Partito Radicale Italiano

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Partito Radicale Italiano
Partito Radicale Italiano.jpeg
Leader
Stato Italia Italia
Fondazione de iure 27 maggio 1904
de facto 26 maggio 1877
Dissoluzione 26 aprile 1922
Confluito in Partito Democratico Sociale Italiano
Ideologia Radicalismo (Italia), Liberalismo, Liberalismo sociale, Anticlericalismo, Antiproibizionismo, Anticolonialismo, Mazzinianesimo
Collocazione Estrema sinistra (nell'oligarchia ottocentesca)
Centro-sinistra (nella democrazia novecentesca)
Coalizione Fascio democratico (1906-1922)
Seggi massimi Camera dei deputati
62 / 508
(1913)

Il Partito Radicale Italiano è stato un partito politico italiano costituitosi ufficialmente nel 1904, erede di una parte dell'Estrema sinistra storica fondata da Agostino Bertani e Felice Cavallotti alla fine degli anni '70 dell'Ottocento, all'interno della quale costituiva l'ala meno intransigente. In alcuni contesti, il precedente partito viene indicato come Partito Radicale Storico - analogamente ai termini destra storica e sinistra storica - in modo da scongiurare possibili confusioni con omonimi partiti d'ispirazione affine, ma appartenenti alla storia della seconda metà del XX secolo. Il suo colore politico fu il verde, comune a tutta l'area della sinistra liberale.[1]

Il programma dell'estrema sinistra radicale[modifica | modifica wikitesto]

Giuseppe Marcora

Il gruppo detto "dell'estrema sinistra" era rappresentato in Parlamento e affondava le sue radici ideali nel filone più laico, democratico e repubblicano del Risorgimento, quello mazziniano e garibaldino, ma con riferimenti propri al pensiero e all'azione di Carlo Cattaneo e di Carlo Pisacane. All'interno di questo gruppo, cui afferivano anche i repubblicani e i socialisti, i radicali costituivano la fazione relativamente più moderata, essendo gli unici a considerare transitoriamente implementabile il loro programma politico nel vigente contesto della monarchia costituzionale.[2]

I punti fondanti del programma dell'Estrema Sinistra, espressi nei congressi di Roma del novembre 1872[3] e del 13 maggio 1890[4], erano:

  • completa separazione tra Stato e Chiesa;
  • superamento del centralismo a favore di un decentramento amministrativo di matrice comunale;
  • promozione dell'ideale federale degli “Stati Uniti d'Europa” mutuato da Carlo Cattaneo;
  • opposizione al nazionalismo, all'imperialismo e al colonialismo.
  • indipendenza della magistratura dal potere politico;
  • abolizione della pena di morte;
  • tassazione progressiva;
  • istruzione gratuita e obbligatoria;
  • emancipazione sociale e nel lavoro della donna;
  • suffragio universale per uomini e donne;
  • un piano di lavori pubblici per la riduzione della disoccupazione;
  • sussidi, indennità, pensioni e garanzie sociali per i lavoratori;
  • riduzione dell'orario di lavoro;
  • riduzione del servizio di leva.

La costituzione del Partito Radicale Italiano[modifica | modifica wikitesto]

Ettore Sacchi

Il Partito Radicale Italiano si costituì ufficialmente in partito politico nel corso del I Congresso Nazionale, a Roma, il 27-30 maggio 1904. All'epoca il leader era Ettore Sacchi, che, progressivamente, condusse il partito alla partecipazione ad alcuni governi liberal democratici dell'età giolittiana (1903-1914). Contemporaneamente, un altro esponente radicale, Giuseppe Marcora, fu per molti anni alla Presidenza della Camera dei deputati (1904-1919).

Nei confronti dei governi presieduti o sostenuti da Giovanni Giolitti, i radicali assunsero un atteggiamento inizialmente ambiguo. Il rifiuto dei socialisti di Filippo Turati all'invito di Giolitti di aderire al suo secondo governo (1903-05) ebbe come conseguenza il ritrarsi dei radicali da ogni trattativa, fino alla nomina di Marcora alla Presidenza della Camera. Dopodiché, tra il 1904 e il 1905, parte dei deputati radicali fornirono un appoggio esterno al governo Giolitti II; successivamente, non vedendo soddisfatte le aspettative di riforme democratiche, contribuirono alla sua caduta.

I radicali si scissero poi sul sostegno dei due governi guidati da Alessandro Fortis (1905-06), antico militante radicale. Infatti, anche se la maggioranza del gruppo parlamentare si schierò all'opposizione, accusando il governo di poca chiarezza programmatica e di trasformismo, due deputati radicali vi entrarono come sottosegretari.

Dopo la caduta di Fortis, Sacchi strinse un accordo con il leader della destra storica Sidney Sonnino per la formazione di una maggioranza antigiolittiana, sia pure eterogenea; il governo Sonnino I nacque con il sostegno dei radicali, del PSI e del PRI. Nel successivo governo presieduto da Giolitti, i radicali, si schierarono nuovamente all'opposizione; vi entrarono, invece, nel 1910, nel governo Luzzatti, con Sacchi come Ministro dei lavori pubblici e nel 1911 (Governo Giolitti IV) e Nitti come Ministro dell'agricoltura, dell'industria e del commercio.

Nell'imminenza delle elezioni politiche del 1913, il Partito Radicale riuscì a far approvare dal Parlamento una delle sue istanze prioritarie, e cioè il suffragio universale, sia pur soltanto maschile. Le elezioni successive, tuttavia, ove il partito conseguì il massimo numero di deputati della sua storia (62), furono segnate dalla svolta della politica giolittiana impressa dal Patto Gentiloni, e cioè l'accordo elettorale del partito di governo con le gerarchie cattoliche, in funzione anti radicale e anti socialista. Di conseguenza, nel successivo congresso, che si tenne a Roma nel febbraio 1914, in un ambiente infuocato, il Partito Radicale votò a grande maggioranza l'uscita dal governo.[5]

Francesco Saverio Nitti

Alla vigilia della Prima guerra mondiale, il Partito radicale, nel solco della tradizione mazziniana e risorgimentale, si collocò, per la maggior parte, sulle posizioni dell'interventismo democratico. Tale linea, tuttavia, non fu unanime (lo stesso Ettore Sacchi evitò di pronunciarsi nettamente) e, soprattutto, segnò un fossato non facilmente colmabile con i socialisti, isolando il radicalismo dal panorama politico parlamentare. I radicali rientrarono nella compagine governativa solo nei due governi di unione nazionale (1916-1919) di Paolo Boselli e di Vittorio Emanuele Orlando.

Il radicalismo laico e democratico italiano conobbe all'inizio del secolo, figure significative quali il repubblicano Ernesto Nathan e Francesco Saverio Nitti. Ernesto Nathan, dal 1907 al 1913 sindaco repubblicano di Roma con il sostegno dei socialisti, si rese fautore di accese battaglie a beneficio dei ceti più poveri della Capitale e contro le ingerenze della Chiesa cattolica "[6].

Francesco Saverio Nitti, economista, uno dei maggiori rappresentanti del Meridionalismo, contribuì con i suoi progetti ad attenuare il più possibile i mali del Mezzogiorno postunitario. Era stato Ministro dell'Agricoltura, Industria e Commercio nel Governo Giolitti IV ed esponente della minoritaria corrente "neutralista" del partito alla vigilia della Grande Guerra. Fu il primo radicale a diventare Presidente del Consiglio dal 1919 al 1920, si trovò alle prese con il problema della smobilitazione dell'esercito dopo la Prima guerra mondiale; varò un'amnistia per i disertori, avviò un'ampia indagine sull'arretratezza e i bisogni del Mezzogiorno e fissò un prezzo politico per il pane. Fu tuttavia travolto dalla crisi connessa all'Impresa di Fiume di Gabriele D'Annunzio[7].

Il radicalismo durante il regime fascista[modifica | modifica wikitesto]

Giulio Alessio

Il 12 giugno 1921, la delegazione alla Camera del Partito Radicale costituì un gruppo parlamentare unico, "Democrazia Sociale", insieme al Partito Democratico Sociale Italiano e agli eletti di Rinnovamento Nazionale, una lista di deputati eletti in rappresentanza degli ex-combattenti, per un totale di 65 deputati. Un analogo raggruppamento fu costituito in Senato. Il 25 novembre 1921 avvenne la fusione tra i gruppi demosociale e demoliberale in un unico gruppo democratico, che divenne il più numeroso, sia alla Camera (150 deputati) che al Senato(155 senatori)[8].

Nel gennaio del 1922 fu costituito il "Consiglio nazionale della Democrazia Sociale e Radicale", cui aderì anche la direzione del Partito Radicale, sancendo "di fatto" la propria dissoluzione. Quest'ultimo organismo, al primo congresso svoltosi a Roma nell'aprile 1922, dette forma al nuovo partito denominato "Democrazia Sociale"[8], cui, peraltro, non aderirono alcuni esponenti radicali quali Francesco Saverio Nitti[9] e Giulio Alessio.

"Democrazia sociale" accordò la fiducia al governo Mussolini e fece parte della squadra governativa con due ministri sino al 4 febbraio 1924. Si presentò poi alle Elezioni politiche italiane del 1924, con una lista autonoma, ottenendo l'1,55% dei suffragi e 10 seggi.

Nonostante l'iniziale fiducia del partito demo-sociale al fascismo, il radicalismo italiano continuò a esprimersi, prima e dopo il delitto Matteotti, nel rigoroso antifascismo di uomini come Piero Gobetti, la cui "rivoluzione liberale" ha rappresentato il tentativo di rifondare il liberalismo in senso progressista e popolare, con un occhio all'ideologia socialista, o come lo stesso Francesco Saverio Nitti. Nel novembre 1924, infine, numerosi esponenti radicali indipendenti (Giulio Alessio, Piero Calamandrei, Meuccio Ruini, Nello Rosselli ecc.) aderirono al movimento fortemente antifascista dell'Unione nazionale delle forze democratiche e liberali di Giovanni Amendola.

Esponenti principali[modifica | modifica wikitesto]

Congressi Nazionali[modifica | modifica wikitesto]

  • I Congresso Nazionale - Roma, 27-30 maggio 1904
  • II Congresso Nazionale - Roma, 1-4 giugno 1905
  • III Congresso Nazionale - Bologna, 30 maggio-2 giugno 1907
  • IV Congresso Nazionale - Roma, 28 novembre-1º dicembre 1909
  • V Congresso Nazionale - Roma, 9-11 novembre 1912
  • VI Congresso Nazionale - Roma, 31 gennaio-2 febbraio 1914

Segretari generali[modifica | modifica wikitesto]

Risultati elettorali[modifica | modifica wikitesto]

Anno Lista Voti % Seggi
Politiche 1904 PRI 116.035 7,28 37
Politiche 1909 PRI 123.740 6,5 55
Politiche 1913 PRI 522.522 10,4 62
Politiche 1919 PRI 110.697 1,95 12

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Prospero Colonna contro rossi (socialisti) e verdi (radical-repubblicani) nelle elezioni comunali romane del 1914
  2. ^ I repubblicani e i socialisti ritennero infatti sempre impossibile la loro partecipazione a governi il cui mandato fosse conferito da un re, mentre i radicali, seppur anch'essi intimamente antimonarchici, ponevano il perseguimento del loro programma davanti alla pregiudiziale repubblicana.
  3. ^ Alessandro Galante Garrone, I radicali in Italia (1849-1925), Garzanti, Milano, 1973, pag. 128.
  4. ^ Alessandro Galante Garrone, cit.., pagg. 273 e succ.ve.
  5. ^ Alessandro Galante Garrone, I radicali in Italia (1849-1925), Garzanti, Milano, 1978, pag. 391.
  6. ^ Maria Immacolata Macioti, Ernesto Nathan, il Sindaco che cambiò il volto a Roma: attualità di un'esperienza, Newton Compton, Roma, 1995.
  7. ^ Paolo Alatri, Nitti, D'Annunzio e la questione adriatica (1919-20), Feltrinelli, Milano, 1959, pag. 163.
  8. ^ a b CR Critica Radicale, 16 gennaio 2010.
  9. ^ Il Partito Radicale tra la Prima guerra mondiale e il fascismo

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Claudia Cardelli, Radicali ieri. Dall'Unità al fascismo, Milano, Istituto propaganda libraria, 1992.
  • Raffaele Colapietra, Felice Cavallotti e la democrazia radicale in Italia, Brescia 1966.
  • Lucio D'Angelo, Radical-socialismo e radicalismo sociale in Italia, 1892-1914, Milano, Giuffrè, 1984.
  • Lucio D'Angelo, La democrazia radicale tra la prima guerra mondiale e il fascismo, Roma, Bonacci, 1990.
  • Lucio D'Angelo, Il radicalismo sociale di Romolo Murri, 1912-1920, Milano, FrancoAngeli, 2007.
  • Alessandro Galante Garrone, Origini problemi e figure del radicalismo in Italia, Torino, Giappichelli, 1966.
  • Alessandro Galante Garrone, Le origini del radicalismo in Italia, Torino, Giappichelli, 1970.
  • Alessandro Galante Garrone, I radicali in Italia dal 1870 al secolo XX, Torino, Giappichelli, 1971.
  • Alessandro Galante Garrone, I radicali in Italia (1849-1925), Milano, Garzanti, 1973.
  • Francesco Saverio Nitti, Il partito radicale e la nuova democrazia industriale. Prime linee di un programma del Partito Radicale, Torino-Roma, 1907.
  • Emilio Gentile, Fascismo e antifascismo. I partiti italiani fra le due guerre, Firenze, Felice Le Monnier, 2000. ISBN 88-00-85720-5
  • Giovanni Orsina, Senza Chiesa né classe. Partito radicale nell'età giolittiana, Roma, Carocci editore, 1998.
  • Giovanni Orsina, Anticlericalismo e democrazia. Storia del Partito radicale in Italia e a Roma, 1901-1914, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2002.
  • Giovanni Spadolini, I radicali dell'Ottocento. Da Garibaldi a Cavallotti, Firenze, Le Monnier, 1960, 1963, 1972, 1982.
  • Giovanni Spadolini, L'opposizione laica nell'Italia moderna, 1861-1922. Radicali e repubblicani nell'adolescenza della nazione, Firenze, Cassa di risparmio di Firenze, 1988; Firenze, Le Monnier, 1989.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]