Storia di Parma

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1leftarrow.pngVoce principale: Parma.

Parma
Paese Italia
Regione Emilia-Romagna
Provincia Parma
Popolo fondatore Etruschi?
Anno fondazione periodo etrusco

Preistoria e Protostoria[modifica | modifica sorgente]

Nel luogo dove si svilupperà la città romana, corrispondente circa all'attuale centro storico, per l'età preistorica e protostorica le indagini archeologiche hanno finora individuato solamente un insediamento dell'età del bronzo Medio, una terramara, e labili e dubbie tracce di frequentazioni a carattere religioso durante l'età del Ferro. Per quel che riguarda l'origine del toponimo, riacquista consistenza la tesi di una derivazione del toponimo dai nomi documentati di tribù etrusche «Parmii» o «Parmnial», seppure non sia ancora documentata l'esistenza di un centro etrusco nella zona. Secondo altri, invece, il nome deriva dalla voce latina parma/parmae, scudo rotondo in dotazione alla fanteria che richiama la funzione strategica della città.

Età romana[modifica | modifica sorgente]

La derivazione dell'attuale nome venne in seguito conservata dalla colonia romana, la città viene fondata nel 183 a.C. secondo quanto riportato da Tito Livio, ossia nell'anno 571 di Roma, da parte di un contingente di 2000 capifamiglia guidati dai triumviri Marco Emilio Lepido, Tizio Ebuzio Caro e Licio Quinto Crispino durante l'epoca della politica espansionistica operata dall'Urbe verso Nord con l'intento di consolidare il dominio nella Gallia Cisalpina, sul territorio dei Celti Anamari, sulla via Emilia da poco tracciata (che costituì il decumano della città). Il foro romano corrisponde all'attuale Piazza Garibaldi, è ancora visibile il cardo, con orientamento nord-sud (probabilmente via Farini - via Cavour), e il decumano, con orientamento est-ovest (via Repubblica - via Mazzini - via D'Azeglio). Parma viene a collocarsi in una posizione strategica all'intersezione della strada consolare est-ovest con quelle preromane transappenniniche, dirette a Luni e al Tirreno da una parte, al Po e all'Adriatico dall'altra. Parma raggiunge la sua massima espansione in età imperiale e nel I secolo d.C. ottiene il titolo di "Julia", per la fedeltà dimostrata verso Roma.

Parma conquistata dai popoli germanici[modifica | modifica sorgente]

A tre secoli di pace segue la guerra tra Costantino e Massenzio, che causa alla città incendi e devastazioni, tanto che, nel 377, l'imperatore Graziano decide di insediare nel territorio ormai totalmente spopolato una tribù di barbari vinti, i Taifali. Successivamente, nel 452, Parma viene saccheggiata da Attila, ma gli abitanti hanno il tempo di rifugiarsi sui monti dell'Appennino. Odoacre la divide tra i suoi fidi ma poi viene sconfitto da Teodorico che restaura, o forse crea ex novo, un ponte, l'acquedotto e altre opere che contribuiscono alla rinascita della città. Successivamente la guerra gotica ha, come altrove, conseguenze drammatiche sulla demografia, tanto più che la città viene parzialmente distrutta dai Goti del re Totila. Alla cacciata dei Goti, Parma rifiorisce nuovamente durante il breve periodo bizantino (539-568), nel quale a partire dal 554, la città viene ribattezzata Chrysopolis (città d'oro), forse in ragione della presenza del Tesoro militare. Il ripopolamento e la ricostruzione sono in seguito assicurati dall'arrivo, nel 568, di un altro popolo germanico, i Longobardi, i quali occupano circa un terzo della superficie abitata, trasformando Parma in un centro militare e amministrativo con l'insediamento di un duca, capo militare e politico a un tempo. Nel 773 Carlo Magno, re dei Franchi, occupò Parma, scendendo verso Roma. La città divenne una contea carolingia. Con la sconfitta dei Longobardi da parte dei Franchi, i ducati longobardi furono sostituiti da comitati franchi sui quali esercitarono il potere prima i conti e poi, fra il IX e il X secolo, i vescovi; furono infatti concessi immunità e privilegi ai vescovi di Parma, Piacenza e Reggio. Nell'879 il vescovo Guibodo (855-895) ottiene il potere temporale sulla città e sui territori limitrofi.

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Ducato longobardo di Parma.

Libero comune ed età moderna[modifica | modifica sorgente]

Parma continua ad essere governata da una lunga serie di vescovi-conti fino a quando diviene libero comune, nel 1022. A quest'epoca risalgono le vestigia architettoniche più antiche come il Duomo, fondato dall'antipapa Onorio II, il vescovo Càdalo, signore della città, ed il Battistero. L'altro antipapa cittadino fu Clemente III, il vescovo Guiberto. Per un breve intervallo nel XIV secolo Parma venne incorporata nell'immenso territorio della signoria veronese dei Della Scala.

Battistero
Mappa del Ducato di Parma e Piacenza 1639

Nel 1247 grazie alla momentanea assenza da Parma di Enzo, figlio dell'Imperatore Federico II di Svevia, i guelfi, vinti i partigiani ghibellini nella battaglia di Borghetto, approfittarono per tornare al governo della città. L'Imperatore, furibondo, decise di rinviare l'assedio di Lione dirigendosi su Parma alla testa di un vendicativo esercito e con il chiaro intento di distruggerla in maniera esemplare. A ovest della città, nel giugno del 1247, fece costruire in località Grola (identificata da alcuni con l'attuale frazione di Fognano) una città-accampamento cui diede il nome augurale di Vittoria, composta da case in muratura, una chiesa e una zecca. L'assedio fu durissimo per la popolazione parmigiana e per il contado ma allo stremo delle forze, approfittando dell'assenza dell'Imperatore impegnato in una battuta di caccia nella valle del Taro, il 18 febbraio del 1248 le truppe parmensi seguite da tutti i cittadini uscirono dalle mura attaccando e distruggendo la città imperiale e le truppe assedianti. L'imperatore Federico II riuscì a stento a rifugiarsi, con pochi seguaci, nella vicina Borgo San Donnino. Tra le macerie nemiche i parmigiani trovarono e si impossessarono di un ambito trofeo, la corona imperiale, simbolo estremo del loro trionfo.

Viene in seguito governata da potenze straniere, in particolar modo Milano e la Francia, e nel 1513 viene annessa allo Stato della Chiesa da Papa Giulio II.

XVI secolo: la nascita del Ducato[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Ducato di Parma e Piacenza, Duchi di Parma e Rinascimento parmense.

Nel 1545 papa Paolo III crea il Ducato di Parma e Piacenza, destinandolo a suo figlio illegittimo Pier Luigi Farnese, i cui discendenti lo governano (a parte qualche interruzione) fino al 1731. In questo periodo Parma conobbe una particolare fama per la sua scuola di pittura, con artisti del livello del Correggio e del Parmigianino. La magnificenza dei duchi favorisce la progettazione e la realizzazione di opere architettoniche, che diedero a Parma l'aspetto di piccola ma graziosa capitale italiana.

Settecento e Ottocento[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Battaglia di San Pietro.

Nel 1748 il ducato passa per discendenza femminile alla famiglia spagnola dei Borbone. Con la pace di Aquisgrana (1748), infatti, il fratello di Carlo I, Filippo - che sposerà Luisa Elisabetta, figlia di Luigi XV - diviene duca di Parma, Piacenza e Guastalla. Ai territori originali del Ducato si aggiunge così buona parte della Bassa reggiana. Grazie anche alle riforme del primo ministro Guillaume du Tillot, Parma vive uno dei suoi periodi di maggior splendore, arricchendosi di eleganti architetture neoclassiche, di nuove strutture urbane e di importanti istituzioni quali la Biblioteca Palatina, la Stamperia Reale diretta da Giambattista Bodoni, il primitivo nucleo del Museo Archeologico, formato dai reperti provenienti dagli scavi dell'antica "Veleia", la Quadreria, l'Orto botanico.

Il Congresso di Vienna ridisegna la carta dell'Italia. Viene ristabilito il Ducato di Parma e Piacenza
Maria Luigia Duchessa di Parma e Piacenza

Il 21 marzo 1801 con il trattato di Madrid Napoleone Bonaparte annette il Ducato di Parma alla Francia. Il Congresso di Vienna, seguito all'abdicazione di Napoleone, restaura il ducato come Ducato di Parma, Piacenza e Guastalla, affidandolo, sotto la protezione dell'Austria, a Maria Luigia d'Austria. La duchessa attua un programma di sviluppo e di riforma delle strutture assistenziali e delle opere pubbliche, rinnovando anche la veste urbanistica e architettonica della città e potenziando le vie di comunicazione, con la realizzazione della strada Parma-La Spezia e di numerosi ponti. Maria Luigia d'Austria l"amata sovrana" del popolo parmense, regge le sorti del Ducato fino al 1847, quando viene riassegnato alla linea parmense dei Borbone, con Carlo III di Borbone (1849-1854). Dopo la sua morte, avvenuta per una pugnalata in città nel 1854, il Ducato passa al giovane figlio Roberto I (18541859) mentre la madre, Louise d'Artois, figlia del Duca di Berry, ne assicura la reggenza fino al 9 giugno 1859.

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Dipartimento del Taro.

Unità d'Italia e XX secolo[modifica | modifica sorgente]

Il 15 settembre 1859 scoppiano manifestazioni popolari pacifiche organizzate dai liberali, favorevoli all'annessione del Ducato di Parma al Piemonte. Ben presto la duchessa di Berry è costretta ad abbandonare la città, mentre viene dichiarata decaduta la dinastia borbonica e si organizza un provvisorio governo filopiemontese retto dall'avvocato Giuseppe Manfredi. Le truppe del Ducato (fedeli alla duchessa e acquartierate in Cittadella, sarebbero pronte a scatenare la repressione contro i rivoltosi, ma la duchessa ordina loro di desistere e di ritirarsi a Modena, dove le truppe parmigiane saranno poi ufficialmente sciolte. Parma entra provvisoriamente a far parte delle province dell'Emilia, rette da Luigi Carlo Farini. Nel 1860 tramite plebiscito il ducato passa al Regno di Sardegna, e quindi al Regno d'Italia. Con la costituzione dello Stato unitario, Parma risentirà fortemente del declassamento da capitale di Stato a semplice capoluogo di provincia, con una grave crisi sociale ed economica. La recente assegnazione alla città di Parma della sede dell'Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare EFSA ha rappresentato per molti cittadini e istituzioni l'occasione di un ritorno al ruolo più internazionale e prestigioso di piccola capitale europea.

Nonostante le pause imposte dalle crisi economiche (come quella del 1908), dalla prima guerra mondiale e dalle inquietudini politiche sociali del primo dopoguerra, in città lo spirito di rinnovamento del nuovo secolo è motore di grandi cambiamenti: vengono abbattuti i vecchi bastioni, si modifica l'assetto urbanistico del centro, dove nascono gli edifici più eleganti e prestigiosi, si rinnovano l'Oltretorrente e le più importanti arterie.

Parma viene ricordata nei tempi moderni per essere stata protagonista nel 1922 di uno dei rari episodi di resistenza antifascista dell'epoca, che le meritarono la fama di città "corridoniana", con l'erezione da parte di elementi vari delle "Barricate" al fine di impedire alle Camicie Nere di Italo Balbo l'accesso ai quartieri dell'Oltretorrente. Questo episodio viene ricordato molti anni dopo la famosa trasvolata sull'Atlantico di Balbo, con un'anonima scritta in dialetto parmigiano sui muri del lungoparma apparsa nel dopoguerra, circa negli anni sessanta, che ricorda all'eroe del regime che "ha passato l'Atlantico, ma non la Parma". Successivamente, a partire dal 1929, i quartieri dell'Oltretorrente, epicentro di quell'episodio, vengono risanati, pur rappresentando ancora oggi la parte più tipicamente popolare e "bohemienne" della città.

Il primo dopoguerra[modifica | modifica sorgente]

Nel primo dopoguerra il comune di Parma era costituito quasi interamente da territorio urbano, con una popolazione di 57.000 abitanti (censimento avvenuto attorno al 1911), mentre ne contava circa 10.000 di meno nel 1901. Dopo la lunga stasi dell'ottocento, la popolazione aveva subito un notevole incremento, grazie alla ripresa giolittiana ed alle capacità del sindaco Giovanni Mariotti[1].

A questa crescita demografica si associò uno sviluppo urbano al di fuori dei bastioni del 1500, demoliti per far posto alle nuove costruzioni. Il quartiere operaio di S. Leonardo si sviluppò nella zona nord, residenzialmente meno appetibile, con lo sviluppo contemporaneo di numerose fabbriche, fra le quali la vetreria Bormioli che contava già 300 operai nel 1913. A sud, verso la Cittadella, si sviluppava invece un quartiere per benestanti. La viabilità mostrò un progresso nel 1910 con l'inaugurazione nel maggio delle linee tranviarie elettriche.

Inoltre, nel 1900 erano entrati in funzione un nuovo acquedotto ed un nuovo macello; nel periodo intercorrente fra il 1901 e il 1903 i ponti Verdi e Italia, seguiti dallo stabilimento dei Bagni Pubblici sul Lungoparma nel 1906; nel 1907 apriva l'albergo Croce Bianca in piazza della Steccata, di cui prese possesso il comando fascista nell'agosto del 1922; nel 1909 le nuove Poste, e nel 1913 il supercinema Orfeo: alcuni sintomi del robusto sviluppo di inizio secolo.

A fronte di questi cambiamenti le crisi economiche nazionali del 1907 e del 1913 non ebbero forti ripercussioni nel Parmense, ancora poco industrializzato rispetto al triangolo Milano-Torino-Genova (il "triangolo rosso" era individuato invece da Genova-Vercelli-Torino). Nel Parmense la produzione della ricchezza restava, e resterà ancora a lungo di natura prevalentemente agricola (nel 1921 occupava circa 116.000 individui contro 37.500 nel ramo industriale) con circa la metà dell'attività nel capoluogo con operatori addetti alla trasformazione dei prodotti agricoli e alle piccole industrie metalmeccaniche specializzate nella produzione di macchinari agricoli e/o per il trattamento di prodotti della terra.

Mentre avvenivano queste trasformazioni, rimaneva, per converso, diviso in due l'aspetto social-logistico: l'Oltretorrente, chiamato anche Parma vecchia, a ovest, in cui alla fine dell'Ottocento, in edifici spesso inadeguati, si era raccolto un miscuglio di abitanti di diverse provenienze geografiche e sociali, che si era integrato nel tessuto sociale già esistente: contadini inurbati, montanari in cerca di lavoro nel campo edilizio tenuto conto dell'incrementato sviluppo cittadino[senza fonte]. Ad est quella che era la parte più antica della città, ma che veniva chiamata Parma nuova proprio per il suo aspetto più moderno e decoroso, era popolata in prevalenza dai diversi ceti borghesi e vi erano, ed ancora in gran parte permangono, le sedi dei poteri istituzionali. Il dato sociale, comunque, indicava una coesione sociale di Parma vecchia molto superiore a quella di Parma nuova.

Il borgo del Naviglio, al margine nord orientale, aveva amalgama sociale simile all'Oltretorrente (tralasciando, ovviamente, la zona dei bordelli, posizionata da lunga data fra borgo Tasso e borgo S. Silvestro). La suddivisione in due parti, o quasi, di Parma avrà anche grande importanza militare nello svolgersi della difesa della città dagli squadristi nel'agosto 1922.

Anche il Parmense risentì degli effetti dell'entrata in guerra del '15, coi problemi precedenti e susseguenti il conflitto: inflazione che erodeva i salari, difficoltà di rifornimenti di alimentari e combustibili, debilitazione fisica diffusa e aumento delle malattie (anche a Parma nel 1919 infuriò la "spagnola"). La mancanza di uomini, spediti al fronte, e la sostituzione con ragazzi e donne porta alla formazione di una base operaia femminile emancipata dal lavoro. Ovviamente, anche se ci fu il blocco di lavori pubblici (l'ospedale ad esempio fu finito nel 1925 ed il monumento a Giuseppe Verdi nel 1920), non ci furono gravi problemi di disoccupazione visto lo "spopolamento" di manodopera maschile per l'invio alla guerra.

Nel parmense la guerra, tramite le commesse, porta ad un incremento industriale sia nel settore agricolo che della manipolazione dei prodotti della terra. In buona sostanza, però, nonostante i tempi convulsi, la borghesia parmense non muta di atteggiamento dall'ante-conflitto e non vede di buon occhio, per risolvere i conflitti sociali, il fascismo: continua a far riferimento alla "politica" ed ai dettami ideologici della potente Associazione Agraria Parmense, quella che aveva battuto lo sciopero del 1908.

Le barricate nell'Oltretorrente[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Difesa di Parma del 1922.

In seguito all'inasprirsi delle violenze fasciste contro le organizzazioni e le sedi del movimento operaio e democratico, l'Alleanza del Lavoro (organo di un ampio fronte sindacale) proclamò per il 1º agosto 1922 uno sciopero generale nazionale in "difesa delle libertà politiche e sindacali". Contro la mobilitazione dei lavoratori si scatenò la violenza delle squadre fasciste lungo tutta la penisola.

L'Alleanza del Lavoro sospese lo sciopero il 3 agosto, ma le aggressioni aumentarono e solo in poche città fu organizzata la resistenza alle azioni delle camicie nere. Le spedizioni punitive ebbero così un totale successo con la distruzioni di circoli, cooperative, sindacati, giornali ed amministrazioni popolari.

A Parma, sola eccezione, gli sviluppi dello sciopero furono ben diversi: la città divenne teatro di una resistenza armata alle squadre fasciste che, dopo cinque giorni di combattimenti, risultò vittoriosa. I lavoratori avevano risposto compatti allo sciopero e, forti delle tradizioni locali del sindacalismo rivoluzionario, mostrarono ancora una volta grande capacità di mobilitazione e di combattività. Nei giorni di agosto furono mobilitati dal Partito Fascista per la spedizione su Parma circa 10.000 uomini, giunti dai paesi del Parmense e dalle province limitrofe; a comandarle venne inviato Italo Balbo, già protagonista di analoghe spedizioni militari a Ravenna e a Forlì. La popolazione dei borghi dell'Oltretorrente e dei rioni Naviglio e Saffi rispose all'aggressione innalzando barricate, scavando trincee ed organizzandosi in una difesa estrema delle proprie case e sedi politiche. Mentre a livello nazionale lo sciopero si esauriva e il fronte democratico veniva sconfitto, a Parma la resistenza si faceva sempre più tenace. Gli scontri coinvolsero attivamente tutta la popolazione e venne superata ogni polemica politica tra le diverse tendenze: arditi del popolo, sindacalisti corridoniani, confederali, anarchici, comunisti, popolari, repubblicani e socialisti combatterono le camicie nere, coordinati dagli Arditi del Popolo, squadre paramilitari fondate dal socialista Guido Picelli. Gli scioperanti dell’Oltretorrente, armati di vecchi e scalcinati fucili modello 91 o altre armi rudimentali, combattendo da dietro mobili, carri e improvvisate trincee scavate in strada seppero opporre un’incredibile resistenza ai fascisti. Essi, dopo numerosi tentativi di superare le barricate, fecero azioni di rappresaglia compiendo numerose devastazioni nelle zone centrali della città, specie al circolo dei ferrovieri, negli uffici di numerosi professionisti democratici e nelle sedi del giornale "Il Piccolo", dell'Unione del Lavoro e del Partito Popolare. Mentre infuriavano i combattimenti si iniziarono le trattative per la fine dei combattimenti tra il comando di Balbo, le autorità militari e la Prefettura. La notte tra il 5 e il 6 agosto le squadre fasciste smobilitarono e lasciarono velocemente la città. Il 6 agosto il generale Lodomez, comandante militare della piazza, assunse i pieni poteri e proclamò lo stato di assedio. Nella mattinata i soldati dopo aver sparato due colpi di cannone a salve, entrarono nel rione dell'Oltretorrente e la situazione tornò alla normalità. Complessivamente durante gli episodi delle Barricate le perdite degli squadristi fascisti in città furono nulle per quanto riguarda i caduti e solo in provincia, a Sala Baganza, si contarono due morti di parte fascista, mentre da parte antifascista si ebbero 5 morti a Parma e due in provincia (Sala Baganza) più un numero ignoto (ma sicuramente basso) di feriti.

L'8 settembre a Parma[modifica | modifica sorgente]

In seguito all'Armistizio di Cassibile dell'8 settembre 1943, il 9 settembre scatta l'operazione militare tedesca “Nordwind” tesa a disarmare e catturare tutte le unità italiane. La prima operazione militare tedesca in provincia di Parma è quella operata dalle truppe del colonnello Hansen per assicurarsi il controllo del ponte di Casalmaggiore. Successivamente lo stesso reparto inizia a procedere all’occupazione della Bassa Parmense.

I reparti tedeschi, a differenza di quelli italiani, sono dotati di buona mobilità accompagnata dalla massima potenza di fuoco ottenibile.

Per la conquista di Parma era stata approntata una colonna composta da:

1º battaglione del 1º Reggimento Granatieri corazzati SS rinforzato da diversi plotoni delle compagnie reggimentali (800 uomini)

1º Gruppo del 1º Reggimento Corazzato SS con 3 battaglioni (450 uomini)

1ª Compagnia del Battaglione trasmissioni (150 uomini)

1º Plotone del Battaglione anticarro equipaggiato con 2-3 cacciacarri Marder III armati con bocche da 75 mm.

Il Presidio militare di Parma, comandato dal Generale Moramarco, decise di accettare la richiesta di resa avanzata dal colonnello tedesco Frey, ma il comando territoriale di Piacenza ordinò di resistere a tutti i costi. Vennero così prese tardivamente misure di difesa della città.

Alle due le truppe e i carri armati tedeschi circondarono alcuni edifici pubblici importanti, la Cittadella e la Scuola di Applicazione del Giardino Ducale (gli ufficiali ed i cadetti ivi accasermati, prima di essere presi prigionieri, resistettero all’attacco tedesco, lasciando sul campo 5 morti e 20 feriti).

Cominciarono così fitte sparatorie tra italiani e tedeschi.

Tutte le caserme vennero occupate rapidamente dai tedeschi e gli italiani vennero battuti rapidamente. L’unica pattuglia militare che riuscì a resistere sino alla resa definitiva della città fu quella che si barricò nel palazzo in via delle Poste.

Sbaragliata la fanteria, l’unica forza valida in campo italiano era costituita da una colonna corazzata forte di un carro armato M 15 e da sette semoventi (armati di soli 5 colpi), accompagnati da una colonna mortai di 12 pezzi da 20 mm montati su autocarri. La forza arrivò in città da Fidenza, con l’ordine di reagire agli attacchi provenienti da qualsiasi parte. Arrivata in Barriera Bixio alle 6:30, la colonna venne colta da un'imboscata delle forze tedesche.

Il carro armato e un semovente vennero bloccati. Tre carri uscirono indenni ed attraversarono ponte Umberto fino ad imboccare lo Stradone, ma sono bloccati dai tedeschi in via Passo Buole, via Vitali e poco prima di Barriera Farini.

La colonna mortai e tre semoventi, le uniche forze superstiti, arrivano ai cancelli della Barriera. I tre semoventi vengono distrutti da cannonate provenienti dalle postazioni di artiglieria tedesche, situate alle porte della città e sui ponti, nel tentativo di battere via Spezia, via Solari e via Caprera. La colonna mortai ingaggia un'ultima battaglia coi tedeschi, riuscendo ad immobilizzare un loro Marder. Lo scontro cessa alle 8, dopo la distruzione del camion munizioni avvenuto alle 7:30. Complessivamente nello scontro sono morti 6 fra soldati e ufficiali parmigiani.

I soldati presenti nel Palazzo del Governatore, sede del Presidio militare di Parma, accerchiati dai tedeschi, dopo aver sparato alcuni colpi di fucile e rivoltella dalle finestre, si arrendono. Viene così preso alle ore 9 il Presidio militare di Parma, con conseguente resa della città.

L’ultima azione di disarmo operata dai tedeschi è quella contro l’aeroporto militare che poco dopo le otto viene sorpreso da due camionette della Wehrmacht. Tutti i prigionieri italiani verranno internati in Cittadella, in attesa di essere deportati in Germania. Molti soldati sono riusciti a salvarsi disertando, avvalendosi dell’aiuto di civili che li aiutarono a disfarsi degli abiti militari o gli diedero rifugio.

Le forze italiane presenti in città ammontavano a 6.000 uomini mentre altri 7.000 uomini erano sparsi per la provincia per un totale di circa 13.000 soldati.

In totale all’8 settembre le truppe tedesche operative nella zona di Parma assommavano a circa 12.500 uomini.

L'occupazione tedesca e la Resistenza[modifica | modifica sorgente]

Dopo l’occupazione della città il 9 settembre i tedeschi provvidero a impiantare un’amministrazione militare. Gli organismi di amministrazione erano rappresentati dallo Standortkommandatur e dal Militarkommandatur (a esso veniva incaricato il comando militare di piazza e i compiti connessi ai settori rifornimento, amministrazione e lavoro). In città, inoltre, fu rifondato il partito fascista, che assunse il nome di Partito Fascista Repubblicano (con 4.145 iscritti, di cui 1.600 alle armi). I tedeschi si trovarono ben presto a dovere fronteggiare i continui attentati e sabotaggi delle bande partigiane in città e anche in tutta la provincia. I compiti della repressione antipartigiana furono affidati alla Feldgendarmerie (il contingente di SS presente in città che contava circa 1.000 effettivi) e alle forze della Repubblica Sociale Italiana, consistenti solo in alcuni reparti della 80ª Legione Camicie Nere. Dal 1944, in sostituzione alle SS, furono impiegate le SD e si provvide al reclutamento degli effettivi della XXVII Brigata Nera "Virginio Gavazzoli". Essi compirono una spietata opera repressiva con esecuzioni sommarie, rastrellamenti, eccidi e saccheggi.

Durante l’occupazione tedesca iniziò la persecuzione della comunità ebraica presente in città (circa 200 persone), a cui si aggiungevano anche altri israeliti sfollati dalla Jugoslavia. Per essi iniziava un calvario che si sarebbe concluso con la cattura e, se non l’uccisione immediata, con la deportazione in Germania. Alcuni si salvarono fuggendo, anche grazie all’aiuto dei partigiani. Centinaia di cittadini furono internati nelle carceri con l’accusa di aiutare i ribelli, uscendone soltanto per essere fucilati o subire la deportazione in Germania, non di rado subendo anche torture da parte delle SD.

La Resistenza a Parma prese ufficialmente avvio il 10 settembre quando i dirigenti del Partito comunista (tra cui Remo Polizzi, Luigi Porcari, Giacomo Ferrari, Dante Gorreri, Umberto Ilariuzzi, Virginio Barbieri, Bruno Tanzi) si riunirono e gettarono le basi organizzative della resistenza armata contro l’occupazione nazista.

Il 15 ottobre, nello studio notarile di Giuseppe Micheli, gli esponenti dei partiti antifascisti (Partito comunista, Partito socialista, Partito d'azione, Partito repubblicano, Democrazia Cristiana e Partito Liberale) diedero vita al Comitato di Liberazione Nazionale (Cln) di Parma.

L’asse stradale e ferroviario Parma-La Spezia, controllato da muniti presidi tedeschi per la sua notevole importanza strategica, tagliava l’Appennino in due zone (Est Cisa e Ovest Cisa) definendo anche i due territori d’azione della guerriglia partigiana.

Le prime bande partigiane di montagna cominciarono ad essere costituite dal Cln nell’autunno. Il banco di prova della loro efficienza avvenne il 24 dicembre 1943, vigilia di Natale, quando una di esse, il Distaccamento "Picelli", sostenne vittoriosamente il combattimento con un più numeroso reparto fascista ad Osacca, nel Bardigiano.

In pianura si formarono le Squadre di azione patriottica (Sap), addette al sabotaggio e al supporto logistico della guerriglia, e i Gap (Gruppi di Azione Patriottica) per colpire i nemici in città.

Nell’estate 1944 il movimento della Resistenza, alimentato soprattutto dai giovani renitenti alla leva nell’esercito della RSI, ebbe la sua massima espansione, tanto che in giugno le forze partigiane controllavano intere zone appenniniche nella Val Ceno e nella Val Taro (che si costituirono in “Territori liberi”)

Durante i venti mesi di occupazione tedesca (settembre 1943 - aprile 1945) le fucilazioni di civili e di partigiani da parte dei tedeschi e dei fascisti furono 136 e provocarono 396 vittime (267 civili e 130 partigiani). I tedeschi si impegnarono nella lotta antipartigiana anche in operazioni negli Appennini: nel luglio 1944 fu sferrata un’energica offensiva per colpire le basi della guerriglia partigiana sull’Appennino Tosco-Emiliano con grandi operazioni di rastrellamento. La guerriglia fu coordinata, da allora, dal Cuo (Comando unico operativo). Il 17 ottobre un forte reparto germanico sorprese a Bosco di Corniglio il Cuo, tendendo un’imboscata che costò a esso la morte di cinque dei suoi membri più importanti. Le operazioni di rastrellamento proseguirono anche nel gennaio 1945, impiegando sino a 20.000 effettivi delle SD e tenendo impegnate le bande partigiane in logoranti combattimenti metro per metro. Nel frattempo i numerosi arresti smantellarono la rete clandestina in città e nella Bassa.

Nell’aprile del 1945 la situazione si fece sempre più disperata con l’avanzata degli Alleati. Il comando tedesco progettò di applicare a Parma la tattica della “terra bruciata”, facendo minare e distruggere l’acquedotto e le centrali elettriche e del gas. Questa possibilità venne scartata grazie a negoziati con le autorità italiane. Tuttavia i tedeschi, nell’aprile 1945 divennero più brutali nelle loro rappresaglie.

Nonostante ciò, alla vigilia della Liberazione, il movimento partigiano fu in grado di organizzare circa undicimila uomini, inquadrati in cinque grandi unità militari, che riuscirono a organizzare un piano insurrezionale tra il 25 e il 26 aprile 1945.

Con l’avanzare degli Alleati, tedeschi e fascisti, abbandonarono le loro posizioni in una fuga caotica e disordinata, resa ancora più difficile dai continui attentati partigiani. Per questo attuarono un'ultima serie di eccidi che investì le comunità contadine della zona orientale della provincia tra la via Emilia e il Po. In due giorni 59 civili vennero massacrati da reparti tedeschi in ritirata.

Molti soldati tedeschi morirono quando dovettero attraversare il fiume Po: il loro disperato tentativo di guado, in cui furono utilizzati tutti i mezzi a disposizione (molti soldati disperati tentarono di attraversare il Po anche a nuoto), per molti di essi si concluse con l’annegamento.

Una parte delle truppe nazifasciste in ritirata, rimaste isolate dal grosso in ritirata e impossibilitate a ripiegare su Parma, opposero agli Alleati e ai partigiani un’ultima, accanita e disperata resistenza nella zona fra Ozzano Taro e Fornovo (“sacca di Fornovo”).

La loro resistenza fu spezzata il 29 aprile, quando le forze assedianti furono raggiunte da nuovi rinforzi. I prigionieri italiani e tedeschi presi dagli Alleati al termine della battaglia nella “sacca” ammontarono a 15000.

I bombardamenti alleati su Parma[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Monumenti scomparsi di Parma.

Bombardamento del 23 aprile 1944

La notte del 23 aprile 1944 alle 22:55 i bombardieri inglesi della RAF compiono il primo bombardamento aereo sulla città di Parma. Vengono colpite la Scuola di Applicazione di Fanteria nel Palazzo del Giardino, il Parco Ducale, il Ponte di Mezzo, Via delle Fonderie, lo scalo ferroviario del Cornocchio, il Lungoparma Toscanini, viale Fratti. Il raid fa registrare 15 morti, tutti militari della Scuola d’Applicazione di Fanteria.[2]

Bombardamento del 25 aprile 1944

Dopo solo due giorni, 25 aprile 1944 alle 12:15, sulla città giungono i bombardieri americani della Fifteenth Air Force[3] e colpiscono pesantamente il centro storico dell'Oltretorrente. Vengono colpiti Piazza Garibaldi (scompare il palazzo dei Conti Bondani che ospitava la Banca Commerciale, danneggiata la chiesa di San Pietro), Via Mazzini, via Cavour, Borgo Santa Brigida, borgo San Biagio, via Cairoli, Borgo Antini, Borgo Regale, Piazzale San Lorenzo, Via XXII luglio, Borgo Felino, Borgo Riccio, Viale delle Rimembranze, Orto Botanico, Chiesa di San Pietro, Chiesa della Steccata, Chiesa della Trinità, Chiesa di Santa Maria delle Grazie, Seminario Maggiore, via Farnese, Asilo Guadagnini.[4]

Bombardamento del 2 maggio 1944

Il 2 maggio 1944 i bombardieri americani del gruppo Bombardieri 454 (Fifteenth Air Force)[3] hanno come obiettivo le infrastrutture ferroviarie. Viene colpito però un vicino rifugio antiaereo al Cornocchio di Golese dove si erano rifugiate 150 persone. Nel rifugio perdono la vita 61 persone. Sul luogo è stato eretto un cippo, davanti al quale ogni anno viene ricordato l'eccidio dalle autorità cittadine.[5] Vengono colpite anche la ferrovia, viale Fratti e la Ghiaia.[6]

Bombardamento del 13 maggio 1944

Il 13 maggio 1944 i bombardieri americani della Quindicesima Brigata dell'Air Force (Fifteenth Air Force)[3] compiono un'altra pesante incursione sulla città provocando una cinquantina di vittime. Sono colpiti in particolare la Pilotta (le ali sud e ovest), la Biblioteca Palatina (molti mesi furono necessari per il difficile e pericoloso recupero tra le macerie del materiale che poteva essere salvato)[7], il Teatro Reinach, il Teatro Farnese, il Palazzo Ducale, il monumento a Verdi davanti alla stazione, la barriera di via Garibaldi, Piazza Garibaldi, l'hotel Croce Bianca (il più famoso della città), la chiesa di Santa Teresa, via Saffi, la scuola Giordani, la chiesa di San Giovanni e un'ala del carcere di San Francesco.[8]

La liberazione di Parma[modifica | modifica sorgente]

I partigiani e le truppe alleate fecero il loro ingresso a Parma la mattina del 26 aprile 1945.

Nella notte tra il 24 e il 25 il grosso dei militari tedeschi, con a seguito i fascisti ancora presenti in città, avevano abbandonato Parma, lasciando dietro di sé piccoli nuclei di franchi tiratori, appostati su alcuni edifici, allo scopo di ostacolare, in qualche modo, l’azione dei reparti partigiani. Intanto i partigiani avevano aperto la strada agli alleati occupando i principali punti della città e ingaggiando alcuni scontri con divisioni tedesche in ritirata.

Gli esigui gruppi di cecchini fascisti in città ingaggiarono diverse sparatorie con le forze partigiane e alleate penetrate in città, ma vennero rapidamente sconfitti dai partigiani (che fucilarono una trentina di essi catturati con le armi in pugno). Nel frattempo, una lunga colonna di mezzi militari alleati attraversava Parma diretta verso Milano, che di lì a poco sarebbe stata liberata. Il 27 aprile 1945, giunse il Commissario provinciale del Governo militare alleato, il maggiore Burns, con l’incarico di garantire il governo della provincia, in collaborazione con il Comitato di liberazione nazionale, fino al 4 agosto successivo quando l’Emilia sarebbe stata restituita alle autorità italiane.

Il 9 maggio le brigate combattenti della Resistenza sfilarono lungo le strade della città e davanti al palco d’onore dei comandi partigiani e alleati. Al termine della manifestazione le armi furono riconsegnate e le brigate sciolte: Parma liberata affrontava gli anni del dopoguerra.

Durante e dopo la liberazione e nei giorni seguenti, atti di giustizia sommaria portarono a oltre 200 esecuzioni di elementi politicamente compromessi con il nemico invasore (franchi tiratori, spie e torturatori).

IL CLN decise, per evitare che vendette personali e regolamenti di conti continuassero a mietere vittime, la creazione della Commissione di giustizia, che si occupò di punire i fascisti con processi legali ed equi.

Molti fascisti, per salvare la propria vita, si andarono a costituire spontaneamente alle autorità. Secondo dati ufficiali, i prigionieri politici erano superiori ai 500 al 27 aprile e, ai primi di maggio, superavano le 1000 unità. Essi non di rado furono fatti oggetto di una detenzione non ineccepibile (erano stipati in 7 o 8 per cella).

Bilancio dei caduti della Resistenza parmense[modifica | modifica sorgente]

  • Antifascisti 49
  • Partigiani 794
  • Partigiani all’estero 115
  • Partigiani stranieri e sconosciuti 18
  • Militari 228
  • Civili 425
  • Non parmensi, per rappresaglia 19
  • Ebrei 22
  • Totale 1670 (*)

(*) Di cui 339 morti nei lager nazisti.

Dai rilevamenti dell'Istituto della Resistenza e della Storia Contemporanea di Parma.(Pubblicazione del 1970, datata e anche molto approssimativa. Es.: Alla voce Ebrei (pag. 143) fra i 22 ebrei elencati come Caduti della Resistenza vedasi la n.1- Ascoli Virginia Richetti, la quale da fonti anagrafiche risulta, invece, essersi trasferita da Parma a Rovigo in data 21 settembre 1951;n. 10- Foà Aldo, registrato come nato a Busseto (PR) il 1º agosto 1901, risulta sconosciuto agli uffici angrafici sia di Busseto che di Parma. Con la stessa data di nascita e nello stesso Comune di Busseto, risulta invece registrato tale Fano Aldo il quale è tuttavia deceduto a Parma in data 23 gennaio 1961. Anche per i 228 militari elencati sarebbe necessario un aggiornamento. Per es. il nominato Fernando Bertolazzi a pag. 110, sarebbe in realtà quel Fernando Bertolassi (e non Bertolazzi) di cui s'interessarono a suo tempo le cronache giornalistiche poiché scovato nei pressi di Danzica dove, dopo aver tagliato tutti i ponti con la famiglia d'origine, faceva il contadino (Cfr. Domenica del Corriere del l7 novembre 1971). Menda non indifferente, quella relativa al decorato di M.O. al V.M. Jacchia Mario, che secondo l'Istoreco di Parma sarebbe stato trucidato a Parma il 20 agosto 1944 da cui anche la motivazione della M.O. assegnatagli alla memoria (pag. 39), mentre invece il suo Comune d'origine, Bologna, nel motivare una piazza a lui dedicata accenna al fatto che dopo essere stato arrestato a Parma, il Jacchia venne trasferito in Germania ove si persero poi le sue tracce e da qui la sua presunta morte all'estero.La stessa Picciotto Fargion nel suo "Libro della Memoria", a proposito sempre del Jacchia, scrive che fino al 24 ottobre 1944 egli era stato visto nel campo di transito di Bolzano. Per questi e altri motivi che sarebbero lunghi da elencare, il volume dell'Istoreco di Parma "I Caduti della Resistenza di Parma 1921-1945", Parma - 1970, da cui sono tratti i dati sopraelencati, risulta storicamente non molto affidabile.

Dopoguerra[modifica | modifica sorgente]

La liberazione di Parma avviene la mattina del 26 aprile, mentre il 9 maggio le formazioni partigiane sfilano in città tra la folla.

Il 26 aprile 1946 fu eletto primo sindaco di Parma del dopoguerra l'avvocato Primo Savani, partecipante alla lotta partigiana col nome di battaglia «Mauri».

Parma è una città Medaglia d'Oro della Resistenza, omaggio ai caduti nella lotta per la libertà, come alle vittime delle deportazioni e dei bombardamenti.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Biblioteca Palatina.
  2. ^ Achille Mezzadri, Parma Bombardata - 23 aprile 1944
  3. ^ a b c Combat Chronology US Army Air Forces Mediterranean - 1944, Part1
  4. ^ Achille Mezzadri, Parma Bombardata - 25 aprile 1944
  5. ^ Foglio periodico di TWIMC Parma - Anno VI - N. 535 - Edizione del 02.05.2010
  6. ^ Achille Mezzadri, Parma Bombardata - 2 maggio 1944
  7. ^ Andrea Capaccioni, Andrea Paoli, Ruggero Ranieri. Le biblioteche e gli archivi durante la seconda guerra mondiale: il caso italiano. Edizioni Pendragon, 2007. ISBN 9788883425707. Pag.130
  8. ^ Achille Mezzadri, Parma Bombardata - 13 maggio 1944

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Tullo Bazzi-Umberto Benassi, Storia di Parma (Dalle origini al 1860). Parma, Battei 1908
  • Paolo MendogniIl Medioevo a Parma. Chiese e castelli è edita dalla PPS.
  • Marco Minardi, Disertori alla macchia. Militari dell'esercito tedesco nella Resistenza parmense
  • Università di Parma Il governo del Vescovo. Chiesa, città e territorio nel Medioevo. Editore MUP
  • Renato Lori C'era un ragazzo partigiano. Editore Diabasis
  • Giovanni Mori. Parma: 2186 anni di storia...Radici di un successo.Abax editrice
  • M.Dall’Acqua - M. Lucchesi, Parma città d’oro, 1979.
  • Ireneo Affò, Storia della città di Parma, 1792-95.
  • Roberto Greci, Parma medioevale, 1992.
  • Gustavo Marchesi, Parma. Storia di una capitale, 1993.
  • Baldassarre Molossi e Aldo Curti, Parma anno zero, ristampa 2005
  • Giancarlo Gonizzi I luoghi della storia: atlante topografico parmigiano.PPS editrice, 2000-, 3 voll. Tra il 2000 e 2001
  • Gustavo Marchesi, Storia di Parma. Un racconto vivo e colorito delle vicende della città prima e dopo l'unita d'Italia: da petite capitale protagonista nello scacchiere europeo, all'odierno prestigio nella cultura, nell'industria e nello sport. Roma, Newton Compton, 1994.
  • "Per l'Italia.I Caduti per la Causa Nazionale (1919-1932)", a cura del Circolo Filippo Corridoni di Parma, Ed. Campo di Marte - Parma, 2002
  • "Storia di Parma" [1], Casa Editrice Monte Università Parma [2], Volumi 1,2,3,4,5.

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