Storia della Sardegna contemporanea

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1leftarrow blue.svgVoce principale: Storia della Sardegna.

La storia della Sardegna contemporanea può essere fatta partire, dal punto di vista istituzionale e politico, dalla fusione perfetta del 1847 tra tutti i territori del Regno di Sardegna. In quel momento l'isola, abbandonando le ultime vestigia statuali acquisite in periodo iberico (carica vicereale, parlamento degli Stamenti, suprema corte della Reale Udienza), diventava parte integrante di un'entità statale unitaria più ampia, composta dall'insieme dei possedimenti sabaudi, retta dopo un anno dallo Statuto Albertino.[1] L'integrazione geografica e giuridica verrà poi ampliata all'Italia nel Risorgimento con l'unificazione che sfocerà nella proclamazione del Regno d'Italia del 1861. Tale dizione sostituirà quella fino ad allora in uso di Regno di Sardegna, che aveva descritto l'isola dalla fondazione del Regno da parte dei catalano-aragonesi in poi.

Le premesse[modifica | modifica wikitesto]

I primi passi verso quella che sarebbe stata la condizione strutturale della Sardegna contemporanea possono rinvenirsi già negli anni della Restaurazione (il periodo successivo alla conclusione del Congresso di Vienna), quando gli assetti geo-politici scaturiti dalla sconfitta della Francia napoleonica consentiranno alla classe dominante del Regno sardo di avviare una stagione di riforme legislative rivolte alla modernizzazione dello Stato.

Riforme legislative ed economiche[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Editto delle chiudende e Rivolta de Su Connottu.

Le riforme furono inaugurate nel 1820 con il famigerato Editto delle Chiudende (chiunque fosse riuscito a cingere un pezzo di terra non gravato da diritti proprietari – ossia la maggior parte delle terre agricole e pastorali dell'isola – ne diventava automaticamente proprietario), proseguì nel 1827 con l'adozione del nuovo codice civile di Carlo Felice (che sostituiva la Carta de Logu), quindi con l'abolizione del feudalesimo (alla fine del decennio successivo). Tuttavia, nel loro insieme, tali riforme non facevano che stravolgere gli assetti produttivi e sociali, senza tener conto delle esigenze quotidiane della popolazione e senza creare le condizioni (economiche, finanziarie e politiche) perché tale modernizzazione fosse realmente efficace. Un numero cospicuo di famiglie persero le proprie fonti di sostentamento, favorendo gli arricchimenti improvvisi e la creazione di una rendita parassitaria di coloro che erano riusciti, con spesa modesta, a divenire proprietari di immense estensioni di terra. Il regime successorio (le regole che presiedevano alla trasmissione delle eredità), frammentando tali proprietà, generava poi ulteriori conflitti e impediva la messa a frutto delle terre finalmente acquisite in proprietà piena.[2] Contemporaneamente, molte risorse dell'isola (legname, sughero, pelli, sale, prodotti agroalimentari, prodotti del sottosuolo) e diversi comparti produttivi, venivano appaltati a imprese esterne, che trasformavano le materie prime e commercializzavano il prodotto finito, acquisendo tutto il valore aggiunto. Ciò era reso possibile dall'utilizzo come manovalanza della gran massa di espulsi dal mondo agro-pastorale in seguito alla chiusura delle terre. In tale contesto prendono avvio nuove forme di imprenditoria locale, soprattutto nelle principali città (Sassari e Cagliari), non solo come indotto delle attività agricole e zootecniche, ma anche dell'industria estrattiva[3]

Gli intellettuali dell'Ottocento[modifica | modifica wikitesto]

Giorgio Asproni

Nella prima metà del XIX secolo emerge in Sardegna una classe intellettuale che, attraverso la carriera burocratica e accademica, viene veicolata e cooptata nei ranghi della classe dirigente dello Stato. Si tratta di un ceto assortito ma ideologicamente omogeneo. Fedeltà alla casa Savoia e desiderio di riscatto per la propria terra d'origine si compongono in modo contraddittorio, ma senza apparenti conflitti, in personalità quali quelle di Giuseppe Manno, gran funzionario dello Stato e insieme esimio storico, il primo storico sardo moderno. Oppure come Vittorio Angius, co-estensore del Dizionario geografico, storico, statistico, commerciale degli Stati di S.M. il Re di Sardegna di Goffredo Casalis. Da citare, sempre nel mondo degli studi, Giovanni Siotto Pintor, magistrato e uomo politico ma anche erudito e letterato, ed il canonico Giovanni Spano, storico, linguista e archeologo; questi intraprese i primi scavi archeologici e, pur adottando metodologie oggi ritenute discutibili quali la grafia latineggiante[4], pose nell'intellettualità la questione della lingua sarda, dedicando ad essa due opere, l'Ortografia Sarda Nazionale ossia Grammatica della lingua logudorese paragonata all'italiana ed il Vocabolario Sardo-Italiano e Italiano-Sardo.[5]

Nel 1847, con l'Unione Perfetta decretata da re Carlo Alberto (ossia l'estensione alla Sardegna dell'ordinamento giuridico e delle istituzioni degli altri territori della corona), la frazione intellettuale-liberale della borghesia sarda credette di avere definitivamente le porte aperte per una parificazione anche economica e sociale con la terraferma. La delusione per le conseguenze di tale scelta porteranno in breve alla prima stagione autonomista: la richiesta del riconoscimento di uno status speciale per la Sardegna nell'ambito del nuovo Stato che andava nascendo. Protagonisti politici del primo autonomismo sardo furono Giovanni Battista Tuveri e Giorgio Asproni.

Durante il Risorgimento anche in Sardegna la popolazione era ancorata a schemi e a valori largamente pre-moderni, distante geograficamente dal nuovo Stato anche per via delle diversità linguistiche, nonché del più pesante analfabetismo di massa dell'intero Regno d'Italia[6], e dovette sopravvivere in condizioni di precaria sussistenza. Nel 1863 la Compagnia Reale delle Ferrovie Sarde ottenne la concessione con la quale stipulò una convenzione per la realizzazione di 400 km di ferrovia nell'isola, nel 1896 erano stati realizzati 414 km di strade ferrate.

Relativamente a quegli anni bisogna ricordare la famosa vicenda delle Carte di Arborea, assortimento di documenti di età medievale, messi in circolo a partire dal 1846 da Pietro Martini (esponente della ricerca erudita del periodo) ed assurti ben presto a caso accademico internazionale. Dopo tre decenni di dibattiti, e dopo che molti documenti erano stati pubblicati ed utilizzati come base di corsi accademici, di monografie, di ricostruzioni storiche, la sentenza dell'Accademia di Berlino (presieduta dal grande storico Theodor Mommsen) ne decretò definitivamente la falsità.

Economia e crisi sociali tra Otto e Novecento[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Storia dell'emigrazione sarda.

Dopo le ultime crisi, dovute all'abolizione di ulteriori diritti civici (in particolare quella degli “ademprivi”, con conseguenti rivolte popolari, anni sessanta dell'Ottocento), nei successivi anni ottanta, la crescente domanda estera di alcuni prodotti sardi e una congiuntura economica favorevole avevano portato l'isola a un primo progresso economico, con la prospettiva di ricadute sociali favorevoli (prima diminuzione del banditismo). Nel giro di pochi anni, però, ad una repentina crisi del credito sardo (che colpì imprese e famiglie), si aggiunse nel 1887 l'annullamento dei trattati commerciali con la Francia (governo Crispi), chiudendo uno dei mercati principali dell'import-export della Sardegna. Le conseguenze saranno una grave crisi nel settore agroalimentare, crisi economica, tensioni sociali e il verificarsi del primo fenomeno dell'emigrazione.

Ancora una volta era il mondo agro-pastorale a pagare le conseguenze più gravi. Una folla di braccianti, pastori e addetti ai settori dell'indotto veniva ricacciata nella disoccupazione oppure verso il lavoro in miniera o l'emigrazione. La crescente domanda di lavoro faceva crollare i salari e rendeva le condizioni lavorative precarie. Negli anni ottanta e novanta vi fu una recrudescenza del fenomeno del banditismo, che fu contrastato con mezzi improvvisati e comunque solo dal lato della repressione. La grave situazione dell'isola indusse il governo Crispi nel 1894 a commissionare al deputato Francesco Pais-Serra una indagine conoscitiva sulla situazione. Due anni dopo, la relazione conclusiva indicherà non solo e non tanto nella questione dell'ordine pubblico, ma soprattutto nelle carenze infrastrutturali e nelle gravi responsabilità della politica (ancorata a pratiche clientelari di potere personale e familistico) la radice dei problemi sardi.[7] Già l'anno successivo (1897), però, a conferma della concezione imperante, viene pubblicato con gran rumore il saggio “antropologico” di scuola lombrosiana La delinquenza in Sardegna, di Alfredo Niceforo. Vi si tratteggiava uno studio fisiognomico e pseudo-storico da cui emergeva il tratto congenitamente deviante della natura dei sardi, specie di quelli delle zone interne. Non si doveva cercare la ragione del fenomeno banditesco e del degrado sociale della Sardegna in cause materiali, economiche o politiche, ma nella conformazione del cranio dei sardi, di quelli stanziali in Gallura e nelle zone dell'interno in particolare: così asseriva in un passo, poi riportato in uno dei noti murales di Orgosolo:[8] "[...] fra i vari tipi di cranio della zona criminale, tutti appartenenti ai popoli più selvaggi e primitivi, uno è particolarmente diffuso nella Sardegna centrale: si tratta del "parallelepipedoides variabilis sardiniensis"".[9] Ne seguì qualche polemica, ma soprattutto una generale accettazione di tale verdetto che convinse la stessa Grazia Deledda, allora in rapida ascesa presso i circoli letterari italiani.

Due anni dopo nel 1899, dopo la visita della coppia reale sabauda nell'isola (in occasione del centenario della fuga in Sardegna dei Savoia, conseguente alle conquiste napoleoniche), ai primi dell'estate venne allestita una grande spedizione militare volta al ripristino dell'ordine pubblico, operazione cui parteciparono i reduci dalle guerre in Africa. Interi villaggi furono occupati, le campagne battute a tappeto, i beni requisiti. Quando non ci fu altra risorsa, si ricorse al fermo dei familiari dei latitanti (senza esclusione di donne, vecchi e ragazzi). Migliaia di persone tratte agli arresti, detenzioni arbitrarie, confessioni estorte con la forza e una serie di processi di massa che alla fine portarono a pochissime condanne e al totale fallimento del piano.[10] L'operazione suscitò scandalo nell'opinione pubblica sarda, informata e coinvolta dai giornali, su cui buona parte del crescente ceto intellettuale riversava idee e commenti.

Proteste di massa e repressione[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Eccidio di Buggerru.

Nel 1904 a Buggerru, grosso centro minerario sulla costa sud-occidentale, per protestare per le condizioni disumane di lavoro i minatori si rifiutarono di lavorare e presentarono le loro istanze alla società francese (che gestiva le miniere), per tutta risposta questi chiamarono l'esercito che fece fuoco sugli operai uccidendone tre e ferendone molti. Quella domenica 4 settembre 1904 sarà ricordata come la data dell'eccidio di Buggerru per il quale sarà fatto il primo sciopero generale in Italia.[11]

Solo due anni dopo (1906), il caro-prezzi e condizioni di vita precarie per gran parte dei lavoratori porteranno alle rivolte cittadine di Cagliari e del circondario, poi di gran parte dell'isola. Anche in questo caso la risposta fu di tipo eminentemente repressivo, con migliaia di militari impegnati. Emersero prepotentemente sentimenti di tipo autonomista e indipendentista, con la minaccia, gridata a gran voce dalle folle radunate, di ricacciare in mare “i continentali”[12]. Le fortune politiche del giolittiano F. Cocco-Ortu, punto di riferimento della politica isolana, arrivato sino alla carica ministeriale, non avranno alcun positivo riscontro sulle condizioni generali della Sardegna. I sentimenti identitari e la crisi di rappresentanza saranno le cause del successo che, di lì a pochi anni, arriderà al movimento dei reduci dal fronte.

Vita culturale[modifica | modifica wikitesto]

Grazia Deledda

Questa è anche l'epoca dell'affermazione oltre i confini isolani di Grazia Deledda, ma anche, in misura minore, di altri artisti come il poeta Sebastiano Satta, lo scrittore Enrico Costa, lo scultore Francesco Ciusa, solo per citarne alcuni. Giornali, teatro, università animano la vita delle città (Cagliari e Sassari in primis). Ma hanno una portata assai minore sulle popolazioni rurali e dell'interno. Infatti, parallelamente all'acquisizione di mezzi espressivi nuovi permanevano forti le tradizioni culturali popolari. Nel corso dell'Ottocento, anzi, la poesia sarda aveva vissuto una stagione di grande affermazione con i vari Luca Cubeddu, Melchiorre Murenu e poi Peppino Mereu (solo per citarne alcuni). Verso la fine del secolo inoltre le gare di improvvisazione poetica, che prima si svolgevano privatamente, vengono strutturate e hanno luogo nelle pubbliche piazze (la prima si svolse ad Ozieri), specialmente in occasione delle feste paesane. In breve tempo diviene un fenomeno di massa, con un suo star-sistem fatto di professionisti dell'improvvisazione e un vastissimo pubblico di estimatori esperti ed esigenti.

La musica tradizionale vede affiancarsi alle launeddas, al cantu a tenore e al cantu a chiterra (canto sardo accompagnato dalla chitarra) un nuovo strumento musicale, l'organetto diatonico, che supporta o sostituisce la voce umana e gli strumenti tradizionali[13] nell'accompagnamento del ballo.

La cultura sarda, tra Otto e Novecento, diventa oggetto di studi accademici. La lingua viene studiata oltre che sull'isola (Giovanni Spano, Vittorio Angius) soprattutto in Germania (Meyer-Lübke e soprattutto Max Leopold Wagner che darà un contributo essenziale, producendo gli studi più significativi; in Italia, da citare Matteo Giulio Bartoli, docente di glottologia a Torino).

L'archeologia, dopo il periodo pionieristico avviato da Giovanni Spano, in seguito alla nascita delle Soprintendenze Archeologiche, comincia a divenire materia di catalogazione e di studio e si tentano le prime azioni di salvaguardia. Cospicuo fu il contributo dell'archeologo Antonio Taramelli che diresse le soprintendenze per un arco di oltre tre decenni e studiò e catalogò centinaia di reperti, strutture e siti. La musica popolare è oggetto di studi scientifici, fra gli studiosi Giulio Fara e l'etnomusicologo Andreas Bentzon autore di un esemplare studio sulle launeddas. L'affermazione letteraria e artistica di tanti autori sardi comincia a far conoscere nel resto d'Italia e al mondo il patrimonio antropologico e storico della Sardegna.

La Prima guerra mondiale e le sue conseguenze[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Brigata Sassari.
Emilio Lussu

Con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale e l'entrata nel conflitto dell'Italia (1915), fu creata la Brigata Sassari, che si distinguerà in molte operazioni, come sul Carso o sull'Altopiano di Asiago, molte delle quali rievocate da Emilio Lussu in Un anno sull'Altipiano, e che sarà insignita di due Medaglie d'oro al valor militare.

Alla fine del conflitto (novembre 1918), le perdite tra i militari sardi saranno le più alte tra i contingenti italiani al fronte (il 13% circa degli arruolati, contro la media nazionale del 10%[14]).

Con l'esperienza bellica della Brigata Sassari, oltre ad aver dato un rilevante contributo alla vittoria italiana, i sardi ebbero modo di sviluppare un'esperienza ed una coscienza comune di sé stessi in quanto sardi[15]. Nonostante il loro essenziale contributo fosse stato ufficialmente riconosciuto, nel 1918, dallo stesso presidente del Consiglio Orlando che aveva parlato di un debito che la nazione doveva saldare con l'isola,[16] in concreto per il momento il debito rimase insoluto. Fattori quali il difficile reinserimento dei reduci, la vittoria mutilata[senza fonte] e il senso di delusione nei confronti dello Stato per gli scarsi investimenti nell'isola, portarono alla nascita del movimento dei reduci, nel Partito dei Combattenti che conquisterà larghi consensi nelle elezioni politiche del 1919 e del 1921; lo stesso anno sarà fondato il Partito Sardo d'Azione, guidato da Camillo Bellieni ed Emilio Lussu.

Il fascismo in Sardegna[modifica | modifica wikitesto]

Una risposta alle aspettative della Sardegna, anche per le sue perdite nella prima guerra mondiale, arrivò con la "Legge del miliardo" nel 1924, che prometteva di spendere in opere pubbliche quella cifra in un decennio. Inoltre veniva istituito, con sede a Cagliari, il Provveditorato delle Opere Pubbliche che aveva il compito di pianificare la spesa. In realtà nel 1933 erano stati spesi solamente 430 milioni. Il Fascismo intraprese diverse grandi opere pubbliche, fra cui importanti bonifiche agrarie e idrauliche che porteranno alla nascita, fra gli altri, dei borghi di Arborea (allora chiamata Mussolinia di Sardegna) e Fertilia. Nella metà degli anni trenta l'attenzione del regime si volse verso le miniere, dal 1935 le attività estrattive conobbero una grande espansione e la produzione raggiunse livelli record. In questo contesto nel 1938, per ospitare i minatori, fu fondata la città di Carbonia. Le misure economiche volute dal regime, la realizzazione di infrastrutture, la valorizzazione dell'agricoltura e delle miniere, costituiranno una risposta alle istanze di sviluppo dell'isola, tuttavia la strutturazione dell'economia risponde alle esigenze dello Stato centrale in particolare alla politica dell'autarchia. Come nel resto d'Italia, dal lato culturale il Regime perseguirà un forte nazionalismo linguistico, imponendo uno stretto e rigoroso uso dell'italiano a scapito del sardo e lingue locali.

Nonostante l'adesione al Regime, non mancheranno tuttavia grandi oppositori a Mussolini: oltre Emilio Lussu e Antonio Gramsci, vanno ricordati almeno Michele Schirru e l'ingegner Dino Giacobbe, tra i maggiori esponenti dell'antifascismo isolano.

La Seconda guerra mondiale[modifica | modifica wikitesto]

La Seconda guerra mondiale vide la Sardegna strategicamente coinvolta nel conflitto, specie come base aerea e navale, e divenne teatro di pesanti campagne di bombardamento da parte degli Alleati su porti, aeroporti, ferrovie, industrie e paesi. Questi continuarono almeno fino all'estate del 1943 e alcuni sono ancora tristemente ricordati, come il bombardamento di Cagliari di quell'anno in cui la città fu distrutta al 70%.

Alla data dell'Armistizio di Cassibile dell'8 settembre 1943, nell'isola vi erano 32.000 uomini della 90. Panzer Division e 130 mila militari italiani al comando del generale Antonio Basso. La Sardegna, uscì dal teatro del conflitto, con la ritirata delle truppe tedesche fino all'imbarco per la Corsica il 17 settembre, dove affronteranno duri combattimenti con i francesi. [17]

La Sardegna così restò parte del Regno del Sud e venne quindi risparmiata dai seguenti anni di guerra e di guerra civile nel centro-nord del paese, decine di migliaia di sardi lottarono a sostegno della Resistenza e alcuni a sostegno della Repubblica Sociale Italiana, fra cui personalità come Ennio Porrino, Francesco Maria Barracu e Giuseppe Biasi,[18] mentre altri come Gavino De Lunas furono vittime degli eccidi nazi-fascisti.

Secondo dopoguerra[modifica | modifica wikitesto]

La conclusione della seconda guerra mondiale viene annunciata in anteprima da Radio Sardegna di Bortigali, venti minuti prima di Radio Londra. Al referendum istituzionale del 2 giugno 1946 i sardi confermarono per oltre il 60% al fedeltà alla monarchia come il resto del mezzogiorno, ma a scrutinio concluso l'Italia divenne una repubblica parlamentare.

I primi interventi[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1946, assieme all'Alto Commissariato Italiano per l'Igiene e la Sanità (equivalente all'attuale Ministero della Salute), all'United Nations Relief and Rehabilitation Administration (UNRRA), e alla Economic Cooperation Administration (ECA), finanziaria del Piano Marshall, la Fondazione Rockefeller partecipò all'efficace opera di eradicazione della malaria in Sardegna, mediante il finanziamento dell'Ente Regionale per la Lotta Anti-Anofelica in Sardegna (ERLAAS).

La Regione a Statuto Speciale[modifica | modifica wikitesto]

Contemporaneante alla Costituzione repubblicana nel 1948 fu promulgato lo Statuto Speciale di Autonomia, il secondo dopo la Sicilia e oggi esteso in totale a cinque regioni. L'8 maggio 1949 si tengono quindi le prime elezioni regionali.

Dagli anni '50 la Nato e gli USA, con l'insorgere della guerra fredda, per il controllo dell'intera area mediterranea, avevano eletto l'isola a perno del sistema politico-militare dell'alleanza nord-atlantica, ed è stata trasformata in una grande area strategica di servizi bellici essenziali.[19] Le servitù militari localizzate nell'isola sono al momento attuale pari al 60% delle servitù militari italiane.[20][21].

L'emigrazione, il Piano di Rinascita e l'industrializzazione[modifica | modifica wikitesto]

Negli anni '50 uno dei fenomeni più caratterizzanti fu quello dell'emigrazione che raggiunse i connotati di un esodo. A causa della grave crisi economica, nel 1951 fu istituito l'ETFAS (Ente di Trasformazione Fondiaria e Agraria della Sardegna) con il compito di promuovere azioni di programmazione e investimenti nel comparto agro-pastorale (agricoltura e pastorizia. L'ente produsse diversi studi e nel 1959-1980, finalmente, il governo nazionale accontonò le risorse necessarie per avviare un Piano di Rinascita. Nel 1960 il Consiglio Regionale istituì l'Assessorato al Piano di Rinascita. Nel 1962 fu approvato dal Parlamento italiano il Piano di Rinascita (L. n.588 dell'11 giugno 1962), che aveva posto in essere delle misure legislative speciali per il finanziamento dell'industrializzazione della Sardegna così nacquero i due poli petrolchimici Porto Torres e Sarroch. Il processo d'industrializzazione proseguirà fino agli anni '70, quando nascerà il polo di Ottana a seguito delle indicazioni della Commissione d'inchiesta parlamentare sul banditismo in Sardegna.

L'industrializzazione, voluta anche per indebolire le strutture socio-economiche agro-pastorali che si pensava alimentassero il fenomeno del banditismo, fallisce nel suo intento, provocando al contempo ulteriore disgregazione sociale.[22]

La Legge De Marzi-Cipolla[modifica | modifica wikitesto]

Un cambiamento positivo sarà determinato dall'approvazione il 27 gennaio 1971 della cosiddetta Legge "De Marzi-Cipolla" sui fondi rustici, che porrà fine alle lotte per il pascolo ed in buona parte al fenomeno del banditismo. In questo periodo, persistono comunque diversi problemi e ne emergono altri, quali gli incendi, la siccità (ora molto attenuata), i sequestri di persona, scomparsi solo negli anni novanta, e diversi attentati pubblici condotti da movimenti afferenti all'estrema sinistra ed all'indipendentismo radicale[23][24][25].

Col miracolo economico italiano si verifica a uno storico movimento migratorio interno verso le coste e le aree urbane[senza fonte] di Cagliari, Sassari-Alghero-Porto Torres e Olbia, che raccolgono oggi gran parte della popolazione sarda. Cresce e si afferma il settore turistico, fino a fare dell'isola una delle mete più conosciute a livello italiano e internazionale, in particolare grazie alla Costa Smeralda. Rimangono inoltre sempre vivi i fermenti culturali e le tradizioni popolari, come la nascita di talenti artistici e letterari e di figure politiche ai massimi livelli, fra cui Antonio Segni, Enrico Berlinguer e Francesco Cossiga.

In questo periodo si produce una svolta sociale, grazie alla maggiore scolarizzazione e primo ingresso di massa dei ragazzi sardi nelle università di Sassari e Cagliari, come in altre italiane e straniere. Sebbene i livelli di reddito e di prodotto interno lordo pro-capite rimangano sotto la media nazionale, si evidenzia una crescita netta e l'abbandono degli ultimi posti tra le regioni italiane: alla fine del XX secolo la Sardegna si attesta economicamente a metà fra strada fra centro e sud Italia, con un reddito medio pro capite simile a quello dell'Abruzzo, poco inferiore alla media europea. Altri indicatori ne sanzionano gli innegabili progressi sia economici, sia sociali, ma non annullano le oggettive difficoltà di crescita e sviluppo organico ancora presenti. Negli anni recenti, le nuove tecnologie informatiche, con esperienze come Video On Line e Tiscali, e il miglioramento dei trasporti, specie quelli aerei con le compagnie aeree a basso costo, hanno attenuato la condizione di insularità e contribuito a innovare e diversificare l'economia locale.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • M. Pira, La rivolta dell'oggetto. Antropologia della Sardegna, Milano, Giuffré, 1978
  • M. Le Lannou, Pastori e contadini di Sardegna, Cagliari, Della Torre, 1979
  • G. Sotgiu, Storia della Sardegna Sabauda, Roma-Bari, Laterza, 1984
  • G. Fiori, Il cavaliere dei Rossomori. Vita di Emilio Lussu, Torino, Einaudi, 1985
  • G. Sotgiu, Storia della Sardegna dopo l'Unità, Roma-Bari, Laterza, 1986
  • AA.VV. Storia dei sardi e della Sardegna, Milano, Jaca Book,1990 vol. IV ISBN 88-16-40248-2
  • G. Fiori, Vita di Antonio Gramsci, Roma-Bari, Laterza, 1995
  • L. Berlinguer, A. Mattone (a cura di) "La Sardegna", in Storia d'Italia. Le regioni dall'Unità a oggi, Giulio Einaudi Editore, Torino, 1998
  • M. Brigaglia - A. Mastino - G. G. Ortu (a cura di), Storia della Sardegna. 2. Dal Settecento a oggi, Roma-Bari, Laterza, 2002

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Testo dello Statuto Albertino
  2. ^ Vedi in proposito: G. Sotgiu, Storia della Sardegna Sabauda, Roma-Bari, 1984 e M. Le Lannou, Pastori e contadini di Sardegna, Cagliari, 1979
  3. ^ Nel corso del secolo, per es., Sassari diventerà la seconda città italiana per la produzione del cuoio, e l'imprenditore sassarese Giovanni Antonio Sanna, acquisendo la miniera di Montevecchio (allora la più grande miniera dello stato), diventerà il terzo uomo più ricco del Regno d'Italia
  4. ^ [...]Le due opere dello Spano, ma soprattutto la prima, sono viziate da notevoli errori di impostazione. Sia sufficiente accennare alla scelta di una ortografia latineggiante: factu (fatto), gratia (grazia), homine, nepta (nipote), promptu (pronto) ecc. È chiaro che con questa precisa scelta grafica il pur benemerito canonico mirasse anche a dar lustro alla lingua sarda, mostrando ai Sardi ed ai forestieri la sua ancora stretta aderenza alla madrelingua latina. Se non che egli non si accorse che, così operando, da una parte sottoponeva ad una notevole e non necessaria forzatura storica la lingua sarda, paludandola quasi nella toga di Cicerone e di Cesare, dall'altra rendeva più difficile l'apprendimento e l'uso di una scrittura da parte dei Sardo-parlanti, dei quali ovviamente soltanto pochissimi conoscevano il latino e la sua scrittura. Non lo si può negare: la grafia latineggiante scelta dallo Spano fu un grave errore, il quale finì col ritardare parecchio la nascita di una grafia propriamente sarda, ossia di una grafia che, pur restando ovviamente nell'ambito della tradizione grafica del latino, risultasse più adatta e più funzionale per un uso pratico e moderno di una nuova e differente lingua divenuta ormai adulta ed autonoma rispetto alla madrelingua. Massimo Pittau, Grammatica del sardo illustre, Nuoro, pp. 11-12
  5. ^ [...]Ciononostante le due opere dello Spano sono di straordinaria importanza, in quanto aprirono in Sardegna la discussione sul "problema della lingua sarda", quella che sarebbe dovuta essere la lingua unificata ed unificante, che si sarebbe dovuta imporre in tutta l'isola sulle particolarità dei singoli dialetti e suddialetti, la lingua della Nazione Sarda, con la quale la Sardegna intendeva inserirsi tra le altre Nazioni europee, quelle che nell'Ottocento avevano già raggiunto o stavano per raggiungere la loro attuazione politica e culturale, compresa la Nazione Italiana. E proprio sulla falsariga di quanto era stato teorizzato ed anche attuato a favore della Nazione Italiana, che nell'Ottocento stava per portare a termine il processo di unificazione linguistica, elevando il dialetto fiorentino e toscano al ruolo di "lingua nazionale", chiamandolo "italiano illustre", anche in Sardegna l'auspicata "lingua nazionale sarda" fu denominata "sardo illustre". Massimo Pittau, Grammatica del sardo illustre, Nuoro, pp. 11-12
  6. ^ G. Sotgiu, Storia della Sardegna dopo l'Unità, Roma-Bari, 1986 e T. De Mauro, Storia linguistica dell'Italia unita, Roma-Bari, 1963
  7. ^ Vedasi la relazione Condizioni economiche e della sicurezza pubblica in Sardegna di F. Pais Serra, riportata in parte anche da G. Fiori in Vita di Antonio Gramsci, Roma-Bari, 1995
  8. ^ Il murale che riporta la citazione, ad Orgosolo (JPG), su 3.bp.blogspot.com.
  9. ^ "La delinquenza in Sardegna", Alfredo Niceforo, 1897
  10. ^ Di questi eventi si può leggere una versione romanzata da uno dei protagonisti, tra i militari coinvolti: G. Bechi, Caccia Grossa, Nuoro, 2000
  11. ^ Bloody Sunday a Buggerru, cento anni fa, su metaforum.it.
  12. ^ G. Sotgiu, Sardegna dopo l'Unità, cit.; M. Brigaglia, Il sogno dell'autonomia, in Brigaglia, Mastino, Ortu, Storia della Sardegna.2.Dal Settecento a oggi, Roma-Bari, 2002; G. Fiori, Vita di A. Gramsci, cit.
  13. ^ Oltre alle launeddas, da ricordare: triangoli, tamburi e s'afuente, un tipico piatto di rame sbalzato percosso con una grande chiave di ferro.
  14. ^ M. Brigaglia, Gli intrepidi Sardi della "Brigata Sassari", in Brigaglia, Mastino, Ortu, Storia della Sardegna, cit.
  15. ^ M. Clark, La storia politica e sociale (1915-1975), in AA.VV. Storia dei sardi e della Sardegna, Milano, 1990 vol. IV p. 392
  16. ^ ”L'Italia ha contratto un grande debito di gratitudine verso la nobile isola; questo dovrà assolvere e lo assolverà” da una dichiarazione di V. E. Orlando, cfr. M. Brigaglia ed altri, L'Anti-fascismo in Sardegna, Cagliari, 1986, p. 3
  17. ^ http://www.iconur.it/index.php?option=com_content&view=article&id=15&Itemid=107
  18. ^ Angelo Abis, L'ultima frontiera dell'onore. I sardi a Salò, Sassari, doraMarkus editrice, 2009.
  19. ^ Basi militari in Sardegna Digital Library
  20. ^ Internal colonialism in Western Europe: the case of Sardinia - Katjuscia Mattu
  21. ^ Sardegna, servitù militari - Sito ufficiale della Regione Sarda a statuto speciale
  22. ^ "...L'affermarsi in Sardegna di attività produttive estranee alla struttura del sistema economico sardo, ha comportato non solo la perifericizzazione del sistema economico, con la conseguente dipendenza del suo sviluppo da centri decisionali estranei ed esterni alla Sardegna, ma anche il pericolo che lo sviluppo economico futuro risulti fortemente condizionato negativamente rispetto al ricupero della necessaria diversificazione dell'economia dell'Isola..." (Franco Sabattini, Il sistema economico della Sardegna [1973])
  23. ^ Sardinia, a political laboratory, GNOSIS (Italian Intelligence Magazine)
  24. ^ The Dynamics of Subversion and Violence in Contemporary Italy - Vittorfranco Pisano, Hoover Institution Press (1987)
  25. ^ Il codice barbaricino - Paola Sirigu, Davide Zedda Editore