Galeazzo II Visconti

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Galeazzo II Visconti
Galeazzo Visconti.png
Incisione di Galeazzo II Visconti nel libro “Grande illustrazione del Lombardo-Veneto: ossia storia delle città, dei borghi, comuni, castelli, ecc. fino ai tempi moderni” di Cesare Cantù (1858)
Co-Signore di Milano
con Matteo II[1] e Bernabò Visconti[2]
Stemma
In carica 5 ottobre 1354 – 4 agosto 1378
Predecessore Giovanni Visconti
Successore Bernabò Visconti
Nome completo Galeazzo Visconti
Altri titoli Signore di Alessandria, Alba, Asti, Como, Tortona, Novara, Pavia, Vercelli e Vigevano
Nascita Milano, 14 marzo 1320
Morte Pavia, 4 agosto 1378
Sepoltura Pavia
Luogo di sepoltura Chiesa di Sant'Agostino
Dinastia Visconti
Padre Stefano Visconti
Madre Valentina Doria
Consorte Bianca di Savoia
Figli da Malgarola da Lucino
Cesare
Beatrice
da Bianca di Savoia
Gian Galeazzo
Maria
Violante

Galeazzo II Visconti (Milano, 14 marzo 1320Pavia, 4 agosto 1378) fu Signore di Alessandria, Alba, Asti, Como, Tortona, Novara, Pavia, Vercelli, Vigevano e, insieme ai fratelli Matteo II e Bernabò, co-Signore di Milano. Congiuntamente al fratello Bernabò, seppur non di comune accordo, estese i domini della famiglia spianando la strada per il grande "Stato Visconteo" che sarebbe stato definitivamente plasmato da suo figlio Gian Galeazzo Visconti. Fu patrono delle arti e delle lettere e mecenate di Petrarca, da lui invitato a Pavia.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Le origini[modifica | modifica wikitesto]

Galeazzo nacque a Milano, figlio di Stefano Visconti e di Valentina Doria (figlia di Bernabò Doria, figlio a sua volta di Branca Doria). I dati relativi alla sua infanzia sono scarsi. Nel 1340, con i fratelli Matteo e Bernabò, si unì alla congiura di Francesco Pusterla contro lo zio Luchino Visconti, allora signore di Milano: la congiura venne sventata e Pusterla eliminato ma Luchino non trovò prove contro i nipoti. Nel 1343 si imbarcò a Venezia per recarsi in pellegrinaggio Gerusalemme al seguito di Guglielmo II di Hainaut che lo creò cavaliere nella basilica del Santo Sepolcro. Al ritorno dal pellegrinaggio dimorò per circa un anno nelle Fiandre alla corte del conte poi tornò a Milano accompagnato da due cavalieri di quella famiglia.[3] Nel 1346 una nuova congiura gli costò l'esilio insieme ai fratelli, scacciati da Luchino e da suo fratello, l'arcivescovo Giovanni Visconti. Galeazzo era inoltre sospettato di essere amante della moglie di Luchino, la genovese Isabella Fieschi. L'esilio portò Galeazzo a fuggire dall'amico conte di Hainaut nelle Fiandre dove probabilmente partecipò con il signore ad alcuni scontri militari.

La conquista del potere[modifica | modifica wikitesto]

Galeazzo rientrò a Milano alla morte di Luchino (1349), richiamato dallo zio arcivescovo insieme agli altri fratelli. Giovanni gli donò quale dimora un palazzo nel sestiere di Porta Orientale. Galeazzo venne allora incaricato di governare Bologna per conto della famiglia.[4]

Nel 1350 sposò Bianca di Savoia, figlia del conte Aimone di Savoia. Il matrimonio, quasi certamente organizzato dall'arcivescovo Giovanni, che contemporaneamente accasava Bernabò con una rampolla dei potenti Scaligeri di Verona, mirava chiaramente a garantire uno stabile confine occidentale al dominio visconteo, ormai tangente i confini dei domini sabaudi.

Nel 1354, alla morte dell'arcivescovo Giovanni, il potere su Milano passò ai tre figli di Stefano Visconti. Mentre Matteo II occupava la parte subpadana del dominio milanese, a Bernabò spettarono i domini più orientali, limitrofi alle terre degli Scaligeri, ed a Galeazzo spettarono le terre occidentali, vicine al dominio sabaudo: Pavia, Como, Novara, Vercelli, Asti, Alba, Tortona, Alessandria e Vigevano. La città di Milano era gestita congiuntamente dai tre fratelli, che eleggevano a turno il podestà. Soltanto la città di Genova e il relativo contado rimase possesso comune.

Il 26 settembre 1355 Matteo II morì, si presume avvelenato dai due fratelli che si spartirono poi il dominio.

La campagna anti-viscontea di Innocenzo VI[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1356 scoppiò una guerra tra i Visconti e una lega composta da Scaligeri, Estensi, Gonzaga, Carraresi, Bologna, il Monferrato e l'imperatore Carlo IV di Lussemburgo rappresentato dal suo vicario, Marquardo di Randeck, vescovo di Augusta. I due signori di Milano erano accusati di conferire dignità ecclesiastiche in spregio al papa, di aver ottenuto il potere con la violenza, di aver teso insidie all'imperatore a Pisa e di avergli chiuso le porte delle città in faccia durante il suo viaggio di ritorno in Germania. Le truppe di Bernabò invasero il bolognese e il mantovano assediando San Polo d'Enza e Borgoforte ma furono sconfitte e costrette a ritirarsi. Galeazzo si dovette difendere da Giovanni II del Monferrato che riuscì catturare Asti, Alba, Cherasco e altri castelli piemontesi di minore importanza. Come se non bastasse persino Pavia aveva deciso di mettersi sotto la protezione del monferrino. Galeazzo decise allora di anticiparlo assediando la città per acqua e per terra. Dopo due settimane d'assedio lasciò le operazioni a Pandolfo II Malatesta, figlio del signore di Rimini, che fece costruire tre bastie[5]. Il 27 maggio i pavesi effettuarono una grande sortita attaccando sia la flotta che l'esercito visconteo, riuscendo a metterlo in fuga e a catturare gran parte delle vettovaglie, navi e macchine d'assedio. L'8 settembre, dopo venti giorni d'assedio, le truppe di Galeazzo riuscirono a catturare Garlasco. In ottobre il Conte Lando e Marquardo di Randeck insieme ai loro alleati italiani saccheggiarono con un esercito di circa seimila uomini le campagne del parmense, del piacentino e del milanese accampandosi attorno a Magenta. Giovanni II del Monferrato si congiunse ad essi con un migliaio di barbute e pretese il comando dell'esercito dal Conte Lando ma ricevette un rifiuto poiché il tedesco non voleva avere alcuno sopra di lui e poiché intendeva attardarsi per saccheggiare le ricche campagne del milanese invece di puntare direttamente su Milano come gli aveva consigliato Giovanni Visconti da Oleggio. Irritato per il rifiuto, il marchese del Monferrato abbandonò il Conte Lando e puntò su Novara riuscendo a catturarla dopo che il castellano si difese valorosamente. I pavesi nel frattempo distrussero il ponte di Vigevano fatto realizzare da Luchino Visconti per facilitare il transito delle proprie navi cariche del bottino frutto dei saccheggi.[6]

La Battaglia di Casorate[modifica | modifica wikitesto]

Galeazzo II e Bernabò sfruttarono i dissidi tra i nemici per riorganizzarsi: realizzarono i redefossi[7] attorno ai borghi di Milano, cioè alla parte di città fuori dalle mura. e reclutarono uomini in tutta la Lombardia mettendovi a capo Lodrisio Visconti, Pandolfo II Malatesta e Francesco d'Este; ad essi presto si aggiunsero Valeriano Castracani e Pietro Mandelli che erano intenti ad assediare Pavia. Il Conte Lando, dopo aver saccheggiato e compiuto ogni genere di violenze a danno di Castano, stava rapinando Rosate, posta sulla strada che avrebbe dovuto condurlo ai quartieri invernali presso Pavia. Il 13 novembre, constatando che i nemici non avevano intenzione di assediare la città, l'esercito visconteo uscì da Milano e si accampò nei pressi di Casorate, tre miglia a sud di Rosate, tagliando la strada al nemico. I generali disposero i 4.200 cavalieri sulla strada per Pavia e i 2.000 fanti su ciascun lato della strada dietro folte vigne, tali da rendere impossibile una carica di cavalleria nemica. Il 14 novembre inviarono piccole squadre di una ventina di cavalieri ciascuna alla guida del Castracani contro la retroguardia del Lando intenta a guadare il Ticino. Dopo aver incontrato ed ingaggiato il nemico in brevi scaramucce, la cavalleria milanese subito fuggì con l'intento di attirarlo nella trappola. Il Lando abboccò e giunto nel tratto di strada presso le vigne caricò la cavalleria milanese che sbarrava la strada, confidando nella superiorità numerica dei suoi uomini. Questa cedette facendo finta di ritirarsi ma subito il Lando fu attaccato ai fianchi dai fanti viscontei che ne uccisero i cavalli con archi e balestre per poi scagliarsi contro i cavalieri appiedati facendoli prigionieri. Dopo aver disfatto il primo corpo d'armata i viscontei attaccarono il secondo riuscendo facilmente a costringerlo alla fuga. La lega anti-viscontea perse 1.500 uomini tra morti e feriti, vennero catturati il Conte Lando, il Marquardo di Randeck, Raimondino Lupi di Soragna, Dondaccio Malvicini e il Malcalzato, generale dei monferrini, insieme a quasi tutti i capitani e a duecento cavalieri. Pare che il Conte Lando riuscisse poi a fuggire a Novara corrompendo due carcerieri tedeschi.[8] Il 17 novembre, approfittando della situazione, Genova e le cittadine della riviera ligure cacciarono il podestà Biagio Capelli e il governatore Maffeo Mandelli, che aveva violato le condizioni della dedizione ai Visconti, aderendo alla lega. I Visconti vi inviarono Simone Boccanegra per cercare di riportare la calma ma questi colse l'occasione per unirsi alle truppe pisane che lo stavano aspettando e farsi proclamare doge. I genovesi riuscirono in breve tempo ad ottenere il controllo su tutta la costa da Monaco a Sarzana.[9][10]

Nell'estate del 1357 l'offensiva di Bernabò nel mantovano e in Emilia risultò fallimentare. Approfittando della vittoria, i bolognesi e i mantovani inviarono milizie nel milanese che, congiungendosi con quelle del Monferrato saccheggiarono il milanese, il lodigiano, il cremonese e il mantovano minacciando Cassano mentre Ugolino Gonzaga assediò prima Novara, che essendo pressoché indifesa fece dedizione, poi Vercelli. Il 6 aprile 1358 si aprì a Milano una conferenza per la pace che si chiuse l'8 giugno: i Visconti si allearono con le signorie di Mantova, Ferrara e Padova, le città di Novara e Alba tornarono sotto i Visconti che furono però costretti a demolire le fortificazioni del novarese e a cedere Novi, Borgoforte e i castelli catturati nel ferrarese mentre Asti e Pavia restavano sotto il Marchesato del Monferrato; infine Caterina Visconti figlia di Matteo sarebbe andata in sposa a Ugolino Gonzaga, Marco Visconti figlio di Bernabò si sarebbe fidanzato con una figlia di Francesco da Carrara e Maria Visconti figlia di Galeazzo II fu promessa in sposa ad uno dei figli di Giovanni II del Monferrato. Il Giulini afferma che l'apertura delle trattative di pace sia stata possibile proprio per l'egoismo di quest'ultimo che come visto, pretendeva di guidare l'esercito della lega senza però condividerne le conquiste.[11] Nel settembre del 1358 nacque Rodolfo Visconti, figlio quartogenito di Bernabò con la moglie Regina della Scala e si celebrò il matrimonio tra Caterina e Ugolino.[12][13]

L'assedio e la riconquista di Pavia[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1357 i Beccaria, nobile famiglia pavese, si erano ribellati ai Visconti offrendo la città a Giovanni II del Monferrato. Tale ribellione era giustificata dalle condizioni imposte da Luchino Visconti nel 1343 che prevedevano la nomina del podestà da parte dei milanesi, la presenza di una guarnigione milanese e l'obbligo di fornire soldati ai Visconti in caso di guerra in cambio della permanenza dei Beccaria nel governo della città. Quando il marchese di Monferrato prese possesso della città i Beccaria si dovettero presto ricredere dato che questi mal soffriva la loro influenza. Decise pertanto di cacciarli sfruttando la predicazione del carismatico frate agostiniano Giacomo Bussolari che gettava discredito su di loro e sui Visconti ed era molto popolare tra i cittadini per la sua eloquenza. Presto il frate diventò di fatto il signore della città per conto del marchese. I Beccaria cercarono di farlo assassinare ma fallirono e furono costretti dal popolo ad abbandonare Pavia e a veder distrutte le loro proprietà. Giunti a Milano, si accordarono con Galeazzo II per vendicarsi del Bussolari e riuscirono a scatenare una rivolta ai danni dei pavesi insieme ai Landi che fecero passare dalla parte dei milanesi molte cittadine e castelli del pavese e dell'Oltrepò come Voghera e Broni. Nel marzo del 1358 Bernabò insieme al fratello tornò ad assediare Pavia con un esercito al comando di Luchino dal Verme, collocando le truppe davanti a Porta San Salvatore. In aprile la flotta milanese riuscì a sconfiggere quella pavese e la città fu assediata anche via fiume. Il Bussolari nel frattempo nominò venti tribuni, uno per quartiere, con il compito di assoldare altrettante compagnie di 100 uomini ciascuna con quattro capitani per compagnia mentre la sua persona sarebbe stata protetta da una guardia di sessanta persone. Il tutto venne finanziato dalla vendita degli abiti e dei gioielli dei cittadini che se ne disfecero liberamente riponendo la loro fede nel frate. Sotto la guida di Antonio Lupo da Parma e con l'aiuto delle truppe del marchese del Monferrato, che si era accampagnato a Bassignana, i pavesi effettuarono una sortita in cui riuscirono a sbaragliare l'esercito di Galeazzo facendo molti morti e prigionieri. Galeazzo però raccolse rapidamente un altro esercito e tornò ad assediarla insieme al fratello tanto che a novembre i cittadini, stremati dalla fame e dalla diffusione di un'epidemia, decisero di arrendersi a Bernabò, temendo violente rappresaglie da parte del fratello. Bernabò rifiutò e Galeazzo entrò in città senza però effettuare violenze o saccheggi e per controllarla meglio diede inizio alla costruzione del castello di Pavia. Il Bussolari fu processato e poi confinato a vita in un convento del vercellese.[14]

Nel novembre del 1360 Galeazzo II diede in moglie al figlio Gian Galeazzo la sorella del re di Francia, Isabella di Valois, pagando l'immensa cifra di 500.000 fiorini d'oro e ricevendo in cambio la contea di Vertus. Per raccogliere una tale cifra dovette tassare pesantemente laici ed ecclesiastici.[15] Lo stesso anno pagò profumatamente il Conte Lando convincendolo ad abbandonare il marchese del Monferrato. Duemila uomini della sua compagnia rimasero temporaneamente a Pavia, poi passarono al servizio del pontefice.[16]

La Compagnia Bianca e la peste del 1361[modifica | modifica wikitesto]

Il 26 luglio 1361, nella battaglia di San Ruffillo, le truppe viscontee di Bernabò, che non aveva rinunciato a Bologna, vennero pesantemente sconfitte dagli imperiali guidati da Galeotto I Malatesta. Nel frattempo Giovanni II del Monferrato era riuscito ad assoldare in Francia una compagnia di ventura inglese forte di ben diecimila uomini e l'aveva inviata a saccheggiare il vercellese e il novarese. Gli inglesi commisero ogni genere di violenza ma dal momento che Galeazzo aveva fatto atterrare molti castelli di quel territorio e aveva ben fortificato Novara, non persero tempo in lunghi assedi e dopo aver fatto un grande bottino se ne tornarono nel Monferrato. Sfortunatamente ciò che lasciarono fu la peste che fece decine di migliaia di morti in tutta la Lombardia, uccidendo i due terzi degli abitanti del novarese, e questa volta non risparmiando Milano, la cui popolazione fu dimezzata dopo che nel 1348, grazie alle misure di Luchino Visconti, ne era stata appena sfiorata. Per cercare di sfuggirle i nobili milanesi si ritirarono nei castelli in campagna, Galeazzo II in quello di Monza e Bernabò in quello di Melegnano. Il morbo colpì il milanese per circa sei mesi.[17]

Nel 1362 in seguito al fallimento delle trattative di pace col nuovo papa Urbano V e alla formazione di una nuova lega anti-viscontea, Bernabò inviò due eserciti, uno contro Peschiera e l'altro contro Solara ma entrambi furono sconfitti da Malatesta Ungaro. I guelfi di Brescia poi si ribellarono ai Visconti e catturarono molti castelli del contado per poi mettersi sotto la protezione di Cansignorio. Bernabò questa volta riuscì a sedare la rivolta e a giustiziarne i capi. Il 14 ottobre 1362 Ugolino Gonzaga venne assassinato dai fratelli, la moglie Caterina Visconti fuggì a Milano e Bernabò, ottenuto il casus belli, attaccò Mantova, retta dal Capitano del Popolo Guido Gonzaga. Impegnato a combattere su troppi fronti, Bernabò accettò la mediazione del re Giovanni II di Francia per chiudere il conflitto con il nuovo papa su pressione di Galeazzo II.

Sul fronte occidentale il marchese del Monferrato dopo essersi alleato con Simone Boccanegra, inviò nuovamente la Compagnia Bianca al comando di Albert Sterz devastare le campagne del novarese e del pavese. Nel frattempo il Boccanegra mise alla testa del suo esercito Luchino Novello Visconti, figlio illegittimo di Luchino, non ancora sedicenne e lo inviò ad assediare Tortona, impresa in cui fallì. Galeazzo rispose stabilendo un'alleanza difensiva con Amedeo VI di Savoia che aggredì il Monferrato da ovest catturando Asti. Fu poi catturato dagli inglesi e costretto a riscattarsi con 180.000 fiorini d'oro. Nel pavese i mercenari tedeschi appartenenti alla compagnia del Conte Lando, costretti sulla difensiva, nell'impossibilità di fare razzie ed essendo pagati con mesi di ritardo da Galeazzo, non combattevano con la stessa foga del nemico. Tenevano testa agli inglesi solo gli ungheresi e i soldati italiani al comando di Luchino dal Verme. In seguito alla scoperta delle ruberie da parte di alcuni suoi amministratori rubavano denaro, della mancanza di impegno da parte dei soldati e della ribellione di Voghera, Galeazzo ricorse ampiamente alla tortura e a numerose condanne a morte al fine di rimettere ordine. A fine anno per temporeggiare avviò trattative di pace con il nemico che però non andarono a buon fine. Gli inglesi infatti si portarono da Romagnano a Garlasco, attraversarono il Ticino a cavallo invadendo il milanese e il 4 gennaio 1363 presero Corbetta e Magenta. Da quelle due cittadine si dispersero in varie squadre che catturarono a sorpresa ben seicento nobili milanesi a Legnano, Sedriano, Vittuone, Nerviano e Castano alleggerendo le loro consorti dei gioielli; il loro riscatto ammontò a centomila fiorini. Galeazzo inviò Anichino di Mongardo al comando dei tedeschi per cercare di fermarli ma questi lo anticiparono riuscendo a guadare di nuovo il Ticino dopo aver abbandonato i cavalli e malgrado fosse presidiato da navi. Il 25 gennaio 1363 attaccarono Bassignana e poco dopo Borgomanero senza però riuscire a prenderle a causa dell'arrivo di trecento barbute viscontee. In aprile fu il turno di Briona. A quel punto Giovanni Caimi, capitano del popolo di Novara, riuscì a convincere l'indolente Conte Lando ad opporsi agli inglesi. I viscontei raggiunsero gli inglesi presso Ponte Canturino, vicino a Romagnano e li assaltarono disperdendoli. Gli inglesi però ricevettero rinforzi dai castelli vicini e contrattaccarono a Ghemme imprigionando il Caimi e ferendo mortalmente il Conte Lando. Infine Galeazzo riuscì a liberarsi della Compagnia Bianca grazie ai pisani che l'assoldarono avendo bisogno di uomini per condurre una guerra contro i fiorentini. Luchino dal Verme riuscì allora a ricatturare buona parte dei castelli perduti nel novarese, nel tortonese e nel pavese.[18]

La pace di Bologna[modifica | modifica wikitesto]

I conflitti tra Bernabò Visconti ed il papa e tra Galeazzo II e Giovanni II del Monferrato vennero chiusi il 3 marzo 1364 da un trattato di pace che garantì ai Visconti l'esorbitante somma di 500 000 fiorini in otto rate, la restituzione di tutti i prigionieri e la revoca della scomunica in cambio della cessione di Bologna, Lugo e dei castelli modenesi e bolognesi oltre alla fine della persecuzione degli ecclesiastici. Bernabò ottenne inoltre dagli Scaligeri i castelli da loro occupati nel bresciano e attorno al lago di Garda. Il raggiungimento dela pace fu possibile solo con la sostituzione dell'Albornoz (di cui i Visconti non sopportavano l'arroganza) con il più conciliante Andreino di Cluny. Galeazzo II dovette lasciare Asti al marchese del Monferrato ma ebbe in cambio Alba e Novara, vi fu poi uno scambio di castelli minori. In estate gran parte dell'Italia settentrionale fu flagellata dalle cavallette.[19]

Il trasferimento al Castello di Pavia[modifica | modifica wikitesto]

Il Castello Visconteo a Pavia, fatto costruire da Galeazzo II.

Dopo la presa di Pavia, nell’ottobre del 1359, l’impressionante rinnovamento urbanistico cui fu sottoposta la città per ordine di Galeazzo II a partire dal 1360 appare un piano ben preordinato, intriso di grandeur regia e votato alla valorizzazione della memoria del ruolo di capitale del regno Longobardo prima ed Italico poi, che Pavia ebbe fino all'XI secolo. Eredità a cui Galeazzo II (ed in seguito anche il figlio Gian Galeazzo) voleva richiamarsi, utilizzando soprattutto le memorie della regalità altomedievale che Pavia conservava al fine di legittimare il suo potere e ponendosi in diretta continuità con i re longobardi e altomedievali[20]. Nel 1365, completato il castello, Galeazzo II vi si trasferì a causa dei dissapori insorti con Bernabò, a cui lasciò Milano.

Alleanze diplomatiche e matrimoniali[modifica | modifica wikitesto]

Dal suo castello di Pavia, vero centro politico del dominio visconteo che Bernabò andava allargando con i suoi continui conflitti, Galeazzo II ordì una complessa trama di alleanze diplomatiche per garantire stabilità allo Stato. Già alleatosi con i francesi grazie al matrimonio del figlio Gian Galeazzo, diede la figlia Violante Visconti (1354-1386) in sposa a Lionello di Anversa, figlio del re Edoardo III d'Inghilterra il 25 aprile 1368. Anche questa volta, il matrimonio regale venne pagato dai Visconti con una ricca dote: Violante portò al suo sposo 200.000 fiorini.

L'attentato di Bertolino de' Sisti[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1369 per realizzare il Parco Visconteo, Galeazzo aveva confiscato i terreni di Bertolino de' Sisti, un cittadino pavese. Quando questi ricorse al signore per essere indennizzato fu schernito e cacciato. Avendo perso gran parte delle sue entrate a causa delle confische e non potendo mantenere la famiglia, risolse allora di ucciderlo. L'11 luglio Galeazzo stava effettuando una passeggiata a cavallo quando Bertolino, che si era appostato sul sentiero, lo aggredì con un coltello tirandogli un fendente. Il colpo però colpì un cordone di seta della sua veste che lo deviò e lo indebolì, determinando solo una ferita superficiale al fianco. Bertolino fu arrestato, torturato e infine squartato, ogni suo quarto fu appeso ad una delle porte della città come monito per tutti. Tutti i suoi parenti furono esiliati da Pavia.[21]

Il nuovo conflitto con Giovanni II del Monferrato e Amedeo VI di Savoia[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1369, in seguito alla morte di Lionello di Anversa, il suo dispensiere Odoardo si era rifiutato di cedere Alba a Galeazzo, che invece gli spettava secondo gli accordi della pace di Bologna. Decise poi di venderla a Giovanni II del Monferrato per 26.000 fiorini. Questo bastò per far sì che Galeazzo dichiarasse di nuovo guerra al marchese. Essendo ormai inverno le due parti si limitarono ad alcune scorrerie. Al contempo Como si ribellò al suo dominio ma nel 1370 Galeazzo riuscì a sopprimere la rivolta comminando pene esemplari ai fautori. In settembre sottrasse Valenza e il 16 novembre Casale al marchese del Monferrato.[22]

Nel 1371 gli Estensi riuscirono a catturare Reggio assoldando la compagnia di Lucio Lando, sottraendola a Feltrino Gonzaga. Bernabò Visconti riuscì a corrompere il capitano di ventura che gli cedette la città in cambio di un'ingente somma di denaro per poi passare al soldo del marchese del Monferrato. Galeazzo si portò con il suo esercito a Piacenza per fermare i 5.000 cavalieri (e ancor più numerosi fanti) del Lando ed evitare che si congiungessero alle truppe monferrine ma non vi riuscì. Questo permise al marchese di non perdere alcun caposaldo durante tutto quell'anno.[23]

Nel 1372 alla morte di Giovanni II questi lasciò in eredità ai figli le sue città ma Asti doveva essere divisa equamente e condivisa con Ottone di Brunswick. Galeazzo strinse d'assedio Asti così Ottone per difendersi da Galeazzo strinse un'alleanza con Amedeo VI di Savoia. Le truppe viscontee al comando di Francesco d'Este furono sconfitte in due episodi nel maggio e nel novembre dello stesso anno. Galeazzo chiese allora aiuto al fratello che gli inviò un esercito composto perlopiù dagli inglesi di Giovanni Acuto. Quando il capitano inglese volle attaccar battaglia venne fermato da alcuni consiglieri di Galeazzo che probabilmente sobillati da Bianca di Savoia, sorella del conte, preferirono non accettare lo scontro. L'Acuto decise allora di ritirarsi dall'assedio di Asti e passare al soldo dei pontifici.[24] Nel 1373 Galeazzo concluse una tregua privata con il Savoia, impegnandosi a non osteggiarlo ed a convogliare i suoi sforzi militari in soccorso di Bernabò contro gli altri membri della Lega Pontificia. Il nuovo conflitto con la Chiesa si concluse con un nulla di fatto nel 1374.

Gli ultimi anni[modifica | modifica wikitesto]

La morte[modifica | modifica wikitesto]

Ormai gravemente malato, Galeazzo II non aveva partecipato ai combattimenti, affidando la guida dell'esercito al figlio Gian Galeazzo Visconti. Galeazzo II Visconti morì a Pavia nel 1378.

Aspetto e personalità[modifica | modifica wikitesto]

Galeazzo II viene descritto dagli storici dell'epoca come uomo di bell'aspetto, intelligente, colto, fine politico e abile giurista ma decisamente vano. Fu patrono del Petrarca, che chiamò a Pavia come precettore per suo figlio Gian Galeazzo e come diplomatico.

Opere architettoniche legate a Galeazzo II Visconti[modifica | modifica wikitesto]

  • Nel 1360 iniziò la realizzazione del castello di Pavia, destinato a diventare cantiere aperto di artisti provenienti dall'Europa francofona che diffusero in Italia gli ultimi sviluppi dell'arte tardo gotica. Accanto ad esso fece realizzare l'enorme parco cintato poi noto come Parco Visconteo, utilizzato la caccia e la villeggiatura.[26]
  • Nel 1361, fondò l'Università di Pavia che sarebbe diventata la più importante all'interno della signoria e una delle maggiori in Italia.
  • Galeazzo II è però anche tristemente noto per aver inventato la Quaresima, una pratica sadica che prevedeva l'alternanza, per i condannati al supplizio della ruota, di un giorno di atroci torture ad un giorno di riposo. I condannati morivano spesso prima di poter essere suppliziati con la ruota.

Discendenza[modifica | modifica wikitesto]

Da Malgarola da Lucino ebbe:

Dal matrimonio Bianca di Savoia:

Ascendenza[modifica | modifica wikitesto]

Albero genealogico di quattro generazioni di Galeazzo II Visconti
Galeazzo II Padre:
Stefano Visconti
Nonno paterno:
Matteo I Visconti
Bisnonno paterno:
Teobaldo Visconti
Trisnonno paterno:
Obizzo Visconti
Trisnonna paterna:
Fiorina Mandelli
Bisnonna paterna:
Anastasia Pirovano
Trisnonno paterno:
?
Trisnonna paterna:
?
Nonna paterna:
Bonacossa Borri
Bisnonno paterno:
Squarcino Borri
Trisnonno paterno:
Lanfranco Borri
Trisnonna paterna:
?
Bisnonna paterna:
Antonia ?
Trisnonno paterno:
?
Trisnonna paterna:
?
Madre:
Valentina Doria
Nonno materno:
Bernabò Doria
Bisnonno materno:
Branca Doria
Trisnonno materno:
Niccolò Doria
Trisnonna materna:
Preziosa de Torres
Bisnonna materna:
Caterina Zanca
Trisnonno materno:
Michele Zanca
Trisnonna materna:
Simona Doria
Nonna materna:
Eliana Fieschi
Bisnonno materno:
Federico Fieschi
Trisnonno materno:
Tedisio III Fieschi
Trisnonna materna:
Simona della Volta
Bisnonna materna:
Chiara ?
Trisnonno materno:
?
Trisnonna materna:
?

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Matteo II co-governò Milano dal 5 ottobre 1354 al 29 settembre 1355.
  2. ^ Bernabò co-governò Milano dal 5 ottobre 1354 al 4 agosto 1378 e poi, morti entrambi i fratelli, fu unico Signore dal 4 agosto 1378 al 6 maggio 1385.
  3. ^ Giulini, Memorie, vol. V, p. 319
  4. ^ G. Giulini, op. cit., vol. V, pp. 353.
  5. ^ castelli in legno
  6. ^ G. Giulini, op. cit., vol. V, pp. 417-421.
  7. ^ Fossati provvisti di bastioni
  8. ^ G. Giulini, op. cit., vol. V, pp. 421-423.
  9. ^ B. Corio, op. cit., vol. II, pp. 199-200.
  10. ^ G. Campiglio, op. cit., vol. III, pp. 11-15.
  11. ^ G. Giulini, op. cit., vol. V, p. 431.
  12. ^ B. Corio, op. cit., vol II, pp. 202-204.
  13. ^ G. Campiglio, op. cit., vol. III, pp. 20-23.
  14. ^ B. Corio, op. cit., vol II, pp. 206-207.
  15. ^ B. Corio, op. cit., vol. II, p. 210.
  16. ^ G. Giulini, op. cit., vol. V, p. 421.
  17. ^ G. Giulini, op. cit., vol. V, pp. 455-456, 463.
  18. ^ G. Giulini, op. cit., vol. V, pp. 468-481.
  19. ^ G. Giulini, op. cit., vol. V, pp. 486-488.
  20. ^ (EN) Piero Majocchi, Non iam capitanei, sed reges nominarentur: progetti regi e rivendicazioni politiche nei rituali funerari dei Visconti (XIV secolo), in “Non iam capitanei, sed reges nominarentur: progetti regi e rivendicazioni politiche nei rituali funerari dei Visconti (XIV secolo)”, in Courts and Courtly Cultures in Early Modern Italy and Europe. Models and Languages, Atti del Convegno, ed. S. Albonico, S. Romano, Viella, pp. 189-206.. URL consultato il 2 marzo 2019.
  21. ^ G. Giulini, op. cit., vol. V, pp. 528-529.
  22. ^ G. Giulini, op. cit., vol. V, pp. 530-531, 536-537.
  23. ^ G. Giulini, op. cit., vol. V, pp. 540-541.
  24. ^ G. Giulini, op. cit., vol. V, pp. 550-552.
  25. ^ G. Giulini, op. cit., vol. V, pp. 501-503.
  26. ^ G. Giulini, op. cit., vol. V, p. 528.
  27. ^ G. Giulini, op. cit., vol. V, pp. 509-510.
  28. ^ G. Giulini, op. cit., vol. V, pp. 509-510.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • T. Calchi, Genealogia dei Viscondi, Napoli, 1737.
  • G. Volpi, Dell'istoria dei Visconti, Napoli, 1748.
  • Glorie degli eroi Visconti, Milano, 1784.

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