Battaglia di Parma (XIII secolo)

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Battaglia di Parma
parte delle battaglie tra guelfi e ghibellini
Federico II Parma.jpg
La cavalleria parmigiana esce dalle mura per attaccare l'accampamento di Federico II
Data 2 luglio 1247 - 18 febbraio 1248 (assedio); 18 febbraio 1248 (battaglia)
Luogo Parma, Italia
Esito Vittoria dei Guelfi
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
Sconosciuti Sconosciuti
Perdite
Sconosciute Circa 2.000 morti
circa 3.000 prigionieri
numerose macchine d'assedio perse
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La battaglia di Parma fu uno scontro verificatosi tra i Guelfi e l'imperatore Federico II di Svevia, che pose fine all'assedio di Parma, durato dal luglio 1247 al febbraio 1248.
L'Imperatore, battuto da una sortita nemica del 18 febbraio che distrusse il suo accampamento chiamato «Victoria», fu costretto a ridimensionare notevolmente il suo sogno di annettere l'intera Italia al Regno di Sicilia.

Premesse[modifica | modifica wikitesto]

La città di Parma era da tempo favorevole alla causa ghibellina, come dimostra il Palazzo Imperiale dell'Arena, fatto erigere da Federico II di Svevia, ma era ambita anche dai Guelfi, che in lei vedevano una fiorente città situata in una posizione chiave della Via Francigena[1].
Un punto di svolta si ebbe il 25 giugno 1243 con la nomina a Papa di Innocenzo IV, che nella città aveva numerose amicizie e vi aveva ricoperto cariche importanti nella diocesi. Il nuovo capo della Chiesa cattolica iniziò dunque a pianificare l'entrata di Parma nella sfera d'influenza dello Stato Pontificio, sostituendo il vescovo con Alberto Sanvitale, a lui più fedele, e ordinò ai francescani di convincere la popolazione della validità delle sue azioni[2].

I già deboli rapporti tra Federico II e il Papa presero una brutta piega e, a peggiorare ulteriormente la situazione concorse anche un gruppo di Guelfi, tra cui Ugo Sanvitale (fratello del nuovo vescovo di Parma) e Bernardo di Rolando Rossi (cognato del Papa ed ex collaboratore di Federico), che con Giberto da Gente e capeggiati da Gregorio da Montelongo, futuro patriarca di Aquileia, con circa 70 uomini occupò Parma con un colpo di mano.[1].
L'Imperatore venne a sapere della rivolta di Parma mentre si trovava a Pavia. Immediatamente riunì un esercito, marciò verso la città dell'Emilia, scacciò Rolando Rossi e vi mise a capo Tebaldo Franceschi.

Innocenzo IV tuttavia proseguì la sua opera di istigazione all'odio di Federico sia in Lombardia che nel Regno di Sicilia, inviando lettere destinate al popolo, al clero e alla nobiltà. Sulla scia di queste dichiarazioni, alcuni nobili, tra cui i Sanseverino e tre Fasanella, ordirono un complotto contro l'Imperatore nel 1244: traditi da uno di loro, molti vennero imprigionati e uccisi, alcuni invece fuggirono cercando la protezione del Papa, che nel frattempo si era ritirato a Lione[2], più lontana rispetto a Roma dagli eserciti imperiali. Nella nuova città Innocenzo IV indisse nel 1245 il Concilio di Lione I, dove si decise di confermare la scomunica dell'Imperatore, proclamata il 29 settembre 1227 da Papa Gregorio IX.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Essendo ormai chiara l'intercessione papale nel complotto, Federico scrisse a tutti i nobili per informarli della viltà del suo nemico, e si mise in viaggio con il suo esercito verso Lione, nel 1247. Arrivato a Torino però, apprese che Parma si era ribellata di nuovo. Subito dirottò i suoi uomini in Emilia per assediare la città, chiedendo al tempo stesso rinforzi ad altre signorie a lui amiche. L'esercito imperiale fu anche rinforzato dai soldati del figlio di Federico, Enzo di Sardegna, che smise di assediare Quinzano per aiutare il padre, e da un contingente cremonese inviato da Ezzelino III da Romano, oltre che da soldati pavesi, padovani, veronesi e vicentini.
Il Papa dal canto suo si adoperò per far inviare aiuti da parte delle città a lui fedeli di Milano, Piacenza, Mantova e Ferrara. Gregorio da Montelongo riuscì a raggiungere la città emiliana, dove organizzò le difese assieme al podestà Bernardo di Rolando Rossi e a Giberto da Gente.

Contando gli imperiali di prendere Parma per fame (forse perché carenti di armi da assedio), e convinti i parmigiani di poter resistere grazie agli aiuti papali, l'assedio proseguì per oltre otto mesi, e neanche la decapitazione di numerosi prigionieri spinse gli assediati ad arrendersi. Per rinvigorire il morale dei suoi uomini, Federico ordinò la costruzione di un campo trincerato in località Grola[3], chiamandolo col nome augurale di Vittoria, all'interno del quale si sarebbero dovute edificare case, palazzi e una chiesa, dichiarando che quella sarebbe diventata la sede del suo regno dopo la caduta di Parma.
L'espediente non riscosse completo successo, ed alcuni nobili si ritirarono nelle città di provenienza, ma il colpo di grazia arrivò il 18 febbraio 1248, data in cui Montelongo aveva previsto di compiere un'azione offensiva per spezzare l'assedio. La sortita ebbe successo, e Vittoria, che ancora era sostanzialmente un accampamento [2], venne distrutta. Federico II, che in quel momento era a caccia nella valle del Taro, riuscì a rifugiarsi a Borgo san Donnino, da dove poi raggiunse la fedele Cremona.[1].

I parmigiani durante la battaglia fecero 2.000 morti e 3.000 prigionieri, si impadronirono di alcune macchine d'assedio e dei gioielli della corona[senza fonte], tra i morti di parte ghibellina vi fu anche Taddeo da Sessa. I sogni dell'Imperatore di conquistare l'Italia settentrionale erano caduti per sempre in rovina.

Conseguenze[modifica | modifica wikitesto]

Dopo la sconfitta di Parma Federico II non riuscì più ad imporsi contro la Lega Lombarda, che anzi recuperò parte dei territori persi. Il Marchesato del Monferrato continuava ad essergli ostile, così come i genovesi, e persino Ezzelino III, pur rimanendo fedele alla causa ghibellina, scacciò il governatore imperiale da Monselice. Anche l'Emilia-Romagna passò interamente in mano guelfa, e in Toscana scoppiarono alcuni moti di ribellione.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c Carlo Fornari, La battaglia di Parma: una drammatica scelta di campo, su stupormundi.it. URL consultato il 30 marzo 2010.
  2. ^ a b c Pier Luigi Poldi Allaj, Storie di Parma, su cortedeirossi.it. URL consultato il 30 marzo 2010.
  3. ^ Da alcuni localizzata presso l'attuale frazione di Baganzola, da altri presso Vicofertile.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Eberhard Horst, Federico II di Svevia, Superbur Saggi Rizzoli, Milano 2001

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]