Storia di Pavia

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Solo alcune delle centinaia di torri che ornavano il paesaggio cittadino nel Medioevo sono sopravvissute fino ad oggi.

La storia di Pavia ha inizio in epoca preromana quando un insediamento fu fondato dalle tribù della Gallia transpadana sulle rive del fiume Ticino poco distante dalla confluenza con il fiume Po. Plinio scrisse che fu fondata dalle tribù liguri dei Levi e dei Marici, mentre Claudio Tolomeo la attribuì agli Insubri.

Le origini[modifica | modifica wikitesto]

I fondatori dell'antico insediamento preromano appartenevano con molta probabilità alle tribù dei Levi e dei Marici che si stanziarono lungo le rive del fiume Ticino, non lontano dal Po, la cui confluenza era molto più vicino alla città di quanto non lo sia ora.

Secondo la leggenda le tribù che fondarono Pavia, giunte nei pressi del luogo dove sorse la città ed essendo indecise sulla sponda sulla quale costruire le proprie capanne, decisero di affidarsi agli dei. Portarono un'imbarcazione in mezzo al fiume dalla quale una fanciulla liberò una colomba. L'uccello dopo aver volteggiato sul fiume si posò sulla parte sinistra dove si mise a costruire il proprio nido. Preso atto della volontà divina le tribù iniziarono a costruire le prime abitazioni[1].

Ticinum[modifica | modifica wikitesto]

La città assunse importanza al tempo dei Romani, con il nome di Ticinum, dopo che fu raggiunta da un'estensione della Via Emilia, nel 187 a.C. Poco è noto di Ticinum: era un municipium, nella città venne eretto un arco di trionfo in onore di Augusto e nel IV secolo era sede della manifattura di archi. Cornelio Nepote, il biografo, nacque probabilmente a Ticinum. Il centro storico di Pavia, un quadrato di circa 1 km², ha ancora oggi la tipica pianta derivata dal castrum, l'accampamento militare romano, dotato di due assi perpendicolari, il cardo (oggi Corso Strada Nuova) e il decumano (oggi Corso Mazzini prima dell'intersezione e Corso Cavour dopo). La conservazione della pianta della città è stata permessa dal fatto che la città non è mai stata distrutta completamente. A partire dal III secolo venne costruita a una zecca imperiale (che arrivò a contare sei officine).

Invasioni barbariche e Regno Longobardo[modifica | modifica wikitesto]

La città venne saccheggiata da Attila nel 452 e da Odoacre nel 476. Crebbe di importanza come centro militare nel periodo delle invasioni dei Goti. Teodorico fece costruire un palazzo, dei bagni, un anfiteatro e nuove mura. Narsete riconquistò Ticinum per l'Impero Romano d'Oriente, ma dopo un lungo assedio la dovette cedere ai Longobardi nel 572.

La città divenne, con il nome Papia, da cui il moderno "Pavia", la capitale del Regno longobardo e come tale una delle più importanti città italiane. Con la conquista di Pavia e la cattura di Desiderio nel 774, Carlo Magno distrusse definitivamente la supremazia longobarda.

Periodo carolingio[modifica | modifica wikitesto]

La città continuò ad essere il centro del potere carolingio in Italia e fu costruita una residenza reale nelle vicinanze (a Corteolona). Nella chiesa di San Michele Maggiore a Pavia, Berengario I del Friuli e i suoi successori fino a Berengario II e Adalberto II, furono incoronati Re d'Italia. Sotto il regno di Berengario la città fu saccheggiata e incendiata dagli Ungari e il vescovo fu ucciso. Nel 951 si celebrò a Pavia il matrimonio tra Ottone I e Adelaide, che esercitarono un'importante influenza sulle relazioni tra l'impero e l'Italia. Ma, quando la successione alla corona d'Italia venne contesa tra l'imperatore Enrico II e Arduino d'Ivrea, la città appoggiò il secondo. La città fu quindi distrutta da Enrico, che fu attaccato dai cittadini nella notte dopo la sua incoronazione nel 1004. Nell'XI e XII secolo Pavia viene chiamata la seconda Roma.

La rivalità con Milano e il dominio dei Visconti e degli Sforza[modifica | modifica wikitesto]

La rivalità tra Pavia e Milano si trasformò in una guerra nel 1056 e Pavia chiamò gli odiati imperatori. Non prese però probabilmente parte alla battaglia di Legnano e in gran parte rimase schierata con il partito ghibellino fino alla fine del XIV secolo. Nei primi decenni del Trecento la forza militare di Pavia era tutt'altro che trascurabile. Opicino de Canistris affermava che Pavia poteva mobilitare circa 2.000-3.000 cavalieri e più di 15.000 fanti, una quantità abbastanza elevata per l'epoca, anche se tali numeri sembrano rispecchiare effettivamente la realtà, soprattutto se alle forze cittadine venivano sommati i contingenti del contado. La potenza della città si tradusse in una politica espansionistica che si rivolse alla conquista manu militari della Lomellina e di quella parte del Contado di Tortona che da quel momento cominciò a chiamarsi Oltrepò Pavese.

Nell'Italia che iniziava il suo passaggio dai Comuni alle Signorie in Lombardia cresceva l'importanza di Milano. In questo contesto di profondi cambiamenti geopolitici Pavia cercò di mantenere una sua autonomia aderendo all'alleanza anti viscontea che faceva capo al Marchesato del Monferrato. La sconfitta del Monferrato nel 1286-87 portò di fatto all'imposizione dell'nfluenza dei Visconti sulla città.

A Pavia, nel 1301, la fazione contraria ai Visconti, riprese il dominio della città con Filippone Langosco che assunse la carica di Governatore della milizia, del popolo e dei paratici. Galeazzo riuscì però a sconfiggere e a uccidere il figlio di Filippone, Riccardino, il 6 ottobre 1315. Rafforzata la famiglia Beccaria, più disponibile verso la casata milanese, Luchino Visconti, fratello di Galeazzo, divenne Podestà. Malgrado l'influenza esercitata sulla vita politica cittadina Milano non riuscì mai a imporre il proprio dominio sulla città.

La rivalità tra Milano e Pavia e soprattutto le mire milanesi nei confronti della città portarono a una serie di confronti armati che si susseguirono per tutti gli anni cinquanta del XIV secolo fino alla vittoria dei Visconti e al loro ingresso in città. Già nel 1353 l'Arcivescovò di Milano rivendicò la signoria su Pavia, ma la città reagì cacciando il podestà filo visconteo. In seguito Galeazzo II nel marzo del 1356 mosse contro la città con una flotta che risalì il Po da Piacenza, ma ancora una volta la vittoria andò ai pavesi. I milanesi, memori della sconfitta subita, organizzarono tra aprile e maggio un assedio alla città con un grande numero di armati. Ma aiutati dalle truppe inviate dall'alleato Marchese dei Monferrato il 27 maggio i pavesi attaccarono l'accampamento visconteo riportando una schiacciante vittoria, che fu ripetuta pochi giorni dopo ai danni della flotta che era ancorata vicino alla confluenza con il Po. La resistenza fu ispirata da Iacopo Bossolaro, un frate predicatore agostiniano del convento di San Pietro in Ciel d'Oro, che spingeva con le sue prediche i pavesi a combattere contro i Visconti[2]. Un quadro del pittore pavese Pasquale Massacra ritrae il frate mentre da un carroccio arringa i concittadini alla resistenza[3]

Galeazzo II cambiò strategia e iniziò ad attaccare a partire dell'estate territori pavesi, prima Mortara e poi Garlasco. Intanto in città la situazione era cambiata. Nel settembre 1357 Bossolaro guidò una rivolta militare che portò alla cacciata dei Beccaria dalla città e a instaurare un governo popolare. Bossolaro era mosso non solo dalla volontà di preservare l'autonomia cittadina ma iniziò una predicazione moralizzatrice contro i vizi e il malcostume di cui, secondo lui, i Beccaria erano i principali artefici[4]. Una lapide posta sui muri del convento di San Pietro in Ciel d'Oro ricorda le vicende umane del frate[5].

Questa mossa indebolì molto Pavia non solo perché i Beccaria[6] controllavano molti castelli ma perché erano al centro di una rete di alleanze con alcune delle più importanti famiglie della città e del contado. Nel 1358, con il trattato di Zavattarello i Beccaria si allearono con i Visconti iniziando una campagna che tolse a Pavia quasi tutto l'Oltrepo e la Lomellina.

La fase finale della guerra iniziò nell'aprile del 1359 quando Galeazzo II organizzò minuziosamente la spedizione contro la città con il coinvolgimento di molti contingenti assoldati in molte parti d'Italia. L'assedio duro molti mesi mettendo allo stremo della città. Anche i tentativi di sortita per spezzare l'accerchiamento fallirono e il 13 novembre 1359 Pavia si arrese all'esercito visconteo agli ordini di Protesio Caimi.

Dal 1360, quando Galeazzo II fu nominato vicario imperiale da Carlo IV, Pavia cadde in pratica sotto la dominazione della famiglia Visconti e parte del Ducato di Milano malgrado che nel trattato di pace Galeazzo II avesse assicurato che avrebbe rispettato il governo comunale. Lo stesso Bossolaro fu incarcerato a Vercelli dove rimase prigioniero per quattordici anni.

I Visconti contribuirono ad arricchire la città sia sul piano architettonico che su quello culturale. Nel 1361 venne fondato da Gian Galeazzo Visconti lo Studium Generale, che sarebbe diventato la futura Università di Pavia. Nel 1360 iniziò invece la costruzione del Castello. Oltre ai docenti che insegnavano nello stadium la vita culturale della città vide anche la presenza di Francesco Petrarca, presente più volte a Pavia ospite della figlia. L'abitazione doveva trovarsi vicino all'attuale palazzo Malaspina, ora sede della Prefettura, come ricorda una lapide posta aal'ingresso della corte del palazzo. Secondo la tradizione Petrarca ha avuto un ruolo nella formazione della biblioteca voluta da Gian Galeazzo. La biblioteca era ospitata al primo piano della torre sudovest. Con le continue acquisizioni da parte dei duchi, continuate anche dagli Sforza, la biblioteca divenne una delle più ricche, prestigiose e ammirate dell'epoca in tutta Europa[7]

La morte di Filippo Maria Visconti (1447), che non aveva eredi, né aveva designato un suo successore, portò alla disgregazione del ducato di Milano. Mentre Lodi e Piacenza passarono a Venezia, Pavia rimaneva sotto il controllo del nuovo signore di Milano, Francesco Sforza.

Dovette pagare una terribile multa nel 1500 per via dell'insurrezione contro la guarnigione francese nel 1499 e nel 1512, dopo la vittoria di Ravenna, Pavia presentò a Luigi XII, come segno di fedeltà uno stendardo magnifico, che fu però rubato da mercenari svizzeri e spedito a Fribourg come trofeo di guerra oggi distrutto.

La battaglia di Pavia e la dominazione spagnola[modifica | modifica wikitesto]

La città fu fortificata da Carlo V e così poté porre resistenza a Francesco I di Francia, che fu disastrosamente sconfitto nelle vicinanze. Si tratta della famosa battaglia di Pavia (1525), tra i francesi e gli Imperiali, vinta da questi ultimi, perché il capitano di ventura forlivese Cesare Hercolani, ferendo il cavallo del re Francesco I di Francia, ne permise la cattura, meritandosi il soprannome di vincitore di Pavia e la gratitudine dell'Imperatore Carlo V d'Asburgo. Legata a questa vicenda è la storia della "Zuppa alla pavese", semplice zuppa con pane secco, uova, formaggio e burro cucinata da una contadina al re appena fatto prigioniero. Si racconta che al re piacque così tanto da farla inserire nel menu di corte con il nome di "soupe à la pavoise".

Tuttavia due anni più tardi i francesi, guidati da Odet de Foix, sottomisero la città ad un saccheggio di sette giorni; durante l'assedio, il Castello Visconteo perse l'ala nord - la più bella, perché conteneva gli appartamenti ducali, con stanze affrescate dal Pisanello - e le due torri di nordovest e nordest, le campagne attorno alla città furono devastate ed alcune chiese suburbane, o vicine alle mura, furono distrutte o talmente danneggiate da non essere più utilizzabili. Terminato il saccheggio, i francesi scesero verso Piacenza, diretti a Roma. All'Hercolani non andò molto meglio: fu assassinato, in casa sua, da sicari guelfi nel 1534.

Nel 1655 il principe Tommaso I di Savoia attaccò Pavia con un'armata di 20 mila soldati francesi, ma dovette ritirarsi dopo un assedio durato 52 giorni.

Il trattato di pace di Cateau-Cambresis (1559) tra i sovrani spanolo e francese, assegnò il Ducato di Milano al ramo spagnolo degli Asburgo inaugurando un dominio durato 155 anni.

Pavia fu in seguito sotto diverse dominazioni straniere. Nel 1706 fu occupata dagli austriaci, nel 1733 dai francesi, nel 1743 da francesi e spagnoli; nel 1746 dagli austriaci, nel maggio 1796 da Napoleone, che la punì per un'insurrezione condannandola ad un saccheggio di tre giorni. Nel 1814 tornò sotto gli austriaci.

Regno di Sardegna[modifica | modifica wikitesto]

Il movimento rivoluzionario del febbraio 1848 fu represso duramente dagli austriaci: nel mese successivo per breve tempo le forze del Regno di Sardegna ne ottennero il controllo, perdendolo però subito dopo, fino al 1859 quando Pavia divenne parte del regno insieme al resto della Lombardia.

In molti periodi Pavia è stata il centro di grande attività intellettuale. Qui Severino Boezio scrisse il De consolatione philosophiae. La scuola legale di Pavia fu resa celebre da Lanfranco, futuro arcivescovo di Canterbury. Francesco Petrarca venne spesso qui a trovare l'amico Galeazzo II. Cristoforo Colombo fu studente all'Università di Pavia intorno al 1465. Nel 1471 si introdusse la stampa. Due dei vescovi di Pavia furono eletti al papato, Papa Giovanni XIV e Papa Giulio III. Altro pavese illustre fu Luigi Porta, famoso anatomista.

L'avvento del fascismo[modifica | modifica wikitesto]

Nelle elezioni dell’autunno del 1920 il Partito socialista raggiunse uno straordinario risultato ottenendo in provincia 156 sindaci su 220 e 56 seggi su 60 del Consiglio provinciale[8]. da subito si scatena la reazione fascista in quello che è stato definito un "biennio nero" nel corso del quale i sindaci socialisti vengono cacciati uno dopo l'altro con la violenza.

Anche a Pavia fu teatro dell'azione squadrista contro gli avversari politici. Uno dei primi a farne le spese fu lo studente universitario cremonese Ferruccio Ghinaglia. Il giovane, dirigente del neonato Partito Comunista, fu ucciso il 21 aprile del 1921 da un gruppo di aderenti al fascio in un agguato mentre attraversa il Ponte coperto. Gli assalitori sparano sul gruppo di attivisti di ritorno da un'iniziativa politica. Quattro persone vengono ferite mentre Ghinaglia viene colpito alla testa[9].

La presa di Pavia da parte dei fascisti matura proprio nei giorni cruciali della marcia su Roma e venne coordinata da Angelo Nicolato. Nicolato stabilì il quartier generale nella locanda Tre Re di Cava Manara dove furono fatte convergere tutte le truppe fasciste. L'operazione ebbe inizio la mattina del 28 ottobre 1922 quando le squadre fasciste entrano in città e si dirigono verso la prefettura senza incontrare nessuna resistenza da parte del presidio militare della città e in poche ore prendono il controllo dei punti nevralgici della città. Alle cinque del pomeriggio del 28 ottobre il capitano Tommaso Bisi con un squadra di camicie nere fece irruzione nella sede comunale di palazzo Mezzabarba assumendo il potere. Il sindaco socialista Alcide Malagugini convoca il convoca il consiglio comunale che il 29 ottobre decreta il proprio autoscioglimento.la carica di sindaco viene assunta dal potente dirigente fascista lomellino Cesare Forni, espressione dell'ala dura del partito legato ai grandi proprietari agrari.

Il dominio del Forni sul fascismo pavese non durò molto e questi, dopo essere entrato in scontro con lo stesso partito, venne rimosso. Nicolato, dopo aver allontanato anche il Bisi, controlla il partito in provincia promuovendo a capo del fascismo in provincia l'alleato prof. Spizzi[10].

La resistenza e la liberazione[modifica | modifica wikitesto]

Molto prima che iniziasse la resistenza Pavia annoverò alcuni fulgidi esempi che si esposero personalmente per contrastare la dittatura. Tra questi una delle figure più interessanti è quella di Giorgio Errera docente di chimica all'Università di Pavia. Già nel 1923 rifiutò la carica di Rettore, che gli era stata proposta dal Ministro della Pubblica istruzione Giovanni Gentile di cui era amico, per il giudizio negativo che aveva del regime. Successivamente nel 1931 fu uno dei dodici professori universitari italiani (su 1255) che rifiutò di giurare fedeltà al fascismo e fu per questo messo in pensione[11].

Dopo l'8 settembre 1943 i tedeschi, a poche ore dall'armistizio, presero il controllo diretto di tutti i centri più importanti della provincia. La sera del 9 settembre al comando del capitano Korsemann arrivarono alle porte di Pavia. Il 29 settembre 1943 si tenne nella sala del camino del Broletto la prima riunione del ricostituito fascio repubblicano guidato dal federale Dante Cattaneo.

Il primo Comitato di Liberazione Nazionale di Pavia fu interamente smantellato l'8 gennaio del 1944 quando la Guardia Nazionale Repubblicana arrestò cinque suoi membri: Enrico Magenes, Ferruccio Belli, Luigi Brusaioli, Angelo Balconi e Lorenzo Alberti[12]. Le forze antifasciste riuscirono a costituire il CLN solo all'inizio dell'estate del 1944.

La battaglia per la liberazione di Pavia si svolse nella notte tra il 25 e il 26 aprile 1945 e il 26 i comandi fascisti si arresero ai partigiani. Dopo la liberazione il 27 aprile 1945 il Comitato di Liberazione Nazionale di Pavia prese possesso della prefettura. La città era ormai interamente sotto il controllo delle forze partigiane scese dalle colline dell'Oltrepo. Il 30 aprile entrano in città le prime truppe alleate[13].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Luigi Ponzio, Compendio della storia popolare dell storia di Pavia, Pavia, Tipografia Fratelli Fusi, 1911, pp. 16-20.
  2. ^ Sisto Capra, Così Pavia resistette ai Visconti, in Socrate al Caffe, nº 84, Febbraio 2013, pp. 2-6.
  3. ^ La figura del frate ispirò diversi artisti soprattutto nel periodo risorgimentale. Oltre alle opere del Massacra è interessante questo volume di: Cesare Carraresi, Iacopo Bossolari da Pavia. Racconto storico del secolo XIV, Firenze, Ediz. Giuseppe Mariani
  4. ^ “Frate Jacopo Bossolaro, con l’efficacia della parola che gli ottenne un potere quasi assoluto a Pavia, fatti cacciare i Beccaria odiosi, seppe imporre un freno al dilagante malcostume e alle spese lussuose e animosamente predicò la resistenza alle armi di Galeazzo II Visconti assediante la città.", Faustino Gianani, La Basilica di San Pietro in Ciel d’Oro di Pavia nella storia e nell’arte, Pavia, 1906
  5. ^ "Qui presso la basilica di San Pietro in Ciel d’Oro / maestosa e severa mole dell’età longobardica / visse virtuoso in tempi corrotti e crudeli / temuto dai tiranni / amato dai forti e liberi cittadini / Fra Jacopo Bossolaro di Pavia / teologo ed oratore insigne / religioso austero di franco carattere / che nemico di ogni prepotenza / pugnò per la libertà del Co- mune / curando più della propria vita / la salvezza della patria conculcata dai po- tenti / ma vinto nel MCCCLIX dall’avversa fortuna / fu relegato a Vercelli per XIV anni / indi abitò Ischia / morendovi in concetto di santo / presso il fratello Bartolomeo / vescovo di quell’isola ridentissima."
  6. ^ Fabio Romanoni, Come i Visconti asediaro Pavia. Assedi e operazioni militari intorno a Pavia dal 1356 al 1359, in Reti medievali, VIII, nº 2007.
  7. ^ La bibliotecaviscontea-sforzesca del Castello di Pavia, su museicivici.pavia.it.
  8. ^ Roberto Lodigiani, Così il fascismo conquistò il Mezzabarba, in La Provincia Pavese, 14 ottobre 2012.
  9. ^ Emanuele Boccianti e Sabrina Ramacci, Italia Giallo e nera, Newton Compton, 2013.
  10. ^ Ugoberto Alfassio Grimaldi, Eia, eia, alalà.
  11. ^ Paolo Vallabrega, I dodici professori che non hanno giurato (PDF), 2014.
  12. ^ Lager e deportazione, le testimonianze: Enrico Magenes (PDF), su lageredeportazione.org.
  13. ^ Pierangelo Lombardi, I CLN e la ripresa della vita democratica a Pavia, Milano, La Pietra, 1983.