religione che non appartengono al clero, il termine laico deriva dal greco λαϊκός, laikós - uno del popolo, dalla radice λαός, laós - popolo.
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[modifica] Cattolicesimo
Nel cattolicesimo il termine può avere varie sfumature. Fino al Concilio Vaticano II indicava:
- tutti i fedeli che non fanno parte né del clero né di alcun ordine religioso;
- poteva indicare anche la condizione di un religioso che non è prete (il cosiddetto "fratello laico").
La connotazione di laico era quindi di carattere "negativo": colui che non è prete né religioso: un livello minore rispetto ai chierici.
Fino al medioevo la partecipazione dei laici nella chiesa era intesa attraverso le autorità secolari, che potevano avere una forte influenza negli affari ecclesiastici, come ad esempio la nomina dei vescovi o il patronato su parrocchie e abbazie oppure, a livello popolare, da confraternite (fino a tutto il secolo XIX) e, in epoca più recente, nelle associazioni ecclesiali.
Con il Concilio Vaticano II la Chiesa ha riscoperto la vocazione propria dei laici: essi sono i membri della chiesa il cui ruolo è cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio. Il loro ruolo è santificare il mondo creato rendendolo più cristiano nelle sue strutture e sistemi:
- Per loro vocazione è proprio dei laici cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio (Costituzione apostolica Lumen Gentium).
I laici sono quindi considerati oggi membri della chiesa a pieno titolo. Condividono con essa lo scopo della santificazione, per un "più profondo legame degli uomini con Dio" (Catechismo della Chiesa Cattolica 775)) agendo con libertà e responsabilità personale e non come agenti della gerarchia ecclesiastica. Con il battesimo sono resi membri della famiglia di Dio, la Chiesa, e crescono in intima unione con Dio, "all'interno" e "per mezzo" del mondo.
La causa della santità dei laici non è il distacco dal mondo ma la santificazione del mondo materiale con Cristo, parola di Dio fatta carne. Laureati, madri di famiglia, contadini, banchieri, autisti, svolgendo il loro lavoro nel mondo con spirito cristiano hanno il compito di estendere il Regno di Dio. Secondo i ripetuti pronunciamenti dei papi e dei vescovi cattolici, i laici devono dire "noi siamo Chiesa" allo stesso modo in cui i santi dicono "Cristo vive in me".
Il ruolo dei laici nella Chiesa è stato esteso con la creazione di ministeri laici di vario tipo. Inoltre, come effetto del declino delle vocazioni, membri laici devono farsi carico di alcuni dei ruoli che prima erano compito esclusivo dei sacerdoti.
[modifica] Protestantesimo
[modifica] Chiesa Episcopaliana
Nella Chiesa Episcopaliana il laico ha voce nell'ordinamento legislativo. Nella convenzione generale fino a quattro laici per ogni diocesi sono eletti per rappresentare la diocesi nella House of Deputies, una delle due sedi di governo della Chiesa Episcopale. A livello parrocchiale locale alcuni laici sono eletti per fare parte di un consiglio detto vestry.
Il termine laico può anche riferirsi a persone che servono durante le celebrazioni della chiesa senza essere ordinati chierici.
[modifica] Tradizione Metodista
Una antica tradizione di preghiera nelle Chiese Metodiste è la presenza del Lay Preacher (predicatore laico) come guida di preghiere di gruppo (chiamate circuit) all'interno di chiese o in luoghi di incontro.
Il "lay preacher" camminava o cavalcava in un'area predefinita comprendente luoghi di riunione, secondo un schema predefinito e a degli orari stabiliti, dove si raccoglievano le persone per ascoltare il predicatore. Anche dopo l'istituzione di Ministri e di Pastori, la tradizione del "Lay preacher" continuo' , questi predicatori venivano nominati dalle singole comunita' e venivano invitati dalle comunita' vicine, sono una sorta di assistenti del Ministro e ne svolgono alcune funzioni quando questi si devono assentare.
[modifica] I laici nel Buddhismo
Nel Buddhismo esiste una suddivisione tra laici e chierici/monaci. Le strutture e le dinamiche di questa situazione sono comparabili a quelle presenti nel Cristianesimo.[senza fonte]
Nel Buddhismo cinese ci sono di solito laici che indossano una veste nera e a volte una fascia marrone a connotare il fatto che hanno preso i cinque precetti buddhisti.
[modifica] I laici nel primo buddhismo
Pur essendo il buddhismo nato e sviluppatosi per lungo tempo come una religione eminentemente monastica, pure il canone buddhista non è avaro di insegnamenti rivolti ai laici. Gotama Buddha era conscio delle limitazioni e degli inconvenienti che possono ostacolare il progresso spirituale dei laici[1], per cui indirizzava i suoi insegnamenti soprattutto alla comunità monastica. Eppure, per quanto difficile, non credeva impossibile che dei laici potessero procedere con grande beneficio nella pratica fino a conseguirne i frutti tra i più elevati. Nonostante la totale dipendenza dei monaci dai laici per soddisfare i loro bisogni primari, cibo, medicine e vestiario inclusi, i primi non devono essere mai nelle condizioni di poter supervisionare, giudicare o imporre un indirizzamento particolare alla vita dei laici[2]. La sola misura diretta che la comunità monastica può adottare nei casi in cui dei laici si dimostrino di condotta talmente reprensibile o malvagia da non poter essere passivamente condonata, è quella di rifiutare di accettare le loro offerte praticando il pattam nikujjana kamma, una forma di boicottamento sociale prevista dalla disciplina monastica, che consiste nel rovesciare la ciotola durante l'elemosina perché, passando di fronte ai laici riprovevoli, questi non gli possano offrire niente[3].
Nel canone buddhista si distinguono due classi di laici: gli upāsaka (upāsikā, femm.) e i gahapati. I primi sono quei laici che hanno inteso di coinvolgersi a tale punto nella loro pratica dal volersi prendere personalmente e direttamente cura di una comunità monastica durante il periodo di ritiro della stagione delle piogge, il vassa, e di ascoltare con assiduità gli insegnamenti di dottrina (Dhamma) elargiti. I secondi sono i laici ordinari, identificati con un termine che lo Edgerton dichiara sia da tradursi, piuttosto che con l'usuale "tesorieri", con "capitalisti", in origine "capi di corporazione"[4]. Gahapati è inoltre la "designazione di un uomo di alto rango della terza casta (cf. kuṭumbika), seṭṭhi"[5]. È considerato uno dei sette 'gioielli' di un cakravartin. La funzione di un gṛhapati (pāli gahapati)-ratna è di identificare il luogo dove giacciono tesori nascosti per mezzo del divyacakṣu[6] di cui è dotato, consegnando quelli non reclamati da alcun legittimo proprietario al sovrano[7].
Il capofamiglia (gahapati) di solito fa affidamento per il proprio sostentamento all'esercizio delle arti e dell'artigianato (sippādhiṭṭhāna), e si occupa delle proprie attività (kammantābhinivesā) e mira alla fruizione del proprio lavoro (niṭṭhitā kammatapariyosanā)[8]. È quindi incline all'accumulo di oro, raccolti, edifici, terre, moglie e servi, sia maschi che femmine[9]. È soddisfatto del possesso di beni terreni, del godimento degli stessi e anche della condizione sia di assenza di debiti che di irreprensibilità[10]. Gode di ogni sorta di piacere dei sensi[11]. In somma, i gahapati sono dediti ai figli, alla moglie, agli olii, alle ghirlande, agli ori e agli argenti e ad altri articoli di lusso. Ci si attende da loro che siano energici nella loro vocazione, che si prendano la giusta cura della ricchezza che hanno guadagnato in modo appropriato, che si associno a persone di fede, di buona moralità, bendisposti alla carità e saggi, e che si sforzino di entrare in possesso delle loro buone qualità e di essere come loro[12]. I gahapati hanno a volte il timore di ritirarsi dalla loro vita di uomini di famiglia e così si danno ai godimenti terreni, probabilmente a causa della loro ignoranza delle conseguenze negative dell'attaccamento alle cose del mondo[13].
Del termine gahapati è offerta la seguente etimologia[14]. Nel Dizionario della Pāli Text Society è fatto derivare da "gaha+pati, in lingua vedica gṛhapati, dove pati è inteso nel suo significato originale di 'signore', 'padrone', indicando un senso di dignità, potere e buon auspicio (cf. sans. dampati=dominus, e pati nel p. senāpati, comandante in capo, sans. jāspati, capo famiglia, lat. hospes, bulg. antico gospoda=potestas)", definito come "il possessore di una casa, il capo della casa, pater familias (freq.+seṭṭhi)"[15]. Il pāli gahapati è equivalente in questo senso a gṛhastha, un laico, uno che vive nella sua propria casa (gṛhin, un proprietario di casa, un laico, un uomo sposato)[16]. E così gṛhastha (sans. budd. gahastha, pāli gahaṭṭha) indica un laico, diversamente da pravrajita[17].
Il termine upāsaka (upāsikā, femm.), vuol dire invece in senso letterale 'sedersi dappresso a', ossia un aderente laico, un devoto laico[18], un seguace laico che ha una profonda fede nel buddhismo e che ha anche preso rifugio nel Buddha, nella sua dottrina e nella comunità dei suoi nobili discepoli[19]. Scrive Sir Charles Eliot[20]:
| « Il termine (ossia upāsaka) può essere tradotto come si conviene con laico, per quanto la distinzione tra il clero e il laicato, com'è inteso nella maggior parte dell'Europa, non corrisponde proprio alla distinzione tra i bhikkhu e gli upāsaka. Il clero europeo è spesso ritenuto essere l'interprete della Divinità, e quando mai ne ha avuto il potere si è di solito arrogato il diritto di fare da supervisore e da controllore dell'amministrazione morale o persino politica del proprio paese. Una cosa simile si può trovare nel lamaismo, ma non trova spazio nell'istituzione originale di Gotama né nella chiesa buddhista com'è dato oggi di conoscere in Birmania, nel Siam e a Ceylon » | |
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(Charles Eliot)
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[modifica] Note
- ^ Étienne Lamotte, Histoire du Bauddhisme Indien: des origines à l'ère Saka. Université de Louvain, ed. 1958, cit. in D. K. Barua, pag. 64
- ^ D. K. Barua, pag. 65
- ^ Ibid., pag. 65
- ^ Franklin Edgerton, Buddhist Hybrid Sansrkrit Grammar and Dictionary, vol II, pag.214, cit. in D. K. Barua, pag. 69
- ^ Anderson Dines, (A) Pāli Glossary including the words of the Pāli Reader and of the Dhammapada (ed. 1904-1905), pag. 89; Anderson Dines, (A) Pāli Reader with notes and Glossary, parte II (ed. 1907), pag. 89, cit. in D. K. Barua, pag. 69
- ^ pāli dibbacakkhu, l'occhio divino, una delle cinque pañcābhijñāḥ, sans., pañcā abhiññā, pāli, le impostazioni verso la conoscenza superiore o conoscenze sovranormali, vedasi voce abhiññā del Buddhist Dictionary - Manual of Buddhist Terms and Doctrines del ven. Ñanatiloka, Buddhist Publication Society, Kandy, Sri Lanka
- ^ Aṇguttaranikāya, I, pag. 229; III, pag. 391, cit. in D. K. Barua, pag. 69
- ^ Dīghanikāya, II, 16, 176, cit. in D. K. Barua, pag. 69
- ^ Majjhimanikāya, I, pag. 452, cit. in D. K. Barua, pag. 69
- ^ Aṇguttaranikāya, II, pag. 69 (Atthisukha, bhogasukha, anaṇasukha e anavajjasukha), cit. in D. K. Barua, pag. 69
- ^ Majjhimanikāya, I, pag. 505, cit. in D. K. Barua, pag. 70
- ^ Aṇguttaranikāya, I, pagg. 281-282; II, pag. 45, cit. in D. K. Barua, pag. 70
- ^ Aṇguttaranikāya, IV, pag. 438, cit. in D. K. Barua, pag. 70
- ^ D. K. Barua, pag. 68
- ^ Rhys Davids, T. W. & Stede, Williams, ed. (The) Pāli Text Society's Pāli-English Dictionary (Luzac & company, Ltd., 1959), pag. 248
- ^ Memoirs of the Asiatic Society of Bengal, vol. IV, no. 1, pag. 35 (vocabolario sanscrito-tibetano-inglese, edizione e traduzione del Mahāvyutpatti di Alexander Cosma De Koros)
- ^ K. Barua, pagg. 68-69
- ^ O. Frankfurter, Handbook of Pāli being an elementary grammar, a chrestomathy, and a glossary (ed. 1883), pag. 158, cit. in D. K. Barua, pag. 70
- ^ Saṁyuttanikāya, vol. V, pag. 395; Aṇguttaranikāya, vol. IV (ed. 1899), pag. 220
- ^ Charles Eliot, Hinduism and Buddhism: an historical sketch, vol. I (Routledge & Kegan Paul Ltd., ed. 1954), pag. 249, cit. in D. K. Barua, pag. 71
[modifica] Bibliografia
Dipak Kumar Barua, An analytical Study of Four Nikāyas, 2a ed. New Delhi, Munshiram Manoharlal Publishers Pvt., 2003. 626 ISBN 81-215-1067-8

