Storia di Parma

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1leftarrow blue.svgVoce principale: Parma.

Parma
Paese Italia Italia
Regione Emilia-Romagna
Provincia Parma
Popolo fondatore Etruschi

Preistoria e Protostoria[modifica | modifica wikitesto]

Nel territorio ove sorse e si sviluppò la città romana le indagini archeologiche hanno finora individuato tracce di primi insediamenti dell'Età del bronzo medio, Terramare,[1] risalenti quindi al XV secolo a.C., quando ebbe inizio il popolamento della bassa pianura parmense. Altri reperti testimoniano frequentazioni a carattere religioso databili all'Età del ferro. Nei sec. VII-VI fu marginalmente interessato dall’espansione verso settentrione degli Etruschi dei quali sono state trovate esigue tracce. Per quanto riguarda la genesi del toponimo Parma sono state avanzate in passato molte ipotesi; tra gli studiosi prevale ormai la convinzione che si tratti di un idronimo, derivante da un corso d’acqua.[2].

Età romana[modifica | modifica wikitesto]

Parma evoluzione mura

Parma venne fondata come colonia romana nel 183 a.C. su terre che furono etrusche prima d’essere invase nei sec. V-IV a.C. dai Galli Boi, o Celti Anamari, secondo quanto scrive Tito Livio. La colonia annoverava allora duemila capifamiglia, guidati dai triumviri Marco Emilio Lepido, Tizio Ebuzio Caro e Licio Quinto Crispino.[3]. Sorse sul sito strategico della via Emilia, terminata quattro anni prima, che collegando Rimini a Piacenza, intersecava le strade preromane con asse Nord-Sud dirette al Tirreno, all'epoca della penetrazione perseguita da Roma nella pianura padana e nella Gallia Cisalpina, La via consolare costituì il decumano massimo della città. In età imperiale furono eretti un anfiteatro, un teatro e le terme. Il primo ponte in muratura Pons Lapidis sul torrente fu costruito sotto Augusto. Parma romana raggiunse allora la sua massima espansione e nel I secolo d.C. ottenne il titolo di Julia, per la fedeltà dimostrata verso Roma.[4].

Il Medioevo[modifica | modifica wikitesto]

Dopo che Costantino portò la sede dell'impero in Oriente, le provincie dell'Emilia, rimasero in balìa di prefetti consolari inviati da Roma. Nel 370 furono assegnate molte terre contigue al Po ad alcune migliaia di Alemanni, sconfitti da Teodosio sulle alpi Rezie. Nel 377 a Modena, a Reggio e nel Parmense si aggiunsero anche i Taifali che valicate le Alpi erano stati vinti dalle milizie dell’imperatore Graziano:[5]

Parma dal IV secolo, con il presule ariano Urbano divenne sede vescovile. Nel 452, il suo territorio fu saccheggiato da Attila, ma gli abitanti ebbero il tempo di rifugiarsi sui monti dell'Appennino. Odoacre lo suddivise tra i suoi fidi ma poi venne sconfitto da Teodorico (489526), re dei Goti. Il re ostrogoto restaurò, il Pons Lapidis, l'acquedotto, canali e mulini e altre opere civili contribuendo a una effimera rinascita della città.[6].

La guerra gotica ebbe conseguenze tragiche per la popolazione. La città fu parzialmente distrutta dai Goti del re Totila. Cacciati questi, Parma rifiorì durante il breve periodo di dominazione bizantina (539-568), durante il quale ebbe il titolo, quale custode dell’erario imperiale, di Chrysopolis (città d'oro).

Il ripopolamento e la ricostruzione furono in seguito consolidati in seguito all’invasione, nel 568, dei Longobardi, che s'insediarono espropriando terre, su circa un terzo della superficie abitata, senza peraltro incontrare l'ostilità dalla popolazione residente, stremata dal flagello della peste. Nel 579 la città divenne sede d’uno dei ducati in cui furono ripartite le conquiste di Alboino. Quello di Parma fu strutturato come base strategica, sottoposta al duca, capo militare e politico a un tempo, che controllava il rispetto delle loro leggi in contemporanea vigenza del diritto romano.[7] I Longobardi utilizzarono come capisaldi bellici l’arena e il teatro a difesa di un perimetro fortificato, organizzato a Sud, verso il quale convergeva a raggiera un sistema di strade. A questo i Franchi dopo il loro arrivo, opposero poi, a Nord, il prato regio che dal IX secolo fu il centro del potere a Parma. Nel 773 Carlo Magno, re dei Franchi, occupò Parma, scendendo verso Roma. Sconfitti definitivamente i Longobardi, la città divenne una contea carolingia. I ducati longobardi furono sostituiti da comitati franchi sui quali esercitarono il potere prima i conti e poi, fra il IX e il X secolo, i vescovi, e tra questi quelli di Parma, Piacenza e Reggio. Nell'879 il vescovo Guibodo (855-895) ottenne il potere temporale sulla città e sui territori limitrofi.

Nell’891 Guido II di Spoleto, imperatore (891-894) e re di Italia (889-894) istituì la marca di Lombardia e vi incluse i comitati di Parma, Piacenza, Reggio e Modena. In quella fase storica, tuttavia, si stava realizzando la trasformazione del potere comitale in quello politico episcopale.

Così a Parma, dove l’autorevolezza e la forza acquisiti dal vescovo influirono in modo decisivo anche nell’evoluzione della toponomastica e la rappresentanza del potere. Nel X secolo l’antico foro romano, la piazza Grande, divenne il centro civile, politico e commerciale; mentre il centro del potere religioso, o meglio vescovile, si collocava a Nord delle mura.

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Ducato longobardo di Parma.

Il Comune[modifica | modifica wikitesto]

La disfatta degli svevi

Nel X e XI secolo si affermò nelle terre di Parma e in quelle di Reggio, Modena, Ferrara, Brescia e Mantova la potente casata degli Attoni di Canossa. Contemporaneamente avanzava il processo di formazione dell'istituzione comunale che stava interessando tutta l'area padana e che si consoliderà con la morte, nel 115 di Matilde di Canossa. Parma continuò ad essere governata da una lunga serie di vescovi-conti fino a quando divenne libero comune, nel 1022. Devastato da un incendio nel 1058 e profondamente guastato da un'alluvione nel 1077, il tessuto urbano esigeva interventi urgenti che coinvolsero nuove costruzioni religiose, civili e militari per l’attuazione delle quali furono sancite nuove norme edilizie. Oltre tutto, la città si era molto dilatata oltre i perimetri delle mura segnati dalla via Emilia e nell’Oltretorrente.

Con l'avvento al potere di Federico Barbarossa, e la sua discesa in Italia, Parma era tra le città fedeli all'impero. Gerardo da Cornazzano fu suo leale e valente capitano d’armi. Sotto il suo comando, sul finire del 1161, quando scoppiò un aspro conflitto tra l'imperatore e i milanesi, le truppe fornite da Parma, cavalieri e fanti, si congiunsero all’esercito imperiale ponendo sotto assedio Milano fino alla memorabile capitolazione della città. Nel marzo 1162, Gerardo da Cornazzano, condottiero dei parmigiani, fu delegato dal Barbarossa ad accogliere la resa senza condizioni dei Milanesi di Porta Romana.[8]

Nel 1163, l’anno seguente, ebbe la cattedra vescovile della Diocesi di Parma un probabile fratello del condottiero imperiale Gerardo, Aicardo da Cornazzano.[9] Un anno dopo, nel 1164, il vescovo Aicardo cumulò anche le funzioni di podestà imperiale. L'antipapa Vittore IV lo nominò cardinale prete, ma la sua impetuosa carriera finì improvvisamente nel 1170 quando venne cacciato dalla cattedra vescovile di Parma quale scismatico.

Nel 1183, con la firma della Pace di Costanza e in seguito al riconoscimento e al prender corpo delle autonomie municipali, si accesero sempre nuove rivalità con le città vicine, e soprattutto, causa il controllo della navigazione sul Po, con Piacenza e Cremona.

A quest'epoca risalgono le vestigia architettoniche più antiche come il Duomo, dedicato a Santa Maria Assunta, ricostruito dopo il terremoto del 1177, eretto dall'antipapa Onorio II, il vescovo Pietro Càdalo, signore della città, L'eccelso architetto e scultore Benedetto Antelami diede un apporto fondamentale a quell'opera tra gli anni 1178 e 1226. Altrettanto importante fu l'impegno dell'Antelami che progettò o realizzò le architetture e le sculture del Battistero, iniziata nel 1196 e parzialmente concluse nel 1216.

Nel 1210 si completò la costruzione di una nuova cinta muraria che, ampliata, comprese anche l'Oltretorrente.

Nel 1247 grazie alla momentanea assenza da Parma di Enzo, figlio dell'Imperatore Federico II di Svevia, le forze fedeli al papa, vinti i partigiani imperiali nella battaglia di Borghetto, ebbero l'opportunità di tornare al governo della città. L'Imperatore, furibondo, abbandonò i preparativi per l'assedio di Lione, dirigendosi su Parma alla testa di un esercito e con l'intento di distruggerla. A ovest della città, nel giugno del 1247, fece costruire in località Grola (identificata da alcuni con l'attuale frazione di Fognano) una città-accampamento cui diede il nome augurale di Vittoria, composta da case in muratura, una chiesa e una zecca.

L'assedio fu durissimo per la popolazione parmigiana e per il contado. Ridotti allo stremo delle forze, approfittando dell'assenza dell'Imperatore impegnato in una battuta di caccia nella valle del Taro, il 18 febbraio del 1248 le truppe parmensi sorpreseero e attaccarono le imperiali assedianti e spianarono la città imperiale di Vittoria. Tra le macerie nemiche i parmigiani trovarono e si impossessarono di un ambito trofeo, la corona regia, simbolo estremo del loro trionfo, che depongono in Duomo. Nel Battistero conserveranno invece il carroccio dei cremonesi, nerbo delle forze imperiali. L'imperatore Federico II riuscì a stento a rifugiarsi, con pochi seguaci, nella vicina Borgo San Donnino. Dopo quella sconfitta inflittagli dalle forze cittadine di Parma dovette rinunciare ad ogni ambizione o progetto di supremazia.

Tra il 1253 e il 1303, per cinquant’anni, la rappacificazione con la rivale Cremona manifestò effetti benefici sulla vita economica di entrambe le città. Una prosperità sulla quale, tuttavia, gravavano i pessimi effetti delle lotte e faide, sanguinose e inestinguibili, fra le varie fazioni cittadine che a Parma venivano senza tregua incentivate dalle quattro antiche casate, quattuor domus parmenses (come le indicava lo storico e umanista Flavio Biondo), dei Pallavicino, Sanvitale e da Correggio e dei Rossi.[10]

I Visconti[modifica | modifica wikitesto]

Il perpetuarsi della conflittualità tra queste fazioni cittadine, senza il deciso prevalere di una su tutte, impedì certamente il formarsi a Parma di una signoria cittadina come era potuto avvenire a Ferrara con la famiglia degli Este o a Verona con i Della Scala, o più tardi con i Gonzaga a Mantova. Ovvero con i Visconti che nel 1341 da Milano arrivarono a conquistare le terre parmensi. Nel 1346 la città riconobbe la signoria dei Visconti, un dominio politico-militare milanese che con qualche intervallo, comprendendo l'avvento degli Sforza si sarebbe mantenuto, sino all’inizi del 1500. Sotto i nuovi signori a Parma venne costruita una nuova cinta di mura, e la piazza grande fu trasformata in fortilizio.

Tra le grandi casate antagoniste nominate da Flavio Biondo manca quella, pur assai rilevante, dei Terzi, discendenti dall'antica casata da Cornazzano, che dopo esser rimasti nella seconda metà del XIV secolo con Niccolò il Vecchio, seguito dai figli Ottobuono e Giacomo, al servizio dei Visconti, da Bernabò a Gian Galeazzo, sia in armi quali valorosi Capitani, sia quali Podestà al governo dei più importanti comuni lombardi ed emiliani, rivolsero con successo le loro mire, nel primo decennio del secolo successivo, su Parma, riuscendo a signoreggiarla.

Questo avvenne quando la città, ancora sotto il dominio dei Visconti, fu coinvolta, subito dopo la morte di Gian Galeazzo, nel 1402, nei sommovimenti politici e bellici che portarono alla dissoluzione del Ducato di Milano. Tra le famiglie che in quelle circostanze si contesero il potere sulla città e terre parmigiane prevalse quella dei Terzi, discendenti dei da Cornazzano, il cui maggiore esponente, il condottiero Ottobuono, conte di Tizzano e di Castelnuovo, marchese di Borgo San Donnino, divenne, prima di fatto e quindi di diritto, signore di Parma e Reggio dal 1404 al 1409.[11] I Terzi trovarono i loro più accaniti avversari nella potente famiglia dei Rossi.[12]

Ottobono raggiunse alla fine del 1406 il culmine del suo potere politico-militare, per poi perderlo progressivamente. Il quell’anno il suo prestigio, che s’accompagnava a quello di Parma, si trovò perfettamente rappresentato nella cerimonia di battesimo del figlio Niccolò Carlo avuto dal suo secondo matrimonio con Francesca da Fogliano. In quel giorno memorabile, Parma fu testimone festante d’un evento concelebrato alla presenza di un parterre de rois che schierava e riunva pacificamente i signori, o i loro illustri rappresentanti, di mezza Italia. Il rito lustrale per il neonato Niccolò Carlo Terzi fu celebrato nel sontuoso Battistero, e i padrini furono, narrano le cronache: Niccolò III d'Este, marchese di Ferrara; Giovanni Maria Visconti, duca di Milano; il rappresentante della Serenissima Repubblica di Venezia; il signore di Rimini, Carlo I Malatesta; quello di Mantova, Francesco I Gonzaga; Baldassarre Cossa, cardinale di Bologna (il futuro antipapa Giovanni XXIII); il principe vescovo di Trento, Giorgio di Liechtenstein; il fratello di Pietro dei Rossi di Parma, Giacomo o Jacopo, già vescovo di Verona, e in quel tempo di Luni; i capitani viscontei Jacopo dal Verme e Ugolotto Biancardo.[13]

Tre anni dopo, il 27 maggio 1409, ucciso a tradimento Ottobuono nell’agguato di Rubiera, per mano di Muzio Attendolo Sforza, con la complicità di Niccolò III d'Este, il piccolo Niccolò Carlo, presente all’assassinio del padre, in sella con lo zio Giacomo, fu da lui e dal nonno Carlo da Fogliano portato in salvo dentro le mura di Parma. Il giorno seguente, convocata l’assemblea dei cittadini nel palazzo del vescovado, il bimbo Niccolò Carlo, innalzato sulle braccia di Giacomo Terzi, fu proclamato dall’arengo, quale erede di Ottobono, signore di Parma e di Reggio. Una signoria che durò nemmeno tre settimane.

Nel giugno il marchese di Ferrara con il suo esercito s’impadronì di Parma e del suo territorio riuscendo a conservarli sino ai tempi successivi all'uccisione, nel 1412, di Giovanni Maria Visconti e alla successione al potere nel [Ducato di Milano]] del fratello di questi, Filippo Maria. Questi si dedicò alla ricostruzione dello stato milanese arruolando, in campo militare, i migliori condottieri, quali Francesco Bussone, detto “il Carmagnola”, Niccolò Piccinino Francesco Sforza. In ambito diplomatico riuscì ad ottenere l’indispensabile neutralità della Repubblica di Venezia, di quella di Firenze, di Genova, potendo così riconquistare Lodi, Como, Bergamo, Brescia, Piacenza, Cremona e infine, l’anno 1420, il 13 novembre, conclusa la pace con Niccolò III d'Este, riebbe anche Parma e il Parmense. L’anno successivo la città presentò a Filippo Maria i capitoli di dedizione rimanendo quindi sotto il dominio dei Visconti fino al 1447, quando si spense il duca. Il governo dello stato passò all’Aurea Repubblica Ambrosiana, ma Parma rivendicò a quel punto la propria indipendenza. Quell’effimera autonomia durò oltre cinque lustri, fino al 14 febbraio 1448, allorché i Reggitori si arresero a Francesco Sforza; e finì del tutto quando il condottiero nel 1450 divenne il nuovo signore del Ducato di Milano. Quando cessò con l’ultimo Sforza, Ludovico il Moro, nel 1500 la signoria di Milano su Parma, questa fu sostituita da un’alternanza di governi Pontifici e Francesi. Quando questi ultimi, [nel [1521]] furono cacciati dall'esercito pontificio unito allo spagnolo, dopo un assedio di tre giorni, Parma fu assoggettata definitivamente alla Chiesa.

Il Seicento[modifica | modifica wikitesto]

Il Rinascimento[modifica | modifica wikitesto]

Il genio dell’Umanesimo ispirò nel secondo quarto del secolo l’erezione della Basilica di Santa Maria della Steccata, la cui architettura è attribuita dal Vasari al Bramante (mentre altri la ritengono leonardesca), e i cantieri per la ricostruzione in forme rinascimentali delle chiese conventuali benedettine di S. Alessandro e di S. Giovanni Evangelista, dove operarono i maestri parmigiani Bernardino Zaccagni e Giovan Francesco. La pittura è mirabilmente rappresentata dai capolavori di Giovanni Antonio Allegri, detto il Correggio, con i cicli affrescati realizzati, dopo il 1520, per la "camera della Badessa" nel Monastero di San Paolo, la chiesa di San Giovanni Evangelista e, iniziando dal 1524, da quelli della cupola della cattedrale.

Il ducato farnesiano[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Ducato di Parma e Piacenza, Duchi di Parma e Rinascimento parmense.

Nel 1545 papa Paolo III istituì con propria bolla il Ducato di Parma e Piacenza, destinandolo in feudo al figlio Pier Luigi Farnese che finì assassinato, solo due anni dopo, per mano di alcuni aristocratici piacentini, i conti Giovanni Anguissola e Agostino Landi, i marchesi Giovan Luigi Confalonieri, Giovanni e Girolamo Pallavicini, nonché Luigi Gonzaga, suo lontano parente, signore di Castiglione, Castel Goffredo e Solferino.

Con la firma della pace di Cateau-Cambrésis, nell'aprile 1559 il ducato di Parma e Piacenza fu assegnato definitivamente ai discendenti che lo governarono, con brevi interruzioni, fino al 1731.

Sotto il loro dominio Parma, prescelta come capitale, divenne oggetto, dal 1560 di un ambizioso progetto di rinnovamento urbanistico, affidato ad artisti di gran fama quali il Vignola, il Parmigianino. La magnificenza dei duchi favorì la progettazione e la realizzazione di opere architettoniche, che conferirono a Parma il suo caratteristico aspetto attuale. Negli anni 1580 - 1583 al tramonto del ducato di Ottavio Farnese si avviò la costruzione del palazzo della Pilotta. Ranuccio I nel 1602 affidò il cantiere a Simone Moschino, ma i lavori furono sospesi nove anni dopo, abbandonando l'edificio allo stato in cui si trova attualmente. Nel 1618 Ranuccio I incaricò l'architetto Giovan Battista Aleotti, detto l'Argenta, di trasformare la grandiosa sala d'armi del palazzo in teatro di corte: il celeberrimo Teatro Farnese.

Il Settecento[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Battaglia di San Pietro.

L'anno 1731, estinti i Farnese, la successione fu rivendicata per Carlo di Borbone, primogenito di Filippo V di Spagna ed Elisabetta Farnese, che fu duca di Parma e Piacenza con il nome di Carlo I dal 1731 al 1735. Nel 1734, durante la guerra di successione polacca, al comando dell'esercito spagnolo, sbaragliate le forze austriache, conquistò per sè i regni di Napoli e di Sicilia. Nel 1738, dopo l'incoronazione di Carlo a re delle Due Sicilie, il ducato farnesiano passerà alla Asburgo. Dieci anni dopo, nel 1748, con il Trattato di Aquisgrana, che pose fine alla Guerra di successione austriaca il ducato di Parma e Piacenza, unitamente a Guastalla fu assegnato a Filippo di Borbone, fratello del re di Napoli, era quindi figlio di Filippo V, re di Spagna, e della sua seconda moglie Elisabetta Farnese. Era genero del re di Francia avendo sposato Elisabetta di Francia, figlia del re Luigi XV e di Maria Leszczyńska.

Grazie anche alle riforme del primo ministro Guillaume du Tillot, Parma vive uno dei suoi periodi di maggior splendore, arricchendosi di eleganti architetture neoclassiche, di nuove strutture urbane e di importanti istituzioni quali la Biblioteca Palatina, la Stamperia Reale diretta da Giambattista Bodoni, il primitivo nucleo del Museo Archeologico, formato dai reperti provenienti dagli scavi dell'antica "Veleia", la Quadreria, l'Orto botanico.

Il duca Filippo I fu il capostipite del ramo di Parma dei Borbone. Morì improvvisamente il 18 luglio 1765 ad Alessandria, dopo aver accompagnato a Genova la figlia Maria Luisa in partenza per la la Spagna dove sposò l'Infante Carlo. Un'altra figlia di Filippo, Maria Isabella divenne consorte dell'imperatore Giuseppe II d'Asburgo-Lorena. Sul trono ducale di Parma gli successe Ferdinando I (20 gennaio 1751 - 9 ottobre 1802), sposo di Maria Amalia d'Asburgo-Lorena, ottava figlia di Maria Teresa d'Austria. Lo conservò dal dal 1765 al 1802, quando dovette cedere il ducato alla Francia in forza del Trattato di Aranjuez del 20 marzo 1801.

L'Ottocento[modifica | modifica wikitesto]

L'Italia dopo il Congresso di Vienna (settembre 1814-giugno 1815). Viene ristabilito il Ducato di Parma e Piacenza

L’esercito di Napoleone Bonaparte varcò pacificamente i confini del Parmense il 6 maggio 1796, per raggiungere Milano, senza che gli fosse opposta resistenza da parte delle truppe ducali. Questa neutralità consentì la permanenza, incontestata per un quinquennio, di Ferdinando I che continuò ad esercitare almeno formalmente la sua sovranità. Un potere che finse d’ostentare anche dopo il 21 marzo 1801, quando il Bonaparte decretò l’annessione del Ducato di Parma alla Francia.[14]

Il periodo napoleonico[modifica | modifica wikitesto]

Allorché Ferdinando morì improvvisamente a Fontevivo il 9 ottobre 1802, la Reggenza fu affidata alla vedova Maria Amalia d'Asburgo-Lorena. Un potere effimero, che durò pochi giorni, poiché già il 22 ottobre i francesi espulsero i Borboni e Maria Amalia fu costretta a trasferirsi in Boemia, a Praga.

Al suo posto arrivò a Parma Médéric Louis Élie Moreau de Saint-Méry, che rimase in carica sino ai primi giorni del 1806. Grazie a questi, che aveva per suo padrino il Talleyrand, e al suo successore, il prefetto Hugues Nardon, furono realizzate fondamentali riforme. Amante e protettore delle belle arti, dotato di profonda cultura, illuminista lungimirante, nel 1802 volle Gian Domenico Romagnosi alla cattedra di diritto pubblico dell’Ateneo parmense. Si abolirono allora le leggi anti-ebraiche, proibita la la tortura, furono distinte nettamente la legislazione civile dalla penale, si attuò una illuminata riforma dei tribunali. Il 1º luglio 1805 questa complessa normativa giuridica venne abrogata e sostituita dal codice napoleonico promulgato in tutte le terre dell'Impero. Il prefetto Nardon, con decreto del 20 marzo 1806, suddivise il Parmense in tredici comuni (mairies, alla francese) e nominò Stefano Sanvitale primo sindaco di Parma. Nel 1808 gli stati parmensi furono compresi nel Dipartimento del Taro, annesso all'Impero francese.[15] Dopo la proclamazione di Napoleone a imperatore (nel maggio 1804), gli Stati di Parma e Piacenza erano già stati incorporati nel Regno Italico, e poi annessi all’Impero. Il 16 marzo 1814 i Francesi conclusero la loro dominazione sul ducato. Nel nuovo Dipartimento s'incentivò la costruzione di grandi opere pubbliche, tra queste, nel 1808, fu dato inizio ai lavori per la strada Pontremolese.

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Dipartimento del Taro.

La duchessa Maria Luigia[modifica | modifica wikitesto]

Maria Luigia Duchessa di Parma, Piacenza e Guastalla (11 aprile 1814 - 17 novembre 1847)
Il decreto 29 febbraio 1816, da Schönbrunn: titoli di Maria Luigia.

Maria Luigia governò col titolo di “Sua Maestà la principessa imperiale ed arciduchessa d'Austria Maria Luigia, duchessa di Parma, Piacenza e Guastalla"[16] fu apprezzata come sovrana illuminata conquistando l’affetto dei Parmensi che ancora oggi la venerano come "la buona duchessa."

Fra i risultati del suo governo si ricorda che nel 1817 aveva fondato l'Istituto di Maternità e la Clinica Ostetrica Universitaria. Non trascurò i malati di mente che fece ospitare nell'Ospizio dei Pazzerelli, ubicato in un convento cittadino.

Nel 1831 diede disposizioni per prevenire le epidemie di colera. Quando il contagio scoppiò visitò gli infermi, confortandoli, mettendosi anche in ginocchio accanto a quelli che trovava deposti sul pavimento nei corridoi per carenza di letti. In quella tragica situazione (debellato il contagio, furono contati 438 morti tra i 30 mila abitanti di Parma al tempo), Maria Luigia elargì alla comunità 125 mila franchi ricavati facendo fondere un tavolino d’oro avuto in dono dalla città di Parigi per le sue nozze con Napoleone.[17]

Numerose le opere pubbliche realizzate sotto il suo governo, gli interventi nel tessuto urbano ed architettonico, il potenziamento delle vie di comunicazione che trovano fulcro su Parma. Tra queste: i ponti sul Taro e la Trebbia, il Teatro Ducale (ora Regio), il riadattamento del Teatro Farnese, il Conservatorio di Parma (dove avrebbe studiato Giuseppe Verdi, al quale Maria Luigia avrebbe assegnato una borsa di studio conquistandone la gratitudine e poi la dedica dell’opera "I Lombardi alla Prima Crociata"). Nel Palazzo della Pilotta fece allestire la Biblioteca, il Museo Archeologico e la Pinacoteca (oggi Galleria Nazionale).[18].

Maria Luigia d'Austria mori' il 17 dicembre 1847. Il Ducato, salvo Guastalla passata al duca Francesco V d'Asburgo-Este, fu allora nuovamente assegnato alla linea parmense dei Borbone, prima a Carlo II (1847-1849) e quindi a Carlo III (1849-1854). Dopo l'uccisione di quest'ultimo, pugnalato nel 1854, la successione passò al giovane figlio Roberto I (18541859) sotto la reggenza della madre, Luisa Maria di Borbone-Francia, figlia del Duca di Berry, interrotta il 9 giugno 1859.

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Maria Luisa d'Asburgo-Lorena.

Unità d'Italia e XX secolo[modifica | modifica wikitesto]

9 giugno 1859 insurrezioni a Parma

Il 15 settembre 1859 scoppiano manifestazioni popolari pacifiche organizzate dai liberali, favorevoli all'annessione del Ducato di Parma al Piemonte. Ben presto la duchessa di Berry è costretta ad abbandonare la città, mentre viene dichiarata decaduta la dinastia borbonica e si organizza un provvisorio governo filopiemontese retto dall'avvocato Giuseppe Manfredi. Le truppe del Ducato (fedeli alla duchessa e acquartierate in Cittadella, sarebbero pronte a scatenare la repressione contro i rivoltosi, ma la duchessa ordina loro di desistere e di ritirarsi a Modena, dove le truppe parmigiane saranno poi ufficialmente sciolte.Parma entra provvisoriamente a far parte delle province dell'Emilia, rette da Luigi Carlo Farini.

Nel 1860 tramite plebiscito il ducato passa al Regno di Sardegna, e quindi al Regno d'Italia. Con la costituzione dello Stato unitario, Parma risentirà fortemente del declassamento da capitale di Stato a semplice capoluogo di provincia, con una grave crisi sociale ed economica. La recente assegnazione alla città di Parma della sede dell'Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare EFSA ha rappresentato per molti cittadini e istituzioni l'occasione di un ritorno al ruolo più internazionale e prestigioso di piccola capitale europea.

Nonostante le pause imposte dalle crisi economiche (come quella del 1908), dalla prima guerra mondiale e dalle inquietudini politiche sociali del primo dopoguerra, in città lo spirito di rinnovamento del nuovo secolo è motore di grandi cambiamenti: vengono abbattuti i vecchi bastioni, si modifica l'assetto urbanistico del centro, dove nascono gli edifici più eleganti e prestigiosi, si rinnovano l'Oltretorrente e le più importanti arterie.

Parma viene ricordata nei tempi moderni per essere stata protagonista nel 1922 di uno dei rari episodi di resistenza antifascista dell'epoca, che le meritarono la fama di città "corridoniana", con l'erezione da parte di elementi vari delle "Barricate" al fine di impedire alle Camicie Nere di Italo Balbo l'accesso ai quartieri dell'Oltretorrente. Questo episodio viene ricordato molti anni dopo la famosa trasvolata sull'Atlantico di Balbo, con un'anonima scritta in dialetto parmigiano sui muri del lungoparma apparsa nel dopoguerra, circa negli anni sessanta, che ricorda all'eroe del regime che "ha passato l'Atlantico, ma non la Parma". Successivamente, a partire dal 1929, i quartieri dell'Oltretorrente, epicentro di quell'episodio, vengono risanati, pur rappresentando ancora oggi la parte più tipicamente popolare e "bohemienne" della città.

Il primo dopoguerra[modifica | modifica wikitesto]

Nel primo dopoguerra il comune di Parma era costituito quasi interamente da territorio urbano, con una popolazione di 57.000 abitanti (censimento avvenuto attorno al 1911), mentre ne contava circa 10.000 di meno nel 1901. Dopo la lunga stasi dell'ottocento, la popolazione aveva subito un notevole incremento, grazie alla ripresa giolittiana ed alle capacità del sindaco Giovanni Mariotti[19].

A questa crescita demografica si associò uno sviluppo urbano al di fuori dei bastioni del 1500, demoliti per far posto alle nuove costruzioni. Il quartiere operaio di S. Leonardo si sviluppò nella zona nord, residenzialmente meno appetibile, con lo sviluppo contemporaneo di numerose fabbriche, fra le quali la vetreria Bormioli che contava già 300 operai nel 1913. A sud, verso la Cittadella, si sviluppava invece un quartiere per benestanti. La viabilità mostrò un progresso nel 1910 con l'inaugurazione nel maggio delle linee tranviarie elettriche.

Inoltre, nel 1900 erano entrati in funzione un nuovo acquedotto ed un nuovo macello; nel periodo intercorrente fra il 1901 e il 1903 i ponti Verdi e Italia, seguiti dallo stabilimento dei Bagni Pubblici sul Lungoparma nel 1906; nel 1907 apriva l'albergo Croce Bianca in piazza della Steccata, di cui prese possesso il comando fascista nell'agosto del 1922; nel 1909 le nuove Poste, e nel 1913 il supercinema Orfeo: alcuni sintomi del robusto sviluppo di inizio secolo.

A fronte di questi cambiamenti le crisi economiche nazionali del 1907 e del 1913 non ebbero forti ripercussioni nel Parmense, ancora poco industrializzato rispetto al triangolo Milano-Torino-Genova (il "triangolo rosso" era individuato invece da Genova-Vercelli-Torino). Nel Parmense la produzione della ricchezza restava, e resterà ancora a lungo di natura prevalentemente agricola (nel 1921 occupava circa 116.000 individui contro 37.500 nel ramo industriale) con circa la metà dell'attività nel capoluogo con operatori addetti alla trasformazione dei prodotti agricoli e alle piccole industrie metalmeccaniche specializzate nella produzione di macchinari agricoli e/o per il trattamento di prodotti della terra.

Mentre avvenivano queste trasformazioni, rimaneva, per converso, diviso in due l'aspetto social-logistico: l'Oltretorrente, chiamato anche Parma vecchia, a ovest, in cui alla fine dell'Ottocento, in edifici spesso inadeguati, si era raccolto un miscuglio di abitanti di diverse provenienze geografiche e sociali, che si era integrato nel tessuto sociale già esistente: contadini inurbati, montanari in cerca di lavoro nel campo edilizio tenuto conto dell'incrementato sviluppo cittadino[senza fonte]. Ad est quella che era la parte più antica della città, ma che veniva chiamata Parma nuova proprio per il suo aspetto più moderno e decoroso, era popolata in prevalenza dai diversi ceti borghesi e vi erano, ed ancora in gran parte permangono, le sedi dei poteri istituzionali. Il dato sociale, comunque, indicava una coesione sociale di Parma vecchia molto superiore a quella di Parma nuova.

Il borgo del Naviglio, al margine nord orientale, aveva amalgama sociale simile all'Oltretorrente (tralasciando, ovviamente, la zona dei bordelli, posizionata da lunga data fra borgo Tasso e borgo S. Silvestro). La suddivisione in due parti, o quasi, di Parma avrà anche grande importanza militare nello svolgersi della difesa della città dagli squadristi nell'agosto 1922.

Anche il Parmense risentì degli effetti dell'entrata in guerra del '15, coi problemi precedenti e susseguenti il conflitto: inflazione che erodeva i salari, difficoltà di rifornimenti di alimentari e combustibili, debilitazione fisica diffusa e aumento delle malattie (anche a Parma nel 1919 infuriò la "spagnola"). La mancanza di uomini, spediti al fronte, e la sostituzione con ragazzi e donne porta alla formazione di una base operaia femminile emancipata dal lavoro. Ovviamente, anche se ci fu il blocco di lavori pubblici (l'ospedale ad esempio fu finito nel 1925 ed il monumento a Giuseppe Verdi nel 1920), non ci furono gravi problemi di disoccupazione visto lo "spopolamento" di manodopera maschile per l'invio alla guerra.

Nel parmense la guerra, tramite le commesse, porta ad un incremento industriale sia nel settore agricolo che della manipolazione dei prodotti della terra. In buona sostanza, però, nonostante i tempi convulsi, la borghesia parmense non muta di atteggiamento dall'ante-conflitto e non vede di buon occhio, per risolvere i conflitti sociali, il fascismo: continua a far riferimento alla "politica" ed ai dettami ideologici della potente Associazione Agraria Parmense, quella che aveva battuto lo sciopero del 1908.

Le barricate nell'Oltretorrente[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Difesa di Parma del 1922.

In seguito all'inasprirsi degli scontri tra rivoluzionari fascisti e le organizzazioni del movimento operaio, l'Alleanza del Lavoro (organo di un ampio fronte sindacale) proclamò per il 1º agosto 1922 uno sciopero generale nazionale in "difesa delle libertà politiche e sindacali". Contro la mobilitazione dei lavoratori si oppose la forza delle squadre fasciste lungo tutta la penisola.

L'Alleanza del Lavoro sospese lo sciopero il 3 agosto, ma gli scontri aumentarono e solo in poche città fu organizzata una ritrosia alle azioni delle camicie nere. Le coordinate azioni delle camicie nere ebbero così un totale successo con la distruzioni di circoli, cooperative, sindacati, giornali ed amministrazioni popolari.

A Parma, sola eccezione, gli sviluppi dello sciopero furono ben diversi: la città divenne teatro di una resistenza armata alle squadre fasciste che, dopo cinque giorni di combattimenti, risultò vittoriosa. I lavoratori avevano risposto compatti allo sciopero e, forti delle tradizioni locali del sindacalismo rivoluzionario, mostrarono ancora una volta grande capacità di mobilitazione e di combattività. Nei giorni di agosto furono mobilitati dal Partito Fascista per la spedizione su Parma circa 10.000 uomini, giunti dai paesi del Parmense e dalle province limitrofe; a comandarle venne inviato Italo Balbo, già protagonista di analoghe spedizioni militari a Ravenna e a Forlì. La popolazione dei borghi dell'Oltretorrente e dei rioni Naviglio e Saffi rispose all'aggressione innalzando barricate, scavando trincee ed organizzandosi in una difesa estrema delle proprie case e sedi politiche. Mentre a livello nazionale lo sciopero si esauriva, a Parma la resistenza si faceva sempre più tenace. Gli scontri coinvolsero attivamente tutta la popolazione e venne superata ogni polemica politica tra le diverse tendenze: arditi del popolo, sindacalisti corridoniani, confederali, anarchici, comunisti, popolari, repubblicani e socialisti combatterono le camicie nere, coordinati dagli Arditi del Popolo, squadre paramilitari fondate dal socialista Guido Picelli. Gli scioperanti dell'Oltretorrente, armati di vecchi e scalcinati fucili modello 91 o altre armi rudimentali, combattendo da dietro mobili, carri e improvvisate trincee scavate in strada seppero opporre un'incredibile resistenza ai fascisti. Essi, dopo numerosi tentativi di superare le barricate, fecero azioni di rappresaglia compiendo numerose devastazioni nelle zone centrali della città, specie al circolo dei ferrovieri, negli uffici di numerosi professionisti democratici e nelle sedi del giornale "Il Piccolo", dell'Unione del Lavoro e del Partito Popolare. Mentre infuriavano i combattimenti si iniziarono le trattative per la fine dei combattimenti tra il comando di Balbo, le autorità militari e la Prefettura. La notte tra il 5 e il 6 agosto le squadre fasciste smobilitarono e lasciarono velocemente la città. Il 6 agosto il generale Lodomez, comandante militare della piazza, assunse i pieni poteri e proclamò lo stato di assedio. Nella mattinata i soldati dopo aver sparato due colpi di cannone a salve, entrarono nel rione dell'Oltretorrente e la situazione tornò alla normalità. Complessivamente durante gli episodi delle Barricate le perdite degli squadristi fascisti in città furono nulle per quanto riguarda i caduti e solo in provincia, a Sala Baganza, si contarono due morti di parte fascista, mentre da parte antifascista si ebbero 5 morti a Parma e due in provincia (Sala Baganza) più un numero ignoto (ma sicuramente basso) di feriti. Molti degli Arditi del Popolo confluirono poi negli arditi fascisti rendendosi conto di combattere per una causa comune, il socialismo espresso dal primo Fascismo.

L'8 settembre a Parma[modifica | modifica wikitesto]

In seguito all'Armistizio di Cassibile dell'8 settembre 1943, il 9 settembre scatta l'operazione militare tedesca “Nordwind” tesa a disarmare e catturare tutte le unità italiane. La prima operazione militare tedesca in provincia di Parma è quella operata dalle truppe del colonnello Hansen per assicurarsi il controllo del ponte di Casalmaggiore. Successivamente lo stesso reparto inizia a procedere all'occupazione della Bassa Parmense.

I reparti tedeschi, a differenza di quelli italiani, sono dotati di buona mobilità accompagnata dalla massima potenza di fuoco ottenibile.

Per la conquista di Parma era stata approntata una colonna composta da:

1º battaglione del 1º Reggimento Granatieri corazzati SS rinforzato da diversi plotoni delle compagnie reggimentali (800 uomini)

1º Gruppo del 1º Reggimento Corazzato SS con 3 battaglioni (450 uomini)

1ª Compagnia del Battaglione trasmissioni (150 uomini)

1º Plotone del Battaglione anticarro equipaggiato con 2-3 cacciacarri Marder III armati con bocche da 75 mm.

Il Presidio militare di Parma, comandato dal Generale Moramarco, decise di accettare la richiesta di resa avanzata dal colonnello tedesco Frey, ma il comando territoriale di Piacenza ordinò di resistere a tutti i costi. Vennero così prese tardivamente misure di difesa della città.

Alle due le truppe e i carri armati tedeschi circondarono alcuni edifici pubblici importanti, la Cittadella e la Scuola di Applicazione del Giardino Ducale (gli ufficiali ed i cadetti ivi accasermati, prima di essere presi prigionieri, resistettero all'attacco tedesco, lasciando sul campo 5 morti e 20 feriti).

Cominciarono così fitte sparatorie tra italiani e tedeschi.

Tutte le caserme vennero occupate rapidamente dai tedeschi e gli italiani vennero battuti rapidamente. L'unica pattuglia militare che riuscì a resistere sino alla resa definitiva della città fu quella che si barricò nel palazzo in via delle Poste.

Sbaragliata la fanteria, l'unica forza valida in campo italiano era costituita da una colonna corazzata forte di un carro armato M 15 e da sette semoventi (armati di soli 5 colpi), accompagnati da una colonna mortai di 12 pezzi da 20 mm montati su autocarri. La forza arrivò in città da Fidenza, con l'ordine di reagire agli attacchi provenienti da qualsiasi parte. Arrivata in Barriera Bixio alle 6:30, la colonna venne colta da un'imboscata delle forze tedesche.

Il carro armato e un semovente vennero bloccati. Tre carri uscirono indenni ed attraversarono ponte Umberto fino ad imboccare lo Stradone, ma sono bloccati dai tedeschi in via Passo Buole, via Vitali e poco prima di Barriera Farini.

La colonna mortai e tre semoventi, le uniche forze superstiti, arrivano ai cancelli della Barriera. I tre semoventi vengono distrutti da cannonate provenienti dalle postazioni di artiglieria tedesche, situate alle porte della città e sui ponti, nel tentativo di battere via Spezia, via Solari e via Caprera. La colonna mortai ingaggia un'ultima battaglia coi tedeschi, riuscendo ad immobilizzare un loro Marder. Lo scontro cessa alle 8, dopo la distruzione del camion munizioni avvenuto alle 7:30. Complessivamente nello scontro sono morti 6 fra soldati e ufficiali parmigiani.

I soldati presenti nel Palazzo del Governatore, sede del Presidio militare di Parma, accerchiati dai tedeschi, dopo aver sparato alcuni colpi di fucile e rivoltella dalle finestre, si arrendono. Viene così preso alle ore 9 il Presidio militare di Parma, con conseguente resa della città.

L'ultima azione di disarmo operata dai tedeschi è quella contro l'aeroporto militare che poco dopo le otto viene sorpreso da due camionette della Wehrmacht. Tutti i prigionieri italiani verranno internati in Cittadella, in attesa di essere deportati in Germania. Molti soldati sono riusciti a salvarsi disertando, avvalendosi dell'aiuto di civili che li aiutarono a disfarsi degli abiti militari o gli diedero rifugio.

Le forze italiane presenti in città ammontavano a 6.000 uomini mentre altri 7.000 uomini erano sparsi per la provincia per un totale di circa 13.000 soldati.

In totale all'8 settembre le truppe tedesche operative nella zona di Parma assommavano a circa 12.500 uomini.

L'occupazione tedesca e la Resistenza[modifica | modifica wikitesto]

Dopo l'occupazione della città il 9 settembre i tedeschi provvidero a impiantare un'amministrazione militare. Gli organismi di amministrazione erano rappresentati dallo Standortkommandatur e dal Militarkommandatur (a esso veniva incaricato il comando militare di piazza e i compiti connessi ai settori rifornimento, amministrazione e lavoro). In città, inoltre, fu rifondato il partito fascista, che assunse il nome di Partito Fascista Repubblicano (con 4.145 iscritti, di cui 1.600 alle armi). I tedeschi si trovarono ben presto a dovere fronteggiare i continui attentati e sabotaggi delle bande partigiane in città e anche in tutta la provincia. I compiti della repressione antipartigiana furono affidati alla Feldgendarmerie (il contingente di SS presente in città che contava circa 1.000 effettivi) e alle forze della Repubblica Sociale Italiana, consistenti solo in alcuni reparti della 80ª Legione Camicie Nere. Dal 1944, in sostituzione alle SS, furono impiegate le SD e si provvide al reclutamento degli effettivi della XXVII Brigata Nera "Virginio Gavazzoli". Essi compirono un'opera repressiva data l'entrata in vigore delle legge marziale di guerra, non mancarono però rastrellamenti, eccidi e saccheggi.

Durante l'occupazione tedesca iniziò la persecuzione della comunità ebraica presente in città (circa 200 persone), a cui si aggiungevano anche altri israeliti sfollati dalla Jugoslavia. Per essi iniziava un calvario che si sarebbe concluso con la cattura e, se non l'uccisione immediata, con la deportazione in Germania. Alcuni si salvarono fuggendo. Centinaia di cittadini furono internati nelle carceri con l'accusa di aiutare i ribelli, uscendone soltanto per essere fucilati o subire la deportazione in Germania, non di rado subendo anche torture da parte delle SD.

La Resistenza a Parma prese ufficialmente avvio il 10 settembre quando i dirigenti del Partito comunista (tra cui Remo Polizzi, Luigi Porcari, Giacomo Ferrari, Dante Gorreri, Umberto Ilariuzzi, Virginio Barbieri, Bruno Tanzi si riunirono e gettarono le basi organizzative della resistenza armata contro l'occupazione nazista il cui intento era quello di, cordinato con gli altri nuclei del partito, instaurare la dittatura comunista in Italia.

Il 15 ottobre, nello studio notarile di Giuseppe Micheli, gli esponenti dei partiti antifascisti (Partito comunista, Partito socialista, Partito d'Azione, Partito repubblicano, Democrazia Cristiana e Partito Liberale) diedero vita al Comitato di Liberazione Nazionale (Cln) di Parma.

L'asse stradale e ferroviario Parma-La Spezia, controllato da muniti presidi tedeschi per la sua notevole importanza strategica, tagliava l'Appennino in due zone (Est Cisa e Ovest Cisa) definendo anche i due territori d'azione della guerriglia.

Le prime bande partigiane di montagna cominciarono ad essere costituite dal Cln nell'autunno. Il banco di prova della loro efficienza avvenne il 24 dicembre 1943, vigilia di Natale, quando una di esse, il Distaccamento "Picelli", sostenne vittoriosamente il combattimento con un più numeroso reparto fascista ad Osacca, nel Bardigiano.

In pianura si formarono le Squadre di azione patriottica (Sap), addette al sabotaggio e al supporto logistico della guerriglia, e i Gap (Gruppi di Azione Patriottica) per colpire i nemici in città.

Nell'estate 1944 il movimento della Resistenza, alimentato soprattutto dai giovani renitenti alla leva nell'esercito della RSI, ebbe la sua massima espansione, tanto che in giugno le forze partigiane controllavano intere zone appenniniche nella Val Ceno e nella Val Taro (che si costituirono in “Territori liberi”)

Durante i venti mesi di occupazione tedesca (settembre 1943 - aprile 1945) le fucilazioni di civili e di partigiani da parte dei tedeschi e dei fascisti furono 136 e provocarono 396 vittime (267 civili e 130 partigiani). I tedeschi si impegnarono nella lotta antipartigiana anche in operazioni negli Appennini: nel luglio 1944 fu sferrata un'energica offensiva per colpire le basi della guerriglia partigiana sull'Appennino Tosco-Emiliano con grandi operazioni di rastrellamento. La guerriglia fu coordinata, da allora, dal Cuo (Comando unico operativo). Il 17 ottobre un forte reparto germanico sorprese a Bosco di Corniglio il Cuo, tendendo un'imboscata che costò a esso la morte di cinque dei suoi membri più importanti. Le operazioni di rastrellamento proseguirono anche nel gennaio 1945, impiegando sino a 20.000 effettivi delle SD e tenendo impegnate le bande partigiane in logoranti combattimenti metro per metro. Nel frattempo i numerosi arresti smantellarono la rete clandestina in città e nella Bassa.

Nell'aprile del 1945 la situazione si fece sempre più disperata con l'avanzata degli Alleati. Il comando tedesco progettò di applicare a Parma la tattica della “terra bruciata”, facendo minare e distruggere l'acquedotto e le centrali elettriche e del gas. Questa possibilità venne scartata grazie a negoziati con le autorità italiane. Tuttavia i tedeschi, nell'aprile 1945 divennero più brutali nelle loro rappresaglie.

Nonostante ciò, alla vigilia della Liberazione, il movimento partigiano fu in grado di organizzare a livello nazionale circa undicimila uomini, inquadrati in cinque grandi unità militari, che riuscirono a organizzare un piano insurrezionale tra il 25 e il 26 aprile 1945.

Con l'avanzare degli Alleati, tedeschi e fascisti, abbandonarono le loro posizioni in una fuga caotica e disordinata, resa ancora più difficile dai continui attentati partigiani. Per questo attuarono un'ultima serie di eccidi che investì le comunità contadine della zona orientale della provincia tra la via Emilia e il Po. In due giorni 59 civili vennero massacrati da reparti tedeschi in ritirata.

Molti soldati tedeschi morirono quando dovettero attraversare il fiume Po: il loro disperato tentativo di guado, in cui furono utilizzati tutti i mezzi a disposizione (molti soldati disperati tentarono di attraversare il Po anche a nuoto), per molti di essi si concluse con l'annegamento.

Una parte delle truppe repubblicane in ritirata, rimaste isolate dal grosso in ritirata e impossibilitate a ripiegare su Parma, opposero agli Alleati e ai partigiani un'ultima, accanita e disperata resistenza nella zona fra Ozzano Taro e Fornovo (“sacca di Fornovo”).

La loro resistenza fu spezzata il 29 aprile, quando le forze assedianti furono raggiunte da nuovi rinforzi. I prigionieri italiani e tedeschi presi dagli Alleati al termine della battaglia nella “sacca” ammontarono a 15000.

I bombardamenti alleati su Parma[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Monumenti scomparsi di Parma.

Bombardamento del 23 aprile 1944

La notte del 23 aprile 1944 alle 22:55 i bombardieri inglesi della RAF compiono il primo bombardamento aereo sulla città di Parma. Vengono colpite la Scuola di Applicazione di Fanteria nel Palazzo del Giardino, il Parco Ducale, il Ponte di Mezzo, Via delle Fonderie, lo scalo ferroviario del Cornocchio, il Lungoparma Toscanini, viale Fratti. Il raid fa registrare 15 morti, tutti militari della Scuola d'Applicazione di Fanteria.[20]

Bombardamento del 25 aprile 1944

Dopo solo due giorni, 25 aprile 1944 alle 12:15, sulla città giungono i bombardieri americani della Fifteenth Air Force[21] e colpiscono pesantamente il centro storico dell'Oltretorrente. Vengono colpiti Piazza Garibaldi (scompare il palazzo dei Conti Bondani che ospitava la Banca Commerciale, danneggiata la chiesa di San Pietro), Via Mazzini, via Cavour, Borgo Santa Brigida, borgo San Biagio, via Cairoli, Borgo Antini, Borgo Regale, Piazzale San Lorenzo, Via XXII Luglio, Borgo Felino, Borgo Riccio, Viale delle Rimembranze, Orto Botanico, Chiesa di San Pietro, Chiesa della Steccata, Chiesa della Trinità, Chiesa di Santa Maria delle Grazie, Seminario Maggiore, via Farnese, Asilo Guadagnini.[22]

Bombardamento del 2 maggio 1944

Il 2 maggio 1944 i bombardieri americani del gruppo Bombardieri 454 (Fifteenth Air Force)[21] hanno come obiettivo le infrastrutture ferroviarie. Viene colpito però un vicino rifugio antiaereo al Cornocchio di Golese dove si erano rifugiate 150 persone. Nel rifugio perdono la vita 61 persone. Sul luogo è stato eretto un cippo, davanti al quale ogni anno viene ricordato l'eccidio dalle autorità cittadine.[23] Vengono colpite anche la ferrovia, viale Fratti e la Ghiaia.[24]

Bombardamento del 13 maggio 1944

Il 13 maggio 1944 i bombardieri americani della Quindicesima Brigata dell'Air Force (Fifteenth Air Force)[21] compiono un'altra pesante incursione sulla città provocando una cinquantina di vittime. Sono colpiti in particolare la Pilotta (le ali sud e ovest), la Biblioteca Palatina (molti mesi furono necessari per il difficile e pericoloso recupero tra le macerie del materiale che poteva essere salvato)[25], il Teatro Reinach, il Teatro Farnese, il Palazzo Ducale, il monumento a Verdi davanti alla stazione, la barriera di via Garibaldi, Piazza Garibaldi, l'hotel Croce Bianca (il più famoso della città), la chiesa di Santa Teresa, via Saffi, la scuola Giordani, la chiesa di San Giovanni e un'ala del carcere di San Francesco.[26]

La liberazione di Parma[modifica | modifica wikitesto]

Le truppe alleate e l'esercito regolare italiano coadiuvato da alcuni partigiani fecero il loro ingresso a Parma la mattina del 26 aprile 1945.

Nella notte tra il 24 e il 25 il grosso dei militari tedeschi, con a seguito i fascisti ancora presenti in città, avevano abbandonato Parma, lasciando dietro di sé piccoli nuclei di cecchini, appostati su alcuni edifici, allo scopo di ostacolare in un ultimo disperato tentativo di resistenza, l'azione degli alleati.

Gli esigui gruppi di cecchini fascisti in città ingaggiarono diverse sparatorie con le alleate penetrate in città, ma vennero sconfitti. I partigiani fucilarono una trentina di essi, catturati ancora con le armi in pugno, contravvenedo al patto di Varsavia sui prigionieri di guerra. Nel frattempo, una lunga colonna di mezzi militari alleati attraversava Parma diretta verso Milano, che di lì a poco sarebbe stata liberata. Il 27 aprile 1945, giunse il Commissario provinciale del Governo militare alleato, il maggiore Burns, con l'incarico di garantire il governo della provincia, in collaborazione con il Comitato di liberazione nazionale, fino al 4 agosto successivo quando l'Emilia sarebbe stata restituita alle autorità italiane.

Il 9 maggio le brigate combattenti della Resistenza sfilarono lungo le strade della città e davanti al palco d'onore dei comandi alleati. Al termine della manifestazione le armi furono riconsegnate e le brigate sciolte: Parma liberata affrontava gli anni del dopoguerra.

Durante e dopo la liberazione e nei giorni seguenti, atti di giustizia sommaria portarono a oltre 200 esecuzioni di elementi politicamente compromessi con il nemico invasore (franchi tiratori, spie e torturatori).

IL CLN decise, per evitare che vendette personali e regolamenti di conti continuassero a mietere vittime, la creazione della Commissione di giustizia, che si occupò di punire i fascisti con processi legali ed equi.

Molti fascisti, per salvare la propria vita, si andarono a costituire spontaneamente alle autorità. Secondo dati ufficiali, i prigionieri politici erano superiori ai 500 al 27 aprile e, ai primi di maggio, superavano le 1000 unità. Essi non di rado furono fatti oggetto di una detenzione non ineccepibile (erano stipati in 7 o 8 per cella).

Bilancio dei caduti della Resistenza parmense[modifica | modifica wikitesto]

  • Antifascisti 49
  • Partigiani 794
  • Partigiani all'estero 115
  • Partigiani stranieri e sconosciuti 18
  • Militari 228
  • Civili 425
  • Non parmensi, per rappresaglia 19
  • Ebrei 22
  • Totale 1670 (*)

(*) Di cui 339 morti nei lager nazisti.

Dai rilevamenti dell'Istituto della Resistenza e della Storia Contemporanea di Parma.(Pubblicazione del 1970, datata e anche molto approssimativa. Es.: Alla voce Ebrei (pag. 143) fra i 22 ebrei elencati come Caduti della Resistenza vedasi la n.1- Ascoli Virginia Richetti, la quale da fonti anagrafiche risulta, invece, essersi trasferita da Parma a Rovigo in data 21 settembre 1951;n. 10- Foà Aldo, registrato come nato a Busseto (PR) il 1º agosto 1901, risulta sconosciuto agli uffici angrafici sia di Busseto che di Parma. Con la stessa data di nascita e nello stesso Comune di Busseto, risulta invece registrato tale Fano Aldo il quale è tuttavia deceduto a Parma in data 23 gennaio 1961. Anche per i 228 militari elencati sarebbe necessario un aggiornamento. Per es. il nominato Fernando Bertolazzi a pag. 110, sarebbe in realtà quel Fernando Bertolassi (e non Bertolazzi) di cui s'interessarono a suo tempo le cronache giornalistiche poiché scovato nei pressi di Danzica dove, dopo aver tagliato tutti i ponti con la famiglia d'origine, faceva il contadino (Cfr. Domenica del Corriere del l7 novembre 1971). Menda non indifferente, quella relativa al decorato di M.O. al V.M. Jacchia Mario, che secondo l'Istoreco di Parma sarebbe stato trucidato a Parma il 20 agosto 1944 da cui anche la motivazione della M.O. assegnatagli alla memoria (pag. 39), mentre invece il suo Comune d'origine, Bologna, nel motivare una piazza a lui dedicata accenna al fatto che dopo essere stato arrestato a Parma, il Jacchia venne trasferito in Germania ove si persero poi le sue tracce e da qui la sua presunta morte all'estero.La stessa Picciotto Fargion nel suo "Libro della Memoria", a proposito sempre del Jacchia, scrive che fino al 24 ottobre 1944 egli era stato visto nel campo di transito di Bolzano. Per questi e altri motivi che sarebbero lunghi da elencare, il volume dell'Istoreco di Parma "I Caduti della Resistenza di Parma 1921-1945", Parma - 1970, da cui sono tratti i dati sopraelencati, risulta storicamente non molto affidabile.

Dopoguerra[modifica | modifica wikitesto]

La liberazione di Parma avviene la mattina del 26 aprile, mentre il 9 maggio le formazioni partigiane sfilano in città tra la folla.

Il 26 aprile 1946 fu eletto primo sindaco di Parma del dopoguerra l'avvocato Primo Savani, partecipante alla lotta partigiana col nome di battaglia «Mauri». Parma è una città Medaglia d'Oro della Resistenza, omaggio ai caduti nella lotta per la libertà, come alle vittime delle deportazioni e dei bombardamenti.

Il 13 ottobre 2014 la città viene alluvionata dopo forti piogge che provocano l'esondazione del torrente Baganza, causando allagamenti nei quartieri della periferia sud della città e parecchi danni ma, fortunatamente, nessuna vittima.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Villaggi difesi da grandi argini di terra.
  2. ^ Così Guglielmo Capacchi: “Il nome della città non si può disgiungere, anzi deriva dal nome del fiume Parma che scorre attraverso la città. E il nome del fiume è ligure; e proviene dalla voce mediterranea Pala, Para più il formante o suffisso locativo mediterraneo in (a)ma. Para significa costa di monte, dirupo montano. Parma idronimo significherebbe il fiume montano.” Cfr. Guglielmo Capacchi, Castelli parmigiani, Parma 1979, p. 444. Altri avevano arguito che il toponimo fosse di derivazione etrusca, con riferimento alla gente dei Parmii o Parmnial, benché manchi ogni documentazione in merito. Tra le altre ipotesi, è stata formulata anche quella che fa derivare il il nome "Parma" dalla voce latina parma/parmae, uno scudo rotondo usato dai fanti che richiamerebbe la funzione strategica della città. Ma potrebbe essere altrettanto valida la tesi opposta: quella che fa derivare il nome dello scudo dalla colonia di Roma.
  3. ^ Eodem anno Mutina et Parmae coloniae Romanorum civium sunt deductae. bina milia hominum in agro qui proxime boiorum, ante Tuscorum fuerat, octona iugera Parmae, quina Mutinae acceperunt. M. Aemilius Lepidus T. Aebutius Carus L. Quinctius Crispinus. Titi Livii Patavini, Historiae Romanae, liber XXXIX, 55, 6-8. .
  4. ^ Vivere il Medioevo, p. 21.
  5. ^ La qual gente nefanda e bestiale prese a cultivare i campi che da queste parti erano stati abbandonati … ' come ne parla lo Scarabelli: “Quando Costantino portò la sede dell'impero in Oriente queste provincie dell'Emilia, rimasero in balìa di prefetti: e ogni rimasuglio di bene sparì. La comunità fu scomposta: gli ambiziosi emigrarono; i facinorosi rimasero e fatti potenti sottomiser la plebe: la quale abbrutì. I giureconsulti che venivan da Roma regolavano ogni cosa dove la forza non voleva aver ragione. Tutta la parte occidentale dell'impero era in pericolo di esser perduta; né la potevano sostenere i prefetti consolari che per distinte provincie eran mandati a governarla. De' quali noi abbiamo a contare in settant'anni cinque che governarono ambedue le nostre città, Brescello compresa; e di que' cinque, sant'Ambrogio quand'era catecumeno. Disfatto nel 370 furono messi ne' paesi contigui al Po alcune migliaia di Alemanni sconfitti da Teodosio sulle alpi Rezie; e non bastati, furono mandati nel 377 a Modena, a Reggio, a Parma i vinti Taifali che discesi erano dalle alpi a sterminio della Liguria erano stati vinti ed oppressi dai soldati di Graziano imperatore. La qual gente nefanda e bestiale prese a cultivare i campi che da queste parti erano stati abbandonati. Imaginate a che stato eran ridotte queste colonie. Ma elle potevano piangere le loro sventure e pensare almodo di sollevarle. Anche questo bene fu tolto e la miseria fu intera”. L. Scarabelli, Istoria civile dei ducati di Parma, Piacenza e Guastalla, I, Piacenza 1858, p. 27.
  6. ^ Vivere il Medioevo, p. 282.
  7. ^ Vivere il Medioevo, p. 23.
  8. ^ Il cronista Bernardino Corio scrive che Gerardo da Cornazzano raccolse il giuramento di sottomissione degli “habitatori” di porta Romana: “Quinci comandò che a ciascuna porta di Milano fosse spianata la fossa, & ruinato il muro in modo che l’essercito suo potesse facilmente entrare. Poi elesse sei Lombardi, & sei Tedeschi, i quali havessero a venire a Milano, & pigliare in nome suo dall’universo popolo il giuramento di fede; […] & che sino al sabato durò il giuramento, & […] che a lui con Federico d’Asia Camerieri dell’Imperatore, toccò a ſar giurar gli habitatori della porta Nuova, al Conte Corrado di Bellanoce, & Gerardo da Cornazzano, la porta Romana” B. Corio, “L’Historia di Milano“, Venezia 1565, p. 119.
  9. ^ Era “fors’anche fratello” come lo ritiene L’Affò: “Gherardo da Cornazzano, il quale aveva colle truppe di Parma combattuto per l’Imperadore, e fu uno de' Capitani delegati a ricevere il giuramento di sommissione da quel popolo infelice, divenuto essendo caro al Monarca, giovò sicuramente in que' tempi moltissimo all'onor di sua Patria, ed al vantaggio del Preposto Aicardo suo parente, e fors'anche fratello, acciò, morto già essendo il Vescovo Lanfranco, fosse promosso a questa Chiesa”. I. Affò, “Storia della città di Parma“, II, cit., p. 216.
  10. ^ Cfr. Marco Gentile: «Come è noto, a Parma le squadre sono quattro, e fanno capo ai Pallavicini, ai Sanvitale, ai Correggio e per l’appunto ai Rossi, cioè alle casate signorili che si erano definitivamente affermate come egemoni intorno alla metà del Trecento, e che già negli anni Ottanta del secolo (ben prima, quindi, che Biondo Flavio non trovasse di meglio come ornamento della città) erano considerate le quattuor domus parmenses per antonomasia. All’interno di questo club esclusivo, già all’epoca di Gian Galeazzo era evidente come i Rossi disponessero di una clientela nettamente più numerosa rispetto alle casate rivali.» M. Gentile, 'La formazione del dominio dei Rossi, in L. Arcangeli, M. Gentile (a cura di), '”Le signorie dei Rossi di Parma tra XIV e XVI secolo”, Firenze 2007, pp. 36-37.
  11. ^ Sulle vicende di questa casata riferisce lo studio, edito a cura della Deputazione di Storia Patria per le Province Parmensi, di P.Cont, I Terzi di Parma, Sissa e Fermo, Prefazione di Marco Gentile ("Fonti e Studi", serie I, XXI), Parma 2017.
  12. ^ Arcangeli Gentile Le signorie dei Rossi di Parma tra XIV e XVI secolo
  13. ^ La cronaca del Cherbi così narra l’avvenimento: “Nascita ad Otto di un figlio. 6 Dicembre. Detto Nicolò-Carlo. Grandi feste e suono di campane. La Comune col gonfalone ed arti a San Nicolò. Libertà ai prigioni di Parma, Reggio, e sue Castella. Battesimo nel Natale. Invito di vari compadri di messer Otto. Vescovo di Trento, Duca di Milano, Ugolotto, ed il Vescovo Rossi, Marchese di Ferrara, Signore di Mantova, Carlo Malatesta da Rimini, Comune di Venezia, Messer Giacomo del Verme, e Cardinale di Bologna.”: F. Cherbi, Le grandi epoche sacre diplomatiche, II, Parma 1837, p. 223-224.
  14. ^ Con il trattato di Lunéville che stabilì la pace tra la Francia e l'Austria, Napoleone Bonaparte si impadronì del Ducato di Parma e Piacenza, vennero fissati i confinicon il Granducato di Toscana trasformato in Regno d'Etruria, assegnato a Ludovico di Borbone, figlio del duca Ferdinando di Borbone in sostituzione del Ducato di Parma.
  15. ^ ad esclusione del principato di Guastalla che venne staccato dal Ducato di Parma e assorbito dal Dipartimento del Crostolo.
  16. ^ Questo era il titolo che esigeva le fosse riconosciuto. “Noi Maria Luigia principessa imperiale e arciduchessa d'Austria, per la grazia di Dio duchessa di Parma, Piacenza e Guastalla, avendo giudicato necessario di determinare il titolo che Noi vogliamo Ci sia dato nei pubblici atti quanto nelle lettere ed altre carte che dovessero essere a Noi dirette, abbiamo deciso che questo dovrà essere il seguente: Sua Maestà la principessa imperiale ed arciduchessa d'Austria Maria Luigia, duchessa di Parma, Piacenza e Guastalla; ed abbiamo giudicato conveniente di pubblicare a tale effetto la presente nostra patente, affinché nessuno lo ignori. Dato nel castello imperiale di Schönbrunn il giorno ventinove del mese di febbraio l'anno millesimo ottocentesimo decimo sesto.” Cfr. decreto da Parma, dalla Stamperia Imperiale Parma, a firma conte Magawly-Cerati, pari data (riprodotto in alto)
  17. ^ Cfr. Irmgard Schiel, Maria Luigia, Una donna che seppe amare e che seppe governare, 1984 Milano, p. 351.
  18. ^ Una raccolta pregevolissima di testimonianze della vita di Maria Luigia e del figlio Napoleone II, poi duca di Reichstadt, è esposta nel Museo Glauco Lombardi di Parma.
  19. ^ Biblioteca Palatina.
  20. ^ Achille Mezzadri, Parma Bombardata - 23 aprile 1944
  21. ^ a b c Combat Chronology US Army Air Forces Mediterranean - 1944, Part1
  22. ^ Achille Mezzadri, Parma Bombardata - 25 aprile 1944
  23. ^ Foglio periodico di TWIMC Parma - Anno VI - N. 535 - Edizione del 02.05.2010
  24. ^ Achille Mezzadri, Parma Bombardata - 2 maggio 1944
  25. ^ Andrea Capaccioni, Andrea Paoli, Ruggero Ranieri. Le biblioteche e gli archivi durante la seconda guerra mondiale: il caso italiano. Edizioni Pendragon, 2007. ISBN 978-88-8342-570-7. Pag.130
  26. ^ Achille Mezzadri, Parma Bombardata - 13 maggio 1944

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Università di Parma Il governo del Vescovo. Chiesa, città e territorio nel Medioevo. Editore MUP
  • Ireneo Affò, Storia della città di Parma, 1792-95.
  • Tullo Bazzi-Umberto Benassi, Storia di Parma (Dalle origini al 1860). Parma, Battei 1908
  • Guglielmo Capacchi, Castelli parmigiani, Parma 1979.
  • Francesco Cherbi, Le grandi epoche sacre diplomatiche, II, Parma 1837.
  • Paolo Cont, I Terzi di Parma, Sissa e Fermo, in Fonti e Studi, serie I, XXI, Parma, presso la Deputazione di Storia Patria per le Province Parmensi, 2017, ISBN 978-88-941135-5-6.
  • M. Dall'Acqua - M. Lucchesi, Parma città d'oro, 1979.
  • Giancarlo Gonizzi I luoghi della storia: atlante topografico parmigiano.PPS editrice, 2000-, 3 voll. Tra il 2000 e 2001
  • Marco Gentile, La formazione del dominio dei Rossi, in L. Arcangeli, M. Gentile (a cura di), ”Le signorie dei Rossi di Parma tra XIV e XVI secolo”, Firenze 2007.
  • Roberto Greci, Parma medioevale, 1992.
  • Renato Lori C'era un ragazzo partigiano. Editore Diabasis
  • Gustavo Marchesi, Parma. Storia di una capitale, 1993.
  • Gustavo Marchesi, Storia di Parma. Un racconto vivo e colorito delle vicende della città prima e dopo l'unita d'Italia: da petite capitale protagonista nello scacchiere europeo, all'odierno prestigio nella cultura, nell'industria e nello sport. Roma, Newton Compton, 1994.
  • Paolo MendogniIl Medioevo a Parma. Chiese e castelli è edita dalla PPS.
  • Marco Minardi, Disertori alla macchia. Militari dell'esercito tedesco nella Resistenza parmense
  • Baldassarre Molossi e Aldo Curti, Parma anno zero, ristampa 2005
  • Giovanni Mori. Parma: 2186 anni di storia...Radici di un successo.Abax editrice
  • "Per l'Italia.I Caduti per la Causa Nazionale (1919-1932)", a cura del Circolo Filippo Corridoni di Parma, Ed. Campo di Marte - Parma, 2002
  • "Storia di Parma" [1], Casa Editrice Monte Università Parma [2], Volumi 1,2,3,4,5.
  • Arti grafiche Amilcare Pizzi, Vivere il medioevo - Parma al tempo della cattedrale', Milano, Silvana Editoriale, 2006.
  • Luciano Scarabelli, Istoria civile dei ducati di Parma, Piacenza e Guastalla, I, Piacenza 1858
  • Irmgard Schiel, Maria Luigia - Una donna che seppe amare e che seppe governare, Milano, Longanesi, 1984, ISBN 88-304-0232-X.

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